DIVI DI STATO
LE BALLE SPAZIALI DI HOLLYWOOD

di John Kleeves

La realtà degli Stati Uniti ha molti lati negativi, sia nei suoi aspetti attuali che storici. A chi la conosce, anche poco, ma quel poco con esattezza, immancabilmente capita prima o poi di notare come la filmografia di tale paese - per antonomasia Hollywood - sia al riguardo puntualmente mistificatoria. Non in modo plateale: i film di Hollywood non stravolgono completamente i fatti né fanno omissioni evidenti per i non iniziati. Con disinvoltura essi evitano di citare gli eventi più significativi, o dei particolari rivelatori, e distorcono i fatti quel tanto che basta per indurre lo spettatore a trarre conclusioni sbagliate su certe situazioni, o comunque a non trarre quelle giuste. Gli esempi sono infiniti.

La società americana
Prendiamo la società americana. Com'è, in breve ma con esattezza, quella società? E' una società dove gli individui lottano accanitamente per arricchirsi, dove quelli che non ce la fanno cominciano a lottare accanitamente per sopravvivere e gli altri non ne hanno mai abbastanza di ingegnarsi a mostrare il loro successo. E' una società spietata, oltremodo selettiva secondo il suo criterio, che distrugge innumerevoli schiere dei suoi componenti. Le statistiche parlano chiaro. Su un totale di 240 milioni di abitanti i poveri sono 30 milioni per il governo e 60 milioni per gli istituti privati. Non si tratta di "poveri" solo rispetto ad uno standard elevato: non possono permettersi di curarsi, ed infatti hanno una vita media di 10 anni più breve della media; anche il sangue che vendono nei laboratori privati presenti in ogni cittadina, che può fruttare sino a 80 dollari al mese, non aiuta. Nella vasta area interna dei monti Appalaci, che tocca cinque Stati ed è abitata praticamente solo dai bianchi anglosassoni, ci sono episodi di denutrizione fra i bambini. Gli homeless sono circa 4 milioni (il governo li calcola in 250.000, che sono invece solo gli homeless anche malati di mente). In maggioranza bianchi anglosassoni, sono persone che hanno perso il lavoro e non ne hanno trovato un altro in tempo utile: sia che fossero in affitto o avessero contratto un mortgage bancario sulla casa, in breve si trovano sulla strada. Può anche essersi trattato di un problema di salute: ogni anno circa un milione di persone negli USA va in bancarot ta per le spese mediche. Intere famiglie sono homeless: vivono nella loro auto, addosso alla quale cominciano ad erigere tende e cartoni; allontanati da un sito all'altro finiscono per ritrovarsi nelle car cities o nelle tent cities, la più grande delle quali è presso Van Nuys, un sobborgo di Los Angeles. Ogni inverno circa 1.000 homeless muoiono per il freddo. Gli street kids riflettono il disagio delle famiglie povere americane: sono minori dagli 8 ai 14 anni, dei due sessi, che fuggono di casa e che si ritrovano in gruppetti nelle grandi città dove per sopravvivere in genere si prostituiscono ad adulti che li cercano incessantemente (gli street kids fanno survival sex con i chicken hawks). Fra rientri e nuove fughe il loro numero è costante da molti anni ed è calcolato in "più di un milione". Ogni anno circa 5.000 street kids muoiono per percosse, stenti o malattie, frettolosamente fatti seppellire in tombe anonime dalle autorità municipali; molti hanno l'AIDS (il 40% di quelli che vivono a New York City, si calcola). L'infanzia difficile non si concilia con la scuola: ci sono così negli USA 27 milioni di analfabeti, persone che scelgono le scatolette di cibo in base ai disegni, per i quali comunque sviluppano una memoria sicura. I migrant workers sono circa 5 milioni: sono lavoratori agricoli stagionali che passano la vita spostandosi da un campo di pomodori a uno di meloni su vecchie auto o furgoncini, le loro case. Tre milioni di nuclei familiari - anche numerosi, di cinque o sei persone - vivono nei trailers, che sono cassoni in alluminio e polistirolo da 2,2 x 6-10 metri montati su ruote gommate e parcheggiati per sempre in campi di periferia, che diventano trailer parks. Quantità ancora maggiori vivono negli slums, quartieri degradati e pericolosissimi presenti in ogni città, in genere in zone periferiche abilmente tagliate fuori dalla viabilità, perché i turisti non le vedano o qualcuno non ci si avventuri per sbaglio. Ogni anno mediamente il 17% delle famiglie americane trasloca, seguendo il lavoro là dove lo trova, anche mille miglia distante. Madri single e desolate sono spesso costrette a vendere i loro neonati, come la legge americana in verità permette: al posto del pagamento delle spese del parto, circa 3.000 dollari, firmano in ospedale un certificato di cedimento in adozione ed il neonato finisce ad una coppia, la quale spende in totale sui 20.000 dollari. Roseanne Barr, la protagonista del serial televisivo Roseanne, in gioventù ebbe problemi e diede in adozione la figlia, che ora vive in Texas. Questo è per sommi capi il risvolto umano della curva di distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti, dove meno dell'l% della popolazione detiene più del 50% della medesima e dove il resto non è diviso molto più equamente. Gli stenti economici si trasformano in criminalità e disagi psicologici. Il livello di criminalità americano è giustamente leggendario e basti il numero di omicidi: dai 25 ai 30.000 all'anno; nella capitale Washington, che ha circa gli abitanti di Bologna, avvengono sui 400 omicidi all'anno. Per i problemi psicologici si può dire che negli Stati Uniti vi sono 27 milioni di alcolizzati, 18 milioni di consumatori di droghe leggere, da 4 a 8 milioni di cocainomani e 500.000 eroinomani, mentre uno studio condotto nel 1984 dal National Institute of Mental Health concludeva che il 19% della popolazione adulta americana era da considerarsi mentalmente malata dal punto di vista clinico. Anche i suicidi sono dai 25 ai 30.000 all'anno.

Dietro la maschera
Guardando un film di Hollywood ambientato negli States contemporanei ha mai lo spettatore la sensazione di una realtà del genere? Certamente no. I particolari che sarebbero solo di per sé rivelatori sono accuratamente evitati. Così in nessun film americano si vedono street kids o intere, normali famiglie composte da padre, madre e figli che vivono in automobili; mai è presentata la situazione della persona che non può curarsi per mancanza di soldi e che è respinta da medici e ospedali per quello; mai si vedono homeless o comunque poveri che vendono sangue e sperma per 20 dollari; mai si vedono tent cities o trailer parks; mai si vedono donne che cedono i loro figli in cambio del pagamento della retta ospedaliera. Il resto è mostrato tutto, ora questo ora quello a seconda delle esigenze del copione: slums, barboni, braccianti nomadi e così via. Il contesto e il modo in cui tali topiche sono presentate, però, non permettono allo spettatore di rendersi conto del loro reale significato, della drammatica portata che hanno nella società americana. Il che viene ottenuto suggerendo allo spettatore altre opzioni, rivolgendosi al suo subconscio con ammiccamenti vari. I barboni, ad esempio, se inseriti sullo sfondo per un tocco di "realismo" sono sempre stesi a terra ubriachi o drogati; se sono in piedi e parlano sono dei pazzi o dei mentecatti; lo spettatore così conclude che gli homeless americani sono tutti dei portatori di gravi difetti che si trovano in difficoltà per una qualche loro colpa, o dei malati che preferiscono vivere in una scatola di cartone piuttosto che in un istituto. Se l'homeless del film ha una parte nella vicenda e non gli si attribuiscono colpe specifiche, allora lo è per sua scelta, per via della sua personalità di irriducibile ribelle, come un personaggio di Pian della Tortilla. Questo è anche il caso dei migrant workers, presentati come dei solitari che passano da un ranch all'altro perché così a loro piace; se si portano dietro una famiglia allora sono sempre dei chicanos, immigrati abituati a miserie peggiori. Rarissimo vedere un trailer in un film americano; comunque quando c'è non è mai inserito in un trailer park, è sempre seminuovo e abitato da un single di indole sportiva, o da un criminale. Altre situazioni presentate da Hollywood sembrerebbero a prima vista sicure rivelatrici di una realtà sociale spietata, come ad esempio il caso dell'impiegato che viene licenziato e che diventa homeless. Ma nella vicenda sono sempre inseriti elementi di inverosimiglianza, che inducono lo spettatore a concludere che la situazione non è stata tratta dalla realtà, ma inventata apposta per confezionare una storia e farlo divertire. C'è poi un arma segreta, che risolve ogni situazione: l'immancabile lieto fine di Hollywood. Con il lieto fine si può presentare quasi qualunque dramma: innanzitutto esso rappresenta di per sé un'inverosimiglianza, che ha l'effetto appena detto, e alla peggio lascia nello spettatore l'impressione che la società americana può avere sì delle durezze, può creare delle difficoltà, ma che queste sono sempre temporanee e dopo un po' tutto si risolve per il meglio.

La politica interna americana
Discorso analogo per la politica interna americana. Gli Stati Uniti, ben lungi dall'essere una democrazia, sono una evidentissima oligarchia basata sulla ricchezza. L'establishment oligarchico comprende circa un quarto della popolazione ed esercita la sua dittatura attraverso un sistema elettorale che non pone limiti ai finanziamenti privati e che di fatto esclude dal voto gli strati più poveri della popolazione: alle elezioni statali, dalle quali dipende in concreto la vita dei cittadini (gli USA non sono uno Stato; sono una federazione) non partecipa mai più del 35/40% degli aventi teoricamente diritto, per una serie di ostacoli pratici che sono frapposti, e a quelle presidenziali mai più del 50/55%. Politici e media americani chiamano la loro una One man one vote democracy; il popolino la chiama One dollar one vote. Nel tempo mai meno dell'80% dei componenti del Senato federale è stato costituito da miliardari in persona; analogamente sono in genere gli eletti a cariche federali importanti ed i capi di dipartimenti federali. La politica seguita dall'establishment oligarchico è conforme ai suoi soli interessi e va a detrimento di quelli di larghi strati della popolazione. Questi capiscono la situazione - come no - e vorrebbero protestare, ma non si può perché negli USA c'è la prevenzione e la repressione del dissenso. La prima viene eseguita tramite la Retorica di Stato imposta nelle scuole e ad ogni livello della vita pubblica, e tramite lo stretto controllo del mondo mediale; per la repressione parlano i circa 10.000 detenuti politici che ci sono nelle carceri americane (dove c'è anche qualche straniero, come Silvia Baraldini ad esempio). Tutto avviene all'atto pratico, e tutto all'esatto contrario di quanto e' scritto: la libertà di parola e di espressione garantita dal Quinto Emendamento vale solo per il perfezionamento dello status quo, non certo per metterlo in discussione. Hollywood ha mai prodotto un film che trasmettesse la sensazione di tale stato di cose? Tutt'altro. Il sistema americano è presentato come una vera democrazia, dove la partecipazione popolare è addirittura capillare. Ci sono però evidenti disfunzioni in questa democrazia e Hollywood non fa l'errore di fingere di ignorarle. Si ricorre allora a due capri espiatori fissi: le mancanze personali di qualche personaggio politico, la sua corruzione o ambizione, e lo strapotere di un mondo mediale cinico e irresponsabile (il Quarto potere), che rappresentano entrambi l'elemento umano che ogni tanto guasta un sistema altrimenti perfetto. Prendiamo la storia americana. Inutile cercare nei film di Hollywood una qualche verità completa in merito. La Guerra di Indipendenza del 1776 fu dovuta a contrasti commerciali fra i grandi mercanti del New England ed i grandi latifondisti negrieri del Sud da una parte e la Gran Bretagna dall'altra, ed è tuttora controverso se una maggioranza del popolo coloniale vi fosse favorevole; in effetti, finita la guerra, per evitare ritorsioni circa 100.000 americani si rifugiarono parte in Gran Bretagna e parte in Canada, dove fra l'altro originarono la parte tuttora anglofona del paese. Per Hollywood invece si trattò di una insurrezione per ottenere la libertà, spontanea e costellata di episodi di eroismo popolare (non ve ne fu uno). Per i neri il periodo dello schiavismo, durato nel New England dal 1630 al 1780 e nel Sud dal 1619 al 1865, fu tremendo. Per averne un'idea basta considerare che ai loro schiavi i padroni facevano anche strappare i denti, assai ricercati per le dentiere (nel 1787, a Richmond, per un incisivo si pagavano due ghinee; anche George Washington aveva una dentiera fatta con denti umani). Ma non è questa la situazione presentata da Via col vento, che addirittura suggerisce rapporti idilliaci fra gli schiavi e i loro padroni. Nessun film di Hollywood, inoltre, ha mai dato un'idea della dimensione della tragedia che fu per l'Africa lo schiavismo americano: mentre gli schiavi giunti a una qualche destinazione, che nell'80% dei casi erano appunto gli Stati Uniti, furono sui 3 milioni, nel periodo dello schiavismo la popolazione dell'Africa calò di circa 50 milioni di unità. Anche le persecuzioni cui furono soggetti i neri degli Stati Uniti con la segregazione razziale non sono mai state proposte da Hollywood nel loro vero volto: nel solo anno 1914 furono linciati 1.100 neri negli Stati Uniti, ora qua e ora là, ma trascorsi del genere certamente non emergono in Indovina chi viene a cena?.

Lo sterminio degli Indiani...
Solo una fu la volontà degli americani nei confronti dei "loro indiani": sterminarli. In quella parte dell'America che sono ora gli Stati Uniti gli Indiani erano almeno 5 milioni nel 1630, e ne furono contati 250.000 al censimento generale dell'anno 1900. Inizialmente gli indiani statunitensi, come del resto quelli del continente, furono decimati dalle epidemie che i bianchi si portavano dietro; ma poi furono volontariamente sterminati, come invece nel resto del continente non successe. Ciò si verificò nel lungo arco di tempo che va dal 1634 al 1890. Innanzitutto gli americani, appena si accorsero che gli indiani non resistevano alle epidemie, cominciarono a diffonderle negli accampamenti distribuendo coperte infettate col vaiolo, che raccoglievano nei loro ospedali nel corso delle ricorrenti epidemie (il vaiolo era endemico nelle colonie, ma faceva poche vittime fra i bianchi). Il sistema, inaugurato dai Puritani della Massachusetts Bay Colony dopo il 1630, fu usato qualche volta anche dai governatori inglesi e poi dal Con gresso statunitense sin oltre la metà dell'Ottocento. Quindi ci furono i massacri, che avvennero tutti secondo lo stesso copione: attacchi di sorpresa ad accampamenti eseguiti di norma quando i maschi adulti - i "guerrieri" - erano assenti. Il primo avvenne nel 1634 in Connecticut, quando i Puritani, guidati da John Winthrop, di notte incendiarono un accampamento di Pequot e spararono sugli indiani che uscivano dalle tende, uccidendone circa 700 e vendendo i sopravvissuti come schiavi. L'ultimo fu a Wounded Knee nel 1890, quando il VII reggimento di cavalleria sterminò un intero villaggio nel quale si trovavano 200 persone fra donne, vecchi e bambini, e nessun uomo adulto; le Giacche Blu persero 29 uomini, caduti da cavallo durante la carica. Fra i due, innumerevoli episodi del tutto analoghi. Ma il grosso dello sterminio fu eseguito affamando gli indiani a morte. Ingannati dai trattati (entro il 1880 ne furono conclusi più di 400, nessuno dei quali rispet tato dal vari Congressi e Presidenti), gli indiani finivano in riserve inospitali, dove gli stenti li decimavano. Dal 1850 al 1875 il Congresso fe ce sterminare i bisonti, sui quali soli si so stenevano gli indiani delle praterie centrali: erano sugli 80 milioni nel 1850 e ne furono contati 541 nel 1889, ridotti nel 1911 a due nello zoo di Chicago (tutti gli attuali bisonti di Yellowstone discendono da quei due, un maschio e una femmina). C'erano poi i coloni americani; che dove andavano si liberavano degli Indiani locali avvelenando i pozzi d'acqua e assoldando "uccisori d'indiani" per far aumentare di valore le concessioni acquistate dalle grandi società immobiliari del New England (finito il lavoro, gli "uccisori" si davano in genere al banditismo).

...visto da Hollywood
Come racconta Hollywood questa storia? Come sappiamo, mostrando gli indiani cattivi che attaccano pacifici coloni e dolcissime colone dagli occhi celesti. Era vero, c'erano tali attacchi ed efferatezze, ma il contesto di provocazioni mortali cui erano soggetti gli indiani non è mai intuibile; eppure era il nocciolo della vicenda. Ultimamente Hollywood ha prodotto dei western che hanno fatto pensare ad un suo ripensamento sul ruolo degli indiani, da carnefici a vittime come in effetti erano. Citiamo ad esempio Soldato blu, Un uomo chiamato cavallo, Piccolo grande uomo, Balla coi lupi, più qualche altro. In essi non c'è nessun ripensamento, solo un affinamento della mistificazione, insostenibile ormai nei termini passati. La logica implicita di tali film è che i problemi degli indiani nacquero da equivoci, da incomprensioni fra due popoli così diversi; qualche volta nacquero da singoli americani cattivi, troppo avidi, o anche da singoli indiani o da singole tribù ingiustificatamente bellicose. I massacri sono presentati come episodi, tragici, ma sempre tali. Prendiamo Balla coi lupi. Nella parte centrale dedicata alla vita della pacifica tribù Sioux è obiettivo, ma all'inizio si vedono dei guerrieri Pawnee che uccidono un civile bianco; il che lascia pensare che quei Pawnee avessero riservato la stessa sorte ad altri bianchi, magari delle famiglie di coloni, giustificando così l'intervento massiccio dei soldati nel finale, che inevitabilmente se la prendono anche con i Sioux. In pratica questa mistificazione di Hollywood che potremmo definire dell'ultima generazione è analoga a quella da sempre eseguita in Italia nei fumetti di Tex Willer, dove la colpa è sempre dell'agente della riserva corrotto, del generale ottuso o del "pezzo grosso" di Washington. Per inciso sarebbe interessante sapere se gli autori di Tex abbiano compiuto tale disinformazione intenzionalmente, e se sì spinti da chi e in cambio di che cosa.

