"Berlin 45"

Marc De Witte "Berlin 45" Editions de l'Homme Libre, 2007, Paris, in lingua francese, 48 pagine a colori, formato grande, 25 euro comprese le spese di spedizione.
Grazie ai consigli del rimpianto Henri Mounine (il miglior specialista della storia delle Waffen SS francesi e dei volontari europei sotto l'uniforme tedesca) che ha descritto lo scenario, e a Marc De Witte, giovane disegnatore belga di 24 anni, ci giunge il primo album a fumetti che raffigura gli ultimi disperati combattimenti della divisione Charlemagne che difendeva, nell'aprile del 1945, la capitale del Reich assediata dalle orde bolsceviche. Un lavoro notevole sia dal punto di vista delle immagini che da quello dei testi.
Da richiedere insieme all'interessante catalogo a:
Editions de l'Homme Libre - 26, rue de Rigoles - F 75020 Paris
Tel/fax: 01 46360710
E-mail: editionshl@yahoo.fr

 
   
 
Lo sport e gli europei, una vecchia storia
di Harm Wulf


L’antichità europea attesta l’importanza accordata al corpo (e la sua celebrazione quasi liturgica fatta dallo sport) presso i nostri antenati, importanza legata alle nozioni di competizione e di gioco.
 
Alcuni valori radicati nella psiche indo-europea

Nell’Iliade troviamo la prima menzione dei giochi sportivi propri dei greci. In onore di Patroclo, ucciso mentre combatteva contro i troiani, Achille organizza una strana cerimonia funebre durante la quale i guerrieri si affrontano al fine di onorare la memoria del prode che non è più in vita. A Olimpia, nel 776 a .C., iniziano i primi giochi ellenici, giochi agonistici di carattere sacro, messi in atto per rinnovare il patto tra gli dei dell’Olimpo e le città greche, che delegano dei campioni perché combattano in loro onore. Questi giochi illustrano numerosi valori radicati nella psiche indo-europea: l’esaltazione della salute fisica, il gusto per la competizione, il desiderio di superare se stessi, l’idea che l’aspetto fisico sia il riflesso del nostro essere interiore, il rispetto dell’avversario, l’apologia dell’energia vitale, l’unità profonda in un comune senso del bello, il rifiuto dell’utilitarismo. Per l’antico greco lo sport è parte integrante della sua stessa vita. Inoltre è un’arte che, come tutte le arti, dipende dall’armonia. Le prove, corsa a piedi, salto, disco, giavellotto, lotta, “pancrazio” (presso gli antichi greci, gara sportiva in cui si univano pugilato e lotta), sono destinate a forgiare uno sportivo perfetto, condizione preliminare dell’uomo completo. (1)
A Roma lo sport è concepito dalle origini in un’ottica differente. Per questi soldati-contadini, gli esercizi sono principalmente un allenamento alla vita militare. Catone il vecchio fa insegnare a suo figlio come utilizzare tutte le armi, come sopportare il freddo, come attraversare un fiume a nuoto, etc. Nel circo i giochi sono principalmente di combattimento. Ma appare allora il tipo umano dello spettatore sportivo: mentre i patrizi, i cavalieri e anche gli imperatori non disdegnano di scendere nell’arena e di frequentare terme e palestre, la plebe si accontenta di un ruolo contemplativo: non intende partecipare, esige però “panem et circenses”(2).
 
Il diavolo in corpo

Al contrario dell’antico spirito eroico sportivo degli europei, la tradizione biblica ha costantemente condannato il corpo e di conseguenza lo sport. E’ a causa di una competizione organizzata il giorno del sabato ebraico che il tempio viene distrutto. Per i maestri talmudisti (studiosi del Talmud, libro ebraico a carattere giuridico- precettistico), lo sport è “bitoul zeman”, tempo perso, e H.I. Marrou nella sua “Storia dell’educazione nell’antichità” nota che: “Adottare  le abitudini di coloro che non sono ebrei corrisponde essenzialmente ad esercitarsi nudi su un campo sportivo”. La tradizione ebraico-cristiana si atterrà fedelmente a questo sentimento di repulsione del corpo svestito dello sportivo, rafforzandolo fino a sviluppare una vera dottrina di rifiuto del corpo.
Avversione per il corpo, che imprigiona l’anima, per lo sport, per ciò che è bello, per il nudo e per il piacere - origini di dannazione: si organizza una società preoccupata unicamente non di perpetuare la propria specie ma di essere pronta per il giudizio finale. Pregare, piangere, gemere, aspettare, macerarsi nei lamenti, ecco le parole d’ordine lanciate da questi “emigrati dall’interno” per far crollare, attaccandolo alle sue basi, l’Impero. Alcuni imperatori opportunamente convertiti fecero il resto, e il divieto di praticare attività sportive fu decretato. Allora, Tertulliano lanciava l’anatema: “palaestra diaboli negotium”, la palestra è opera del diavolo. Nel 393 un editto di Teodosio, proibendo le feste pagane, mette al bando i giochi olimpici ormai moribondi: l’universalismo romano dettava legge agli dei d’Olimpo e Pindaro era morto senza successori. Nel 475, per ordine di Teodosio II, il capolavoro di Fidia, la statua di Zeus Olimpico, è distrutto. Triste vittoria degli iconoclasti…
Il velo cade sullo sport, sul corpo, sulla statuaria. Per molto tempo non ci si preoccupa che di formazione morale e spirituale. tuttavia con numerose eccezzioni illuminanti: chi sosterrà che la liberazione del sepolcro di Cristo sia stata l’unica ragione delle crociate? Bisogna considerarla anche come una spedizione espansionistica messa in atto da principi desiderosi di battersi, di ottenere degli imperi, di vivere avventurosamente.  
 
Arringa in difesa dell’uomo completo

La lettura degli autori profani antichi suscitò nel Rinascimento una riscoperta dello sport e del corpo libero. Leggiamo Rabelais: “Gargantua lottava, correva, saltava, superava un fossato con un balzo, nuotava nell’acqua profonda, attraversava tutto il fiume con una mano in aria nella quale teneva un libro senza bagnarlo. In particolare era capace poi di saltare in fretta da un cavallo su un altro, e teneva sempre la lancia in pugno. Giocava inoltre alla “pile trigone”, esercitando con grazia il corpo come aveva precedentemente esercitato  l’animo”. Montagne rincara: “Non è un’anima, non è un corpo che si educa, è un uomo; non bisogna esercitarli l’uno senza l’altro, ma guidarli allo stesso modo, come una coppia di cavalli attaccati allo stesso timone di un carro”. Mens sana in corpore sano (3): sembra che si torni verso sane concezioni dell’educazione, ma l’importanza di questa rivalutazione fisica è stata minima e riservata, ancora una volta, ad un’élite desiderosa di occupare il suo ozio in sfide, duelli, caccia ed esercizi militari.
La rinascita dello sport inizia in Europa sulla scia del movimento nazionalista del XIX secolo. La glorificazione della Nazione del romanticismo promossa dai suoi esponenti – che riprendono l’idea del pioniere F. L. Jahn (1778 - 1852) (4) – porta alla nascita di organizzazioni sportive in cui si fortificava il corpo per fortificare la Nazione. Riproposto da studenti di ideologia rivoluzionaria, il movimento sportivo non è senza ambiguità: le stesse che si ritrovano nel ritorno in auge dello spirito delle olimpiadi e nella concezione del suo rinnovatore, Pierre de Frédi, barone de Coubertin. Quest’anziano ufficiale, infiammato da ideali guerrieri e nazionalisti, concepisce tuttavia i giochi come l’immagine effimera della pace mondiale che potrebbe portare una migliore comprensione tra i popoli. Per fare ciò, concede un valore mondiale a certi sport, a discapito dei giochi dei diversi popoli, ma anche delle discipline specifiche di certe etnie europee.
I pensatori non egualitaristi non restano insensibili alla rinascita dello sport. Maurras assiste ai primi giochi in Grecia. Montherlant, sportivo completo, compone “Les Olympiques” e glorifica la corrida, sport virile dove l’uomo è solo di fronte alla morte. Julius Evola pratica l’alpinismo, che gli darà l’ispirazione per un’opera notevole, “Meditazioni delle vette”.   Ma è nei Paesi totalitari che lo sport e il culto del corpo sono spinti fino alla loro sopravvalutazione: a spese dell’immagine molle del borghese adiposo, a favore del “milite del lavoro” che idealizzano le statue care ai regimi nazista e sovietico (cfr Arno Breker vedi  
http://arno.breker.free.fr/ e http://www.werner-steinbach.de/wuppertal/historie/breker/breker-index.html e Wera Muchina vedi http://www.fembio.org/frauen-biographie/vera-muchina.shtml).
 
Lo sport snaturato

A partire dal 1936, la tentazione di politicizzare i giochi si affermerà fino ai giochi di Mosca del 1980. Spoliticizzati poi in modo radicale, i giochi olimpici diventeranno un’immensa operazione finanziaria. La regola del dilettantismo è lettera morta e una medaglia si prepara con molto tempo d’anticipo, nei ministeri e nei laboratori, tanto quanto negli stadi lo sportivo è trasformato in cartellone pubblicitario che esalta un prodotto. Il corpo non è più mortificato in quanto fonte di impudicizia ma in quanto merce. Con i mass media il cittadino panciuto, che segue un incontro alla tv, bevendo un pastis, si dichiara sportivo con la stessa passione di quello che frequenta lo stadio, il ring, etc. Dopo tutto non ci illudiamo: uno studio de “ La Sofres ” mostra che soltanto il 20% dei francesi dichiara di praticare uno sport. E che tipi di sport! Le risposte sono sintomatiche dalla prima risposta data ai divertimenti nel tempo libero: discesa libera sugli sci, windsurf, ping-pong, body building, tennis, etc.; “sport” che ricordano la frase di Gilbert Proteau: “Si può convalidare una lega del gioco del Mondo (gioco per bambini), una sede distrettuale di croquet, o un comitato di bocce. Tutte queste attività non sono che distrazioni. Lo sport è altro”. Bisogna anche dire che lo sport non è preso sul serio, che non è compreso se non come distrazione e relax, e che la ricerca di rilassamento ha eliminato ogni nozione di sforzo e, a maggior ragione, ogni volontà di vincere se stessi. Dopo una breve rinascita (Coubertin, Hébert), ecco dunque spuntare una nuova eclissi del corpo, e spiriti malaticci che si spingono a gomitate per macchiare col loro odio la bellezza e la forza vitale. Alcuni settimanali parigini condannano “l’elitarismo sportivo così profondamente impregnato della teoria del superamento di se stessi, che regna sugli stadi pieni di questa statue muscolose dalla potenza inquietante”. Due pedagoghi progressisti, Y. Domange e J. P. Audrain, decretano che “lo sport è la legalizzazione dell’aggressività, la codificazione della violenza contro gli altri o contro se stessi”.
 