Le guerre sante degli USA
La Guerra Civile del 1861-1865 fu dovuta a dissidi sulla politica economica federale fra il grande capitalismo del Nord commerciale e industriale ed il grande latifondismo del Sud agricolo e negriero. Il problema era effettivamente lo schiavismo, ma non per ragioni morali: per ragioni economiche. Hollywood non ha mai messo in dubbio le ragioni morali del conflitto. Venendo alla Prima Guerra Mondiale, gli Stati Uniti vi entrarono per salvare la Balance of Power in Europa, minacciata dagli Imperi Centrali, Balance che era necessaria agli Stati Uniti per continuare a condurre con profitto i loro commerci internazionali. Hollywood - e ricordo qui Il sergente York - presentò certamente la partecipazione americana come un suo volontario e disinteressato contributo alla causa della libertà nel mondo. Analogamente per la Seconda Guerra Mondiale, cui gli Stati Uniti parteciparono ancora per salvare la Balance of Power in Europa minacciata questa volta da Hitler e Mussolini, e in più per salvare il Mercato dell'Oriente minacciato dal Giappone. Non uno degli infiniti film prodotti da Hollywood su questo tema mette in dubbio che la partecipazione americana non fosse dovuta ad un volontario e disinteressato contributo alla causa della libertà nel mondo. Nella Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti introdussero due novità clamorose, due cose mai viste prima nella Storia: la Guerra alle Popolazioni Civili e la Guerra per il Dopoguerra. Entrambe le novità vanno comunemente sotto il nome di Guerra Totale, ma sono due cose distinte. La Guerra alle Popolazioni Civili consiste nel sottoporre il governo della nazione avversa al seguente ricatto: o ti arrendi o io stermino la tua popolazione civile, o almeno cerco di farlo. La Guerra per il Dopoguerra consiste nel portare distruzioni nelle strutture economiche della nazione avversa allo scopo non di diminuire la sua capacità di mantenere le sue forze armate - cosa impossibile da ottenere se queste stesse non sono già state battute sul campo e quindi la guerra già vinta -, ma di rendere la nazione stessa economicamente dipendente nel dopoguerra, e in particolare, se tale era il caso, non più un concorrente commerciale sui mercati internazionali. Entrambi gli obiettivi furono perseguiti dagli Stati Uniti tramite i bombardamenti aerei. Il primo obiettivo fu perseguito tramite il bombardamento a tappeto delle più alte concentrazioni di civili (le città naturalmente, ad esempio Dresda e Tokyo, dove furono uccisi rispettivamente 300.000 e 100.000 civili); contro il Giappone, appena pronte, furono anche usate le bombe nucleari gettate su due delle poche città risparmiate dai bombardamenti convenzionali appunto nella previsione dell'utilizzo della nuova arma. Il secondo obiettivo fu perseguito col bombardamento di industrie di nessuno scopo militare (quelle con uso militare erano difese) e di infrastrutture civili in generale: ponti, ferrovie, dighe, centrali elettriche, acquedotti, fornaci ecc. I massicci bombardamenti convenzionali americani e l'uso delle bombe atomiche sul Giappone furono topiche clamorose della Seconda Guerra Mondiale e non potevano essere ignorati da Hollywood. Ma come li presentò? Non suggerì certo la loro natura strumentale per la Guerra alle Popolazioni Civili e per la Guerra per il Dopoguerra. No: i bombardamenti convenzionali servivano per distruggere qualche importantissima fabbrica di materiale militare, e le perdite civili erano degli incresciosi inconvenienti, mentre le bombe nucleari servivano, quelle si, per chiudere una partita tramite incredibili macellazioni di civili, ma contro un avversario previamente dipinto come disumano. Le guerre di Corea e del Vietnam furono fatte dagli Stati Uniti per salvare il salvabile del Mercato dell'Oriente dopo la perdita della Cina, nonostante tutti gli sforzi diventata comunista nel 1949. Per Hollywood gli Stati Uniti vi parteciparono perché invocati da popoli locali che volevano difendere la loro libertà minacciata dai comunisti disumani. Ma, come successo per gli indiani, le verità che andavano mano a mano rivelandosi su quei conflitti, in particolare del Vietnam, imposero a Hollywood una maggiore sofisticazione. Così dopo i film apologetici dell'intervento statunitense, il cui apice fu raggiunto con Berretti Verdi, cominciarono ad essere realizzati film in qualche modo critici dell'operato statunitense, come Apocalypse Now, Platoon, Il cacciatore e altri. Ma sono film solo apparentemente critici, perché nessuno di loro, mai in nessun caso, mette il dito nella vera piaga: la natura neocoloniale della guerra del Vietnam. Apocalypse Now, addirittura, con l'aria di criticarlo elogia il governo statunitense: i soldati sul campo, esasperati da un avversario difficile, volevano "la bomba" ma lui seppe resistere. I particolari rivelatori continuano naturalmente ad essere omessi. Ad esempio, nessuna rievocazione filmica del massacro di My Lai, avvenuto il 16 marzo 1968 nel Vietnam del Sud, quando la compagnia "Charlie" sterminò i 500 abitanti del villaggio, composti al momento solo da vecchi, donne e bambini (gli uomini erano fuori alla pesca); nessun accenno che i defolianti coi quali fu irrorato un settimo del territorio sud vietnamita, ben lungi dal servire per scoprire i Viet Cong, che infatti stavano sotto terra, servivano invece per distruggere le foreste di alberi della gomma che nella previsione di dover abbandonare il paese - avrebbero fatto concorrenza a quelle possedute in Indonesia da un paio di multinazionali statunitensi del settore (altro mirabile esempio di Guerra per il Dopo guerra). Consideriamo l'America Latina ed il suo miserevole stato: ovunque - ad eccezione di Cuba - governi corrotti o dittatori mentecatti, e miseria, disperazione e degradazione umana nella grande maggioranza della popolazione. Nella storia e anche nell'attualità di ogni paese latinoamericano ci sono stragi incredibili: 400.000 morti in Colombia, seguiti al Bogotazo del 1948; 300.000 morti in El Salvador dal 1960 ad oggi; fra 100.000 ed 1.000.000 di morti in Brasile negli anni seguenti al colpo di Stato del 1964; 100.000 morti in Guatemala dal 1980 al 1988; 50.000 morti in Nicaragua nello stesso periodo; 30.000 morti in Cile seguenti al golpe del 1973; e cose analoghe dalle altre parti, in Argentina, Uruguay, Bolivia, Perù ecc. E questo perché i paesi dell'America Latina sono delle colonie di fatto degli Stati Uniti, che per avervi dei governi succubi come si vuole ai desideri delle loro multinazionali creano colpi di Stato e ricorrenti repressioni. Come racconta la storia Hollywood? La racconta con il film Il dittatore dello stato libero di Bananas, che nel fare la parodia delle dittature latinoamericane suggerisce che siano dovute unicamente all'indole dei locali, gente buffonesca, ma stupida e violenta.

La politica estera americana
Il che introduce l'argomento dell'uso della CIA fatto dalla politica estera americana. Tutti sanno che la CIA è responsabile di varie nefandezze nel mondo: ogni tanto un colpo di Stato, ogni tanto l'omicidio di una personalità politica estera, e così via. Com'è ovvio, la CIA non prende iniziative di tale portata da sola: necessità dell'ordine o dell'approvazione sia del Congresso che del Presidente, i responsabili della politica estera del paese. Come presentano la cosa i film americani sull'argomento? Immancabilmente le nefandezze della CIA sono il frutto di sue "deviazioni", o quantomeno dell'eccesso di zelo dei suoi dirigenti e agenti; Congresso e Presidente non sono mai chiamati in causa, non sapevano mai niente. Tale è dunque la situazione: Hollywood falsifica la realtà americana in alcuni suoi aspetti sensibili, sia del passato che del presente. Non vi sono dubbi che la prassi sia intenzionale. Ciò si deduce prima di tutto dalla sistematicità e coerenza della falsificazione: non un film di Hollywood fa eccezione a quanto detto sopra. Quindi si può notare che Hollywood non è certamente all'oscuro della verità sui vari argomenti. Per quanto riguarda la società americana è sotto i suoi occhi; ci vive dentro e la conosce perfettamente. Negli Stati Uniti la corretta interpretazione delle varie topiche della storia americana è perfettamente nota a scrittori, registi, sceneggiatori, consulenti vari: gli artefici dei film di Hollywood. L'interpretazione sopra esposta della Guerra di Indipendenza e della Guerra Civile non è mia, ma di Charles Austin Beard (1874-1948), il più grande storico americano, che la dimostrò in vari libri a partire dal 1913 (An Economic Interpretation of the Constitution, The Rise of American Civilization, The Economic Basis of Politics e altri ancora), tutti libri conosciutissimi dall'intellighenzia statunitense e la cui veridicità non è messa in dubbio. La vera situazione degli schiavi neri è descritta in molti libri statunitensi, così come la dimensione della tragedia dello schiavismo per l'Africa (Native American Htstorical Demography è in ogni biblioteca). Lo stesso vale per la storia degli indiani: negli Stati Uniti il primo libro che raccontava la verità, A Century of Dishonor della Jackson, fu addirittura pubblicato nel 1881, e seguito da moltissimi altri - Bury my heart at Wounded Knee di Dee Brown, pubblicato nel 1971, è conosciutissimo in Europa, e logicamente ancora di più negli States. La storia del Texas e dei suoi schiavi è nei libri per le scuole medie così come raccontata sopra, tranne che per i mercenari e la figura di Davie Crockett, la verità sui quali è comunque nella biblioteca di qualunque Junior College. Meno pubblicizzati negli Stati Uniti sono i motivi della partecipazione alle due guerre mondiali e la natura coloniale delle guerre di Corea e del Vietnam: si tratta dell'attualità della politica estera americana, si tratta di american foreign policy in the making,, ed i suoi scopi sono tenuti nascosti al grande pubblico. Ma anche qui la verità è perfettamente intuibile per l'stablishment statunitense, ed in particolare per la sua intellighenzia, che tale politica estera concorre, nella pratica, a formulare. La vera natura dei bombardamenti aerei strategici della Seconda Guerra Mondiale è di sicuro un tabù negli USA; alcuni libri sull'argomento consentono però di farsene un'idea abbastanza precisa, e potrei citare Wings of Judgement di Ronald Schaeffer del 1985 e A History of Strategic Bombing di Lee Kenneth del 1982. Lo stesso si può dire delle responsabilità statunitensi in America Latina, dove la letteratura in merito è abbondantissima negli Stati Uniti, e per citare solo i più illuminanti vedi Cry of the People. United States Involvement in the Rise of Fascism, Torture, and Murder and the Persecutiont of the Catholic Church in Latin America di Penny Lernoux del 1980, American Neo-Colonialism di William Po meroy del 1970, An American Company. The Tragedy of United Fruits di Thomas McCann del 1976, Silent Missions di Vernon Walters del 1978, The Morass. United States Intervention in Central America di Richard White del 1984, US Policy Toward Latin America di Harold Molineau del 1986. Una analoga abbondanza si trova sull'argomento CIA e operazioni segrete varie, dove la verità della situazione non è poi tanto fra le righe. Sull'argomento ha scritto anche un importante agente della CIA pentito, Philip Agee, che nel 1975 pubblicò negli Stati Uniti Inside the Company. CIA Diary e poi riparò all'estero. Anche Victor Marchetti, un (ex?) agente della CIA piuttosto noto in Italia, ha scritto delle verità sulla Compagnia; ad esempio, in The CIA and the Cult of Intelligence del 1974 ha scritto a pag. 6 che i Presidenti americani "are always aware of, generally approve of, and often initiate the CIA's major undertakings" ("sono sempre stati consapevoli e generalmente hanno approvato e in più di un caso addirittura promosso le maggiori imprese della CIA"). I colpi di Stato e gli omicidi politici sono certamente dei major undertakings.

Il fascino indiscreto della disinformazione
Non rimane che chiedersi perché Hollywood faccia tanta disinformazione mirata sul proprio paese: chi glielo fa fare, e cosa ci guadagna? La risposta non è difficile, anche se richiede delle premesse, come sempre purtroppo quando si tratta degli Stati Uniti, questi sconosciuti. Si è già accennato all'organizzazione interna degli Stati Uniti, al dominio dell'establishment oligarchico ed alle sue esigenze di prevenzione del dissenso, prevenzione attuata essenzialmente tramite lo stretto controllo del mondo mediale. Hollywood è fuor dl dubbio l'elemento più importante di tale mondo assieme alla carta stampata ed al notiziari televisivi e radiofonici. Ecco che Hollywood deve confezionare prodotti politically and culturally correct, e cioè di regime, proprio come fanno la carta stampata ed i notiziari televisivi e radiofonici americani. Ma la massima importanza di Hollywood è in politica estera. La politica estera americana è elaborata dallo stesso establishment mercantile che comanda nel paese e non fa che proiettare all'estero gli scopi che quello ha all'interno: arricchire sempre più. Per questo la politica estera americana ha sempre seguito, sin dalla fondazione dell'Unione, il seguente unico criterio, o logica di comportamento: mettere a disposizione le sue risorse - diplomatiche e militari - per agevolare le imprese economiche all'estero di quelle entità private americane - società o anche singoli operatori, entrambi membri per definizione dell'establish ment mercantile - che vi si dedicano. Naturalmente c'è anche l'esigenza della difesa nazionale, ma questa, vista la geografia, è sempre stata del tutto secondaria. In pratica con gli Stati Uniti abbiamo una classe mercantile dalla psicologia speciale che si è completamente impadronita di un paese e che ne adopera i grandi mezzi umani e materiali per ricercare opportunità di arricchimento in tutto il resto del mondo, ovunque le trovi. Si capiscono meglio gli Stati Uniti, nei loro rapporti con gli altri paesi, se li si pensa non alla stregua di un paese fra i tanti, ma come una impresa commerciale privata; privata ma grandissima, con enormi risorse umane e materiali a disposizione; privata ma con un potente esercito mercenario agli ordini, e con nessun tribunale cui dover rendere conto.

Il vero volto degli USA
Questo, e niente altro, sono gli Stati Uniti d'America. Ciò si dimostrò sin da subito nelle relazioni estere del paese, e cosi rimase sempre. I mercanti del New England scatenarono la rivolta del 1776 contro la madrepatria inglese quando questa scoprì il suo gioco di voler lasciare alla East India Company di Londra il monopolio del commercio con la Cina. Quindi la neonata federazione combatté la su prima guerra, quella del 1812 sempre contro la Gran Bretagna, con l'obiettivo di scalzarla dai Grandi Laghi canadesi, la zona che forniva quelle pellicce che erano la merce di scambio più ambita dai cinesi, e quindi da John Jacob Astor, il proprietario della American Fur Company. L'intera Conquista del West fu eseguita giusto per raggiungere il Pacifico ed suoi porti, dai quali i grandi mercanti del New England avrebbero potuto commerciare con l'Oriente; anche le Hawaii e le Filippine furono prese allo stesso scopo, così come allo stesso scopo era stata acquistata l'Alaska. Cuba fu presa nel 1898 per garantire lo sfruttamento delle piantagioni di canna da zucchero che vi avevano acquistato alcune multinazionali e alcuni singoli americani. Per analoghi motivi si iniziarono a sovvertire in quegli anni i paesi dell'America Centrale: le multinazionali statunitensi della frutta, fra le quali particolarmente attiva la United Fruits (poi United Brands), volevano procurarsi in loco e praticamente per niente, grandi piantagioni e chiesero al loro governo di Washington di sostituire i governi regolari con altri più condiscendenti. Detto e fatto. Poi vollero che la mano d'opera locale fosse ancora più a buon mercato ed ottennero governi ancora più condiscendenti, formati da dittatori mentecatti alla Anastasio Somoza che per garantire a se stessi e a qualche loro accolito un buon conto in banca a Miami consegnavano la loro popolazione alla macellazione degli statunitensi: infatti ogni tanto si verificavano scioperi nelle piantagioni, e la multinazionale proprietaria mandava marines e green berets a mitragliare i peones con gli elicotteri (proprio così, più e più volte, è capitato nelle piantagioni della United Fruits in Guatemala, e da altre parti; capita ancora, certo, ed i mitragliamenti sono eseguiti dalla Delta Force e dagli Air Commandos dislocati alla Eglin Air Force Base in Florida). Più tardi motivi analoghi portarono alla sovversione dell'America del Sud: con il colpo di Stato in Brasile del 1964, nel giro di due an ni le multinazionali statunitensi si appropriarono della metà delle industrie brasiliane (una volta in pensione il gen. Do Couto y Silva, amico di Castelo Branco, fu assunto dalla Dow Chemical come direttore della filiale brasiliana); il colpo di Stato in Cile del 1973 fu voluto da un pool di multinazionali statunitensi operanti nel paese, specialmente nel settore del rame; e così via. Stessi scopi e stessi sistemi per la "politica estera" statunitense in altri luoghi del mondo, in pratica ovunque poté: in Africa, nel Medioriente, nel Pacific Market (segnatamente nelle Filippine, in Indonesia, nella Corea del Sud, a Taiwan e in Indocina, dove però alla fine andò male). Il motivo del grande attivismo della politica estera americana, della sua presenza in ogni luogo del mondo, anche il più remoto, il suo intromettersi in ogni bega locale, in ogni controversia, in ogni conflitto anche il più lontano dai propri confini e quindi anche il più assolutamente ininfluente sulla propria "sicurezza nazionale", è il fatto che tale politica segue gli interessi dei propri imprenditori privati, e questi ultimi vanno dappertutto nel mondo, a rivoltare ogni sasso per vedere se sotto c'è qualcosa da prendere. Tale logica vale per tutti, non solo per gli sprovveduti del Terzo Mondo: gli americani non hanno timori reverenziali né un rispetto particolare per nessuno, tantomeno per gli europei. In Europa gli sconfitti furono mantenuti nel recinto col Piano Marshall, che era la soluzione più economica per mantenerne il controllo, e poi furono spremuti per quanto si poteva: ancora oggi, dopo più di mezzo secolo, Germania e Italia non possono praticamente costruire aerei, né da guerra né civili, perché li devono comprare dalle industrie americane, e lo stesso vale per altri settori "strategici", mentre ancora non possono esportare certe merci negli States e ne devono di là importare a forza altre. Ancora questi due paesi non hanno il coraggio di presentare alle rispettive popolazioni i veri dati delle loro relazioni economiche con gli Stati Uniti. Ancora di più questo vale per il Giappone. Come già accennato, anche le due guerre mondiali furono fatte dagli Stati Uniti per agevolare le loro aziende con interessi all'estero: si doveva impedire la formazione di un Blocco europeo continentale, che sarebbe stato troppo forte militarmente ed avrebbe dominato i mercati internazionali escludendo tutti gli altri, in primis le multinazionali statunitensi; nella Seconda Guerra Mondiale era pressante l'esigenza delle aziende statunitensi di non essere escluse dal mercato della Cina, occupata militarmente dal Giappone nel 1937. Anche la Guerra Fredda con l'URSS del 1945-1989 era, in ultima analisi, fatta solo per le aziende americane con interessi all'estero: la scusa del contenimento del comunismo serviva per controllare e cambiare governi un po' dappertutto allo scopo di renderli più accondiscendenti con le esigenze delle medesime. In effetti, con la Guerra Fredda l'impero neocoloniale americano raggiunse la massima espansione della sua storia: in quel periodo fu completato l'asservimento dell'America Latina e vi furono aggiunti quelli di mezza Africa, di mezzo Medioriente, dl quasi tutti i paesi del Pacific Market.