Le basi di un’etica

Perchè le anime belle, che vegliano così scrupolosamente affinché non ci facciamo del male, non condannano le indecenti caricature che sono le moderne olimpiadi, ma piuttosto la generosità, il donarsi e la competizione come segni di potenza? Perchè non condannano la Babele dell’economia, ma lo sportivo che ha il rispetto di se stesso? A cosa servono dei begli abiti se il corpo si rovina? I nemici del corpo, per viltà, pigrizia o conformismo, raggiungono nella loro avversione i loro autentici padri spirituali. Dobbiamo a S. Agostino questa forte condanna dell’uomo e dei suoi istinti: “Bisogna arrossire di questa passione, e di queste membra che si muovono da sole. Le si chiama vergognose perché non esistevano prima del peccato dell’uomo: il marito poteva fecondare la sua sposa in tutta tranquillità di spirito e senza perversione del corpo”. In quei tempi benedetti, Odone di Cluny qualificava la donna come “sacco d’escrementi”. In quell’epoca di sogno, Abelardo veniva evirato per la sua passione totalizzante per Eloisa. Ecco la vera filiazione di questi “progressisti” che non rispettano se stessi e che hanno rinunciato alla dignità del loro corpo. L’ideale sportivo, olimpico, è tutt’altra cosa. E’ “il culto volontario e abituale dello sforzo muscolare intenso, basato sul desiderio di progresso e che può arrivare fino al rischio” (Coubertin). L’inglese Thomas Arnold lo definiva come “una competizione ludica che procura una formazione morale per mezzo di una formazione fisica”. Ecco chi ci deve permettere di capire meglio il temperamento, il mordente impiegati dagli inglesi nelle loro imprese sportive. Con gli inglesi abbiamo in comune molti sport d’essenza celtica ma con la Grecia abbiamo in comune tutta un’etica.
J. Delorme ce lo ricorda: “E’ a Olimpia che si è diffusa la pratica della nudità nell’atletica. Introdotta nelle palestre, ha dato agli scultori il gusto della bellezza armoniosa dei corpi, e l’ideale di lealtà e di eccellenza che animava i concorrenti ha gettato le basi di un’etica”.
Arthur Honegger ha scritto: “Dallo sforzo sportivo nasce una sorta di suono di voci, qualcosa come un inno di gioia e di forza, un inno silenzioso di potenza”. E questo inno potrebbe davvero assicurarci, per un futuro che dobbiamo preparare, il ritorno di Pan, di Apollo, degli dei dell’Olimpo e dei giochi autentici.
da Jeune dissidence in 

http://www.voxnr.com/cogit_content/documents/LesportetlesEuropensunevie.shtml
(1)"L'Agon (la competizione) è una delle creazioni più originali e significative della cultura greca. Senza di esso (l'Agon) la vita degli elleni nei tempi più antichi si può a mala pena immaginare. La ginnastica, che formava il suo significato originario, lo rese l'esercizio abituale di un popolo giovane che si rallegrava della sua forza ed abilità. In esso si espresse l'intera pienezza della vita, la salute, il senso di potenza, il piacere autenticamente greco della bellezza e dell'armonia della forma." in Oswald Spengler, Eraclito, Ed. Settimo Sigillo, s. d., pag. 37

(2) "Panem et circenses" in Giovenale, satire; X, 81, Ed. Mondadori, Milano, 1990 pag. 378 - 379"...la gente si è scaricata dalle preoccupazioni politiche; quel popolo che un tempo dava comando militare, fasci, legioni, tutto, ora si è messo da solo le briglie ed ansioso prega di avere solo due cose: pane e giochi." Pane e divertimenti erano, secondo Giovenale, tutto ciò che desiderava ormai il decaduto popolo romano.

(3) in realtà Giovenale afferma: "Orandum est ut sit mens sana in corpore sano." Satire X, 356 cioè "Bisogna pregare (gli Dei) che sana sia la volontà in un corpo sano." Satire, X, 356 Ed. Mondadori, Milano, 1990 pag. 392 - 393

(4) su F. L. Jahn vedi l'articolo di Harm Wulf al sito http://www.alchemica.it/radicivolkish.html 
Traduzione, note ed illustrazioni a cura di Harm Wulf

Gerhard Keil, Turner (Ginnasti), e Turnerinnen (Ginnaste), Gemaeldegalerie Neue Meister, Dresden.  
Immagini tratte dal libro di Hans Surén "Mensch und Sonne" Verlag Scherl, Berlin, 1936 

 
   
 

M. Odin Wiesinger
di Harm Wulf

Nella mitologia nordica Fenrir rappresenta la forza distruttrice. Un terribile mostro dalle sembianze di lupo gigantesco primo figlio di Loki e di Angrboda. Gli dei conoscono la profezia che prevede che il lupo sarà causa della distruzione del mondo nel Ragnarok. Legato al terzo tentativo dagli Dei, Fenrir ha divorato la mano di Tyr e sarà colui che ucciderà Odino nella battaglia finale.

La prima volta che ho visto un lavoro di M. Odin Wiesinger, si trattava di una rappresentazione del lupo Fenrir, un bassorilievo in pietra dalla straordinaria forza espressiva che illustrava la copertina del secondo numero della rivista “Tyr. Myth, Culture, Tradition” http://tyrjournal.tripod.com/

M. Odin Wiesinger è un pittore, artista grafico, incisore e scultore nato nel 1961 ad Andorf nell’alta Austria. Artista poliedrico, ha iniziato i suoi studi artistici nel corso superiore per pittura ed arti grafiche della Hochschule für Gestaltung a Linz con i docenti Prof. Eric van Ess, Prof. Peter Kubovsky e Prof. Alfred Billy. Nella stessa scuola ha frequentato anche i corsi di scultura. Ha sviluppato un suo particolarissimo stile assolutamente estraneo alle correnti artistiche contemporanee. Comincia a partecipare ad esposizioni collettive e personali in patria e all’estero ed ottiene un premio di merito nella prima biennale Ex Libris ad Ortona. Inizia una serie di dipinti e ritratti dedicati alla saga dei Nibelunghi, alla rivoluzione del 1848, ai “Winterreise” di Schubert, all’industria, allo studio dei colori ed alla mitologia antica. Esegue molti lavori di scultura in marmo, pietra e bronzo per decorazioni, portoni, stemmi e monumenti. Tra le altre opere ricordiamo il Josef Weinheber Gedenktafel a Mödling, il monumento ad Hans Kudlich a Gurk in Carinzia e quello della St. Marienkirchen presso Schärding, la scultura in granito "Ikarus" a Passau. Illustra l’edizione del 2000 del calendario tradizionale Jahrweiser http://www.jahrweiser.at/ con il frontespizio e dodici dipinti ad olio ispirati al mito di Sigfrido per i mesi dell’anno, e realizza le illustrazioni di libri a riviste tra cui Tyr e Aula http://www.dieaula.at/.Tra i ritratti notevole quello ad olio del Stift Reichersberg al Ministero della Giustizia e il bassorilievo in pietra di Franz Stelzhamer. La sua ispirazione trae spunto in larga parte dalle creazioni arcaiche della preistoria, dall’arte rinascimentale, dal Simbolismo e dall’Espressionismo. In una intervista del 1998 descriveva l’arte come “culto degli elementi” e affermava “Il nostro tempo ha bisogno di miti. Soprattutto deve essere fedele alla mitologia dei nostri stessi antenati. Le mitologie greco-romane, celtiche e germaniche hanno intensamente influenzato il mio lavoro e la scelta dei soggetti artistici, per cui ci sono molte intersezioni e punti di contatto tra la mia arte e le religioni e le saghe dell’Europa arcaica. Dire che quello che faccio è rappresentare la “Tradizione” e solo in parte vero. Se guardo il mio lavoro nel complesso lo descriverei come parte di una ‘Rinascita’”. (in TYR 2 : Myth-Culture-Tradition, 2004, stampato in USA da Ultra Publishing, P. O. Box 11736, Atlanta, Georgia. E-mail: ultrdisc@aol.com)

Per contatti:
ATELIER ODIN, A - 4770 Andorf Tel.: 0032 (0)7766-3388, Fax: 0032 (0)7766-22784 Mobil: 0032 (0)664-4867557 - E-mail: atelier.odin@aon.at

Altre opere all'indirizzo web: http://www.thule-italia.org/wiesinger.html?ID=134

 
   
 

Il mito della Blutfahne

"Keine Fahne ist uns so heilig, wie die Blutfahne des 9. November 1923"
(Nessuna bandiera è per noi più sacra della Blutfahne del 9 novembre 1923)

Il 9 novembre 1923 dalla birreria Bürgerbräu partì la marcia diretta verso il centro di Monaco di Baviera. Alla testa del corteo Adolf Hitler con al fianco il generale Erich Ludendorff, eroe della Grande Guerra, ed Hermann Göring. Dietro due colonne di uomini: quella del corpo franco Oberland e quella delle squadre d’assalto del partito nazionalsocialista. La marcia, diretta verso il centro e la Feldherrnhalle (la loggia dei marescialli), superato il ponte Ludwig, era salutata dalla popolazione che si univa alla manifestazione. Arrivati davanti al municipio, dove era stata issata una bandiera con la svastica, mentre la folla acclamava i manifestanti e si cantavano inni patriottici, partì la prima salva di colpi tirati dalla polizia bavarese che si era assestata sulle gradinate della Feldherrnhalle. La Blutfahne (Bandiera o Stendardo del sangue) era la bandiera della 6° sezione della Sturm Abteilung (SA) di Monaco portata da Heinrich Trambauer e fu macchiata col sangue dei caduti, principalmente quello di Andreas Bauriedl che era caduto sulla bandiera, ma simboleggiava quello di tutti i caduti della Feldherrnhalle. I militanti uccisi Felix Alfarth, William Ehrlich, Anton Hechenberger, Andreas Bauriedl, Martin Faust, Wilhelm Wolf, Theodor Casella, Theodor von der Pfordten, Johann Rickmers, Karl Laforce, Oskar Körner, Max Erwin von Scheubner-Richter, Kurt Neubauer, Lorenz Ritter von Stransky-Griffenfeld, Klaus Maximilian von Pape, Karl Kuhn saranno gettati in una fossa comune, i loro corpi saranno traslati, dopo la vittoria della NSDAP, ai templi dell’onore, gli Ehrentempel progettati dall’architetto Paul Ludwig Troost nella Königsplatz (fatti saltare in aria dopo la guerra) vicino alla Braunen Haus di Monaco, sede centrale del partito.

La bandiera con la svastica caduta a terra e macchiata col sangue dei martiri, la Blutfahne, diventerà l’emblema più sacro del movimento e sarà usata nelle cerimonie per consacrare gli altri stendardi del partito. Ecco cosa successe al vessillo dopo la strage: Heinrich Trambauer, che portava la bandiera durante il Putsch, diede la bandiera ad un amico in Theatinerstrasse 30 dove l’aveva presa dal gruppo dei militanti e se l’era nascosta sotto la giacca a vento. Più tardi Karl Eggers chiese a Trambauer dove fosse il vessillo e questi glielo consegnò. Eggers poi lo diede ad un certo Gräf per metterla in salvo. Più tardi Eggers si riprese la bandiera e la consegnò a Viktoria Edrich che viveva in Türkenstrasse 23. Dopo il rilascio di Hitler dalla prigione di Landsberg, Eggers gli consegnò la bandiera che fu affidata ad un nuovo gruppo dopo aver apposto sul pinnacolo una targhetta in argento con i nomi dei tre caduti che facevano parte della sesta compagnia: Bauriedl, Heckenberger e von Stransky-Griffenfeld. La bandiera fu presentata da Hitler alle SA il 4 luglio del 1926 e da allora conosciuta come Blutfahne. Hitler consacrava i nuovi stendardi del partito prendendoli con una mano e toccandoli con un lembo della Blutfahne.

Il 9 novembre del 1926 fu affidata alle SS (SS-Sturm 1 del 1. SS-Standarte) per rilevare l’importanza della ancora piccola ma fedelissima organizzazione che contrastava l’egemonia delle SA. Il capo delle SS, in quel momento Joseph Berchtold, scelse ancora una volta Trambauer come portabandiera, ma le sue gravi condizioni di salute non gli permisero di svolgere il suo compito. Trambauer aveva ricevuto una grave frattura ossea, mai curata correttamente, durante scontri di piazza contro i comunisti e visse fino al 1942. Grimminger divenne l’unico portatore della Blutfahne. Grimminger, nato nel 1892, ebanista, aveva partecipato alla prima Guerra mondiale sul fronte francese e su quello orientale guadagnandosi la croce di ferro di prima e seconda e la decorazione di guerra turca Aka Gallipoli (Stella di Gallipoli). Aveva aderito alla NSDAP ed era entrato nelle SA nel 1922 diventando ben presto un militante molto attivo che aveva preso parte a diversi scontri di piazza con i comunisti compresa la famosa “Battaglia di Coburgo” del 14 e 15 ottobre del 1922. Era stato uno dei portatori di stendardo al primo congresso del partito a Monaco nel 1923, compito che poi svolte frequentemente. In seguito aveva preso parte al Putsch con la decima squadra delle SA di Monaco. Aveva subito aderito al rifondato NSDAP nel 1925 e alle nuove SS in cui era stato aiuto portabandiera fino a quando gli fu dato l’incarico ufficiale di portabandiera della Blutfahne col grado di SS-Standartenführer. L’ultima volta in cui la Blutfahne fu vista fu al funerale di Adolf Wagner, Gauleiter di Monaco-Alta Baviera nell’aprile del 1944.

La Blutfahne era conservata insieme agli altri vecchi stendardi del partito nella sede centrale del NSDAP, la Braunes Haus ('casa bruna', ex Palazzo Barlow) di Monaco in Briennerstrasse 45 che fu parzialmente danneggiata, ma non distrutta (vedi foto) da un bombardamento alleato del 1945. Molti documenti ed oggetti lì conservati furono presi alla fine della guerra dal Gauleiter di Monaco Paul Giesler, che dopo aver raggiunto Berchtesgaden, si era tolto la vita con la moglie. E’ assai probabile che egli, in qualità di massimo responsabile del partito a Monaco e responsabile della bandiera nel 1945 possa avere trasportato e consegnato in mani sicure la Blutfahne forse autorizzato da Hitler o da Goebbels. Il sito enciclopedico internet http://de.wikipedia.org/wiki/Blutfahne afferma che:

Blutfahne war die offizielle Bezeichnung für die diejenige Hakenkreuzfahne, die beim Marsch auf die Feldherrnhalle in München am 9. November 1923 von den Anhängern Hitlers mitgeführt wurde.In Folge des Schießbefehls der bayrischen Polizei gab es 16 Tote unter Hitlers Anhängern, unter anderem wurde auch der Fahnenträger und SA-Mann Heinrich Trambaur erschossen. Sein Blut spritzte auf die Fahne. So wurde sie zum Kultgegenstand der NSDAP. Heute (2004) ist sie bei einem Sammler aus Norddeutschland in Privatbesitz.

La Blutfahne sarebbe oggi, secondo l’estensore dell’articolo, (2004) in possesso privato nelle mani di un collezionista nel nord della Germania. Il suo portatore Jakob Grimminger morì povero e completamente dimenticato nel 1969.

Harm Wulf

 
   
 

Censura in Germania? Mai, a meno che...

Prologo
Nella storia tedesca la censura è stata sfortunatamente più una regola che un’eccezione. Essa fu introdotta dalla Chiesa Cattolica nella forma dell’Inquisizione. Fu però il noto statista austriaco Metternich a perfezionare il sistema di repressione della libertà d’espressione attraverso un vasto apparato di spionaggio e sorveglianza. Nemmeno la Germania imperiale o la Repubblica di Weimar furono particolarmente tolleranti nella loro politica verso la letteratura non gradita, [1] ma la reputazione peggiore fu senza dubbio acquisita dal Terzo Reich che inserì, nei dodici anni della sua esistenza, circa 10.000 libri nella sua lista nera. Questi libri non furono bruciati, ma scomparvero dagli scaffali delle librerie e furono banditi dagli archivi delle biblioteche.[2]
Ma ciò che non è assolutamente conosciuto è che i “liberatori” alleati organizzarono la più grande campagna di distruzione di libri mai effettuata. I testi, vittime dell’operazione degli Alleati, furono 34.645 e comprendevano anche tutti I testi scolastici pubblicati tra il 1933 ed il 1945; non solo fu proibito a questi libri di essere stampati e venduti dopo la guerra ma essi sparirono anche dagli archivi di molte biblioteche.[3] Negli anni tra il 1946 ed il 1952 la Forza d’Occupazione Sovietica pubblicò quattro liste di proscrizione (“Liste der auszusondernden Literatur”, o lista della letteratura proibita) di titoli destinati alla distruzione. In base alle istruzioni dei censori che stilarono l’introduzione del secondo e del terzo volume, i primi tre tomi della lista furono utilizzati anche nelle zone d’occupazione occidentali.

La Costituzione tedesca
Nel suo articolo 5, sezione 1, clausola 3, l’attuale Costituzione tedesca (Grundgesetz, o GG) proibisce la censura. La Sezione 2 dello stesso articolo tuttavia limita la libertà dalla censura con le regole imposte dalle “leggi generali” per le altre materie. Un diritto umano fondamentale può così essere sospeso, almeno teoricamente, da leggi ordinarie come quelle di carattere penale.[4] In questo senso la Corte Costituzionale della Germania Federale (Bundesverfassungsgericht) ha deliberato che le “leggi generali” sono quelle che non proibiscono un’opinione particolare o la libertà di parola in generale. Inoltre, le leggi generali possono imporre limiti ad un diritto fondamentale solo se ciò serve a garantire un altro diritto fondamentale. In accordo con il principio della proporzionalità, i benefici d’entrambi i diritti fondamentali in conflitto devono essere contro bilanciati.[5]
Altre restrizioni imposte alla libertà d’espressione sono imposte dall’articolo 5, sezione 2 della Costituzione tedesca allo scopo di proteggere la gioventù e l’onore personale. Secondo la sentenza della Corte Costituzionale della Germania Federale il significato essenziale del diritto umano della libertà d’espressione è che la censura di pubblicazioni è permessa solo per pubblicazioni che siano una fonte costante o tipica di pericolosità per i giovani che possono leggerle, udirle o guardarle.
A proposito delle offese all’onore la Corte Costituzionale Federale ha disposto che questa fattispecie generalmente non si verificasse se non si sono usate espressioni offensive.

Legge penale
Il Codice penale tedesco (Strafgesetzbuch, StGB) dispone di mezzi per facilitare la censura, particolarmente negli articoli §§ 185, 189 e 130f. Mentre gli articoli §§ 185 e 189 (diffamazione, denigrazione della memoria di persone decedute) possono essere classificati sotto la categoria “offese all’onore”, il §§ 130f. (istigazione del popolo, istigazione all’odio) sono mischiate tra le offese all’onore e offesa alla dignità umana (Articolo 1 GG), e messa in pericolo della pace sociale, una chimera concettuale che non verrà qui dettagliatamente analizzata.
Nell’autunno del 1994 la revisione dell’articolo § 130 StGB (la cosiddetta Lex Deckert) ha decretato, tra l’altro, che rientra tra I reati penali
“pubblicamente o in assemblea in modo da portare ad una violazione dell’ordine pubblico, approvare, negare o trivializzare ogni atto commesso sotto il regime Nazionalsocialista nel modo specificato nell’articolo § 220° Sezione 1 [i.e. genocidio, A.M...]”
Questo è lo scenario preciso in cui la Corte Costituzionale ha deliberato: questa legge criminalizza una specifica opinione circa un episodio della storia di un singolo passato regime. In questa prospettiva “affrettata e sconsiderata”[6] “legge speciale contro la libertà d’espressione”[7] dovrebbe essere incostituzionale, ed è stata criticata adeguatamente in Germania dalla letteratura giuridica, dove è stata descritta, per quello che è realmente, “un attacco alla libertà della libertà intellettuale dei dissidenti”[8] e “in sostanza il classico esempio di una norma [...] diretta contro un’opinione specifica.”[7]
“La legittimità di questa disposizione è almeno dubbia. Ci si potrebbe già chiedere se una menzogna sia un reato di tipo penale; ci si deve chiedere se la semplice negazione di un fatto storico, in assenza d’ogni carattere di turbamento dell’ordine pubblico, possa essere classificata e trattata come istigazione del popolo in ogni caso..”[9]
Il concetto di “negazione” di qualcosa che lo stato considera vero è un nuovo elemento nella legge penale tedesca e pone problemi che appaiono d’impossibile soluzione per la procedura penale. A proposito della negazione: perchè essa sia oggettivamente un’infrazione penale deve essere stata fatta deliberatamente; coloro che negano devono sapere che non stanno asserendo il vero ed il giudice deve dimostrare questa consapevolezza cosa che è già virtualmente impossibile. Ma circa il potere di punire anche (specialmente) i cosiddetti “criminali d’opinione” che sono convinti di star dicendo il vero la giurisprudenza tedesca ha architettato una definizione completamente nuova d’intenti:
“In questo caso, l’intento può solo essere che la conoscenza di un opinione che entra in conflitto con ‘l’opinione generale’ a proposito di un avvenimento storico. Si ammette che in uno stato di diritto ciò ponga un sistema penale giuridico direttamente ad un bivio [ di una legge penale basata sull’arbitrarietà]]. Come Auschwitz rimarrà sempre un incubo per I tedeschi, la (legge sulla) ‘Menzogna di Auschwitz’ avrà lo stesso ruolo per la legge penale tedesca.”[10]
Tuttavia il rivisto articolo § 130 StGB include regolamenti che vanno molto più in là. Criminalizza non solo i punti di vista dissenzienti su certi aspetti della persecuzione nazionalsocialista delle minoranze, ma anche qualsiasi cosa che possa essere considerata un’istigazione all’odio verso le minoranze d’ogni tipo. A questo proposito i maggiori commentatori del diritto penale tedesco hanno osservato che questo emendamento significa in sostanza che ogni tipo di critica a minoranze della popolazione – o come sono definite ‘gruppi minoritari – possono divenire reati penali poiché il diritto legale che dovrebbe proteggerli (legge antidiscriminazione) è stato reso troppo generico e vago da questo paragrafo.[11]
Inoltre, si autorizza anche la censura preventiva attraverso il provvedimento di confisca per pubblicazioni ed altri mezzi di comunicazione pronti per la distribuzione. La giurisprudenza ritiene che l’intento di distribuzione di pubblicazioni proibite esista se una persona ha in suo possesso o trasporta più di una singola copia dello scritto.
Che questa nuova legge tedesca sia difficile da conciliare con gli standard dei diritti umani internazionali, è un fatto conosciuto dagli stessi dirigenti politici tedeschi, ma è giustificato in virtù della particolare storia del paese.[12]
Messa all’Indice
Il primo passo nel processo della censura tedesca è la lista nera o “messa all’indice” per esempio di un libro o di uno scritto. Questa messa all’indice è effettuata dall’Ufficio Federale di Revisione per i Media pericolosi per la gioventù (Bundesprüfstelle für jugendgefährdende Medien, BPjM).[13] Dal 2002 può attivarsi solo una segnalazione scritta del Dipartimento del Welfare per i Giovani. Tuttavia una legge più restrittiva introdotta nel 2002 autorizza questa autorità ad inserire nell’indice altri media anche senza il bisogno della segnalazione. Questa messa all’indice significa che i lavori inseriti nelle liste nere non possono più essere pubblicizzati e venduti a persone sotto ai 18 anni. In sostanza ciò significa che questi scritti cessano di esistere per il pubblico, e che si può legalmente apprendere della loro esistenza solo attraverso mezzi privati o – alternativamente – attraverso la lista dei libri e pubblicazioni messe all’indice che il BPjM pubblica regolarmente sul suo Report. Per il momento questa lista include migliaia di lavori stampati, audio e video.[14] Un tempo accessibile per chiunque, questo Report è ora venduto solo alle biblioteche, ai grossisti e ai venditori al dettaglio ed anche le biblioteche hanno cessato di fornire il libero accesso alla pubblicazione. Questo rende l’attività censoria di questa autorità sempre più oscura. Questa tendenza a celare la sua attività di censura è ulteriormente aumentata dal 2002, quando la legge è stata cambiata così che i media, che sono ritenuti una minaccia particolarmente pericolosa per la gioventù sono adesso inseriti in una lista segreta. Le vittime di questa censura segreta sono i media che contengono violazioni della legge penale tedesca (diffamazione, denigrazione dei morti, istigazione all’odio, istigazione del popolo) vale a dire praticamente s’include la totalità della letteratura revisionista.[15]
Malgrado il BPjM fu inizialmente creato per proteggere la gioventù tedesca dalla pornografia e dalla glorificazione della violenza si è sempre più dedicato alla battaglia contro la letteratura politica e storica non conforme. All’inizio del 1990 Eckhard Jesse, che oggi è professore di sociologia a Chemnitz, criticò il fatto che il BPjM è “in molteplici modi divenuto il guardiano di un antifascismo unidirezionale ”[16] e che i suoi provvedimenti sono “difficili da conciliare con i principi della società liberale [...], perché per principio in una società aperta la parola stampata o detta non può essere irreggimentata.”[17]
Ad oggi, questa stupefacente ammissione della violazione dei diritti umani attraverso la censura promossa sotto gli auspici dell’Ufficio Federale per la Protezione Costituzionale che meritò la segnalazione di Loro, ha ottenuto poche attenzioni.
La decisione dei tribunali tedeschi nel caso del libro Wahrheit für Deutschland (Verità per la Germania) ha assunto un significato centrale nella pratica censoria del BPjM. Questo libro tratta in modo rigoroso ma non accademico la questione di chi porta le responsabilità per la Seconda Guerra Mondiale.[18] Il BPjM lo inserì nella lista alla fine degli anni ’70. Nel 1994 la Corte Federale Costituzionale ha dichiarato la decisione d’inserimento nella lista nera illegale, [19] ma il BPjM immediatamente reinserì il libro nella lista con ulteriori esili motivazioni.[20] L’autore si appellò nuovamente contro ciò ed il suo ricorso ebbe nuovamente successo presso la Corte Amministrativa di Colonia. Secondo il verdetto, il BPjM aveva mancato di provare che il libro causava un danno ai giovani che lo avessero letto:
“Il BPjM omette di comprendere che è proprio la possibilità di un aperto dibattito tra I diversi punti di vista che migliora le capacità critiche dei giovani che richiedono una discussione libera e senza restrizioni. Inoltre l’insegnamento degli eventi storici richiede particolarmente l’esame critico dei diversi punti di vista. Nelle sue considerazioni il BPjM ha omesso completamente che ciò [...] può (forse)proteggere la gioventù con più efficacia dalla possibilità di versioni distorte della storia piuttosto che la messa all’indice che invece può indurre una giustificata attrazione verso queste opinioni.”[21]
Tuttavia questo verdetto come anche il precedente della Corte Costituzionale Federale indicava anche che questi principi non si dovevano applicare nel caso della storiografia riguardante il destino degli ebrei nel Terzo Reich. Questa ricerca o tema non solo rappresenta un opinione scientificamente palesemente scorretta ma tende a glorificare il Nazionalsocialismo e a denigrare gli ebrei come gruppo. Questo non significa che la pubblicazione in causa attacchi verbalmente gli ebrei o s’identifichi con l’ideologia nazionalsocialista. Nemmeno una palese dichiarazione di simpatia per gli ebrei o condanna del Nazionalsocialismo può servire se la trasgressione avviene mettendo in dubbio la natura reale dell’Olocausto o di un suo singolo aspetto. Le Corti tedesche considerano questi casi come prove adeguate per dimostrare la glorificazione del sistema nazionalsocialista dell’intenzione di diffamare gli ebrei.
Ad oggi gli appelli contro l’inserimento nella lista nera dei libri “negatori dell’Olocausto” sono stati uniformemente senza successo da quando i tribunali tedeschi rifiutano ogni richiesta di portare prove in questi processi.[22] La documentazione in questo contesto è molto frammentaria. Vecchi libri che mettevano in dubbio l’esistenza dell’Olocausto come Geschichte der Verfemung Deutschlands (Storia della diffamazione della Germania),[23] Hexeneinmaleins einer Lüge (Magica squadra di una menzogna),[24] Feuerzeichen (Segnale di fuoco)[25], Die 2. babylonische Gefangenschaft (La seconda cattività babilonese )[26] – non sono stati inseriti nell’ Indice del BPjM. Per altro verso, uno dei primi libri di questo genere, un libro che per la sua impostazione deve essere considerato degno di credito scientifico ed accademico, chiamato Der Jahrhundertbetrug[27] (The Hoax of the Century) - fu inserito nella lista nera all’inizio della primavera del 1979.[28]
Un lavoro edito dalla editrice Kritik-Verlag, dislocate in Danimarca, ha ricevuto una fama indiretta. All’inizio degli anni ’70 questo editore aveva stampato il libello intitolato Die Auschwitz-Lüge (La menzogna di Auschwitz ), in cui un ex soldato tedesco descriveva le sue esperienze ad Auschwitz, che erano diametralmente opposte a quelle riportate dai ben noti testimoni oculari.[29] Alla fine in Germania il titolo di questa pubblicazione è diventato l’incarnazione di ciò che è in altro modo conosciuto meno polemicamente come il Revisionismo dell’Olocausto che sostiene che non ci fu nessuna politica di sterminio degli ebrei nel Terzo Reich. Un ritratto di Thies Christophersen, l’autore del libello, che fu perseguito in Germania e fu costretto a fuggire all’estero, fu usato da Amnesty International del 1995 come pubblicità per la libertà di parola perchè anche la più controversa di tutte le opinioni merita di essere protetta dal diritto umano della libertà d’espressione.[30] La pubblicazione non fu messa all’indice fino al 1993, dopo oltre venti anni dalla sua prima pubblicazione.[31]
Dal 1994 non si sono avuti cambi sostanziali della legge penale da quando il BPjM ha ricevuto la sentenza. Nemmeno ci si debbono aspettare dei cambiamenti visto che il BPjM procede secondo la Legge per la Protezione della Gioventù (Gesetz zum Schutz der Jugend, o GjS) e non secondo la legge penale.