USA cancro del pianeta?
Non rimane che notare come tale politica estera americana non sia affatto indolore per il mondo. Ci sono sfruttamenti economici, risorse portate via ai legittimi proprietari, che rimangono così impoveriti con tutte le conseguenze del caso. Ad esempio con la vita media più corta, con tanti anni che avrebbero potuto essere vissuti e che invece non lo sono stati perché il paese è drenato dalle aziende statunitensi. Quindi c'è da dire che un governo filo-americano, e cioè filo-multinazionali statunitensi, non nasce spontaneamente in un paese, perché per definizione contrario ai suoi interessi: deve essere creato artificiosamente, influenzando elezioni, corrompendo elementi chiave, provocando colpi di Stato; e spesso per certi periodi deve essere mantenuto a forza con la repressione poliziesca e militare, con gli Squadroni della Morte. Ci sono quindi stragi e ammazzamenti dappertutto, laddove quelli accennati prima per l'America Latina non sono che una frazione (si pensi al colpo di Stato del 1965 in Indonesia, che portò alla sostituzione di Sukarno col più conciliante Suharto e provocò un numero impressionante dl morti: da cinquecentomila a un milione, a seconda delle fonti; ora le stragi sono ancora in corso a Timor, dopo i 700.000 morti del 1976). Questa, e niente altro, è la politica estera statunitense. In parole povere, con l'operato degli Stati Uniti si sta assistendo al tentativo di un paese di soggiogare l'intero mondo ai suoi desideri, che ora sono economici ma che un domani potrebbero ampliarsi, prospettiva ben poco rassicurante. Si tratta di una politica che va a detrimento degli interessi di tutti gli altri e che è anche pericolosa per il mondo, in verità micidiale. Non può essere dichiarata, eseguita alla luce del sole: se la gente la capisse, vi resisterebbe, e portarla avanti sarebbe troppo costoso per gli Stati Uniti, probabilmente impossibile. Ecco che gli Stati Uniti hanno l'esigenza di nascondere tale politica, facendo credere che la loro politica sia realtà un'altra. Questa politica estera finta, facciata, è quella ben nota e ufficiale degli Stati Uniti, che essi dichiarano ad ogni passo ed in ogni occasione: la difesa della democrazia e della libertà nel mondo. Ciò implica di dover eseguire a monte un altro camuffamento, quello sulla vera natura degli Stati Uniti, come società e come storia: chi crederebbe ad una politica estera mirante a difendere democrazia e libertà nel mondo da parte di paese che la democrazia e la libertà non le ha mai viste e che ha una storia come quella cui si è accennato sopra? Bisogna sostenere, invece, che gli Stati Uniti sono una democrazia genuina, pure se con qualche pecca forse nel passato (mai nel presente); che tutti gli americani hanno facile opportunità di raggiungere l'agiatezza; dove i fallimenti dipendono solo da rare e inescusabili debolezze personali; che gli americani sono ingenui e che se fanno qualche errore, magari in politica estera con qualche strage di troppo, lo fanno per stupidità; che la storia americana è un sentiero cosparso di candore e buone intenzioni: una guerra di indipendenza dal tiranno Giorgio III; una guerra nel 1812 contro lo stesso problema; una Conquista del West per fare un po' di spazio a quei poveri emigranti provenienti dall'Europa; una guerra civile con quasi 500.000 morti fatta solo per ragioni morali, per togliere ad una parte della popolazione un cattivo vizio datogli dalla Corona inglese; una conquista delle Hawaii per portare la civiltà, e idem per le Filippine; una conquista di Cuba per liberarla dal giogo coloniale spagnolo; una intromissione - un po' pesante, è vero - in America Latina per aiutare quegli sprovveduti a governarsi; due guerre mondiali fatte contro i propri interessi, solo per difendere la democrazia in casa d'altri; qualche centinaio di colpi di stato che purtroppo si dovettero fare a partire dal 1945 per evitare che poveri e buoni popoli cadessero vittime del comunismo; qualche guerra con qualche milione di morti che purtroppo si dovette fare sempre dopo il 1945 per lo stesso motivo; e così via. Ecco creata la ben nota Retorica di Stato americana. Essa è, appunto, ben nota perché è propagandata con straordinari mezzi e intensità in tutto il mondo. Il compito non è affidato all'improvvisazione di qualche benintenzionato: c'è un'Agenzia federale apposita, che si occupa statutariamente solo di questo, l'USIA. L'United States Information Agency è stata creata nel 1953 con lo scopo dl "Influenzare le attitudini e le opinioni del pubblico estero in modo da favorire le politiche degli Stati Uniti d'America.., e di descrivere l'America e gli obiettivi e le politiche americane ai popoli di altre nazioni in modo da generare comprensione, rispetto e, per quanto possibile, identificazione con le proprie legittime aspirazioni". In parole povere propaganda, solo propaganda, niente altro che propaganda: l'USIA ha il compito di diffondere all'estero l'immagine che si vuole degli Stati Uniti, proprio quella della Retorica di Stato sopra delineata, all'unico e solo scopo di mascherare la vera politica estera del paese. La sede centrale dell'USIA, che dipende dal Segretario di Stato e cioè dal Ministero degli Esteri, è ora al 301 IV South West Street di Washington ed il suo attuale direttore si chiama Joseph Duffey. E un'Agenzia federale pubblica nell'esistenza, ma segreta nell'operatività, esattamente come la CIA. Attualmente può contare su un budget che si aggira intorno ai 3 bilioni di dollari ed impiega sui 30.000 (trentamila) dipendenti, che gestiscono più di 300 centrali operative in più di cento paesi. L'USIA possiede suoi mezzi di informazione sparsi per il mondo, alcune centinaia tra riviste, giornali, fumetti, case discografiche, emittenti televisive locali, stazioni radio (sua è la VOA, Voice of America) e così via con i media. Il principale, strumento di lavoro dell'USIA è però il controllo del mondo mediale statunitense e dei suoi prodotti, perché questi poi vanno a finire in tutto il mondo, influenzando in modo decisivo l'opinione che all'estero ci si fa degli Stati Uniti.

Propaganda di Stato
Ora possiamo finalmente tornare a Hollywood. I suoi film, esportati in tutto il mondo, hanno una straordinaria importanza nel determinare l'immagine che all'estero ci si fa degli Stati Uniti; anzi, nella grandissima maggioranza dei casi, essi sono l'unico mezzo con cui la gente nel mondo si forma tale immagine. Hollywood quindi non poteva essere lasciata libera di creare i suoi prodotti, seguendo solo una logica di mercato: doveva essere guidata, portata a conciliare tali esigenze con quelle della propaganda governativa. L'asservimento di Hollywood alle esigenze della propaganda di Stato americana è una storia documentata. Agli inizi Hollywood crebbe in pace e autonomia: non si aveva ancora idea della sua formidabile importanza politica. Essa iniziò ad attrarre l'attenzione dell'establishment negli anni Trenta, quando produsse alcune pellicole di contenuto "sociale", in linea con la politica apparente del New Deal del presidente Roosevelt ("apparente" perché in realtà Roosevelt non aveva alcuna intenzione riformistica; voleva solo salvare il regime oligarchico da una rivoluzione dovuta all'eccesso di miseria portato dalla Grande Depressione del 1929, ma, né fu scoperto dagli intellettuali, né fu capito dal grosso dell' establishment: era troppo astuto per entrambi). La tendenza fu acuita dall'arrivo negli Stati Uniti a partire dal 1936, e in particolare a Hollywood, California, di molti intellettuali tedeschi "progressisti" che fuggivano dal nazismo, come Bertolt Brecht, Thomas Mann, Erich Fromm, Theodor Adorno, Herbert Marcuse, Hans Eisler, Fritz Lang, Billy Wilder e vari altri. In questo periodo la Frontier Film, per la quale lavorava anche il regista Elia Kazan, produsse dei documentari fortemente caratterizzati sul piano sociale, come The Plow that Broke the Plaints e The River di Pare Lorentz, che insospettirono l'establishment, mentre Blockade di William Dieterle del 1938, Grapes of Wrath di John Ford del 1939 e Man Hunt dl Fritz Lang del 1941 suscitarono aperte proteste in ambienti politici. Ma poi ci fu la guerra. Durante la guerra Hollywood partecipò massicciamente allo sforzo propagandistico del governo; vi si impegnarono, in genere con documentari, registi come Capra, Ford, Huston, Wyler, e furono prodotti film come Pride of the Marines, Mission to Moscow, Sahara, Action in the North Atlantic, Song of Russia., Tender Comrade, Hitler's Children, Thirty Seconds Over Tokio. Ciò rese benemerenze a Hollywood, anche se Edgar J. Hoover immediatamente protestò per Mission to Moscow, ma anche dimostrò in pieno la sua tremenda potenzialità politica, la sua capacità unica di influenzare il pubblico mondiale. In più nell'immediato dopoguerra, accoppiando l'esperienza fatta nei documentari di guerra con l'esempio del cinema neo-realista italiano (Roma città aperta, Ladri di biciclette, Paisa' ecc.), Hollywood produsse molti film sul tipo neo-realista, e di impegno e denuncia sociale, che ebbero un grande successo di pubblico sia negli Stati Uniti che all'estero; alcuni esempi sono The Best Years of our Lives di William Wyler, Crossfire di Edward Dmytryk, Lost Weekend di Billy Wilder, Snake Pit di Anatole Litvak, Kiss of Death di Henry Hathaway, Bru te Force di Jules Dassin, Smash-up di Stuart Heisler, Gentleman's Agreement di Elia Kazan, tutti usciti fra il 1945 e il 1947. Non erano film politici e tantomeno di propaganda politica; trattavano temi reali di gente reale: problemi di reinserimento per reduci, odio razziale, situazioni carcerarie, malattie psichiatriche. Erano realisti, raccontavano la società - americana - così com'era. Ma era proprio questo il problema: Hollywood andava assolutamente posta sotto controllo, non doveva più produrre film del genere. Ormai si era anche chiarito come bisognava procedere. La legislazione americana scritta garantiva - come ancora certamente garantisce - la libertà di parola e di espressione. Non si poteva istituire un ufficio centralizzato governativo di censura cinematografica, un Minculpop. Bisognava fare capire a Hollywood come si desiderava che si comportasse, trovare in quest'ottica una scusa emblematica per tormentarla sino ad ottenere la sua completa e volontaria, democratica, sudditanza. Dai numerosi e sempre meno timidi tentativi fatti a partire dal 1930 si era capito che tale scusa poteva essere l'esigenza di scoprire i comunisti che lavoravano in un'industria così sensibile come Hollywood. In realtà non si dovevano colpire i comunisti di Hollywood, o almeno non loro in primis. Questi erano pochissimi, solo qualche sceneggiatore come Dalton Trumbo e Paul Jarrico, qualche scrittore di testi come John Lawson e Albert Maltz, qualche regista come Robert Rossen e Herbert Biberman e qualche attore come Howard Da Silva e Anne Revere, e non avevano quasi influenza alcuna sui film prodotti. E poi erano dei comunisti all'acqua di rose, entravano e uscivano dal partito a seconda se piaceva o no l'ultima mossa internazionale dell'URSS; tranne che nel caso di Lawson non erano affatto degli attivisti, ma giusto dei simpatizzanti a parole e solo in certi periodi. Si dovevano colpire i molto più numerosi e determinanti progressisti, o liberali, elementi che senza essere affatto comunisti erano però sensibili a istanze o argomenti sociali, o erano semplicemente intelligenti, e che avevano sia la tendenza che la capacità di influenzare, di conseguenza, i lavori cui partecipavano. Soprattutto, e naturalmente, si dovevano convincere i produttori ad eliminare pellicole di un certo tipo, anche se economicamente remunerative.

Dissenso a stelle e strisce
Ad occuparsi della cosa non poteva essere altro che la commissione parlamentare chiamata House Committee on Un-American Activities (HUAC). Tale era il nome infine dato nel 1938 a varie commissioni parlamentari istituite a partire dal 1930 allo scopo di vigilare sul dissenso politico interno (definito "attività non tipicamente americana"), anche se il suo compito ufficiale era di raccogliere dati per aiutare la formulazione di nuove leggi. Già nel 1936 (in pieno New Deal rooseveltiano...) queste commissioni avevano innescato il fenomeno del blacklisting a Hollywood, e cioè l'esclusione pratica dal lavoro di elementi ritenuti nocivi agli interessi dell'establishment oligarchico. Quindi nel 1940 l'HUAC aveva già convocato a Washington, per interrogarli sulle loro idee politiche, ventidue esponenti di Hollywood fra i quali figuravano Fredric March, Humphrey Bogart, James Cagney, Jean Muir e Louise Rainer. La guerra aveva imposto la sospensione delle indagini, anche se Hollywood non fu affatto dimenticata: in pieno 1943 il Congresso, tramite il meccanismo dei fondi, bloccò il settore documentari di guerra dell'Office of War Information perché vi erano confluiti elementi della Frontier Film. Nel 1947 dunque l'HUAC, presieduta da J. Parnell Thomas e fra i cui membri figurava il giovane parlamentare Richard Nixon, iniziò una serie di udienze pubbliche e pubblicizzate, ufficialmente allo scopo di appurare il grado di infiltrazione comunista a Hollywood. In realtà l'obiettivo era di indurre i soggetti decisionali di Hollywood - in breve i produttori - a creare solo film adatti alla politica governativa americana, sia interna che soprattutto estera (già Nixon si era chiesto che effetto avrebbe avuto Grape of Wrath sugli yugoslavi). Nelle intenzioni dell'HUAC, e secondo le esperienze del 1936, si sarebbe dovuto arrivare a questo tramite la creazione da parte dei produttori di liste nere, che sarebbero servite per escludere da Hollywood tutti i soggetti, di ogni livello, non disposti a seguire fedelmente nel loro lavoro la Retorica di Stato ufficiale. Come ulteriore avvertimento trasversale le banche di New York che finanziavano i produttori di Hollywood strinsero il credito, mentre la Corte Suprema minava l'indipendenza economica dei medesimi stabilendo che essi non potevano possedere anche le sale di proiezione, cioè vendere direttamente al pubblico il loro prodotto chiudendo il cerchio. Una parte del personale di Hollywood reagì all'apertura delle udienze creando il Committee for the First Amendment (il Primo Emendamento stabilisce la libertà di espressione), del quale fra gli altri facevano parte i registi John Huston, William Wyler, John Ford, Billy Wilder, Elia Kazan e George Stevens, gli attori Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Gregory Peck, Danny Kaye, Gene Kelly, Kirk Douglas, Henry Fonda, Burt Lancaster, Edward G. Robinson, Katharine Hepburn, Myrna Loy, Rita Hayworth e Marsha Hunt, i musicisti Benny Goodman e Leonard Bernstein. Ma la maggioranza degli operatori di Hollywood, produttori come Jack Warner, David Selznick, Samuel Goldwyn e Louis Mayer in testa, aveva capito che avrebbe dovuto accettare la prassi dell'auto censura politica e culturale. La scrittrice di testi cinematografici Ayn Rand per dimostrare quanto bene avesse capito, compilò e pubblicò anche un manuale di autocensura per Hollywood, intitolato Guida dello schermo per Americani, che conteneva fra gli altri i seguenti principi: "Non insultare il Sistema della Libera Impresa", "Non deificare l'Uomo Comune", "Non glorificare il Collettivo", "Non glorificare il Fallimento", "Non insultare il Successo", "Non insultare gli Industriali". La guida sarà poi incorporata dall'USIA nei suoi manuali interni. Il risultato delle audizioni fu esattamente quello previsto. Dopo pochi interrogatori, dove chi si rifiutava di rispondere in virtù della protezione del Primo Emendamento veniva deferito per oltraggio al Congresso, e chi rispondeva citando il medesimo veniva tacitato o trascinato fuori dall'aula a forza, mentre ogni tempo e riguardo era concesso a chi accusava altri, con la cosiddetta Dichiarazione del Waldorf Astoria del 26 novembre 1947 i produttori accettarono di "ripulire" l'ambiente loro stessi tramite liste nere, e le sedute dell'HUAC furono immediatamente interrotte, senza neanche terminare l'audizione di tutti i convocati. Dieci degli interrogati - Bessie, Biberman, Cole, Dmytryk, Lardner, Lawson, Maltz, Ornitz, Scott e Trumbo, tutti sceneggiatori e registi - furono condannati ad un anno di carcere per "oltraggio al Congresso", condanna confermata dalla Corte Suprema e poi scontata. Nessun'altra accusa si era potuta trovare nei loro confronti, come di nessun altro del resto, né di essere dei sovversivi né di avere neanche mai inserito della propaganda comunista nei loro lavori. Fra i primi interrogati c'era stato Bertolt Brecht (L'opera da tre soldi), che per Hollywood aveva scritto Hangmen Also Die (Anche i boia muoiono di Fritz Lang, uscito nel 1943). Fuggendo dal nazismo aveva cercato la libertà negli... Stati Uniti. Subito dopo l'interrogatorio, nel quale aveva detto di non essere mai stato iscritto al partito comunista e di mettere nei suoi lavori giusto le sue opinioni, tornò in Germania. Le liste nere funzionarono. L'HUAC non commise l'errore di compilarle; disse solo che erano necessarie, aumentando il terrore con l'incertezza. Comparvero così materialmente, ancora non si sa per opera di chi, delle liste gonfie a dismisura di nomi di sceneggiatori, registi, scrittori, attori, musicisti, tecnici ecc., che erano ricavate, sembra, da articoli di giornale, dai resoconti dell'HUAC, dai titoli di testa di certi film e da dicerie, e che - continuamente aggiornate - servivano ai produttori ed ai datori di lavoro in generale di Hollywood per sapere chi tenere alla larga. Alcuni elementi continuarono a lavorare in nero, e a paga dimezzata; altri utilizzarono prestanome o pseudonimi; la maggioranza non poté più lavorare nell'industria cinematografica per molti anni, anche per sempre. Il danno maggiore agli elementi sulla lista nera ed alle loro famiglie, quando le avevano, era fatto dalla gente comune, dai vicini e dai conoscenti: erano oramai additati come sovversivi, traditori, nemici di quella società, e tutti giravano loro le spalle, quando non li infastidivano attivamente o non se la prendevano coi loro figli a scuola. Ad alimentare in modo quasi ufficiale queste hate campaigns c'erano una quantità di associazioni dei più vari generi e qualifiche, tutte però "ultra americane". Fra queste ne spiccava una a livello nazionale, la American Legion, forte di quasi tre milioni di iscritti e di un milione di simpatizzanti, con più di 17.000 sedi sparse nel paese: si occupava di tenere vivo il risentimento nei confronti dei "devianti" di Hollywood e picchettava anche gli ingressi dei cinema in cui si proiettava un film all'indice, o nei cui titoli di coda compariva un personaggio della lista nera.

La normalizzazione funziona
Per Hollywood fu sufficiente. L'unico film a contenuto sociale prodotto negli Stati Uniti dopo il 1947, del tipo mettiamo di Grape of Wrath, fu The Salt of the Earth (Il sale della terra di Herbert Biberman), girato nel 1951 fuori da Hollywood. Trattava dello sciopero di una piccola comunità di minatori del Nuovo Messico. Per produrlo Biberman, Scott e Jarrico avevano creato una compagnia di produzione indipendente ed il film era stato realizzato in un clima di terrore (ci furono spari contro la troupe) e terminato fra mille difficoltà: i laboratori non volevano sviluppare la pellicola, le ditte non consegnavano l'attrezzatura per il sonoro, la musica fu registrata con un sotterfugio, il montaggio fu eseguito di nascosto. Alla fine le poche sale che accettarono di proiettarlo furono picchettate dall'American Legion e negli States il film non fu neanche visto. A partire dal 1947 non solo scomparvero da Hollywood i film a contenuto sociale: anche in tutti gli altri film fu tolto qualunque riferimento alla classe operaia ed ai suoi luoghi di lavoro, le fabbriche. Si può esaminare l'intera produzione di Hollywood post-1947 sino all'ultimo fotogramma dell'ultimo film, ma una catena di montaggio o anche solo l'interno di una fabbrica non si vede. Eppure negli USA ci sono. Alla fine del 1949 giunse notizia che la Russia aveva costruito il suo primo ordigno nucleare. L'establishment americano si infuriò: in realtà accusava il governo di non aver portato prima un attacco nucleare alla Russia. L'attacco non era stato portato perché, nonostante tutti gli sforzi fatti su quel piano, non sarebbe stato decisivo e nella guerra generale che sarebbe seguita gli Stati Uniti avrebbero perso. Ma questo erano in pochi a saperlo: l'establishment pensava che la colpa fosse dei troppi "comunisti" che si erano "infiltrati" nel governo e nelle Agenzie governative, nelle scuole, nei media, dappertutto. Iniziava, a farla breve, l'Era McCarthy, che sarebbe durata sino al 1960 e che avrebbe visto il senatore Joseph McCarthy guidare sino al 1956 le inchieste dell'HUAC in ogni settore alla ricerca dei "comunisti". Hollywood non fu risparmiata, benché avesse "già dato", ma ogni tanto rivisitata per tutto il periodo. Nel 1951 furono convocati a testimoniare un centinaio di operatori di Hollywood, ed in base alle dichiarazioni di alcuni di loro, e segnatamente i "pentiti" Elia Kazan e Edward Dmytryk, fra il 1952 e il 1953 l'HUAC segnalò espressamente 324 nominativi da aggiungere sulla lista nera, fra cui lo scrittore Dashiell Hammett, il regista Joseph Losey, gli attori Howard Da Silva, Zero Mostel, Lionel Stander, Anne Revere, John Garfield. Hammett fu poi incarcerato per un anno per non aver voluto rispondere alle domande della Commissione (rispose solo quando gli chiesero se riconosceva la sigla "D.H." in calce a un documento: "I can answer that", disse Hammett, "Two letters of the alphabet" - "a questo so rispondere, sono due lettere dell'alfabeto"). Garfield morì per lo stress, come del resto accadde agli altri attori Edward Bromberg, Gordon Kahn, Canada Lee e Mady Christians, mentre Philip Loeb e Madelyne Drnytryk, moglie di Edward, si uccisero al pari di vari personaggi diciamo minori. A partire dal 1953 il compito di forgiare l'immagine degli Stati Uniti nel mondo venne affidato, come s'è visto, all'USIA. Questa Agenzia funzionò da consulente all'HUAC, le cui incursioni ad Hollywood divennero più competenti, e quindi più mirate, più chirurgiche e anche più rare. A partire da quella data, quindi, le convocazioni dell'HUAC per Hollywood riguardarono di tanto in tanto singoli personaggi, in genere eccellenti, o gruppetti di persone collegate in qualche modo logico. In questo contesto più "scientifico" incapparono ad esempio il commediografo Arthur Miller, condannato ad un anno di carcere per essersi rifiutato di rispondere, e l'attore Charles Chaplin, che riparò in Europa (già nel 1947 il Senatore Rankin aveva chiesto l'espulsione di "Charlot", che era inglese, ed il bando di tutti i suoi film - Luci detta ribalta, Tempi moderni ecc. - dal territorio statunitense). Chaplin fu seguito in Europa da diversi altri, ad esempio i registi Orson Welles, John Huston, Joseph Losey e Jules Dassin e gli sceneggiatori Carl Foreman, Ben Barzman, Paul Jarrico e Michael Wilson. Preoccupato che troppi scontenti andassero all'estero, a raccontare poi delle verità scomode sulla realtà statunitense, nel 1956 il governo ritirò il passaporto agli indagati dall'HUAC. In ogni caso le persecuzioni dell'Era Mc Carthy non avevano aggiunto molto al lavoro fatto dall'HUAC nel 1947. Sin da allora Hollywood era stata ridotta al rango di fabbrica di propaganda di Stato, esattamente come la filmografia sovietica, e come quella di qualunque altro paese totalitario. La differenza era che Hollywood non veniva pagata dallo Stato per quello: doveva fare propaganda, mantenersi con la medesima, e contribuire con le esportazioni alla bilancia commerciale della nazione. La grandezza del sistema americano sta in queste cose. Per non appesantire il discorso non si sono citati gli interventi repressivi dell'HUAC, e governativi in generale, negli altri settori importanti per la propaganda di Stato, come l'istruzione, la carta stampata, la radio, la televisione, la musica leggera, il teatro, lo sport: ovviamente ci furono.