Confische dal 1994
Il secondo livello della censura tedesca è la cosiddetta fase della confisca (sequestra e distruggi). Questa fase è difficilmente accessibile al pubblico ed anche il Prof. E. Jesse, di cui abbiamo parlato prima, sembra non esserne cosciente o ignorarla. La confisca di pubblicazioni si effettua su ordine di una corte. Quello che accade alle copie confiscate di una pubblicazione non è chiaro ma probabilmente varia a secondo della stazione di polizia incaricata. Un editore che è spesso obiettivo di queste confische, ha riferito che gli è stato assicurato che i libri sono bruciati con controllo della polizia.[32] In un caso la stampa ha riferito che la letteratura confiscate è stata bruciata in un grande inceneritore.[33]
Secondo le informazioni fornite dal Governo Federale Tedesco, a differenza per I lavori all’indice, non esiste un ufficio o un’autorità che pubblichi anche lontanamente una lista completa dei libri confiscate; similarmente anche i singoli ordini di confisca dei tribunali non sono pubblicati da nessuno.[34] Sicuramente tribunale che ordina o revoca la confisca di pubblicazioni deve comunicare la sua decisione all’Ufficio Federale d’Investigazione Criminale (Bundeskriminalamt), che perciò deve avere una lista completa ed aggiornata, specialmente per informare i tribunali degli ordini di confisca già effettuati.[35] Tuttavia questi ordini di confisca sono pubblicati talvolta sul Bundeskriminalblatt, una pubblicazione non direttamente accessibile al pubblico. Ciò che avviene per le riviste pubbliche della lista nera non accade per i lavori in questione. A proposito di ciò il pubblico è lasciato completamente all’oscuro.
Sebbene anche le pubblicazioni pornografiche o violente siano soggette alla confisca, non sono qui trattate poiché la distruzione di pubblicazioni di carattere storico e politico è un argomento più esplosivo per la questione dei diritti umani.
Dal 1994 è possibile seguire I casi di tutte le pubblicazioni confiscate con contenuti storici o politici. Il caso più spettacolare fu senza dubbio la confisca del libro revisionista Der Auschwitz-Mythos (Il Mito di Auschwitz ). Secondo le tesi dei “negazionisti dell’olocausto”, l’autore, un ex giudice, fu privato del suo dottorato e la sua pensione fu ridotta.[36]
Un altro caso interessante è quello della confisca dei libri pubblicati dal revisionista ebreo Joseph Ginsburg, sotto lo pseudonimo di J. G. Burg. I suoi libri di negazione dell’olocausto sono caduti vittime dell’arsione dei libri tedesca malgrado, per il suo essere ebreo, e alla loce dei contenuti dei suoi scritti, egli difficilmente avrebbe potuto essere accusato di antisemitismo.
Dall’inverno del 1996, quando le pubblicazioni riguardano politica o storia, il BPjM stesso ha disposto la confisca di solo pochi numeri del periodico revisionista svizzero Der Eidgenoss. Vari numeri del periodico revisionista Historische Tatsachen (Fatti Storici), d’altro canto – che ha lungo sono stati soggetti a confisca – e che sono pubblicati dallo stesso editore del libro Wahrheit für Deutschland che BPjM ha provato di mettere al bando per più di venti anni – non sono menzionati.[38] Dalla primavera del 1997 il BPjM aggiorna la sua lista, con particolare riguardo per I quattro libri del revisionista svizzero Jürgen Graf. Con un’eccezione, tutti questi libri sono stati confiscati prima della fine del 1994, e uno è già stato rimesso all’indice nel 1995.[39] Il BPjM stesso è perciò meno chiaro sullo stato delle confische che l’autore del presente articolo.

Confische dopo il 1994
Questa politica ‘moderata’ di confische è cambiata radicalmente dopo la revisione del paragrafo § 130 StGB con effetto dal 1 dicembre 1994. Anche se dal 1 dicembre 1994 (la data d’entrata in vigore del nuovo § 130 StGB ), e la metà del 1997 (in cui l’autore ha datato questo articolo) ci sono solo due anni e mezzo, la lista dei libri sequestrati e distrutti in questo lasso di tempo è lunga come quella dei libri a nostra conoscenza confiscati e distrutti nei primi 45 anni d’esistenza della Repubblica Federale di Germania.
E’ importante notare che in gran parte delle istanze, i dati dei tribunali riferiscono non solo dei casi di confisca dei libri, ma si riferiscono anche a procedimenti penali contro gli autori, gli editori, case editrici, i librai e talvolta anche contro i tipografi ed i possessori di più di una copia del libro in questione. Procedimenti penali dei possessori di pubblicazioni proibite sono state intraprese anche se i libri erano stati acquistati quando essi non erano ancora proibiti. Allo stato attuale quasi tutti questi processi sono di natura retroattiva e trattano casi in cui i libri furono acquistati prima che essi fossero confiscati a causa di una legge che ha imposto la loro scomparsa ed il loro ritiro coatto dal mercato.
In risposta ad un’interrogazione il Ministro di Giustizia del Land del Baden-Württemberg ha dichiarato che tra la fine del 1994 e la metà del 1996, nel Baden-Württemberg alone, ci sono stati 32 casi di procedimenti preliminari istituiti contro singoli per possesso multiplo di questi libri.[40] In tutta la Germania si stimano circa 250 – 300 casi penali similari.
I libri revisionisti, che a nostra conoscenza, non erano ancora stati inseriti nella lista nera come Feuerzeichen o Die 2. babylonische Gefangenschaft – non sono le sole vittime di questa nuova ondata di censura. Sono stati distrutti libri con contenuti strettamente politici come In Sachen Deutschland (La causa della Germania) o Wolfsgesellschaft (La società dei lupi). Entrambi questi libri descrivevano in modo non polemico, ma di rifiuto i problemi portati dalla società multi-culturale la supposta incompetenza dei politici tedeschi. Siccome da quando quest’atteggiamento apertamente negativo rappresenta un’istigazione contro gli stranieri in Germania e contro i partiti ed i loro rappresentanti, in altre parole da quando questi libri sono stati considerati come pericolosi per la pace interna della Germania Federale, essi sono stati confiscati.
Visto lo scopo dell’articolo è impossibile in questa sede analizzare adeguatamente ogni singolo libro proibito. Punteremo l’obiettivo solo su di un caso, il primo di sequestro e distruzione ordinato in base alla legge revisionata dal 1 dicembre 1994. Questo ordine fu emesso sul finire del marzo 1995 contro la pubblicazione scientifica Grundlagen zur Zeitgeschichte ( tradotto anche in inglese col titolo Dissecting the Holocaust), che tratta in modo assai critico l’Olocausto. Oltre mille persone, la gran maggioranza dell’ambiente accademico, hanno pubblicamente sostenuto la richiesta di togliere il volume dall’indice[41] e due illustri storici hanno testimoniato in tribunale che il libro in questione era di natura scientifica ed accademica e che perciò doveva essere protetto dall’articolo 5 sezione 3 della costituzione in cui la libertà di ricerca è garantita senza limitazioni.[42]
Nel frattempo il Ministro della Giustizia del Baden-Württemberg aveva annunciato che questa disposizione costituzionale non era sacrosanta. Il Ministro aveva deciso che la distruzione di uno studio scientifico fosse possibile se il detto studio comportasse un indubbia restrizione dei diritti fondamentali di una terza parte.[43] Questa interpretazione non era nuova, ma riprendeva la decisione della Altra Corte Costituzionale tedesca del 1985 che a proposito del libro di Wilhelm Stäglich Der Auschwitz-Mythos aveva deliberato che la libertà della ricerca non deve essere garantita se i suoi risultati implicano attacchi alla dignità umana degli ebrei.[44] Le implicazioni di questa decisione sono che i ricercatori non possono postulare determinate tesi e non possono porre domande o cercare di mettere in discussione tesi già acquisite se ciò potrebbe essere contrario agli interessi ebraici. Questa decisione dell’Altra Corte Costituzionale tedesca è ovviamente una violazione dei diritti umani perchè questa interpretazione colpisce al cuore il fondamentale diritto della libertà di ricerca e il diritto di scegliere l’argomento da analizzare quello di esporre liberamente i risultati della ricerca. (cf. Karl R. Popper[45]). Pubblicazioni giuridiche specialistiche hanno confermato che questo approccio è chiaramente incostituzionale.[46]
Il processo riguardante il libro Grundlagen zur Zeitgeschichte – che concerne la libertà dei suoi autori, dell’editore, stampatore, tipografo, venditori ed acquirenti si trascinerà verosimilmente per molti anni ed è veramente il caso cruciale che contribuirà significativamente a modellare il destino futuro dei diritti umani in Germania.

Destini personali
Naturalmente, ogni processo per la stampa, la pubblicazione o la distribuzione di un libro proibito comporta inevitabilmente il coinvolgimento del destino di una persona.. L’esatto numero delle persone che sono state sanzionate negli ultimi anni per aver diffuso pubblicazioni proibite non è conosciuto; la suddetta stima di diverse centinaia di procedimenti preliminari dovrebbe indicare un numero consistente. Analizziamo solo quattro dei più eclatanti casi degli ultimi anni ( il corrispondente numero di riferimento del caso giudiziario può essere reperito all’inizio dei libri in questione, nell’allegata lista dei libri confiscati).
Primo e più importante caso è quello di Günter Deckert, ex presidente del partito di destra tedesco Nationaldemokratische Partei (Partito Nazionale Democratico). Questo caso ha attirato l’attenzione internazionale. All’inizio del 1994 Deckert fu condannato a due anni di prigione per aver tradotto dall’inglese, in modo consenziente, un oratore americano che metteva in discussione le uccisioni di massa degli ebrei ad Auschwitz.[47] questo caso è stato parzialmente ricostruito nel libro Der Fall Günter Deckert (il caso di G.D.), co-edito dallo stesso Deckert.[48] Questo libro in cui Deckert sostiene le sue opinioni revisioniste con nuovi argomenti e la vendita di 50 copie del testo antologico revisionista Grundlagen zur Zeitgeschichte, ha comportato un nuovo procedimento a suo carico che ha condotto ad un’ulteriore condanna d’altri 20 mesi di carcere nella primavera del 1997. Deckert uscirà dal carcere nell’agosto del 2000 – dopo più di 5 anni.
Il secondo destino avverso è quello di un editore di vecchia data di Vlotho, il laureato in scienze politiche Udo Walendy. Nel dicembre del 1996 egli fu condannato, nell’ultimo appello possibile, a quindici mesi di carcere per Quattro numeri (n. 1 (2nd ed.), 59, 60 e 64) della sua rivista revisionista Historische Tatsachen, un periodico che comprende ad oggi 77 numeri. Nel maggio 1997 il tribunale di Herford decise una condanna ulteriore che condannava Walendy ad altri 14 mesi di carcere per i numeri 66 e 68 della stessa rivista. In seguito la licenza d’editore gli fu ritirata nel settembre del 1999 cosi che al signor Walendy fu proibito di pubblicare e distribuire qualsiasi altra cosa.[49] Questo caso mostra molto chiaramente come la censura tedesca sia aumentata con l’introduzione delle rilevante revisione legislativa della fine del 1994: mentre nessuno dei numeri della rivista di Walendy ha comportato implicazioni penali all’autore prima della revisione mentre, sei dei dodici numeri apparsi dopo, lo hanno portato a processi e condanne anche se né lo stile né i contenuti del periodico fossero minimamente cambiati.[50]
Il nostro terzo esempio è il destino del chimico accademicamente accreditato Germar Rudolf, che ha anche pubblicato con lo pseudonimo di Ernst Gauss. Per aver redatto e distribuito una perizia chimica e tecnica conosciuta come Das Rudolf-Gutachten (The Rudolf Report), che sostiene la non veridicità delle uccisioni di massa con gas ad Auschwitz, egli fu condannato nel giugno del 1995 a 14 mesi di prigione ed è stato poi in seguito perseguito e perseguitato per aver scritto o pubblicato diversi libri e pubblicazioni revisioniste (per esempio, Grundlagen zur Zeitgeschichte, Prof. Dr. Ernst Nolte: Auch Holocaust-Lügen haben kurze Beine, Auschwitz: Nackte Fakten, Kardinalfragen zur Zeitgeschichte, vari numeri della rivista Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung). Egli ha evitato sia la sua prima condanna al carcere sia il processo per aver pubblicato il libro Grundlagen zur Zeitgeschichte volando verso l’esilio.[51] Wigbert Grabert, l’editore del libro Grundlagen zur Zeitgeschichte, non riuscì ad evitare la punizione e fu condannato ad una sanzione pecuniaria di 3.000.000 di marchi tedeschi.
Per ultimo, ma non come importanza, vogliamo ricordare il caso di Hans Schmidt, un cittadino Americano nato in Germania. Egli è a capo di un’organizzazione di destra americana che sostiene di rappresentare gli interessi dei tedeschi-americani negli Stati Uniti. In questa veste egli ha per molti anni contrariato importanti personaggi della Germania con lettere aperte. Quando Schmidt visitò la Germania nell’estate del 1995, fu tenuto in custodia preventiva in attesa di processo per oltre cinque mesi perchè in una di queste lettere aperte egli aveva descritto l’elite tedesca come “infestata da ebrei e massoni” fatto che, secondo la legge tedesca, costituiva reato di istigazione del popolo. Schmidt evitò il processo volando in Florida.[52]
Il fatto che non ci sia una lista pubblicamente accessibile dei libri confiscati, rende difficile in taluni casi determinare se un ordine di confisca esiste o no. A volte si può venire a conoscenza dagli uffici dei pubblici ministeri nel corso di dichiarazioni su indagini penali. Se i procedimenti sono sospesi o abbandonati per ragioni diverse dalla supposta innocenza (per esempio fine dei termini legali del procedimento, errore, accorpamento con altri procedimenti frequentemente accompagnati dal sequestro di prove come i libri confiscati) lo stato legale dei procedimenti di confisca rispetto all’arma-libro spesso resta oscuro. Molti degli editori e degli autori sottoposti a censura non sono molti disponibili a cooperare perché non desiderano vedere il loro caso esposto al pubblico. Temono danni alla loro reputazione così che preferiscono rimanere in silenzio. Ovviamente la generale confusione riguardo alla legge sulla confisca dei libri in Germania è una costante fonte d’incertezza per ogni editore, libraio ed acquirente di libri. Per questa ragione vi è una generale tendenza ad un’auto-censura preventiva che diviene sempre più manifesta in Germania: per evitare l’incalcolabile rischio di un procedimento penale si tende sempre più ad evitare la patata bollente della storia e della politica per non doversi trovare al centro delle attenzioni giudiziarie. Questa censura nascosta e silenziosa è palesemente il fatto più evidente ed anche il più pericoloso. Nel lungo periodo ciò porterà ad effetti catastrofici sulla vita sociale e politica della Germania ma questo fatto sembra non interessare nessuno.
Non è importante che uno pensi che queste tesi sostengano un gruppo di persone. Il fatto è che il diritto umano della libertà di parola deve essere indivisibile come ha già scritto il professor R. Dworkin nel suo Index on Censorship.[53] E siccome nessuno dei casi descritti ha contenuto nessun caso di incitamento alla violenza, istigazione ad atti violenti o banalizzazione della violenza – ma, tutto al più, violenza nella controversia su eventi storici, o rappresentazioni meno usuali del solito di eventi storici – la severità dei procedimenti giudiziari tedeschi contro questi dissidenti è incomprensibile ed ingiustificata.
Se i casi qui descritti avessero coinvolto un qualsiasi altro gruppo di persone ci sarebbe stato un grido di dolore internazionale nella stampa per denunciare queste violazioni dei diritti umani. Ma siccome le vittime sono dopo tutto solo di una parte politica la questione è ignorata e sottaciuta. Ma in una prospettiva obiettiva non c’è differenza tra, per esempio, comunisti e testimoni di Geova imprigionati per il loro credo durante il terzo Reich e i nazionalisti ed i revisionisti gettati dietro le sbarre nella Repubblica Federale di Germania oggi a causa delle loro pubblicazioni. I diritti umani restano diritti umani. Valgono sia per radicali di sinistra che per quelli di destra.
Considerando i risultati di uno studio più dettagliato ed assai raccomandato sul deterioramento dei diritti civili in Germania,[54] complessivamente si deve concludere che la tradizione tedesca di libertà di parola è più che deteriorate. La giustificazione tedesca per questo stato di cose ‘queste misure sono giustificate da questo capitolo oscuro (il terzo Reich) della nostra storia – è comprensibile, ma è sbagliato anche arrivare alla paradossale e perversa situazione in cui, per prevenire la persecuzione di minoranze e l’arsione dei libri, altre minoranze sono perseguitate ed i libri bruciati. Questa è esattamente la situazione in cui ci troviamo nella Germania di oggi. Alla luce della sua storia, la sola posizione corretta per la Germania sarebbe senza dubbio quella di una stretta ed imparziale garanzia per i diritti umani di tutti e non che essi possano essere negate alla parte avversa. Ovviamente a proposito dei diritti umani, la Germania è caduta in un circolo vizioso storico o, per usare un’altra metafora: il pendolo oscilla vigorosamente da un estremo all’altro. E’ tempo di farlo tornare nel mezzo.