Una realtà inventata
Ora è chiaro perché Hollywood produce film così mistificatori della realtà americana: perché ci è costretta dal governo. Ed è superfluo chiedersi cosa ci guadagni: la sopravvivenza, infatti. Attualmente l'attività di Hollywood è controllata centralmente dall'USIA, come accade in pratica dal 1953. Tale controllo consiste nel fare in modo che il contenuto dei suoi prodotti sia in linea con la Retorica di Stato, che sia appunto come descritto all'inizio. La fuga sempre più marcata di Hollywood dal reale, la sua sempre maggiore insistenza verso film di fantasia dominati dagli effetti speciali e dall'inverosimiglianza in generale, dipende dal suo disagio nei riguardi della censura dell'USIA. La tendenza oltretutto fu sin da subito incoraggiata dall'USIA, perché poteva facilmente prestarsi ad un insidioso tipo di propaganda subliminale. Per esempio furono benvenuti i film di "marziani" degli anni Cinquanta: i marziani venivano sulla Terra, ma atterravano sempre, guarda caso, negli Stati Uniti: evidentemente erano il paese più significativo della Terra, il più all'avanguardia. Un analogo tipo di propaganda indiretta è presente in tutti i film americani di fantascienza e "spaziali", ad esempio come 2001 Odissea nello spazio, Guerre Stellari e Alien. L'USIA svolge la sua mansione come qualunque organismo di censura e propaganda statale. Esamina in anticipo il copione di tutti i film dei quali è stata decisa la produzione e può decidere variazioni. Si occupa anche, tramite agevolazioni fiscali ed usando le sue entrature all'estero, di promuovere l'esportazione di quei film ritenuti particolarmente utili ai fini della propaganda. Nei paesi in cui i film americani sono presentati in lingua locale l'USIA, in virtù di clausole contrattuali, riesce in genere a controllare il doppiaggio, che in effetti in molti squarci di dialogo è diverso dall'originale, e sempre in senso favorevole alla realtà americana (ad esempio in un film americano un personaggio diceva di essere "in cassa integrazione da un anno": non c'è cassa integrazione negli Stati Uniti). Naturalmente ci sono anche differenze di immagini nei film americani tra la versione originale, proiettata negli USA, e quella esportata; ci sono tagli e aggiunte. Una variazione abbastanza frequente riguarda le immagini di nudi femminili, completamente assenti nelle versioni diffuse negli USA - dove sono proibite - e invece qualche volta presenti nelle versioni estere, in quei paesi naturalmente dove tali immagini non sono vietate. In effetti l'USIA non ama propagandare troppo il carattere bigotto della morale pubblica statunitense, specie in Europa. Altra interessante realtà americana che l'USIA ritiene meglio non propagandare è il fatto che gli uomini americani sono quasi tutti circoncisi (il 95%): il pubblico internazionale potrebbe cominciare a chiedersi perché, e potrebbe venirgli in mente di operare collegamenti con il concetto di popolo eletto del Vecchio Testamento, la religione americana. Gli eventuali riferimenti alla circoncisione, che ogni tanto compaiono nei film americani specie sotto forma di gags, sono tolti dalle versioni per l'estero. Una grande differenza rispetto a quanto accade nei soliti regimi autoritari c'è invece nell'uso dei sistemi coercitivi impiegati per ottenere la conformità ideologica, e che sono pochi. C'è una specie di patto fra Hollywood e il governo: Hollywood riconosce di essere importante per la politica del governo, sia interna che estera, e si autoregolamenta di conseguenza, ben sapendo che in caso di inadempienza subirebbe durissime punizioni, esattamente come in passato anche se probabilmente non con gli stessi pretesti. Un'inadempienza sarebbe la realizzazione di un film come Grape of Wrath o Man Hunt, per esempio, o come uno qualunque sulla linea neo-realista americana tipica dell'immediato dopoguerra (per inciso quei film sono scomparsi dal circuito statunitense sin dal 1950, al pari di molti degli anni Trenta; ora negli USA Charlie Chaplin è un emerito sconosciuto). In poche parole, vale ancora il Patto del Waldorf del 1947.

Retorica di Stato
Nonostante ciò l'USIA necessita di tanto in tanto di mezzi coattivi, di pressione. Per questo si avvale della collaborazione di altre Agenzie federali, ora questa ora quella a seconda dei casi. Abbastanza stretti e continuativi sono i collegamenti con 1'FBI, la DEA e 1'IRS. Il Federal Bureau of Investigations, la polizia federale statunitense, è il massimo ente di repressione politica interna e può servire anche per Hollywood. La presenza della Drug Enforcement Agency si spiega col fatto che parecchi elementi di Hollywood sono consumatori più o meno abituali di droga e quindi vulnerabili a quell'accusa, che la DEA può portare a discrezione. Considerazioni analoghe per l'Internal Revenue Service, il fisco americano. E' da notare che negli Stati Uniti è prassi comune, per le Agenzie federali, costruire false accuse a fini di repressione politica; anzi questo è il sistema canonico. Così anche se si è nella perfetta legalità per ogni cosa basta la volontà di tali Agenzie operative come l'FBI, la DEA o l'IRS per demolire completamente una persona, ridurla sul lastrico, privarla della possibilità di lavorare, anche incarcerarla; ma è molto meglio, naturalmente, se c'è qualche appiglio reale. Molto importante per l'USIA è anche il Pentagono. Tutto il materiale bellico importante che si vede nei film americani, come navi, aerei, elicotteri, carri armati ecc. è fornito dal Pentagono, e in cambio l'USIA esercita una supervisione su tutta la realizzazione del film. Anche il Pentagono naturalmente può intervenire con sue esigenze particolari. Gli esempi sono moltissimi. Per Tora! Tora! Tora! il Pentagono prestò sei navi da guerra in servizio attivo, fra cui la portaerei Yorktown, e due cacciatorpediniere della riserva rimesse in funzione appositamente per il film. Per Top Gun (con Tom Cruise) mise a disposizione una squadriglia di cacciabombardieri da marina F14 Tomcat (questo film fu addirittura commissionato dal Pentagono, in cerca di pubblicità per l'arruolamento di piloti). Per Operazione Sottoveste (con Cary Grant) prestò un sommergibile diesel e per Caccia a Ottobre Rosso (con Sean Connery) addirittura un sommergibile nucleare in servizio attivo (un vero boomer). Stessi discorsi per tutti i film ambientati in Vietnam, compreso l'apparentemente antiamericano (appunto) Platoon, per la serie dei Rambo di Sylvester Stallone e così via.

Le virtù "nascoste" dei divi
Ma il pubblico, sia interno che internazionale, più che Hollywood conosce i divi di Hollywood, i grandi attori e attrici. Sono loro ad attirare l'attenzione, sono loro i più importanti. L'USIA lo sa. Tramite la sua potentissima influenza essa cerca di impedire che giunga al vertice un elemento del quale non sia appurato l'orientamento politico; al contrario, aiuta ad ottenere copioni chi con i suoi film precedenti e con le sue dichiarazioni ha reso pubblico omaggio alla Retorica di Stato, compatibilmente con le esigenze di cassetta dei produttori, che pure sono forti. Il che porta, non troppo raramente, a vere e proprie complicità, compromissioni tra gli attori e qualche Agenzia federale, in particolare l'FBI, che necessita di delatori nell'ambiente top. Un classico è il caso di John Wayne, che era un delatore abituale dell'FBI, così come del resto Elvis Presley, che aveva addirittura un nome in codice ("Colonel Burrows"). Quindi, una volta che il divo c'è, che sia stato aiutato o meno, egli è seguito direi passo passo; va da sé nei suoi film, ma anche fuori dal set egli non deve uscire dai binari impostigli da Hollywood, e cioè dal governo, perché può fare molti danni in virtù della sua popolarità e della istintiva tendenza del pubblico a credergli, perché diventatogli familiare. Vedasi ad esempio il caso di Marlon Brando e del vespaio che suscitò quando mise il dito nella piaga del trattamento subito dagli indiani, o di Jane Fonda quando nel 1972 si fece fotografare accanto ad una postazione antiaerea nordvietnamita. Entrambi furono poi naturalmente puniti, imponendo a Hollywood di escluderli dal lavoro per molti anni (furono cioè messi sulla black list, che ancora esiste, certo; la permanenza è di 10 anni). Robert Redford, dopo un viaggio a Cuba pure preventivamente autorizzato dal Dipartimento di Stato come impone la legge sull'embargo, subì un accertamento dell'IRS. Jack Nicholson, che nel 1997 aveva manifestato l'intenzione di chiedere analogo nulla osta per partecipare ad un raduno di amanti del sigaro Avana, fu convinto a rinunciare. Ma al divo di Hollywood, per diventare tale e per restarlo, si chiede di regola più che la mancanza di manifestazioni ostili o Un-Amencan: si chiede la partecipazione attiva alla propaganda di Stato, con i suoi film e anche a livello personale. Shirley Temple, forte del suo passato di graziosissima bambina attrice (era "riccioli d'oro"), ha compiuto molte missioni all'estero per conto dell'USIA allo scopo di migliorare l'immagine degli Stati Uniti, scaduta magari per qualche piccola strage appena fatta (per le benemerenze e l'esperienza acquisita la Tempie ritenne addirittura di poter chiedere al presidente Reagan il posto di direttore dell'USIA, che però le fu negato). Analoghe missioni compirono al tempo delle guerre di Corea e del Vietnam Bob Hope, Marilyn Monroe e diversi altri. Di John Wayne non occorre parlare. Gli esempi si sono addirittura moltiplicati negli ultimi anni. Con un film Clint Eastwood ha cercato di nobilitare l'invasione della minuscola isola di Grenada del 1983, ed ha partecipato ad altre pellicole apologetiche. Tom Cruise ha girato Top Gun, un film del Pentagono, e Born the Forth of July, dove le vicende della guerra del Vietnam e dei suoi reduci sono travisate. Sylvester Stallone con la serie Rambo non ha fatto che attaccare i nemici del Dipartimento di Stato, i vietnamiti e gli arabi di Gheddafi e Saddam Hussein, e lo stesso, parodiando Rambo, hanno fatto Charlie Sheen e Leslie Nielsen. Anche Arnold Schwarzenegger e Chuck Norris hanno impersonato il Super-Americano che combatte contro il Super-Male, l'oggetto additato di volta in volta dal Dipartimento. Brad Pitt ha girato Sette anni in Tibet, un film di propaganda anti­cinese, molto richiesta dal Dipartimento a partire dal 1989 per motivi che sarebbe lungo spiegare, e analoga propaganda - lui anche a livello personale - ha fatto e fa Richard Gere. Woody Allen non solo ha interpretato, ma anche scritto e diretto Il dittatore dello stato libero di Bananas, forse il film più abbietto mai prodotto, perché il più ingiusto nei riguardi di tante persone sofferenti. Madonna ha interpretato Evita, dove non c'è alcuna eco delle responsabilità statunitensi nelle difficoltà di Juan Domingo Peron. Mel Gibson in Air America ha cercato di far dimenticare che quei voli-CIA servivano per portare droga nel mercato statunitense. Danny De Vito, Demi Moore e Goldie Hawn si sono impegnati a convogliare simpatia o comprensione verso i marines, che sono mercenari disposti a uccidere qualunque cosa per un buon mensile ed un pensionamento a 40 anni. E così via, si potrebbe continuare per molte pagine. In poche parole, i divi di Hollywood non sono dei bravi attori che col loro onesto lavoro hanno raggiunto una meritata fama, o non sono solo quello. Sono da considerare dei funzionari, dei funzionari semi-governativi, perché intrecciano in modo indissolubile il loro lavoro "civile" con precisi compiti di propaganda governativa. Essi sono dei Divi di Stato.

Anche questa è Hollywood
Questa è Hollywood. Ora, ben definita la situazione, ci si può divertire a fare delle considerazioni. Si è già accennato alla "grandezza" del sistema americano. Hollywood ne è effettivamente un buon esempio. Occorreva eliminare una filmografia indipendente e sostituirla con una di Stato, a scopo di prevenzione del dissenso politico interno e di camuffamento e propaganda all'estero; contemporaneamente occorreva salvare l'immagine di paese "democratico" curata dall'establishment oligarchico e dai suoi esponenti politici sin dalla fondazione del paese (vedi la Dichiarazione di Indipendenza, i 14 Punti del presidente Wilson, le Quattro Libertà di Roosevelt ecc.), e anche spendere il meno possibile in questa attività di propaganda interna ed estera, anzi possibilmente occorreva guadagnarci. Il tutto fu ottenuto nel 1947 convincendo i produttori di Hollywood a confezionare pellicole che oltre ad essere attraenti per il pubblico fossero anche conformi alla Retorica di Stato. L'opera di convinzione fu eseguita tramite un'azione antidemocratica, anzi chiaramente repressiva, nello stile di un regime puramente totalitario, ma l'USIA ben presto si occupò di farla dimenticare al mondo: si era trattato solo di caccia ai comunisti, di un eccesso di zelo in difesa della democrazia interna da parte di un paese che si accingeva a difendere la medesima in tutto il mondo; inoltre tale eccesso di zelo era stato momentaneo, una follia passeggera: le inchieste dell'HUAC erano infatti finite (si omise naturalmente di osservare che gli effetti delle stesse erano permanenti). Formidabile poi il lato economico dell'operazione. La propaganda filmica interna è pagata dai soggetti cui è principalmente diretta, cioè dai più danneggiati dalla medesima, quegli strati meno abbienti della popolazione che costituiscono la maggioranza degli spettatori, da qualche anno tramite la televisione; quella all'estero è pagata dai paesi che importano i film di Hollywood, che li considerano alla stregua di una merce qualunque. E non si tratta solo di coprire i costi: come si sa, nel business in oggetto ci sono grandi profitti, che vanno all'establishment proprietario delle case cinematografiche - e anche al governo tramite la tassazione. Vale forse la pena di ricordare che dopo le materie prime e gli armamenti, la voce più importante dell'export statunitense è costituita dai "prodotti culturali", fra i quali Hollywood fa la parte del leone (anche gli altri "prodotti culturali" americani, come dischi, romanzi ecc. seguono poi la stessa logica di Hollywood, è evidente: l'USIA controlla anche loro). Si tratta insomma, alla fine, di una grande triangolazione, una delle tante che gli Stati Uniti fanno in questo ingenuo mondo. Non è l'unica, infatti. Anche la Guerra Fredda non era che una triangolazione: con la scusa del contenimento dell'URSS e del comunismo si portava intanto la sovversione neo-coloniale nei tre quarti del mondo. Anche la presenza militare americana all'estero è una triangolazione: per la medesima è sempre qualcun altro che paga - chiedetelo un po' ai giapponesi. Il traffico internazionale di droga, controllato all'ultimo proprio dal governo statunitense, non è altro che un'unica, enorme, mastodontica triangolazione. Ma non è questo l'oggetto del presente scritto. Andiamo invece all'"ingenuo mondo" che guarda i film, i documentari, i cartoni animati ed i serial televisivi americani. Veniamo all'Italia, per esempio, che ne importa quantità enormi. Ci sono molte domande da porsi. Sui critici cinematografici italiani innanzitutto: hanno sempre trattato i film di Hollywood come normali prodotti del settore, dissertando elegantemente sui valori filmici ed i meriti o demeriti artistici; mai però, che io sappia, qualcuno di loro ha accennato alla loro valenza propagandistica. Delle due l'una: o non l'hanno capita o l'hanno capita. Nel primo caso, che critici sono? Dobbiamo allora solo sorridere dei loro articoli di giornale, delle loro presentazioni televisive, delle manifestazioni dove fanno da organizzatori e da giuria. Se invece l'hanno capita, perché non ne hanno mai parlato? Perché non hanno mai messo in guardia il pubblico? Forse sono dei critici di Stato? E se si, di quale Stato?