Anton Mägerle

Note

[1]
Per ulteriori notizie vedi Claus Nordbruch, Sind Gedanken noch frei? Zensur in Deutschland, Universitas, Munich 1998.
[2]
Le opinioni su ciò differiscono lievemente: secondo Dietrich Strothmann, Nationalsozialistische Literaturpolitik, 3rd ed., Bouvier, Bonn 1985, circa 12.500 libri, secondo Dietrich Aigner, Die Indizierung “schädlichen und unerwünschten Schrifttums” im Dritten Reich, vol. XI del Archiv für Geschichte des Buchwesen, Buchhändlervereinigung, Frankfurt/Main 1971, il numero fu inferiore a 10.000.
[3]
Per ulteriori dettagli vedi Martin Lüders, Nation und Europa, vol. 47(9) (1997), pp. 7-11. La lista di tutti i libri banditi dagli Alleati (Liste der auszusondernden Literatur) recentemente ristampata da Uwe Berg-Verlag, Toppenstedt (Germany) 1983/84 (Deutschen Verwaltung für Volksbildung in der sowjetischen Besatzungszone/Ministerium für Volksbildung der Deutschen Demokratischen Republik (ed.) Liste der auszusondernden Literatur. Index der in der sowjetischen Besatzungszone verbotenen Bücher nach dem Stand vom 1. April 1946; Erster Nachtrag zum Index der in der sowjetischen Besatzungszone verbotenen Bücher nach dem Stand vom 1. Januar 1947; Zweiter Nachtrag zum “Index” der in der sowjetischen Besatzungszone verbotenen Bücher nach dem Stand vom 1. September 1948; Dritter und letzter Nachtrag zum “Index” der in der sowjetischen Besatzungszone verbotenen Bücher nach dem Stand vom 1. April 1952, 4 vols., Zentralverlag, Berlin (East) 1946-1948, 1953). Può essere consultata integralmente al sito vho.org/censor/tA.html.
[4]
Due recenti studi sulla censura in Germania caldamente raccomandati: Jürgen Schwab, Die Meinungsdiktatur. Wie “demokratische” Zensoren die Freiheit beschneiden, Coburg: Nation Europa Verlag, 1997, 338 pp.; Claus Nordbruch, op. cit. (note 1).
[5]
La decisione della Corte Federale Costituzionale fu commentata da: Karl-Heinz Seifert, Dieter Hömig (eds.), Grundgesetz für die Bundesrepublik Deutschland, 2nd ed., Nomos Verlagsgesellschaft, Baden Baden 1985.
[6]
Eduard Dreher, Herbert Tröndle (eds.), Strafgesetzbuch, 47th ed., Beck, Munich 1995, Strafgesetzbuch, 47th ed., MN 18 regarding §130.
[7]
Stefan Huster, “Das Verbot der ‘Auschwitz-Lüge’, die Meinungsfreiheit und das Bundesverfassungsgericht”, Neue Juristische Wochenschrift, 1995, pp. 487ff.
[8]
Daniel Beisel, “Die Strafbarkeit der Auschwitz-Lüge”, Neue Juristische Wochenschrift, 1995, pp. 997-1000.
[9]
Karl Lackner, Strafgesetzbuch, 21st ed., Munich, 1995, MN 8° circa §130; le critiche di questo articolo sono moltissime; cf. Hans A. Stöcker, Neue Zeitschrift für Strafrecht, 1995, pp. 237-240; Manfred Brunner, Frankfurter Allgemeine Zeitung, Aug. 17, 1994; Ernst Nolte, ibid., Sept. 8, 1994; Ronald Dworkin, Tageszeitung, May 17, 1995; Horst Meier, Die Zeit, Sept. 15, 1995; Horst Meier, Merkur 12/1996: 1128-1131.
[10]
Theodor Leckner, in Adolf Schönke, Horst Schröder (eds.), Strafgesetzbuch, 25th ed., Beck, Munich 1997, p. 1111.
[11]
Ibid., p. 1103.
[12]
Il Ministro Federale di Giustizia Edzard Schmidt-Jorzig, Ruge. NeunzehnZehn: “Ehrenschutz für Soldaten - Gesetz gegen die Meinungsfreiheit?”, 3-SAT, March 10, 1996, 19:10; same, Mut, no. 351, 11/1996: 32-35; Wolfgang Schäuble, Frankfurter Allgemeine Zeitung, April 24, 1996, p. 41.

[13]
Fino 2002, questa autorità portava il nome di Bundesprüfstelle für jugendgefährdende Schriften, BPjS.
[14]
L’ultima “lista comprensiva”, Gesamtverzeichnis indizierter Bücher, Taschenbücher, Broschüren und Comics, Stand 30.4.1993, include circa 2.500 titoli. Circa 120 ulteriori sono stati aggiunti. La lista dei video è più o meno della stessa consistenza. Da aggiungere a questo ci sono diverse centinaia di supporti elettronici di dati o sonori. Le attuali liste dell’indice sono pubblicate nel periodico dell’Ufficio di Revisione per le Pubblicazioni pericolose per la Gioventù, BPjS aktuell. Ordinabili presso: Bundesprüfstelle, Postfach 26 01 21, D-53153 Bonn, Germany.
[15]
Vedi per ulteriori informazioni il sito del governo Tedesco www.bmfsfj.de .
[16]
Eckhard Jesse, “Streitbare Demokratie und ‘Vergangenheitsbewältigung’”, in Bundesamt für Verfassungsschutz (ed.), Verfassungsschutz in der Demokratie, Carl Heymanns Verlag, Cologne 1990, p. 304, cf. p. 289.
[17]
Ibid., p. 287; cf. also p. 303: “Liberal society may not stifle or suppress the free exchange of ideas and points of view.”
[18]
Udo Walendy, Wahrheit für Deutschland, 3rd ed., Verlag für Volkstum und Zeitgeschichtsforschung, Vlotho 1976; engl.: Truth for Germany, ibid.
[19]
Ref. 1 BvR 434/87.
[20]
JMS-Report, February 1/1995, pp. 52-54.
[21]
Ref. 17 K 9534/94.
[22]
Nell’articolo 244 del Codice di Procedura Penale Tedesco è prevista l’opzione di rifiutare la prova se l’oggetto in questione è palesemente evidente che è la fondamentale premessa per i tribunali che devono dibattere sull’Olocausto (“notifica giudiziaria”).
[23]
Franz J. Scheidl, self-pub., 6 vols., Vienna 1967. Molti dei libri qui menzionati possono essere trovati sul web site vho.org, qualcuno anche in inglese.
[24]
Emil Aretz, Verlag Hohe Warte, Pähl 1973.
[25]
Ingrid Weckert, Grabert, Tübingen 1981; sequestrato e distrutto nel 1995; in English: Flashpoint: Kristallnacht 1938, Institute for Historical Review, Newport Beach (CA) 1991.
[26]
Steffen Werner, 2nd ed., Grabert, Tübingen 1991; sequestrato e distrutto nel 1995.
[27]
Arthur R. Butz; in German: Verlag für Volkstum und Zeitgeschichtsforschung; in English: The Hoax of the Twentieth Century, Institute for Historical Review, Newport Beach (CA) 1976, 1992.
[28]
Gesamtverzeichnis indizierter Bücher, Taschenbücher, Broschüren und Comics, Stand 30.4.1993, p. 8: Index No. E 2765, Bundesanzeiger no. 95 of May 22, 1979.
[29]
Thies Christophersen, “Die Auschwitz-Lüge”, Kritik issue no. 23, Mohrkirch: Kritik Verlag, 1973, oggi reperibile presso: Vrij Historisch Onderzoek, Berchem Belgium.
[30]
Il giornale Tageszeitung (Berlin) di sinistra lo riporta correttamente il12 dicembre 1995.
[31]
Bundesanzeiger of Sept. 30, 1994.
[32]
Wigbert Grabert, della Grabert Verlag in Tübingen, all’autore.
[33]
Abendzeitung (Munich), March 7./8., 1998: “The remaining copies are occasionally being burnt in a wast incinerator.”, a proposito R. J. Eibicht, Hellmut Diwald; cf. Zur Zeit (Vienna), no. 9/1998 (Febr. 27): “65 years ago this happened publicly, today this is being achieved on the quiet in waste incinerators.”
[34]
Ammissione del Governo Federale, Bundestagsdrucksache 13/4222, March 26, 1996, p. 6. Germar Rudolf ha cercato di compilare una lista dei libri confiscati in Germania, vedi vho.org/censor/Censor.html. A causa della mancanza di informazioni ufficiali la lista è necessariamente incompleta. Collegamenti con i libri confiscati possono essere cercati al sito, non ulteriori URL sono forniti in questo articolo.
[35]
Richtlinien für das Strafverfahren und das Bußgeldverfahren (Linee guida per procedura penale). 208, II + IV; secondo Gerd Pfeiffer (ed.), Karlsruher Kommentar zur Strafprozeßordnung, 3rd ed., Beck, Munich 1993, p. 2174.
[36]
Cf. Wigbert Grabert (ed.), Geschichtsbetrachtung als Wagnis, Grabert, Tübingen 1984; vedi anche DGG, “Bundesverwaltungsgericht im Dienste der Umerzieher. Erstmalig Doktorgrad aus politischen Gründen aberkannt”, in Deutschland Geschichte und Gegenwart 36(3) (1988), p. 18 (online: vho.org/D/DGG/DGG36_3_2.html); DGG, “Unglaubliches Urteil im Fall Dr. Stäglich”, ibid., 36(1) (1988), p. 7 (online: .../DGG36_1_1.html); DGG, “Vernunft wird Unsinn ... Späte Rache für den ‘Auschwitz-Mythos’”, ibid., 31(1) (1983), pp. 19f. (online: .../DGG31_1.html); DGG, “Ende der Wissenschaftsfreiheit?”, ibid., 29(3) (1981), p. 38 (online: .../DGG29_3_1.html).
[37]
Bundesministerium des Inneren (ed.), Bundesverfassungsschutzbericht (Report dell’Ufficio Tedesco per la Protezione della Costituzionoe), Bundesdruckerei, Bonn 1995-2002, I dati riportati sono forniti dall’Ufficio Federale Tedesco per le Indagini (Bundeskriminalamt). Da quando il governo tedesco ha cambiato l’indirizzo ondine della sue pubblicazioni, è fornito solo l’indirizzo delle loro ultime due pubblicazioni:
2001: www.bmi.bund.de/Annex/de_20737/Verfassungsschutzbericht_2001_-_Pressefassung.pdf;
2002: www.bmi.bund.de/Annex/de_24336/Verfassungsschutzbericht_2002.pdf.
[38]
Sebbene l’inserimento nella lista nera di due di questi numeri sia menzionato: Historische Tatsachen no. 23 (“Zigeuner bewältigen eine ½ Million”), Decision No. 4208, Bundesanzeiger 204 of Oct. 31, 1991, e Historische Tatsachen no. 36 (“Ein Prozeß, der Geschichte macht”), Decision No. 4029, Bundesanzeiger 64 del 31 marzo 1990.
[39]
Jürgen Graf, Auschwitz. Tätergeständnisse und Augenzeugen des Holocaust, Neue Visionen, Würenlos 1994; confiscato dal Tribunale di Mannheim, 41 Gs 2626/94, rilasciato dal Tribunale distrettuale di Mannheim, 5 KLs 7/95.
[40]
Parlamento del Land del Baden-Württemberg, 12th sessione, Paper 12/334, Interrogazioni parlamentari del Rep. Michael Herbricht REP, “Appell der 500” Stuttgart, Aug. 27, 1996. Position of the Baden-Württemberg Ministry of Justice, Stuttgart, Sept. 23, 1996, Ref. 4104 - III/185, Dr. Ulrich Goll.
[41]
“Appell der 100 • Die Meinungsfreiheit ist in Gefahr!”, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 17 Maggio1996; in Stuttgarter Nachrichten e Stuttgarter Zeitung 19 luglio 1996, con 500 firme; nel Westfalen-Blatt 13 e18 settembre 1996, con 1.000 firme ciascuno.
[42]
Perizia ufficiale del Prof. Dr. Ernst Nolte e Dr. Joachim Hoffmann, Tübingen Tribunale distrettuale, Ref. 4 Gs 173/95; fu pubblicata nel Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, 1(3) (1997), pp. 205ff.; una traduzione inglese fu stampata nel testo di G. Rudolf, Dissecting the Holocaust, 2nd. ed., Theses & Dissertations Press, Chicago, IL, 2003, pp. 563-566 (online: www.vho.org/GB/Books/dth/fndHoffmann.html).
[43]
Come reazione all’appello riportato in nota 41 durante la seduta parlamentare riferita in nota 40, vedi IDN, “’Appell der 500’ vor Landtag”, DGG 44(4) (1996), S. 9f. (online: vho.org/D/DGG/IDN44_4.html); VHO, “Zur Wissenschaftsfreiheit in Deutschland. Justizminister Württemberg: Wissenschaftsfreiheit ist nicht existent”, Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung 1(1) (1997), pp. 34-37 (online: vho.org/VffG/1997/1/VHOWiss1.html)
[44]
Corte Costituzionale Federale, ref. 1 BvR 408f./83, ristampato in W. Grabert, op. cit. (note 36), pp. 287ff.
[45]
Karl Raimund Popper, Objektive Erkenntnis, 2nd. ed., Hoffmann & Campe, Hamburg 1984.
[46]
Cf. anche Daniel Beisel, op. cit. (note 8).
[47]
Questo cittadino americano, Frederick A. Leuchter, fu arrestato in Germania poco dopo aver preso parte ad un noto programma televisivo Tedesco. Egli volò negli USA quando fu rilasciato dalla detenzione preprocessuale per aspettare in libertà il suo processo.
[48]
G. Anntohn, H. Roques, DAGD/Germania Verlag, Weinheim 1995
[49]
Oberkreisdirektor Herford, ref. 32/33.31.10.
[50]
U. Walendy ha pubblicato un numero speciale sul suo stesso caso: Historische Tatsachen no. 69: “Ausgehebelte Grundrechte”, and no. 77 “’Vv’-Strafhäftling Walendy”, Verlag für Volkstum und Zeitgeschichtsforschung, Vlotho/Weser 1996/1999. Naturalmente è necessario durante la lettura di questo lavoro distinguere con attenzione tra i fatti e le opinioni dell’autore che sono evidentemente soggettive.
[51]
Su Germar Rudolf vedi Wilhelm Schlesiger, Der Fall Rudolf, Cromwell Press, London 1994 (Engl. online at www.vho.org/GB/Books/trc); Herbert Verbeke (ed.), Kardinalfragen zur Zeitgeschichte, Vrij Historisch Onderzoek, Berchem 1996 (Engl. online at www.vho.org/GB/Books/cq). Naturalmente, bisogna distinguere con attenzione tra I fatti e le opinioni soggettive degli autori anche in questo caso. Vedi anche “Hunting Germar Rudolf”, www.vho.org/Authors/RudolfCase.html.
[52]
Hans Schmidt ha raccontato il caso in: Jailed in “Democratic” Germany. The Ordeal of an American Writer, Milton/FL: Guderian Books, 1997, 490p. Anche in questo caso è necessario durante la lettura di questo lavoro distinguere con attenzione tra i fatti e le opinioni dell’autore che sono evidentemente soggettive.. Il cittadino australiano Dr. Fredrick Toben condivise il destino di Schmidt nella primavera del 1999 mentre visitava la Germania per sfidare la censura delle autorità tedesche. Egli fu arrestato e condannato; vedi il suo sito web: www.adelaideinstitute.org.
[53]
R. Dworkin, “A new map of censorship”, in Index on Censorship, ½ (1994), pp. 9-15; cf. R. Dworkin, “Forked tongues, faked doctrines”, ibid., no. 3 (1997), pp. 148-151.
[54]
G. Rudolf, “Discovering Absurdistan”, The Revisionist 1(1) (2003), pp. 203-219 (online: vho.org/tr/2003/2/Rudolf203-219.html).

Traduco volentieri questo interessante saggio di Anton Mägerle per permettere anche al lettore italiano di farsi un’idea di ciò che accade nella libera e democratica Europa (l’articolo è reperibile in lingua tedesca ed inglese al sito http://vho.org/censor/D.html ). Invitando tutti ad un’attenta lettura, faccio solo sommessamente notare che negli anni bui della dittatura fascista, secondo il quotidiano “Il Manifesto”, dall’istituzione del Tribunale Speciale per la Difesa della Stato (il 1 febbraio del1927), al suo scioglimento (con la caduta del regime, il 25 luglio1943) furono perseguiti 5.619 imputati di cui 4.596 furono condannati (vedi inserto del Manifesto “Ricordate quel 25 aprile?” n. 1 s.d.). In un silenzio assordante, nel cuore dell’Europa, tra il 1994 ed il 2003 sono state perseguite oltre 100.000 persone per reati d’opinione. Miracoli della “democrazia”…

Harm Wulf
e-mail: harmwulf2003@libero.it

 
   
 
Julius Johan Ferdinand Kronberg
di Harm Wulf

In una delle novelle della raccolta “Siesta” del 1897, “La regina di Saba”, apparsa in italiano nel 1999 presso la meritoria casa editrice milanese Iperborea, lo scrittore norvegese Knut Hamsun (1859-1952), racconta lo straordinario e idealizzato amore di un critico letterario norvegese per una misteriosa ragazza svedese che lo spinge a vagabondare seguendo la sua folgorazione passionale:

“Proprio in quel periodo Julius Kronberg esponeva il suo grande dipinto La Regina di Saba a Göteborg. Come tutti gli altri, dovevo anch’io andare a vedere il quadro, e quando lo vidi ne rimasi totalmente affascinato. La cosa più straordinaria era che la Regina mi sembrava assomigliasse moltissimo alla mia signorina del podere – non quando rideva e scherzava, ma com’era nell’istante in cui, ritta in piedi nella carrozza vuota, mi fulminava con gli occhi perché volevo staccare i cavalli. Dio solo sa cosa non tornai a provare nel cuore. Il quadro non mi dava pace, mi ricordava troppo la mia felicità perduta.”

Chi era questo pittore svedese che aveva avuto la capacità di ispirare con il suo dipinto il premio Nobel per la letteratura del 1920 e futuro proscritto per l’adesione al Nazionalsocialismo?


La Regina di Saba, 1888, Castello di Tjolöholms

Julius Johan Ferdinand Kronberg era nato l’11 dicembre 1850 a Karlskrona, nel sud della Svezia. Aveva trascorso la giovinezza con la madre ed il nonno perché il genitore, uomo d’affari, trascorreva gran parte del suo tempo nella capitale svedese. Nel 1863 il padre, Gustav Kronberg, scrisse una lettera da Stoccolma chiedendo al figlio di raggiungerlo nella città per lavorare con lui nella fabbrica di pianoforti Hoffmanns pianofabrik. Quando il giovane Julius arrivò, scoprì che l’attività lavorativa a lui riservata era un noioso e ripetitivo lavoro d’ufficio. Ne fu doppiamente deluso perché aveva creduto di essere stato chiamato per iniziare ad apprendere l’arte della costruzione degli strumenti musicali. Di carattere fermo e determinato nonostante la giovane età, Julius abbandonò il lavoro il giorno seguente. Ciò provocò l’ira furiosa del padre. Gustav Kronberg era forse più determinato del ragazzo e, a causa di questo rifiuto, disse al giovane Julius di non considerarlo più suo figlio. Sostenuto da una ferrea volontà, malgrado egli avesse solo 13 anni e la famiglia lo ritenesse troppo giovane, il ragazzo affermò la sua volontà d’iniziare l’Accademia d’Arte chiedendo l’ammissione. Nonostante le perplessità della famiglia e degli insegnanti, Julius tornò dopo qualche giorno all’Accademia mostrando dei dipinti che egli aveva fatto nella sua casa di Karlskrona. Il professore che aveva visto nel ragazzo un talento non comune gli permise l’iscrizione ad una scuola pre-accademica dopo di che passò rapidamente alla vera Accademia d’Arte. Nel 1869, all’interno di un concorso per pittori dell’Accademia il giovane artista dipinse un quadro a carattere storico “Gustav Vasa” (Gustavo I Erikson Vasa, 1495 – 1560, re di Svezia dal 1523) che vinse la medaglia reale. Oltre all’encomio e alla decorazione, il premio consisteva in una somma di denaro che gli permise di recarsi all’estero e di approfondire la conoscenza degli artisti europei sia attraverso le visite nei musei e nelle pinacoteche sia conoscendo personalmente i pittori più affermati nei loro atelier. Dopo brevi soggiorni a Parigi e Düsseldorf, Julius Kronberg si stabilì a Monaco dove dipinse nel 1875 il celebre quadro “Ninfa dell’ossessione con fauni” che affascinò lo scrittore e drammaturgo svedese August Strindberg (1849 – 1912) che scrisse in un articolo dedicato all’artista: “E’sceso tra noi e lavora qui il maestro dei colori”. I viaggi dell’artista continuarono grazie alla fama che stava acquisendo ed alle commissioni che cominciavano ad arrivare numerose. Si recò all’Accademia d’Arte di Venezia dedicandosi allo studio ed alla copia dei classici della pittura. Celebri sono i suoi rifacimenti dei due angeli dall’“Assunta”di Tiziano (1477-1576) e di un dipinto del Tintoretto (1518-1594), il “Ritratto di Antonio Capelli”. Si esercitò anche nella riproduzione del “San Sebastiano” del Ferrarese e di un angelo dalla “Vergine in gloria” del Padovanino (1588-1648). Tornato a Monaco ebbe l’occasione di conoscere il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen (1828-1906) di cui dipinse, nel 1877, un famoso ritratto oggi all’Ibsen Museum di Oslo. Ricominciò i suoi viaggi di studio e apprendistato verso l’Italia e nel 1877 visitò Roma e Padova per proseguire la sua attività di formazione artistica e copia dei maestri classici. Nel 1878 si stabilì a Roma dove impiantò il suo studio in via Margutta 33. I viaggi in Oriente, in Tunisia e al Cairo lo avvicinarono ai temi biblici e storici di cui furono esempi famosi “La Regina di Saba” e “Cleopatra” terminato nel 1883. Nel 1885 dipinse “David suona per Saul” ora al National Museum di Stoccolma. Sia nella rappresentazione dei temi biblici o orientaleggianti, sia in quella di temi sacri o della mitologia del paganesimo europeo le opere di Julius Kronberg riflettono una sensibilità tardo romantica e la sua fedeltà assoluta ai classici e alla pittura del passato soprattutto di quella italiana. Tornato in Italia trascorse qualche tempo a Siena dedicandosi alla copia dei lavori di Ambrogio Lorenzetti (1280-1348) e del suo celeberrimo “Buon e Mal Governo nel Palazzo Comunale”. Nel 1886 trascorse un periodo a Verona per studiare l’ambiente in cui si era svolta la tragica storia d’amore di Romeo e Giulietta a cui voleva dedicare un dipinto. Tornato a Roma ebbe l’occasione di incontrare nel suo studio Ellen Scholander di cui s’innamorò. Non potendosi incontrare da soli, Julius organizzò un appuntamento clandestino a Milano in cui dichiarò il suo amore alla giovane. Si sposarono nel 1887 a Lilla Skuggan, in Svezia senza invitare la famiglia Kronberg. La coppia si stabilì a Roma e nel 1888 nacque la prima figlia Margherita, nome scelto in onore della strada in cui vivevano. Nel 1889 la famiglia di Julius Kronberg tornò in Svezia scegliendo di vivere a Stoccolma. Ormai artista affermato e famoso, nel 1890, gli venne commissionata dal Governo svedese il disegno della banconota da 1000 Corone che conservò la stessa immagine ideata dall’artista fino al 1960. L’Accademia d’Arte chiese ufficialmente a Julius Kronberg di diventare insegnante del prestigioso istituto: ricordando le peripezie trascorse da giovane per accedervi, l’artista accettò con orgoglio ed entusiasmo l’incarico. Nel 1890 la famiglia fu allietata dall’arrivo del secondo figlio Rolf. Il Re di Svezia Oscar II (1829-1908), poeta ed umanista, chiese a Julius Kronberg di decorare il castello della capitale in cui l’artista concepì e dipinse tre affreschi per il soffitto. Nel 1894 ripresero i viaggi attraverso l’Europa per eseguire copie delle opere del Tiepolo (1696–1770): si recò al Kaiser Friedrich Museum di Berlino , nel palazzo arcivescovile di Würzburg e nella Villa Nazionale di Strà vicino a Venezia. Nella città di San Marco visitò svariate volte l’Accademia d’Arte, la chiesa dei Gesuati, affrescata da Gianbattista Tiepolo e in cui si trova “La Vergine coi Santi” del 1740, e quella della Pietà col “Trionfio della fede” del 1755. Nel 1895, di ritorno in Svezia, eseguì molti ritratti di membri della famiglia nobile von Hallwyl di Stoccolma e fu richiesto dalla contessa della stessa famiglia per decorare il palazzo costruito dall’architetto Isac Gustav Clason. Nel 1897 nacque il terzo figlio dell’artista, un maschio che venne chiamato Göran. Molto malato fin dall’infanzia riuscì a sopravvivere in pessime condizioni di salute per quasi sette anni. Uno dei lavori più importanti del pittore furono gli affreschi della cupola della Chiesa di Adolf Fredrik di Stoccolma che fu progettata in stile neoclassico dall’architetto Carl Fredrik Adelcrantz e costruita tra il 1768 ed il 1774 che deve il proprio nome al re Adolf Fredrik (1710-1771), che pose la prima pietra. Julius eseguì gli affreschi tra il 1899 e il 1900 e gli schizzi dei lavori possono essere visti nello studio del pittore, oggi aperto al pubblico, che si trova allo Skansen, la grande zona parco della città di Stoccolma. Oltre alle opere di Kronberg nella chiesa si trovano due sculture realizzate dal più noto artista svedese ai tempi di costruzione della chiesa originaria, lo scultore Jahan Tobias Sergel. La prima, in onore del filosofo francese René Descartes (Cartesio 1596-1650), che ai tempi della regina Kristina di Svezia (1626-1689) intratteneva rapporti molto stretti con la corte svedese e fu sepolto nel cimitero della chiesa tra il 1650 ed il 1666, prima che la sua salma fosse restituita al suo paese natale. La seconda scultura di Sergel è un motivo nell´altare, anch’esso realizzato sotto l’egida di Gustaf III, rappresenta Cristo che risorge nel giorno di Pasqua. Il fonte battesimale in cristallo, proveniente da Orrefors, ricorda l´esploratore Sven Hedin (1865-1952), è opera di Liss Eriksson. Anche Hedin, come Hamsun, nonstante la meritata fama per le straordinarie esplorazioni e scoperte geografiche, subirà l’ostracismo pubblico per il suo sostegno al Nazionalsocialismo (vedi M. Zagni ”Archeologi di Himmler” Ed. Ritter, 2004 pag. 119- 122). Nel 1902 nacque il quarto figlio della coppia Kronberg a cui venne dato il nome di Staffan. Tra il 1905 e il 1908 Julius Kronberg fu impegnato in un mastodontico lavoro di affresco del soffitto e del proscenio del Teatro Reale di Arte Drammatica di Stoccolma coadiuvato dalla figlia maggiore Margherita. Sul proscenio l’artista rappresente uno dei temi classici della mitologia greco-romana: Eros (Cupido) dio alato dell’amore armato di arco e frecce attorniato dalle Moire (Parche) le tre divinità del Fato, (Cloto, Lachesi e Atropo), vestite di bianco nell’atto del filare i giorni della vita di ogni uomo. Sul soffitto Apollo dio della luce e della musica sul cavallo alato alza al cielo una lira circondato dalle nove Muse (Calliope-poesia, Clio-storia, Tersicore-danza, Polimnia-arte mimica, Melpomene-tragedia, Erato-poesia lirica e amorosa, Euterpe-musica e poesia melica, Talia-commedia, Urania-l’astronomia) divinità della poesie e dell’arte. Come molti artisti del suo tempo Julius Kronberg fu appassionato studioso delle teorie teosofiche: la ricerca del divino non attraverso l’atto di fede o il ragionamento ma con la fantasia e il sentimento. Attraverso l’arte, i colori, la bellezza l’intuizione personale del sacro: a queste idee volle educare l’ultimo nato Staffan che, nel 1913, fu mandato in una scuola teosofica della California. Nel 1920 l’artista si ammala gravemente, un tumore alla gola forse a causa del suo tabagismo: viene operato in gennaio. Sua moglie Ellen scrive al figlio minore Staffan in California delle sue preoccupazioni per la salute di Julius. Ad aprile la figlia maggiore Margherita scrive a Steffan chiedendogli di rientrare a casa sia per la grave malattia del padre sia per la sofferenza della madre affetta da emicranie sempre più dolorose. Il 31 luglio Staffan riceve un telegramma che gli annuncia l’improvvisa morte della madre. La scuola non concede all’allievo nessun permesso per il lutto fino a che il padre non scrive personalmente al direttore per far rientrare il giovane in Svezia. Il 17 ottobre del 1921 muore l’artista Julius Johan Ferdinand Kronberg. Alla sua morte la contessa Wilhelmina von Hallwyl comprò il suo atelier e lo donò alla città di Stoccolma. La pittura di Kronberg fu sempre ispirata dai maestri classici del passato: in quelle opere era racchiusa l’essenza della vera arte. Nessuna concezione della modernità poteva giustificare la perdita della purezza delle linee, della chiarezza delle forme e dell’uso dei colori. Per tutto l’arco della sua produzione artistica Julius rimase il rappresentante scandinavo di una pittura accademica sempre saldamente ancorata alla tradizione. Questa sua tenace fedeltà alla tradizione e la totale mancanza di concessioni alle avanguardie della modernità gli sono valse un pesante ostracismo da parte della critica. Ancora oggi, se usciamo dall’ambito scandinavo è difficile trovare notizie sulla sua opera. Questa coltre di silenzio calata sull’artista fu rotta in modo inaspettato dal popolare gruppo svedese degli ABBA che misero sulla copertina del loro disco del 1981 “The Visitors” un’immagine del dipinto di Kronberg “Eros” (del 1905), presa nello studio del pittore allo Skansen di Stoccolma. Questo piccolo episodio ebbe lo strano ed inaspettato effetto di riportare all’attenzione del pubblico internazionale l’opera dell’artista. Il suo atelier di Stoccolma sull’isola di Djurgården, in cui è possibile vedere il quadro rappresentato sul disco, è diventato un luogo di pellegrinaggio per tutti quelli che amano l’arte e la sua pittura.