Il caso dell'Italia
Molte domande sono da porre al governo italiano. Premettiamo il fatto che gli Stati Uniti vietano l'importazione di film stranieri. Certo non in modo ufficiale; non sarebbe ammissibile per una democrazia che per di più si dice paladina del libero commercio internazionale. All'atto pratico vengono importati pochissimi film stranieri, e quei pochi non sono doppiati, ma solo sottotitolati, e quindi inseriti - come fossero delle curiosità esotiche tipo il teatro No giapponese - nel minuscolo circuito dei cinema d'essai dove nessuno li vede. Che io sappia, l'unico film italiano ad essere stato doppiato negli Stati Uniti, e ad essere entrato nella normale distribuzione sino a comparire sulle reti televisive, è Per un pugno di dollari di Sergio Leone e con Clint Eastwood, presentato col titolo A Fistful of Dollars; gli americani lo credono il film di Hollywood di un regista immigrato da poco. E' logico. Non si erano fatte le purghe del 1947 per lasciare poi il pubblico americano in balia della filmografia estera, magari di quella neo-realista italiana. In effetti anche questo prevedeva l'Accordo del Waldorf: l'autolimitazione delle case distributrici di Hollywood nell'importare film stranieri e l'esecuzione del doppiaggo solo in casi eccezionali, e per film che fossero sembrati usciti dalla catena para-statale di Hollywood. Allora perché il governo italiano non ha mai invocato il principio della reciprocità in questo settore commerciale? Eppure l'importazione di film e telefilm americani incide negativamente per migliaia di miliardi sulla bilancia commerciale italiana. Si tratta di una imposizione americana: i prodotti di Hollywood sono appunto una di quelle merci che gli Stati Uniti impongono all'Italia (e alla Germania, al Giappone e a tanti altri) di comprare da loro, come più indietro si è accennato. Ed è anche ovvio perché: perché sono propaganda, che ha gli scopi spiegati in precedenza, particolarmente importanti in paesi assoggettati in seguito a una guerra. Vada per l'imposizione: vae victis. Ma perché poi non dirlo al popolo, almeno perché non farglielo capire, magari tramite qualche critico di Stato? Almeno sarebbe stata possibile una qualche autodifesa. Al contrario l'effetto propagandistico di Hollywood è sempre stato esaltato dal governo con la diffusione di film e telefilm tramite la televisione pubblica. E a che ritmo! Ogni tanto, poi, alla RAI succedono dei fatti inquietanti. Per esempio il 18 febbraio 1998 RAI 2 ha trasmesso in prima serata il film Un giorno con il presidente, di tale W. Hussein e con tali J. Ritter e T. Harper, dove compariva addirittura il presidente americano Clinton in persona. Cosi il film era presentato alla pagina 772 di Televideo: "Missy, una sedicenne, subisce l'amputazione di una gamba per un tumore. Ma, nonostante tutto, la sua sorte è segnata. In seguito, il padre di Missy viene licenziato e l'assicurazione gli raddoppia il premio per te spese ospedaliere. Ma grazie all'intervento del governo Clinton, nell'ambito di un progetto di difesa dei diritti della famiglia, il padre riprenderà a lavorare". Si tratta di un film fatto realizzare dal governo Clinton per appoggiare le sue politiche sociali, diretto al pubblico interno. Per inciso tali politiche sociali non sono state approvate, né mai lo saranno; anzi nel 1996 il Congresso ha anche eliminato l'unico programma sociale valido che c'era, 1'AFLD, per le madri sole con figli. Per contro, senza volere il film offre una buona idea di come si diventa homeless negli USA. In ogni caso tale film non poteva avere meno interesse per il pubblico italiano; nonostante questo è stato trasmesso. Perché? Forse perché si era nel pieno della crisi irachena e si pensava di dover convogliare la simpatia degli italiani verso Bili Clinton e quindi verso gli Stati Uniti? Se è così, chi fa questi ragionamenti alla RAI? D'accordo; la RAI è la televisione di Stato. Ma di quale Stato? La RAI è nulla a confronto delle televisioni di Berlusconi: Canale Cinque, Italia Uno e Rete Quattro. Sembra che i programmatori conoscano solo film e telefilm americani, laddove c'è un intero mondo là fuori pieno di gente che fa film, come i francesi, i tedeschi, gli spagnoli, i russi, e così via; anche gli italiani fanno film. Se si tratta di esigenze di audience, hanno mai dato al pubblico la possibilità di scegliere? Se si tratta di problemi di costo dei film, hanno mai considerato la possibilità che il prezzo dei film di Hollywood è anche politico? Oppure si tratta di scelte culturali e politiche, di scelte di campo come direbbe il cav. Berlusconi? In tal caso mi chiedo quale sia il confine tra una televisione commerciale ed una postazione di propaganda politica, se mai può esistere. Ci sono poi i divi cinematografici americani, e l'attenzione di cui li ricoprono i media italiani. Vada per le riviste di costume, o per i periodici femminili, benché facciano male a focalizzare l'attenzione su personaggi così al di fuori dalla norma. Ma è solo uno scandalo, un segno di irresponsabilità grave, che dei telegiornali del prime time, che durano trenta minuti in tutto e che si devono occupare delle notizie dal paese e dal mondo, sacrifichino interi minuti per informare dell'ultimo film di Sylvester Stallone, dell'ultima preghiera buddista di Richard Gere, dell'ultimo brutto gesto di Madonna. Pensano di divertire il pubblico con un pò di varietà e non sanno di fare propaganda gratis ai massimi agenti di propaganda del mondo, i Divi di Stato americani. Si, ci fanno divertire.
(Orion, n°163 - Aprile 1998)

 
   
 
CAPIRE GLI STATI UNITI
di John Kleeves

Noi non viviamo in un tempo come un altro, in cui ognuno puo' prendersi il lusso di dedicarsi soltanto alle sue cose personali, al suo lavoro e ai suoi interessi particolari, perché tanto " il mondo va avanti lo stesso ". Il mondo ora sta correndo un pericolo e se nessuno fa niente non dico che finirà, ma certamente non andrà più avanti come prima. Il pericolo si chiama Stati Uniti d’America : tale federazione - in realtà un Paese unico e monolitico - è sul punto di ottenere il dominio planetario e questo è un pericolo perché gli USA non vogliono comandare il mondo allo scopo di governarlo, ma allo scopo di sfruttarlo. Gli USA non sono una riedizione dell’Impero Romano, come pure vogliono fare credere con la falsa modestia d’obbligo. Lo fossero qualcuno li potrebbe anche accettare, ma non lo sono : i Romani assoggettarono si' il mondo con la forza ma poi lo governarono, gli diedero cioè qualcosa in cambio, una amministrazione, degli ordinamenti, delle città edificate, delle infrastrutture ( ad esempio 85.000 chilometri di strade, quasi tutte in contrade che non le avevano mai viste prima ) ; agli Americani invece gli altri popoli interessano solo come fornitori di materie prime e di manodopera, come schiavi. Eventualmente come consumatori.

Il problema è che la gente non si rende conto del pericolo.
Non se ne rende conto perché gli USA sono un Paese singolare, di un tipo unico nel suo genere e che non si era mai visto prima ; non se ne rende conto perché gli USA, nonostante la notorietà e l’abbondanza delle informazioni, della cronaca e anche dei contatti diretti, sono in verità degli sconosciuti. C’è quindi un compito impellente in questi tempi per gli uomini all’altezza e di buona volontà : contribuire a colmare questa lacuna, informare la gente sulla vera natura degli Stati Uniti.
Gli USA non sono un argomento semplice. Del resto lo fosse stato non saremmo qui a parlarne ora. Gli USA innanzitutto sono un sistema, dove tutte le sue manifestazioni sono collegate e interdipendenti : non si puo' veramente capirne un solo aspetto se non si è capito il tutto. Il fatto poi che questi aspetti siano tutti negativi, alcuni addirittura micidiali ( le vittime delle guerre e delle repressioni per procura, che sono decine di milioni ), aggrava l’inconveniente perché la gente stenta a credere a una negatività cosi' completa : sembra pregiudizio. Quindi gli USA presentano una difficoltà davvero singolare : la costante dicotomia fra cio' che dicono di essere e di fare e cio' che invece effettivamente sono e fanno. Sono un Paese che sembra preda di una ipocrisia congenita e profondissima, si direbbe patologica, dove i fatti contraddicono costantemente le parole e dove la pratica sconfessa sistematicamente la teoria. Le nobili parole della Dichiarazione di Indipendenza nascondevano la ribellione dei grandi mercanti Puritani del New England nei confronti della Corona inglese che li aveva tagliati fuori dal mercato della Cina per favorire la East India Company di Londra. La Costituzione del 1787 cominciava con le parole WE THE PEOPLE cosi' in maiuscolo ma stabiliva un sistema oligarchico basato sul danaro cosi' ferreo da essere arrivato da allora sino ad oggi assolutamente inalterato. La libertà di stampa e di espressione cosi' decantata e vantata dagli americani è cosa campata per aria, sterile : si puo' stampare e dire cio' che si vuole a patto che cio' non arrivi davvero al pubblico. Come con gli oppositori : anche se pacifici, possono esistere se non mettono in pericolo davvero il sistema, altrimenti sono incarcerati con pretesti, perseguitati nella vita o anche uccisi dall’FBI per strada. Teoricamente ci possono essere tutti i partiti politici, e difatti ce ne sono attualmente 29 negli USA, compreso un Communist Party USA, ma di fatto per il meccanismo dei finanziamenti e delle liste se ne possono affermare solo due, quelli infatti sulla ribalta da sempre, il Democratico e il Repubblicano, che oltretutto sono un partito solo, o le due facce della medesima medaglia. La politica estera americana è sempre stata un campionario di belle intenzioni e di roboanti slogan dietro cui stavano costantemente obiettivi addirittura sordidi. Si potrebbe continuare per pagine.
Gli USA sono dunque un argomento complesso e difficile. Ma se si vuole fare qualcosa per il mondo, questa è una occasione. Il tempo e le energie che si dedicano alla diffusione della comprensione degli USA non sono buttati via.
Novembre 2001 John Kleeves

 
   
 
IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE E LA TRUFFA DEL DITTATORE MATTO
di John Kleeves

C'è un clichè che ogni tanto si ripete : in un Paese del Terzo Mondo un dittatore comunemente definito filo americano, o filo Occidentale, e noto per le sue iniziative pubbliche stravaganti e spendaccione, viene rovesciato da una rivolta popolare e fugge con la cassa ; la cassa sono conti correnti esteri intestati a lui o a familiari dove si trovano somme astronomiche, che poi risultano sempre di importo quasi pari al debito contratto dal Paese col Fondo Monetario Internazionale. Avvenne così con tutti, e giusto ricordo Fulgencio Batista di Cuba, Jean Claude Duvalier di Haiti, Anastasio Somoza del Nicaragua, Ferdinando Marcos delle Filippine, Mobutu Sese Seko del Congo, Suharto dell'Indonesia. Marcos aveva nei
suoi conti esteri 20 miliardi di dollari, Mobutu 10, Suharto addirittura 70 ; in ogni caso erano cifre
vicine appunto al debito dei loro Paesi, anzi tutte attorno alla stessa quota del medesimo, il 90%. C'è lo scandalo internazionale : Che razza di disonesto, ha intascato i prestiti del Paese ! Il FMI è dispiaciuto, comprende, ma il credito con il Paese rimane, e questi dovrà continuare a onorarlo ; gli verrà magari incontro dilazionando le scadenze, nel mentre che naturalmente bisogna continuare a pagare gli interessi ogni anno. Intanto l'ex dittatore matto e ladro è indisturbato da qualche parte e non si riesce né a estradarlo né a sequestrargli i conti. Incerti della vita ? Conferme dell'immaturità politica di certi Paesi ? Niente affatto. Abbiamo uno stesso copione che gira, con nomi, date e cifre diverse : è una truffa standard del Fondo Monetario Internazionale. Vediamo di inquadrare questo Ente.
Il FMI è stato creato dagli USA nel 1948, una data che ricorda l'inizio della Guerra Fredda. Doveva essere un istituto plurinazionale, che faceva da banca alle Nazioni. In realtà gli americani lo congegnarono in modo da poterlo dirigere e fargli fare ciò che volevano. Si attribuirono il 19% delle quote e ne assegnarono il 6,6% alla fida Gran Bretagna, polverizzando il resto fra gli altri Paesi partecipanti, che oggi sono 153 : per il FMI gli USA così sono gli " azionisti di riferimento ", quelli che anche senza detenere la maggioranza assoluta del pacchetto controllano però di fatto l'azienda vista la dispersione degli altri soci. Ciò si è concretizzato nel fatto che il Direttore Generale del FMI, quello che all'atto pratico lo gestisce, è sempre stato americano. La carica di Presidente invece, quasi una figura onoraria, è sempre stata affidata a uno straniero, per ragioni di facciata. Cosa doveva fare - cosa deve fare - il FMI per gli americani ? Doveva - deve - essere un altro strumento per il loro neocolonialismo, agevolarli ulteriormente nello sfruttamento delle loro neocolonie. Come procede infatti il FMI ? Lo sanno tutti. Concede prestiti ma - ostensibilmente allo scopo di garantirsene il rimborso - spinge per delle precondizioni di politica economica interna, che sono sempre le stesse : riduzione del deficit pubblico con tagli alle spese sociali, alla sanità, alle pensioni ; divieto di influire sui prezzi, sui salari, sui cambi ; riduzione dei diritti e dei controlli sindacali ; abolizione di qualunque dazio sulle importazioni perché la ricetta dell'economia è - dice - la libera concorrenza interna ed estera. Non c'è la volontà di garantirsi il rimborso del prestito : c'è l'intenzione di scardinare ancora di più il Paese, di renderlo ancora più indifeso di fronte al commercio internazionale, là dove, guarda caso, dominano le Multinazionali americane. Poi ovviamente c'è qualcosa anche per le altre, dell'Europa e del Giappone, ma il grosso è americano garantito. Quale Paese infatti accetta condizioni capestro del genere, che lo immiseriscono senza scampo ? Solo le neocolonie americane ! Il sistema è solo per loro, che hanno un governo già acquiescente, per avere un'altra scusa per spremerle ancora di più. Poi il FMI fa anche prestiti a certi altri Paesi, ad esempio alla Russia, senza ottenere quelle precondizioni ; ma sono diversivi, sono l'attività di copertura. E quando queste neocolonie americane hanno - non giusto un governo fantoccio come di solito - ma un dittatore fantoccio, c'è l'occasione per una spremitura ancora più grande : per una truffa ! Lo schema è quello che si è già intuito. Il dittatore deve fingersi stravagante, megalomane ; in breve, matto. Egli deve accendere un prestito enorme presso il FMI, a nome del Paese, per realizzare faraonici progetti di sviluppo ; naturalmente accetta tutte le sue condizioni di politica interna. Questi progetti non sono mai realizzati, perché il dittatore - fingendo di rubare - deve trasbordare il grosso della somma su suoi conti all'estero, sempre presso banche americane o comunque controllate dagli americani ; alcune quote, per accontentare dei soci, possono essere sistemate presso altre banche, ad esempio in Gran Bretagna o Francia. Col rimanente il dittatore beneficherà sé stesso, elargirà tangenti ai suoi accoliti locali, e finanzierà effettivamente qualche impresa pubblica minore, che - si intende - vedrà come appaltatrici delle Multinazionali in maggioranza americane. Il prestito non deve mai essere restituito: è solo la sua esistenza a permettere la situazione.
Devono invece essere pagati ogni anno gli interessi, per tenere il Paese in costanti difficoltà finanziarie, e perché sono soldi. La mancata restituzione del prestito non è certo un problema per il FMI : in realtà lui non l'ha mai fatto, perché le cifre stornate dal dittatore sono nelle sue banche, a sua disposizione! Il gioco è fatto, e nelle intenzioni del FMI la cosa deve continuare così per sempre. Immaginate : senza praticamente tirare fuori un soldo, con un prestito fantasma a un dittatore " matto", il FMI apre un Paese alle Multinazionali americane, incassa una rendita annua reale, chiamandola " interessi ", e vanta un credito reale anch'esso per l'intero importo del prestito fantasma ! Non sono straordinari questi americani ?
La prova di tutto questo ? Si ha quando il dittatore viene rovesciato, un evento che può sempre capitare anche col più perfetto e protetto dittatore fantoccio filoamericano del mondo ( poi si rimedia, o con un altro dittatore o con un governo, sempre fantoccio certo ). L'uomo infatti si rifugia da qualche parte ma - guarda - fa sempre una vita non solo ritirata, ma anche MODESTA. Con le cifre di cui è l'accreditato possessore - 10, 20, 70 miliardi di dollari ! - potrebbe fondare imperi economici, comprare la Bank of America, e invece sembra un pensionato, se va bene in una villa, e i figli, se li ha, finiscono immancabilmente in miseria. Come mai ? Perché quelle cifre erano sì su conti intestati a lui, ma non erano realmente a sua disposizione : lui era solo un prestanome. E quando viene rovesciato non può certo incassare. Figuratevi se gli americani lasciano che certa gente, gente fatta da loro, si intaschi miliardi dei loro dollari.
A proposito : l'Italia ha per caso " ottenuto " prestiti dal FMI ? Dite di si ? Guardate bene all'operazione allora, perché l'Italia non è la Russia. Anzi, è una neocolonia americana di prima grandezza.

 
   
 
L’attentato di madrid dell’11 marzo 2004: considerazioni
di John Kleeves

1- L’attentato non può essere opera del “ terrorismo islamico “. Questa espressione così come usata dai media in questa circostanza copre due possibilità : a) che si tratti della Al Qaeda così come descritta dagli USA, e cioè come l’organizzazione armata clandestina islamica dedita ad atti terroristici contro il mondo sia occidentale (Cattolico, Protestante, Ortodosso) che occidentalizzato (anche Islamico), avente per capo il fantomatico Osama bin Laden detto lo “ Sceicco del Terrore “, e già responsabile - sempre secondo la descrizione USA - di vari attacchi fra cui quello supremo (insistono ancora gli USA) rimane sino ad ora l’attacco alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001; o b) che si tratti di gruppi islamici che sorgono spontaneamente sul terreno del risentimento antioccidentale e che decidono di dedicarsi al terrorismo, sia contro l’Occidente e i suoi interessi che contro altri regimi ritenuti suoi collaborazionisti (ad esempio contro la Turchia, che anche se nominalmente islamica è però contemporaneamente occidentalizzata, collaborazionista degli USA, filoisraeliana e antiaraba). Ma entrambe le possibilità sono solo apparenti.
Per la a) : Entro poco tempo dopo l’attacco alle Torri Gemelle si è assodato che la descrizione proposta dagli USA di Al Qaeda è completamente falsa. Lungi dall’essere quello che dicono loro Al Qaeda è invece proprio una creatura degli USA, messa in piedi ai primi anni ’80 dalla CIA per reclutare in tutto il mondo islamico uomini da addestrare, armare e mandare in Afghanistan a combattere contro i russi, così come creatura della CIA è il suo capo Osama bin Laden, un ricco saudita che oltretutto mantiene documentati rapporti finanziari con la famiglia presidenziale Bush. Ed il famoso attentato alle Torri Gemelle con ogni probabilità è stato un autoattentato, pianificato dallo stesso governo USA per avere la scusa di operare certe grandi mosse di politica estera ( gli attacchi all’Afghanistan e all’Iraq, per adesso). Il fatto che l’universalità dei nostri media non riconosca questa/e verità significa solo che gli stessi sono come al solito bugiardi e mentecatti : noi dobbiamo seguire la logica e tenere sempre per buone queste conclusioni mai smentite. Quindi l’attentato di Madrid può anche essere stato opera di “ Al Qaeda “, ma nel caso non si tratterebbe affatto di “ terrorismo islamico “ ; semmai si tratterebbe di “ terrorismo statunitense “.
Per la b) : I gruppi islamici spontanei certamente esistono e certamente vorrebbero sterminare l’Occidente ( avendone fra l’altro tutti i motivi, almeno verso quello Protestante e Cattolico ), ma all’atto pratico non possono fare nulla se non qualche iniziativa personale o di pochi individui nei loro luoghi ( l’accoltellamento di un occidentale in un suk ; l’assalto ad un autobus di turisti ; l’incendio di una banca eccetera ), perché questi gruppi appena tentano di crescere e di avvicinarsi così a una dimensione operativa pericolosa sono inevitabilmente infiltrati dai Servizi dei loro Paesi. E rimanendo piccoli non riescono mai a procurarsi tutta intera la combinazione necessaria per i grandi attentati : gli esplosivi adatti, le cautele per la manipolazione, il corredo di inneschi, timer e comandi a distanza con relative istruzioni, e soprattutto le informazioni riservate sugli obiettivi. Quale organizzazione terroristica può allora eseguire i grandi attentati ? E’ ovvio : una organizzazione terroristica di Stato. Cioè una organizzazione o così creata dall’inizio nascostamente da uno Stato o nella quale questo si è infiltrato riuscendo di fatto a dirigerla secondo i propri scopi ( cosa non difficile se si pensa che gli infiltrati non hanno davvero nessuna difficoltà a fornire la combinazione di cui sopra, anzi sono sempre senz’altro loro a fornirla ). Esempi del primo caso fra quelli che vengono subito in mente potrebbero essere appunto Al Qaeda, poi l’UCK del Kosovo, l’Unita dell’Angola, la Mano Bianca anticubana di Miami, l’AUC della Colombia, e per il secondo le Brigate Rosse, la Rote Armee Fraction, i terroristi corsi, l’ETA, l’IRA. In pratica il vero terrorismo, quello che va sulle prime pagine dei giornali e che ha contraccolpi politici, è sempre e in ogni caso una faccenda di Stato : ciò che interessa sono appunto i contraccolpi politici. Se si obietta che anche la Mafia siciliana è capace di organizzare grandi attentati basta ricordare che a monte la Mafia è appunto una faccenda di Stato e che a valle, per quanto riguarda certi tipi di operatività, essa adopera sistemi che sembrano tipici di infiltrati ( l’attentato al giudice Falcone ebbe la stessa dinamica con cui oggi si fanno saltare i veicoli statunitensi sulle strade irachene ). Quindi per l’attentato di Madrid bisogna escludere anche il “ terrorismo islamico “ spontaneo, perché non esiste terrorismo spontaneo capace di tanto, né islamico né di nessuna altra ispirazione.
2- Dietro all’attentato di Madrid dunque c’è in ogni caso uno Stato. Possiamo fare qualche congettura. Cui prodest ? è sempre una buona domanda da porsi. Ma c’è ambiguità sull’obiettivo voluto. Obiettivo a) : Si dice - conformemente alla tesi del “ terrorismo islamico “ - che l’obiettivo era di far cambiare alla Spagna la sua politica sull’Iraq. Infatti è questo il risultato che sembra sia stato ottenuto : le elezioni tenute tre giorni dopo ( come in programma da tempo ) hanno ribaltato la maggioranza di governo, che è passata dal Ppe di Aznar al PSOE di Zapatero, il quale ha subito annunciato l’intenzione di ritirare dall’Iraq i 1.300 soldati spagnoli entro il 30 giugno se per quella data la situazione là non sarà sotto il pieno controllo ONU. Sembrerebbe un brutto colpo per USA-GB, per i quali si profila la possibilità non solo di rimanere soli in Iraq, ma anche di vedere crollare tutta l’incastellatura di bugie che sostiene la loro politica estera degli ultimi anni. Quale Stato ha tratto vantaggio da ciò ? Tutti quelli che vogliono boicottare l’occupazione dell’Iraq da parte di USA-GB e sciacalli associati vari ; sono molti, ma eseguendo facili esclusioni per questioni di capacità e di altri motivi ( ad esempio della Cina per mancanza di tradizione in queste cose e dell’Iran perché non in condizione di poter rischiare ) ci riduciamo alla Russia e al blocco Francia-Germania-Belgio capeggiato dalla Francia. Può essersi trattato di una di queste due Nazioni ? Sì può essere, nel caso con una preferenza per la Francia.
Obiettivo b) : Ma può anche darsi che lo scopo dell’attentato fosse esattamente l’opposto : di acuire in Europa la psicosi del “ terrorismo arabo “ per spingerla a un maggiore impegno per combattere il medesimo. La vittoria di Zapatero sarebbe stata imprevista e ci troveremmo in presenza di una covert operation che fa backfire, cioè che ha effetti controproducenti, addirittura opposti perché torna a colpire i suoi promotori come un boomerang. Si tratta di un evento non rarissimo nel settore delle operazioni clandestine violente, in questo caso anche giustificabile perché il PPE era dato vincente con amplissimo margine e non era facile prevederne la sconfitta per via dell’attentato ; all’obiezione del perché in ogni caso l’attentato non sia stato progettato per dopo le elezioni, quando avrebbe ottenuto ugualmente i suoi scopi, si risponde dicendo che non era secondario dare l’impressione che il “ terrorismo islamico “ avesse la sfrontatezza di cercare di forzare la mano agli elettori spagnoli ; anche, il giorno 11 può essere stato considerato d’obbligo per l’associazione con l’attacco alle Torri ( 11 settembre ). Fossero andate così le cose allora lo Stato colpevole sarebbero senz’altro gli USA, che da molto cercano di convincere gli europei a mandare più soldati in Iraq, cosa forse divenuta urgente per la necessità di impiegare i propri soldati per un’altra grande campagna, probabilmente contro l’Iran o la Siria o contro la Corea del Nord.
Alla fine rimangono come possibili autori o meglio come longa manus dell’attentato tre Paesi: Francia, Russia e Stati Uniti. Non è un esito sorprendente visto il momento storico ed i suoi protagonisti. A mio avviso le probabilità maggiori di colpevolezza vanno agli USA perché a loro carico ci sono due dati oggettivi importanti e che prescindono dal tipo dei ragionamenti fatti sinora. Il primo è il ritrovamento a Madrid dopo l’attentato di un furgone con dentro detonatori e versetti coranici: come già notato da diversi osservatori lo stesso tipo di traccia islamica è già stata trovata in occasione dell’attacco alle Torri Gemelle e siccome quell’attentato fu opera degli USA quel tipo di depistaggio in eventi del genere si può quasi considerare come la loro firma. Il secondo è una mia osservazione e consiste nel fatto che in entrambi gli attentati - delle Torri Gemelle e di Madrid - ad essere colpito fu essenzialmente il popolino: le Torri Gemelle sono sempre piene di alti papaveri, del mondo del business e di altri settori, ma vista l’ora dell’attacco le 2.700 vittime furono quasi solo addetti alle pulizie, guardie giurate, piccoli impiegati eccetera - molti erano addirittura immigrati clandestini che lavoravano alle Torri senza un contratto regolare; e l’attacco di Madrid ha colpito treni di pendolari, molti dei quali erano anch’essi degli immigrati. E’ tipico degli USA, quando possono scegliere, di colpire gli strati sociali bassi; ovviamente all’interno ( gli USA sono una oligarchia dei ricchi ), ma anche all’estero perché la loro politica estera ha sempre mirato all’alleanza con le elite ricche dei vari Paesi, da indurre alla complicità nello sfruttamento congiunto delle masse popolari ; anche nei bombardamenti metropolitani della seconda guerra mondiale gli USA colpivano di preferenza o per primi i quartieri poveri : a Roma ad esempio furono colpiti i quartieri San Lorenzo e Tiburtino, a Tokio solo il 10% dell’area edificata rimase in piedi ma guarda caso si trattava proprio dei quartieri ricchi.
3- Dunque il buon Zapatero ha detto che se l’ONU non prende in mano la situazione in Iraq la Spagna ritirerà i suoi soldati dal Paese. Qui c’è l’ovazione dei pacifisti e in ogni caso dei contrari alla guerra contro l’Iraq e della successiva occupazione. Io metterei in guardia contro gli entusiasmi. Anzi, mi sembra che alla fin fine Zapatero, magari senza volere, dia una mano agli USA : se l’obiettivo era quello a) lui sembra che lo stia disinnescando ( non voglio comunque rielaborare le motivazioni dell’attentato : sarebbe eccessivamente diabolico pure per gli statunitensi - anche se non si mai ). Zapatero infatti non nomina le 6 ( sei ) basi militari che gli USA-GB si sono procurate in Iraq, essendosele di già completamente attrezzate : se non preciserà altrimenti, sembra che se gli USA-GB si ritirano nelle medesime e girano l’intera gestione del Paese civile all’ONU allora lui sarà contento, e lascerà i soldati spagnoli sul posto a collaborare appunto con l’ONU. Ma questo è proprio quello che vogliono USA-GB ! Essi conserverebbero le basi e così continuerebbero a mantenere l’alto controllo strategico del Paese, anche di quello civile certo, e si garantirebbero il rispetto dei “ contratti “ già fatti nel settore petrolifero e negli altri, e ciò che farebbe l’ONU sarebbe semplicemente di cavargli l’impiccio dell’ordinaria amministrazione civile ! Ah no. La Spagna se ne deve andare dall’Iraq senza precondizioni ( senza se e senza ma si dice ora ), come devono fare tutti gli altri sciacalli convenuti sul posto. E anche se ne deve andare subito, senza fare riferimento a quella data del 30 giugno che è solo un’altra delle tante bambocciate dell’ONU-ServodegliUSA. In Iraq è stata compiuta un’aggressione coloniale. A compierla sono stati quattro Paesi : USA, GB, Australia e Polonia. Ora questi quattro Paesi possiedono in joint venture una colonia, la colonia dell’Iraq. Bene, se la tengano pure, le rubino pure tutto, opprimano pure la popolazione, la massacrino pure. E’ la prassi, con le colonie. Ma niente ipocrisie, niente schermi dell’ONU e niente contorsioni dialettiche da fare ridere i polli : che il mondo sappia.
4- Ancora peggio, Zapatero ha sostenuto i suoi nuovi propositi sull’Iraq in base all’accusa ad USA-GB di avere mentito sul possesso da parte dell’Iraq di armi di distruzione di massa, cioè di avere accampato non un motivo ma un pretesto di guerra per attaccare quel Paese. In tale modo egli implicitamente ha ammesso che se l’Iraq avesse veramente avuto armi di distruzione di massa allora gli USA-GB avrebbero avuto un motivo valido per attaccarlo, e la Spagna un motivo valido per essere là in armi adesso. E’ impossibile che Zapatero non capisca che se un solo Paese al mondo - mettiamo pure gli USA, ma anche la Cina eccetera - ha armi di distruzione di massa allora tutti gli altri hanno il diritto anzi il dovere di possederle, per difendere la propria indipendenza : Perché fa il finto tonto ?
5- Ho detto che il mondo deve sapere la verità sull’Iraq : perché ? Perché la resa dei conti può sempre arrivare ( non mettiamo limiti alla Provvidenza ) e allora sarà utile conoscere responsabilità e danni. Per la vicenda dell’Iraq Zapatero e altri leader politici europei coi loro discorsi ci danno l’impressione che per chiudere il conto basti ritirare i soldati a suo tempo mandati in Iraq. Un Paese di più di 20 milioni di abitanti è stato attaccato senza motivi validi, pesantemente bombardato ; sono stati uccisi circa 50.000 dei suoi abitanti, molti di più feriti e mutilati, tutti in maggioranza civili ; sono stati distrutti impianti, fabbriche, edifici, ospedali, scuole, ponti, oleodotti, pozzi petroliferi, acquedotti, centrali e linee elettriche ; sono stati saccheggiati musei archeologici di inestimabile valore ; l’occupazione militare ha provocato e continua a provocare uno stillicidio di attentati che per forza ogni tanto coinvolgono anche iracheni non collaborazionisti innocenti e che in ogni caso turbano la collettività. E Zapatero dice scusate tanto, ci siamo sbagliati ? Eh no. Bisogna pagare. L’attacco è stato compiuto da USA, GB, Australia e Polonia, ma è stato fortemente avallato dalla Spagna e logisticamente agevolato da Italia e Turchia: i 50.000 morti e i danni dell’attacco sono dovuti a questi cinque. Ci devono essere processi alle persone responsabili, devono essere comminate condanne penali, e i cinque Paesi come tali devono rifondere i danni materiali e morali. Poi c’è l’occupazione, cui stanno partecipando più di 30 Paesi : anche questa è illegittima e bisogna pagare per i danni arrecati nel processo, ognuno per i suoi. Per quanto riguarda gli occupanti italiani, mi pare che essi abbiano controllato, perquisito, arrestato, ferito e anche ucciso : dovranno risponderne. Norimberga docet. 6- Nella Nuova Norimberga potrebbe anche aleggiare il nome dell’attuale papa Giovanni Paolo II. Come ha fatto la Polonia ad entrare nella coalizione dell’aggressione, apparentemente riservata all’elite anglosassone mondiale ? Come ha fatto questo Paese slavo, squallidamente povero, appena uscito dal comunismo, senza esperienza internazionale, ad avere la straordinaria opportunità di mettere le mani su un quarto di tutto il petrolio iracheno in cambio della partecipazione al “ colpo “ di 80 miseri soldati ? Anche San Marino a queste condizioni avrebbe mandato 80 gendarmi. Il motivo sta forse nel fatto che il Papa oltre che essere il grande alleato degli USA nella loro aggressione al mondo è anche polacco, come Zbigniew Brezinski e Paul Wolfowitz, il gatto e la volpe del Dipartimento di Stato USA ? E forse è per questo diciamo interesse campanilistico nella colonizzazione dell’Iraq che il Santo Padre non ha inviato le congratulazioni a Zapatero per la sua clamorosa vittoria elettorale ?
John Kleeves 22 Marzo 2004

 
   
 
Quanti miliardi costera'all’Italia l'abiura di Fini in Israele?
John Kleeves
Secondo me le dichiarazioni fatte dall’onorevole Gianfranco Fini nel corso della sua recente visita in Israele del 24-26 novembre c.a. 2003 più che indignare moralmente dovrebbero preoccupare materialmente.

In fin dei conti lo sapevamo già che Alleanza Nazionale aveva rinnegato completamente le sue proprie origini e Fini ciò che ha fatto non è stato altro che ribadirlo di fronte al mondo, anche se ha scelto una occasione e un modo forse un po’ troppo teatrali e anche umilianti, trovandosi nella presunta casa delle presunte vittime del passato e recitando un atto di contrizione infarcito di abiure esagerate e mea culpa anche personali : in effetti, testuali parole e fra le altre cose, Fini ha detto che il Fascismo è un “ male assoluto “, che la RSI è stata una “ pagina vergognosa “ della storia italiana, che lui stesso - sino a qualche anno fa praticamente - si era “ sbagliato su Mussolini “. L’indignazione morale quindi ci sta certamente, e ci starà per decenni a venire, forse per secoli come è capitato per atti davvero rivoltanti e culturalmente significativi tipo la pugnalata di Maramaldo al morente Ferrucci ; può anche darsi che analogamente a quel caso si creino dei neologismi, magari il verbo fineggiare e il sostantivo fineggiata, “ abiura plateale e indecorosa ma di comodo “ ( gli inglesi del resto dopo l’8 settembre 1943 hanno creato il verbo to badogliate , di significato ovvio ), ma all’oggetto - alla fineggiata - manca appunto la sorpresa, la novità, la freschezza. No, il problema vero per gli italiani a mio avviso è di ordine materiale ( leggi soldi, baiocchi, palanche ) e proviene, sempre a mio avviso, da una concessione che Fini ha fatto al proposito delle leggi razziali promulgate dall’Italia nel 1938. Fini logicamente ha condannato le suddette leggi, ma non è questo il punto ; il punto è che, in una riunione con vari esponenti ebrei ripresa dalle telecamere di mezzo mondo, alla domanda di uno di quelli che gli chiedeva se tale condanna implicava allora una accettazione di responsabilità concrete, Fini ha risposto di sì, ha risposto che la sua condanna delle legge razziali significava “ Accettazione di colpe, assunzione di responsabilità... “. Il passo è anche stato trasmesso dai telegiornali italiani, con ben chiara la viva voce di Fini.
Cosa significa questo ? Io temo, che Fini ha appena promesso agli ebrei una montagna di soldi, ma di soldi nostri non suoi. Sapete che da diversi anni varie associazioni ebraiche internazionali con la scusa dell’Olocausto stanno pompando somme enormi a destra e a sinistra in Europa, ad enti privati e pubblici, a titolo di risarcimento danni per persecuzioni e soprusi di vari generi subiti da ebrei durante la seconda guerra mondiale. E’ quello che lo scrittore statunitense Norman Finkelstein, fra l’altro rabbino ebreo, ha definito nell’omonimo libro una ” industria dell’Olocausto “, perché mira chiaramente a ricavare soldi da disgrazie umane, quando vere e quando più spesso, come sembra, improbabili. La cosa funziona perché è una questione politica più che giuridica : i governi coinvolti intervengono sui loro tribunali perché i querelanti siano in qualche modo soddisfatti e si tolgano dai piedi. In breve, per l’industria dell’Olocausto è necessaria la disponibilità del governo europeo interessato : sinora infatti i grandi risarcimenti sono stati ottenuti in Germania e Austria, e cioè nei Paesi più storicamente esposti all’accusa dell’Olocausto, dove i relativi governi avevano interesse a chiudere le vertenze. Ed è qui che interviene Fini. L’industria dell’Olocausto ha cercato di colpire anche in Italia, e sembra che in qualche caso sia avviata ad ottenere od abbia già ottenuto dei risultati ( mi pare con le Generali ). Ma è stato ancora poco per appetiti di quella fatta, ed è stato così perché il governo italiano sinora non si è mai ritenuto coinvolto nella faccenda dell’Olocausto e non ha esercitato pressioni sui suoi tribunali. Ecco, Fini secondo me, che non è un cittadino qualunque ma il vice Presidente del Consiglio, ha concesso l’appoggio del governo italiano in queste vertenze. Questo evidentemente chiedeva l’esponente ebreo, che mirava al concreto, al soldo, e Fini con la sua risposta l’ha garantito. Questo naturalmente se Fini aveva capito con chi parlava e di cosa parlava ; in caso contrario allora ci sarebbe da chiedersi se questo è un uomo da mandare in giro in visite ufficiali. Bene, siamo a questo in Italia. I partiti e i loro leader litigano fra loro per ottenere dal padrone USA l’incarico a gestire per suo conto la colonia. Per ottenere questo incarico ci hanno già fatto vedere di essere disposti a rovinare il Paese. Ricordiamo qualche prodezza.

- Con l’incredibile slogan delle “ privatizzazioni “ ( una scemenza che neanche un vero scemo prenderebbe sul serio, ma nel Parlamento nessuno fiata ) hanno svenduto e svendono agli angloamericani aziende statali e parastatali di assoluto interesse pubblico, tanto che fra poco pagheremo le bollette di luce, gas, acqua eccetera direttamente al Dipartimento di Stato.
- Con il crac Argentina hanno guardato senza muovere un dito mentre la coppia City di Londra-Wall Street di New York rapinava 50.000 miliardi di lire dalle tasche di 450.000 risparmiatori italiani.
- Hanno poi guardato mentre altri 9.000 miliardi venivano sfilati dalle stesse tasche, sempre senza alzare dito perché la rapina all’ultimo veniva sempre dal Padrone.
- Stanno ancora guardando mentre altre centinaia e forse migliaia di miliardi - non da oggi ma da mesi - stanno migrando verso l’estero tramite la truffa del numero 709 attaccato a Internet.
- Hanno mandato e mandano a nostre spese nostri soldati - arrivati oggi alla bellezza di 13.000, che solo come stipendio costano in media venti milioni di lire al mese ognuno - in giro per il mondo a tenere bordone al padrone USA nelle sue rapine, di petrolio, banane, quello che capita.

Poi dicono che non ci sono soldi per la scuola, per la ricerca, per la sanità, per le pensioni. Comunque la novità ora è che per acquistare benemerenze presso il padrone USA qualcuno pensa di poter passare attraverso l’Ebreo, il favorito della sua corte, e comincia a promettergli soldi : ti garantisco mille, duemila, diecimila miliardi di indennizzi se metti una parola buona per me ! Mi sembra che peggio di così in questo Paese non potrebbe andare. Ma, di nuovo, nel Parlamento nessuno fiata, i giornali parlano di altro, il Presidente consiglia Internet, Berlusconi fa la diplomazia “ personale “, la televisione propina Zelig e Simona Ventura.
John Kleeves  27 novembre 2003 http://www.asslimes.com/

 
   
 

Autoattentato statunitense a Riyad, in Arabia Saudita.
Ecco il motivo

di John Kleeves

Come sapete due giorni fa, il lunedì 12 maggio 2003 alle ore 23.30, a Riyad, capitale dell’Arabia Saudita, quattro auto imbottite di tritolo con in tutto nove uomini a bordo hanno fatto irruzione in un complesso residenziale e si sono lanciate contro altrettanti palazzi, facendosi e facendoli saltare in aria. Il complesso era recintato e sorvegliato da uomini armati, quasi fortificato, e per entrare il commando di kamikaze ha dovuto prima sterminare le guardie al cancello di ingresso, che sembra fossero almeno tre. Nel complesso vivevano con le famiglie degli stranieri - in maggioranza statunitensi e inglesi ma anche italiani e turchi - che si occupavano, là a Riyad, di attività malviste dalla popolazione locale, e che quindi erano da tenere in residenze sorvegliate perché la medesima avrebbe potuto desiderare delle ritorsioni ; per quello che si può arguire da casi analoghi, potevano essere spie, addetti militari, consulenti di polizia, istruttori di tortura, missionari, giornalisti di disinformazione, sperimentatori di medicinali, corrieri di organi umani, trafficanti governativi di droga, cose del genere. Le prime notizie hanno riportato un numero totale di 29 vittime fra le quali, oltre ai 9 attentatori, ci sarebbero stati anche una decina di cittadini statunitensi. Fra i feriti anche tre italiani con uno grave. Poi il vice presidente statunitense Cheney ha parlato di 91 morti e 200 feriti, ma è bene attendere il bilancio definitivo che non potrà arrivare prima di diversi giorni.

Chi è stato ? Immediatamente sembra che sia pervenuta una rivendicazione di Al Qaeda, ma chiunque può adoperare questo nome, mentre sulla stessa Al Qaeda ci sono dubbi su cosa sia in realtà e per chi lavori, e anche se esista effettivamente.

Io ho una opinione : si tratta di una iniziativa del governo statunitense. Si tratta in breve di un altro autoattentato, come fu quello clamoroso dell’attacco alle Twin Towers di New York dell’11 settembre 2001 che fece circa 2650 morti, anche se naturalmente di dimensioni molto più piccole. Oramai è certo che gli Stati Uniti per raggiungere i loro scopi di politica estera hanno deciso di usare sistematicamente un metodo che in fin dei conti hanno sempre adoperato ma che negli ultimi anni sembra che abbiano portato a un livello di perfezione tecnica stupefacente, inimmaginabile, davvero degno di loro : il metodo di organizzare, di creare o indurre in qualche modo degli attentati terroristici contro sé stessi, contro cittadini e beni statunitensi in patria o all’estero, per avere poi la scusa di effettuare rappresaglie o prendere comunque dei provvedimenti ostili contro Paesi prefissati. Come detto è un sistema che gli USA hanno sempre adoperato, a partire dal Boston Tea Party del 1773, quando i patrioti di Hancock e Franklin assaltarono una nave mercantile travestiti da indiani per minare la loro alleanza con il governo coloniale inglese, per continuare con l’autoattentato al loro stesso incrociatore Maine nel 1898 per incolpare gli Spagnoli, con l’esca confezionata col Lusitania nel 1915 per danneggiare i Tedeschi, con l’esca di Pearl Harbor nel 1941 per entrare in guerra, con il finto incidente del Golfo del Tonchino nel 1964 per escalare i bombardamenti a tappeto sul Vietnam, con molti altri episodi minori sparsi in quasi tutti i conflitti e le sovversioni politiche degli USA nel mondo, nel contesto delle quali ultime potremmo citare tutti ma proprio tutti gli episodi della Strategia della tensione in Italia.

Ora appunto questo metodo è stato perfezionato ed adottato ufficialmente anche se segretamente : secondo il politologo Chris Floyd così ha in pratica rivelato l’analista militare statunitense William Arkin in un articolo pubblicato sul Los Angeles Times della domenica 28 ottobre 2002 : qui, parlando dell’enorme espansione dei servizi segreti favorita da Donald Rumsfeld ( l’attuale ministro della Difesa degli USA ) sin da quando era un semplice consulente di Richard Nixon, Arkin avrebbe nominato un nuovo dipartimento che è stato costituito ai confini tra la CIA e il Pentagono, chiamato P20G ( Proactive Preemptive Operations Group, cioè “ Gruppo per Operazioni Incentivate e Preventive “ ), che si occuperebbe proprio di “ eseguire missioni segrete studiate per stimolare reazioni nei gruppi terroristici inducendoli a commettere atti violenti che poi li esporrebbero al contrattacco delle forze USA “. Il P20G insomma progetta ed esegue, o fa eseguire, autoattentati.

Autoattentati appunto come quello macroscopico alle Twin Towers e come quello dell’altro ieri a Riyad. L’autoattentato alle Twin Towers aveva uno scopo che nel tempo si è poi chiarito in modo direi cristallino, indubitabile : inventare il “ Terrorismo internazionale “ con gli annessi e connessi di Osama Bin Laden e di Al Qaeda ( entrambi in effetti delle creature statunitensi risalenti al periodo della guerriglia antirussa in Afganistan ) allo scopo di avere la scusa per eseguire l’occupazione tramite guerra di alcuni Paesi esteri, cosa che è poi effettivamente avvenuta con l’Afganistan e con l’Iraq mentre gli altri da me già debitamente segnalati oramai da più di un anno sono destinati a seguire.

Quale lo scopo dell’attentato a Riyad ? Oltre alla funzione di rafforzare genericamente la fasulla idea precedente del “ Terrorismo internazionale “, a mio avviso questo attentato ha uno scopo estremamente preciso, direi circoscritto e localizzato : bloccare i crediti in dollari dell’Arabia Saudita custoditi negli USA. Sappiamo come fanno gli Stati Uniti a vivere al di sopra dei loro mezzi : obbligano con la forza i Paesi produttori di materie prime a venderle in dollari, che sono dei foglietti di carta che loro producono a volontà, a costo circa nullo ( cioè alla spesa di stampa, qualche cent per ogni biglietto da mille dollari ), e poi costringono gli stranieri che accumulano tanti di quei biglietti a trasformarli in titoli di Stato USA depositati presso banche in USA. Il risultato netto dell’operazione è che gli USA consumano beni del pianeta come bestie in cambio dell’aumento di un debito estero in dollari che è solo teorico perché essi non hanno alcuna intenzione di pagarlo, né in verità potrebbero. Da sempre i maggiori detentori esteri dei titoli di Stato USA sono gli Arabi, perché appunto in cambio del petrolio ricevono i soliti coriandoli verdi che loro trasformano in titoli di Stato USA custoditi negli USA, e bene, tutto è sempre filato liscio sino adesso, quando l’atteggiamento dell’Arabia Saudita, per ragioni che non è il momento di approfondire, è cambiato : da qualche tempo in qua, infatti, l’Arabia Saudita sta trasformando piano piano i suoi titoli in dollari in titoli in euro, che custodisce in Europa e in Russia. La manovra sembra si sia accentuata dopo l’aggressione statunitense all’Iraq, causando quel brusco e inaspettato apprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro cui stiamo assistendo. Ecco, gli USA non possono permettere che ciò continui. Anche perché l’esempio dell’Arabia Saudita potrebbe trovare imitatori, innescando un fenomeno che potrebbe portare al crollo della valutazione del dollaro con conseguenze catastrofiche sia sul piano interno che estero. L’autoattentato di Riyad serve perfettamente allo scopo. Sono stati uccisi dei cittadini statunitensi, altri sono stati feriti, partono delle cause di risarcimento danni in cui vengono chieste somme astronomiche. Il governo dell’Arabia Saudita forse non c’entra ma non si sa mai ; inoltre c’è sempre l’accusa della protezione insufficiente, forse colpevolmente o anche solo colposamente insufficiente : per cautelare i diritti dei cittadini statunitensi il governo federale USA può decidere di bloccare tutti gli averi dell’Arabia Saudita negli USA. Anzi potrebbe farlo un semplice giudice federale. Ed il problema è risolto.

Tutto ciò si accorda con l’atteggiamento già preso dagli USA : il governo di Riyad parla di 29 vittime, ma il vicepresidente USA Cheney ha subito parlato di 91 morti e di 200 feriti. Chiaro perché : più sono i morti più si può giustificare un provvedimento così clamoroso come il blocco dei beni sauditi negli USA.
Io invito il pubblico a seguire la vicenda.

 
   
 

SPORT E POLITICA
LA MORTE DI PANTANI
di JOHN KLEEVES

Sono enormemente dispiaciuto dalla morte del campione Marco Pantani, che ammiravo sia come ciclista che come uomo, un doppio sentimento che mi è rimasto intatto, anzi aumentato. Ma ho anche altro da dire al riguardo. Nella puntata di “ Porta a porta “ dello scorso mercoledì 18 febbraio 2004, dedicata alla tragica fine di Marco Pantani avvenuta il giorno sabato 14 febbraio precedente, c’è stato un momento chiave ; fatidico direi. E’ stato quando il giornalista sportivo Candido Cannavò, commentando i guai sportivi e giudiziari che negli ultimi anni si sono abbattuti su Pantani e che senza dubbio per via diretta o per via traversa lo hanno portato alla morte, ha escluso la possibilità che si sia trattato di un complotto. L’ha esclusa soprattutto perché, ha detto, “ per un complotto occorre un movente e qua non c’è assolutamente alcun movente “. Gli invitati presenti - gli ex ciclisti Francesco Moser e Davide Cassani, i dirigenti sportivi Pescante e Del Monte, l’ex calciatore Gianni Rivera - e il conduttore Vespa non hanno controbattuto, sono rimasti muti e compunti, mi è sembrato anche con gli occhi bassi, avallando così in pratica il ragionamento. Ragionamento invece che è sbagliato, perché un movente per un complotto può esserci stato. E non si tratta di un movente segreto, che si debba scoprire adesso con un grande sforzo di meningi : l’ho avanzato io medesimo più di tre anni fa. Ma procediamo con ordine. Prima vediamo se le traversie di Pantani furono di tipo tale da prestarsi al sospetto del complotto ; non dico alla certezza del complotto, dico al sospetto del complotto. Certamente lo furono. I guai di Pantani cominciarono il 5 giugno 1999 subito dopo l’arrivo a Madonna di Campiglio, la penultima tappa di un Giro d’Italia che lui aveva dominato in lungo e in largo e aveva praticamente già vinto. Sottoposto ad un controllo del sangue ( un controllo di routine, eseguito sui primi dieci classificati ), il suo ematocrito veniva trovato fuori norma ( segno forse, si congetturò, di uso di EPO, un tipo vietatissimo di “ doping “ ) e a norma di regolamento egli veniva “ fermato “, cioè inibito a gareggiare per i seguenti 15 giorni. Il Giro, che aveva in tasca, era perso ; la legittimità delle sue vittorie passate messa in discussione ; il suo prestigio messo in dubbio ; il suo morale scosso, tanto che non partecipò al Tour che sarebbe cominciato un mese dopo. Ma alcune cose non quadravano. Pantani non era un ciclista qualunque, ma un campione nella sua fase di massimo, esplosivo rendimento : l’anno prima, il 1998, aveva vinto sia il Giro che il Tour, realizzando un exploit che a un ciclista italiano mancava da decenni, e quell’anno 1999 si stava ripetendo. La sua popolarità era enorme e internazionale ed egli per l’Italia era un capitale : stroncarlo così, improvvisamente, era insensatamente autolesionistico : se era vero che l’EPO è così pericolosa come si dice, e se era vero, o se c’era il sospetto che Pantani la usava, la prassi normale con un tale personaggio sarebbe stata di diffidarlo privatamente. Anche perché anche nella peggiore delle ipotesi non è che Pantani avesse portato o stesse portando via granché ai suoi avversari di corsa : alcuni ciclisti, del presente e del passato, hanno dichiarato che più o meno tutti i ciclisti, o la grande maggioranza di loro, usano sostanze, chi più e chi meno, quali più e quali meno vietate ; l’aveva detto anche Fausto Coppi. Non solo, ma secondo quanto detto dal ciclista Marco Velo nella stessa trasmissione, in collegamento, correva la voce già la sera prima, la sera del 4 giugno, che Pantani sarebbe stato trovato positivo e tolto dalla classifica ; Velo avrebbe confermato così alcune indiscrezioni dello stesso senso che erano filtrate dalla stampa subito dopo il clamoroso fatto del 5 giugno.

Poi fu il noto calvario. Ogni volta che Pantani cercava di rialzarsi veniva atterrato di nuovo. Nel 2000 riuscì a prepararsi per partecipare al Tour e ne fu ancora un protagonista. Ma nel 2001 al Giro d’Italia ci fu la vicenda della siringa di insulina trovata nell’albergo dei ciclisti e attribuita a lui, che fu condannato : il giudice della CAF Salami, che si dimise credo proprio per questo episodio e presente nella trasmissione di Vespa, dice invece che contro Pantani non c’era alcun elemento. In ogni caso apparentemente per questo episodio Leblanc, l’organizzatore del Tour, rifiutò l’iscrizione di Pantani all’edizione di quell’anno, mettendo assieme nell’ostracismo anche Cipollini ; si trattò da qualunque parte la si guardi di una decisione stupefacente, immotivata sia nella forma che nella sostanza, e una decisione anche questa autolesionistica, se non per la Francia almeno certamente per il Tour. L’ultimo sforzo di Pantani fu con il Giro del 2003, dove arrivò quattordicesimo, un risultato non cattivo considerata la preparazione per forza scadente. Ma ancora Leblanc rifiutò la sua iscrizione al Tour e Pantani gettò definitivamente la spugna. In tutto il frattempo c’erano i procedimenti giudiziari aperti contro di lui dalla giustizia ordinaria, sempre per illecito uso di sostanze dopanti nell’attività agonistica ; alla fine Pantani venne via via assolto da ogni reato, ma sette Procure lo portarono a giudizio e le sue spese legali ammontarono in totale a un miliardo e mezzo di lire.

E veniamo al movente. Se noi osserviamo l’ambiente del ciclismo un po’ dall’alto e con un po’ di prospettiva notiamo subito che negli ultimi anni è comparsa una anomalia clamorosa : fra gli sponsor delle varie squadre, che sono sempre stati enti giuridici privati, in genere aziende e banche ( Mercatone Uno, Banesto ecc ), si è silenziosamente introdotto il governo di uno Stato. E’ il governo degli Stati Uniti. Infatti da qualche tempo noi troviamo la squadra della “ US Postal “, che sembra l’abbreviazione di qualche azienda privata tipo la “ Postalmarket “ o che si confonde con l’agenzia sempre privata di spedizioni internazionali UPS ( “ United Parcel Service “ ), ma che è proprio l’US Postal Service ( il nome esatto della squadra in effetti è United States Postal Service Cycling Team ), cioè il servizio postale degli USA, un ente federale che fa parte del governo statunitense ( è in pratica il loro Ministero delle Poste e Telecomunicazioni ). Ed un ente federale fra i più grandi : dispone di più di 900.000 ( novecentomila ) dipendenti fissi, fra postini e impiegati alle varie forme di comunicazioni, ed ha un budget proporzionale. Già è un fatto inquietante che un ministero, cioè un governo, diventi uno sponsor dello sport, nella fattispecie del pedale, mettendosi in concorrenza con ragioni sociali tipo “ Algida coni gelato “, “ Bianchi biciclette “ e “ Saeco macchine per caffè “. Ma il vero problema è che quello degli USA non è un governo come gli altri. Gli USA sono un Paese che dalla sua fondazione è teso alla conquista-sottomissione del mondo, che si è sempre mostrato cinico e implacabile nel perseguimento, che ha sempre usato l’arma della propaganda in quantità straordinarie e in forme spesso impensate tanto da aver in pratica nazionalizzato la sua industria cinematografica per strumentalizzarla meglio ( vedi su Hollywood il mio “ I divi di Stato “, Il Settimo Sigillo, Roma 1999 ), e che nell’ultimo decennio si trova, o pensa lui di trovarsi, alla stretta finale, a un passo cioè dalla meta agognata da più di due secoli : è ovvio che questo governo non sta giocando, è ovvio che la sponsorizzazione di una squadra ciclistica non è per amore dello sport ma è un’operazione promozionale ed è ovvio che saranno lesinati ben pochi mezzi e sforzi perché la medesima riesca, dia cioè i frutti preventivati.

Di quale tipo è questa operazione promozionale ? E’ facile a dire, perché si tratta di un problema vecchio della politica estera statunitense, che ogni tanto torna di attualità. E’ il problema del distacco “ spirituale “ che gli europei avvertono nei confronti degli statunitensi, una sensazione epidermica ma che crea diffidenza, all’ultimo complicando l’accettazione delle politiche statunitensi presso quella Europa che come sempre e bene dice il consigliere politico statunitense Zbigniew Brezinski è il cardine del piano di conquista mondiale degli USA. Henry Kissinger, altro consigliere politico statunitense, che col presidente Ford fu anche Segretario di Stato ( 1973-1977 ), pensava che avrebbe aiutato se statunitensi ed europei avessero avuto almeno un grande sport di massa in comune. Lui pensava al calcio e fu l’alto protettore - se non il promotore - dell’operazione Cosmos, la squadra di calcio di New York che ad un certo momento cominciò a fare incetta di campioni esteri di grande richiamo, anche se forse un po’ in declino ( ricordo Pelè e Chinaglia ). Non funzionò, ma l’idea non morì. Ecco, ciò che è sicuro è che questa idea è tornata con una iniziativa mirata, non più al calcio, ma al ciclismo, l’altro grande sport di massa tipico dell’Europa e viceversa poco seguito negli USA. Probabilmente ad ispirare gli ambienti direttivi statunitensi deputati alla propaganda ( che fanno capo ad un altro ente federale, l’USIA, United States Information Agency, fondato nel 1953 appositamente per curare l’immagine degli USA all’estero ; è in pratica il Ministero della Propaganda degli USA e fra l’altro sovrintende alla produzione di Hollywood ) è stata la figura di Greg LeMond, un ciclista professionista statunitense che vinse tre Tour de France ( nel 1986, nel 1989 e nel 1990 ). LeMond era giunto inaspettato ( era il primo ciclista statunitense a vincere non dico un Tour ma un qualcosa all’estero ) e non ci furono interferenze del suo governo, tanto che egli vinse i suoi Tour gareggiando in una squadra francese. Ma quando si profilò un altro campione statunitense credo che le cose furono diverse. Il ciclista promettente era Lance Armstrong, che gareggiava al solito per una squadra estera, la Cofidis. Nel 1993 e nel 1995 aveva vinto una tappa al Tour de France ma in seguito a una grave malattia, dalla quale era però guarito nel marzo 1997, era libero. Questa volta l’US Government era pronto. Poco prima, anche se non è certo se in previsione proprio di Armstrong, il suo Ministero delle Poste aveva creato un gruppo ciclistico : lo stesso si assicurò Armstrong e gli mise a disposizione un vero squadrone, così pieno di professionisti di livello internazionale come negli USA non si era mai visto. Con questo squadrone, appunto l’US Postal, nel 1998 Armstrong vinse il Giro del Lussemburgo e il Giro d’Olanda ; non partecipò al Tour de France ma è chiaro l’obiettivo che gli era stato assegnato : vincere proprio i Tour de France, l’avvenimento ciclistico più prestigioso e più seguito del mondo, l’unico obiettivo per il quale per quella organizzazione valesse la pena di scomodarsi.

Come andarono le cose è proprio ciò che rende non dico certa : dico ammissibile l’ipotesi del complotto contro il povero Pantani, perché fornisce ciò che non dico è : dico potrebbe essere un movente. Il fatto è che Lance Armstrong a partire dal 1999 ha vinto sì cinque Tour de France di fila ( 1999, 2000, 2001, 2002 e, per ora, 2003 ) ma ogni volta qualcosa gli aveva sempre tolto di mezzo quello che sino al 5 giugno 1999 era certamente per lui l’uomo da battere, e cioè Pantani : nell’edizione del 1999 Pantani era assente per la vicenda di Madonna di Campiglio ; in quella del 2000 era presente ma fuori forma perché al Giro c’era stata la vicenda della siringa fantasma ; nelle successive Pantani era assente perché addirittura la sua iscrizione era stata respinta ( a lui, che del Tour aveva vinto l’edizione del 1998 ! ). E al proposito delle esclusioni del 2001, 2002 e 2003 si potrebbe anche osservare che nella apparizione del 2000 Pantani, pure così palesemente e giustificatamente fuori forma, era stato l’unico a sfidare praticamente, e anche a osare psicologicamente di sfidare, la leadership di Armstrong ( la mia impressione è che con Armstrong il campione tedesco Ullrich invece sia sempre stato sin dal 1999 rinunciatario, stranamente rinunciatario ).

In breve la possibilità è che Pantani sia stato vittima di un complotto per spianare la strada ad Armstrong, un complotto che nel caso sarebbe avvenuto naturalmente all’insaputa di Armstrong stesso il quale, poveretto anche lui, ha sempre pensato solo a pedalare. Neanche la squadra della US Postal nel caso era necessario che sapesse alcunché, neanche il suo direttore sportivo e né altri dirigenti. Nel caso tutto sarebbe stato curato - è presumibile - dalla CIA. Non bisogna dimenticare che il 1999 è l’anno della messinscena USA del Kosovo e dell’abominevole attacco alla Yugoslavia, un periodo in cui gli USA avevano un particolare e impellente bisogno di ammorbidire la tradizionale diffidenza degli europei, di indurli a sentirsi in empatia con gli statunitensi ; in breve di ingannarli. Non rimane che notare come è verosimile che il governo USA sia rimasto soddisfatto dall’operazione ciclismo : il 17 marzo 2001 il vice presidente del US Postal Service - e cioè il vice Ministro delle Poste e Telecomunicazioni USA - Gail Sonderberg ha annunciato che il US Postal Service diverrà lo sponsor anche della associazione statunitense di ciclisti dilettanti “ USA Cycling National Junior and Espoir Teams “, allo scopo “ ha detto “ di sviluppare nuovi campioni nazionali “ ( www.usps.com/news/2001/press/ ). Sin dall’inizio l’iniziativa del US Postal Service è stata logica : se l’URSS faceva sponsorizzare le squadre di calcio al suo Ministero della Difesa ( le squadre “ Stella Rossa “ ), al suo Ministero dei Trasporti ( le “ Lokomotiv “ ) eccetera, perché gli USA, che sono sempre stati una dittatura equivalente nella sostanza ( anche se non nella forma, certo ), non dovrebbero far sponsorizzare il ciclismo dal loro Ministero delle Poste ? Avevo detto che avevo segnalato la possibilità del complotto contro Pantani già da alcuni anni. E’ vero, ho scritto in merito due articoli. Il primo intitolato “ Sport e politica. Dal calcio alle Olimpiadi le ragioni della propaganda dietro gli avvenimenti più seguiti “ pubblicato sul mensile “ Orion “ del settembre 2000, il secondo intitolato “ Il governo USA diventa sponsor del pedale. La Usps di Lance Armstrong non è altro che il Ministero delle Poste di Washington “ pubblicato sul quotidiano “ Rinascita “ del 10 giugno 2001. Sono caduti entrambi nel vuoto. O così è sembrato. Anche l’ambiente più consapevole del ciclismo, o almeno quello che così dovrebbe essere e cioè quello del giornalismo sportivo, si è mostrato tetragono ai miei ragionamenti. Preparando l’articolo del 2000 telefonai alla “ Gazzetta dello Sport “ ( di cui era direttore se non sbaglio proprio Candido Cannavò ) per avere conferma del fatto che lo sponsor della squadra di Armstrong era proprio il Ministero delle Poste degli USA, una cosa che mi pareva abnorme ; mi fu passato il signor Zoncolan ( almeno mi pare di ricordare ; se non era lui mi scuso ) che mi disse che sì, le cose stavano così ma non c’era niente di strano perché l’USPS metteva solo i soldi mentre la gestione era del direttore sportivo ( Breuking, mi pare ) che pensava solo alle corse. Ah, tutto bene allora.

A dire la verità sembra che le mie osservazioni non abbiano convinto neanche l’interessato più diretto, e cioè Marco Pantani : il 15 dicembre 2000 gli scrissi una lettera, allegando una fotocopia dell’articolo stampato su “ Orion “ e chiedendogli cosa ne pensava, ma non ebbi risposta. A dire il vero non sono sicuro che Pantani l’abbia effettivamente letta quella lettera, anche se l’avevo preannunciata al telefono alla madre ( lui non c’era ), ma non sarebbe stato strano se neanche lui avesse trovato i miei sospetti verosimili. Il fatto è che l’idea comune che la gente ha degli USA è troppo radicalmente diversa da quella che io diffondo. Specie venendo all’argomento della propaganda USA la gente non ha idea della sua scala gigantesca, della sua penetrazione singolarmente profonda, che può tranquillamente arrivare appunto al settore dello sport, e spesso della sua estrema originalità ; non ha idea che sono ben poche le cose che gli addetti USA non farebbero per creare, mantenere e migliorare la falsa immagine che degli USA ha il mondo. Che la mia interpretazione degli USA, che ho cominciato a diffondere ai primi del 1991, sia quella esatta è dimostrato ormai dai fatti, dagli eventi del Kosovo, della Serbia, dell’Afghanistan, dell’Iraq ; dagli orrori di Guantanamo e dell’USA Patriot Act ; dalle rapine delle Multinazionali USA dei medicinali, delle sementi, del petrolio, dell’acqua ; da parecchie altre cose. Ma l’Italia è un paese dominato dagli USA, ha una informazione di regime e una censura di fatto che perpetuano il solito stereotipo, e così non mi sorprendo poi tanto di dover constatare come la gente sia psicologicamente indifesa di fronte a questo fenomeno. Indifesa come lo erano i pellerossa del nord America, che neanche dopo aver visto i bianchi rompere uno dopo l’altro tutti i trattati di pace stipulati con loro ( più di quattrocento... ) capirono con chi avevano a che fare.

Forse mi ha sorpreso di più l’opinione sulla morte di Pantani che è stata espressa dal quotidiano “ Rinascita “, lo stesso che a suo tempo pubblicò quel mio articolo sulla US Postal. Ora sembra infatti che la redazione del quotidiano non sia stata convinta dai miei ragionamenti, o che almeno non lo sia più. Il 17 febbraio 2004 il giornale ha commemorato la morte di Pantani a pagina 14 con due articoli entrambi sotto il cappello della frase : “ Il pirata è stato divorato sull’altare dello sport-spettacolo “, articoli che ripropongono la solita tesi televisiva, l’ovvia tesi lasciatemi dire di Stato, e cioè che Pantani era morto o si era ucciso per la delusione di non essere o di non poter più essere per vari motivi il numero uno, una tesi dal punto di vista politico splendidamente inoffensiva. Sembrava un giornale che agli USA non faceva sconti. Invece di un complotto non avanza neanche l’ombra di un sospetto, lo ritiene impensabile. Proprio come Candido Cannavò.
John Kleeves 23 febbraio 2004

 
   
 
Wojtyla, papa dell’ingiustizia
di John Kleeves

Ricordo ancora quel brutto episodio al vertice mondiale dell’ONU sulla povertà tenuto a Monterey in Messico nel marzo del 2002, quando Kofi Annan abbandonò il palco non appena che Fidel Castro vi mise piede sopra per tenere il suo annunciato discorso di fronte all’assemblea. Si trattò di un gesto ostentato e teatrale, con il Segretario generale dell’ONU che si levava di scatto dalla sedia allontanandosi impettito e naso in aria, un virtuoso scandalizzato perché sul palco era piombata inaspettata la cosa più ignobile del mondo, e la scena, che vidi in televisione, mi lasciò a disagio a lungo tanta era stata l’impressione per una tale spettacolare dimostrazione di bassezza umana. Bassezza umana perché Fidel Castro non era un semplice Capo di Stato del Terzo Mondo, che si potesse anche mettere alla berlina in un congresso ; Fidel Castro è un personaggio già passato alla Storia, è uno dei grandi del XX secolo, il solo ancora vivente in questi inizi del XXI, e trovandosi alla sua presenza l’unica cosa appropriata da fare, anche se non si sta dalla sua parte politica, è di chiedergli l’autografo, se è così gentile con dedica : altro che fargli fare la parte dell’appestato, altro che farsi credere scandalizzato dalla sua presenza come fosse il più grande criminale del mondo ! Era evidente che Kofi Annan, che ha sempre posto l’ONU al servizio degli interessi USA, seguiva un copione politico e con la sceneggiata contribuiva alla campagna statunitense di diffamazione contro Cuba, una di quelle campagne che gli USA sempre conducono contro chi per qualche motivo detestano.

Bene, una sceneggiata analoga ai danni di Fidel Castro si è ripetuta pochi giorni fa, avendo come protagonista questa volta, al posto del Segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, il Pontefice della Chiesa Cattolica Romana Karol Wojtyla. E’ successo che a Cuba il 18 marzo c.a. 2003 si sono conclusi i processi di alcuni attivisti politici dissidenti che erano stati arrestati : 75 sono stati condannati a pene detentive per un totale di 1.454 anni, e 3 - colpevoli di aver tentato di dirottare verso gli USA un traghetto marittimo - sono stati condannati a morte, sentenza che è poi stata effettivamente eseguita l’11 aprile seguente, per fucilazione. Cosa ha fatto Wojtyla nel frangente ? Niente dopo il 18 marzo, poi il 13 aprile ha fatto scrivere al cardinale Sodano, a suo nome, una lettera privata a Fidel Castro dove si esprimeva il “ profondo dolore del Pontefice “ per le esecuzioni e si chiedeva “ un significativo gesto di clemenza “ per gli attivisti incarcerati, e infine il 26 aprile, immediatamente dopo che Castro in un discorso televisivo aveva ribadito la linea dura contro i dissidenti, ha fatto rendere pubblica la medesima lettera ! Come dire : ti avevo chiesto in privato delle cose ma visto che me le hai rifiutate adesso ti faccio la piazzata, ti faccio passare pubblicamente per cattivo !
E’ chiaro che si è trattato anche qui di un copione politico, perché non vi era la minima giustificazione per nessuno dei gesti compiuti da Wojtyla nei riguardi di Fidel Castro.

 Non è giusto difendere i dissidenti cubani.
Per prima cosa non è stato giusto intercedere per gli oppositori politici cubani. Ciò neanche se l’intercessione fosse stata e fosse rimasta perfettamente privata.
Cuba non è un Paese che possa svolgere la politica che vuole : è un Paese che da più di 40 anni è sotto assedio e sotto attacco da parte della più grande e malvagia Potenza dei nostri tempi, gli Stati Uniti. Sin da quando Fidel Castro nel 1959 prese il potere, mettendo in fuga il “ loro “ dittatore Fulgencio Batista, gli USA hanno fatto di tutto per rovesciarlo e far rientrare Cuba nel novero delle loro neocolonie, come era prima.

E quando si dice che gli USA a Cuba hanno fatto “ tutto “ si intende proprio “ tutto “. Hanno stretto Cuba nella morsa di un embargo economico rigidissimo, nel quale ancora si dibatte. Hanno accolto negli USA i rifugiati anticastristi - una infima minoranza della popolazione cubana ! - e li hanno inquadrati in organizzazioni contigue alla CIA che, tuttora attive, negli anni ’60 e ’70 ebbero una via libera incondizionata compiendo centinaia di incursioni armate sull’isola, bombardando o in qualche modo sabotando raffinerie, impianti chimici, mulini, depositi di zucchero, ponti ; pescherecci e mercantili cubani erano spesso attaccati e qualche volta affondati da aerei apparentemente da turismo preparati dal Pentagono per questi elementi. Nel 1961 hanno tentato l’invasione militare surrettizia dell’isola, facendo sbarcare nella Baia dei Porci un’armata di anticastristi protetta dalla loro Marina e Aviazione  ( nel frangente il Pentagono aveva studiato il piano Northwoods, che prevedeva di eseguire attentati anche sanguinosi nei confronti di cittadini statunitensi e di attribuirli falsamente ai cubani per avere la scusa di dichiarare una guerra : erano i prodromi della clamorosa politica di autoattentati iniziata con l’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 ). Nel 1960 hanno fatto esplodere nel porto dell’Avana il mercantile francese Le Coubre ; nel 1964 hanno sabotato nel Tamigi un mercantile tedesco che stava trasportando 42 autobus venduti dalla British Leyland a Cuba nonostante l’embargo ; nello stesso anno hanno convinto una famosa ditta della Germania Occidentale a fabbricare una partita di cuscinetti appositamente difettosi da vendere a Cuba. A più riprese hanno contaminato i sacchi di iuta usati per esportare lo zucchero cubano, così come a più riprese hanno messo zucchero nei serbatoi degli autobus dell’Avana facendo grippare i motori. Nel 1969 e nel 1970 aerei statunitensi senza insegne partiti dal China Lake Naval Weapons Center hanno sorvolato Cuba disseminando cristalli chimici che hanno provocato piogge torrenziali da una parte e siccità dall’altra, danneggiando la canna da zucchero. La guerra batteriologica è stato tutto un capitolo. Nel 1962 gli USA indussero un tecnico agricolo canadese volontario a Cuba a spargere un virus che provocò un’epidemia negli allevamenti di tacchini ; nel 1971 riuscirono a creare un’epidemia negli allevamenti di maiali, che fu fermata solo sacrificando 500mila animali ; nel 1981 tramite zanzare provocarono un’epidemia di un tipo di influenza che colpì 300mila persone con 158 che morirono ( doveva trattarsi di un coronavirus, forse lo stesso della SARS che gli USA hanno sparso in Cina agli inizi di questo anno 2003 ). Un episodio di terrorismo di Stato clamoroso ci fu il 7 ottobre 1973, quando gli USA sabotarono un DC8 della Cubana Airlines in ritorno da Barbados con 73 persone a bordo, tutte morte ; a mettere la bomba era stato l’agente della CIA Orlando Bosh, lo stesso che pochi giorni prima aveva partecipato all’omicidio a Washington dell’ex ambasciatore cileno Orlando Letelier, in cui era morta anche la sua segretaria Ronnie Moffit. Il tutto continua : la serie di attentati ad alberghi cubani che si è verificata dal 1997 al 1999, con episodi che si sono ripresentati sino a oggi, e nei quali ci sono state anche vittime fra cui un turista italiano, è opera degli Stati Uniti, realizzata tramite agenti infiltrati a Cuba e in collusione con ambienti dell’opposizione politica locale.

Ciò per dare un’idea del tipo di aggressione cui da decenni è sottoposta Cuba. In questa situazione è ovvio che il governo locale si deve difendere e non può lasciare spazi di manovra agli USA : non può aprirsi alla democrazia perché gli USA ne approfitterebbero subito per fare valere il loro danaro : si accaparrerebbero i media della stampa e dell’etere, corromperebbero partiti e politici, militari e poliziotti, falsificherebbero le elezioni con l’acquisto di voti e l’esecuzione di brogli, e così via, riprendendo in poco tempo la loro nefasta influenza sull’isola e rimettendo in sella un loro uomo, un’altro Batista. L’opposizione politica a Cuba non è ammessa perché ciò che essa vuole è proprio questo, il ritorno al potere degli USA, il ritorno di Cuba allo stato neocoloniale. Tale opposizione in verità va repressa, e con molta determinazione e andando anche poco per il sottile vista l’emergenza e il tremendo pericolo per il popolo cubano. Questa linea di fermezza è la miglior garanzia per l’indipendenza di Cuba e per il benessere della grande maggioranza del suo popolo.

Bene, ora che si sono messi - e non omessi come si fa di solito in Italia - questi puntini sulle u, è chiaro che intercedere a favore di “ atti di clemenza “ per l’opposizione interna cubana significa voler indebolire la resistenza di Cuba nei riguardi degli assalti statunitensi, significa volere male al popolo cubano. E questa era - temo - l’intenzione di Wojtyla quando ha incaricato Sodano, con la lettera del 13 aprile, di intercedere per gli oppositori condannati. E’ stata una cosa ingiusta, che non andava fatta.
Una cosa sulla quale in più grava un’altro interrogativo : come mai per consegnare quella lettera di intercessione si è atteso il 13 aprile, due giorni dopo cioè che la condanna a morte dei tre dirottatori era stata eseguita ? Non era forse più logico consegnarla prima dell’esecuzione, e cioè subito dopo la pronuncia della sentenza, avvenuta il 18 marzo ? Chissà, magari la supplica papale sarebbe stata accolta e la vita dei tre sarebbe stata salvata ! E’ come se al Vaticano non interessasse affatto la vita dei tre, ma proprio la loro morte, vista come occasione per iniziare una manovra politica-propagandistica.

Non è giusto denigrare Fidel Castro.
Ancora peggio con il gesto del 26 aprile, quando Wojtyla ha fatto rendere pubblici l’esistenza e il contenuto della lettera del 13. E’ chiaro che ha voluto far passare Fidel Castro per un feroce dittatore, contando sull’impressione suscitata dalle tre fucilazioni. Mi sembra che con ciò si sia passato ogni limite. Come ! Si tace su un paese come gli USA e si batte la grancassa su uno come Cuba ?
Ricordo brevemente cosa sono, dal punto di vista giudiziario, gli Stati Uniti. Sono un paese dove ci sono 4 milioni di carcerati e 2,6 milioni di altri cittadini agli arresti domiciliari e similari ; è quasi il 4% degli adulti, e bisogna considerare che la distinzione fra reati comuni e reati politici è spesso aleatoria ; comunque i detenuti politici in senso stretto sono valutati in 10mila ( Theodor Kaczinski - Unabomber - è un esempio limite di costoro ). Esiste la pena di morte, prima tolta e poi reintrodotta nel 1976, e di nuovo ancora comminabile a minorenni e ritardati mentali : da allora al dicembre 2001 le condanne a morte sono state 6.754, delle quali 649 eseguite ; alla stessa data quelli in attesa dell’esecuzione, in genere da anni, erano 4.000, circa lo stesso numero di adesso. Nella maggioranza dei casi i condannati a morte, questi dead men walking come li chiamano i secondini, sono del tutto innocenti, in genere dei neri poveri condannati frettolosamente per evitare di dovere scoprire un colpevole bianco, e spesso gli è stata estorta una confessione con la tortura. Il 10 gennaio c.a. 2003, tre giorni prima della scadenza del suo mandato, il governatore dell’Illinois George Ryan, criticando il sistema giudiziario e valendosi di prerogative cui non aveva mai osato ricorrere prima, ha vuotato il braccio della morte dello Stato : ha commutato 156 condanne a morte in ergastoli e ha direttamente graziato 4 elementi, scagionati da test del DNA che erano stati ignorati dai tribunali.

Dopo le Twin Towers gli USA hanno adottato il USA Patriot Act, col quale il governo USA si arroga il diritto di arrestare chiunque sospetti di terrorismo, dovunque si trovi, e di condannarlo anche a morte in base alla decisione di un tribunale militare, o anche senza nessuna decisione scritta di nessuno in particolare. Nel territorio degli USA ciò ha portato all’arresto preventivo e quasi sempre immotivato di 5.000 persone. Nel resto del mondo ciò ha portato agli abomini di Bagram, Guantanamo e Diego Garcia, le basi militari dove gli USA tengono persone che hanno catturato qua e là per il mondo, spesso ma non sempre in seguito a guerre di aggressione come in Afghanistan e in Iraq. A Guantanamo ci sono 600 prigionieri, colpevoli non si sa di che, tenuti in gabbie sotto il sole ; in Afghanistan - dove a Mazar-i- Sharif gli statunitensi hanno di fatto fucilato 2.000 prigionieri - ci sono 3.000 prigionieri, quelli tenuti a Bagram chiusi in sei gabbioni. In tutti questi luoghi gli USA torturano gli interrogati, o semplicemente torturano i prigionieri per tenerli in agonia ; per certo si sa che come minimo sotto tortura sono morti due prigionieri, entrambi a Bagram, un certo Dilwar di 22 anni e un certo mullah Habibullah di 30. Gli USA premono per farsi consegnare elementi sospetti ( o solo sgraditi ) da tutti gli altri Paesi, e per ora si sa per certo che hanno girato agli USA dei loro cittadini, o dei loro ospiti stranieri, i seguenti paesi : Egitto, Marocco, Nigeria, Giordania, Pakistan, Israele, Turchia, Sudafrica, Filippine. Ma la lista è certamente molto più lunga e a mio avviso comprende anche l’Italia.

In breve gli USA - al di là dell’ingannevole immagine che hanno sempre curato di trasmettere - sono una feroce dittatura ( una dittatura dell’imprenditoriato l’ho definita in effetti ) che governa in casa con la repressione poliziesca, con la pena di morte e con la tortura, e che - infischiandosi della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra e della Carta dei Diritti Umani dell’Onu, e irridendo a organizzazioni umanitarie internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch, e come il Tribunale Penale Internazionale per i crimini di guerra - ha la pretesa di adoperare gli stessi metodi in tutto il mondo, incarcerando - a migliaia ! - coloro che ritengono degli oppositori o solo degli intralci, torturandoli per ottenere informazioni o solo per procurare tormenti, condannandoli a morte tramite tribunali militari non controllati da nessuno, o ammazzandoli come capita, fucilati immediatamente dopo la resa o magari sotto tortura. Altro che Terzo Reich, altro che orde degli Unni, questa sì è barbarie in arrivo ! 

E con una realtà del genere fra i piedi, con una simile minaccia per l’intero mondo, con un simile mostro divoratore che da anni sta massacrando l’umanità, il Papa di Roma va a fare piazzate e ramanzine a Fidel Castro e alla sua povera Cuba che cerca di sopravvivere ? Non venga a dire Wojtyla che lui ha rimproverato anche gli USA. Chiedere la sospensione della condanna a morte per un minore o un minorato e dimenticare il tutto quando la condanna è eseguita somiglia troppo a una formalità, espletata per costituirsi alibi. I provvedimenti devono essere proporzionati alle dimensioni dei soggetti, alla loro forza e in particolare alla loro pericolosità : per essere credibile contro gli USA il Papa avrebbe dovuto ingaggiare una polemica senza quartiere, ossessiva e intransigente, adeguata cioè al pericolo. Sa fare cose del genere : le ha fatte contro l’URSS. Le faccia contro gli USA adesso, se è vero che - come dice di essere - non è meno contrario al capitalismo di quanto lo è al comunismo.
Oppure, meglio ancora : non faccia niente contro nessuno. Faccia quello che dice di essere, il Papa, e si occupi di religione. Se ci crede, ma ne dubito.
23 maggio 2003  John Kleeves