Eros e le dee del destino 1905 nel
proscenio del Teatro Reale di Stoccolma


Amorini di Julius Kronberg - Ninfa dell’ossessione con fauni, 1875, Museo Nazionale di Stoccolma


Margherita Kronberg aiuta il padre Julius nell’affresco del Teatro Reale di Stoccolma.

 
   
 

La guerra dei contadini - Der Bauernkrieg
di Harm Wulf

“La grande guerra dei contadini fu la prima rivoluzione sociale e nazionale della storia della Germania ma anche dell’Europa. I contadini tedeschi avevano anticipato i programmi rivoluzionari dei secoli seguenti. Avevano formulato la loro visione in un modo più ingenuo, ma anche più audace di quello che faranno le classi borghesi e proletarie dopo di loro. Avevano sollevato le fondamentali questioni dell’esistenza sociale e nazionale.”
W. Venohr, H. Diwald, S. Haffer in “Documente Deutschen Dasein: 1445 – 1945: 500 Jahre deutsche Nationalgeschichte“, Krefeld, Sinus Verlag, 1983.

 
I prodromi: la grande rivolta dei cavalieri
Si erano avuti diversi sintomi premonitori, come la predicazione del cosiddetto ‘Pifferaio di Niklashausen' del 1476; nel 1514 una rivolta della lega contadina dell'Armer Konrad (povero Corrado) viene sof focata nel sangue da Ulrich von Württemberg . Già nel 1513 era nato nell’Alsazia meridionale il Bunschuh, letteralmente 'lega dello scar abbottonato dei contadini assurto a simbolo della rivolta che, iniziata come s’è detto in Alsazia, si propagherà nella Svevia,in Franconia, nella Germania centro-meridionale, nella Stiria, in Boemia e nel Tirolo. Ma i prodromi delle guerre contadine si hanno con la rivolta dei cavalieri, che decretò il colpo mortale per questo ceto ormai agonizzante.
Abbiamo già parlato della spaccatura che vede una parte della nobiltà schierarsi con i poveri e gli oppressi: è questo il caso della piccola aristocrazia rurale europea. In Italia essa è stata già piegata prima del 1500; nella Germania al principio del XVI secolo la piccola nobiltà era pronta a combattere per una radicale riforma della patria. Tutti quei nobili cavalieri che non avevano lasciato i loro castelli per mettersi al servizio dei vari potentati nei più svariati paesi, vivevano nella più grande povertà; come potevano assistere passi-al declino della loro influenza, alla miserevole vita che conducevano, mentre gli altri ceti - principi, grossi prelati e borghesi si arricchivano tirannegiando il contado? La storia medievale ci narra delle imprese dei cosiddetti Raubritter (cavalieri predoni) che in odio al clero e ai cittadini facoltosi, alla testa dei loro armigeri assaltavano e saccheggiavano conventi e cittadine sedi di ricchi mercati, imponendo pesanti balzelli ai mercanti che osavano far passare i loro carriaggi lungo le vie di comunicazicazione dominate dai loro castelli.
Ma l'unica speranza era un cambiamento radicale della società da attuarsi dopo la distruzione del ceto dominante e conseguente liberazione dell'Imperatore dall'influsso deleterio e dal parassitismo dei principi guelfi, del clero corrotto, degli usurai e dei vari Fugger, Welser, banchieri che tentavano già allora di monopolizzare il commercio; una salda cavalleria avrebbe difeso il nuovo Stato e costituito la sua classe dirigente. L'ambizioso progetto crede di trovare in Martin Lutero ideologica dopo la pubblicazione del suo appello alla nobiltà tedesca (An den christlichen Adel deutscher Nation) , ma gli eventi vanificheranno anche quella speranza. Il tentativo dei cavalieri di sollevarsi contro i principi in nome d i tutto il popolo tedesco, del Vangelo e del Protestantesimo naufragragherà sanguinosamente per la défaillance dell'Imperatore, dell’alta nobiltà, della borghesia cittadina e non ultimo per il voltafaccia di Lutero che rimane abbarbicato al potere.
A guidare la rivolta troviamo il cavaliere-poeta Ulrich von Hutten e il suo amico Franz von Sickingen. Nell'estate del 1522 raccolgono un esercito di 5.000 fanti e 1.500 cavalieri, col quale battere i mercenari dei Vescovi di  Treviri, Magonza e Colonia. Sickingen capiva che, senza una sollevazione popolare all'interno delle città, poco poteva contro le guarnite mura; ma la sua fiducia nei cittadini angariati dal regime curiale venne delusa durante l'assedio di Treviri. I borghesi dei ricchi centri commerciali avevano capito che i loro interessi  si identificavano con quelli della cricca dominante e non lesinarono gli aiuti in danaro che permisero 1'arruolamento di altri mercenari, mentre i contadini che avevano seguito i cavalieri cominciavano a tornarsene ai cascinali. A Sickingen non rimase altra alternativa che quella di rinchiudersi nel suo castello di Landsstuhl, nell’illusoria speranza che altri rivoltosi accorressero in suo aiuto dalla Boemia e dalla  Svizzera, ma invano. Nella primavera del 1523 un grande esercito con moderni cannoni sottopose ad un massiccio bombardamento i bastioni della cittadella che vennero sbriciolati da oltre 500 palle di pietra: lo stesso Sickingen venne mortalmente ferito e fece in tempo ad assistere alla capitolazione del suo maniero prima di spirare. Altri 26 castelli  e borghi dei cavalieri rivoluzionari furono distrutti nei giorni successivi. Hutten si salvò con la fuga in Svizzera, ospitato da un certo Zwingli (che troveremo tra gli ideologi del movimento) e morì il 29 agosto 1523.
 
La guerra dei contadini del 1524-1526
Negli anni 1524-1526 si registrano numerose rivolte contadine in Germania che sfociano, all'inizio del 1525, in una vera guerra delle schiere contadine, contro gli eserciti mercenari dei diversi principati tedeschi. Lutero mettendo alla berlina i preti indegni, aveva dato il segnale della rivolta; alcuni suoi seguaci, quali il predicatore Thomas Müntzer, Sebastian Lotzer, Ulrich Zwingli e altri, tengono prediche infuocate nei villaggi. Si formano le prime leghe contadine come quelle della Svevia che nel febbraio del 1525 sforna i “dodici articoli” nei quali si richiede la libera elezione dei parroci nei comuni rurali, la consegna delle decime in natura direttamente alle parrocchie locali, una riforma della giustizia che consenta la reintroduzione nei processi giudiziari dell’antico diritto germanico e l’abolizione dell’incomprensibile diritto romano, infine la restituzione ai contadini, da parte dei Signori, dei terreni comunitari  costituenti l’Allmende. Si costituiscono bande armate come l'Odenwälder Hau,fèn  organizzata dall’oste Georg Metzler e comandata da Wendel Hipler, ex segretario di corte del Principe Hohenhohe, lo Schwarzer Haufen (il battaglione nero) guidato dall’ex condottiero di lanzichenecchi Florian Geyer; nella zona di Francoforte operava un gruppo capitanato dal celebre cavaliere Götz von Berlichingen; l'intera Turingia era nelle mani delle bande condotte da Thomas Müntzer.
In Alsazia e nel monastero di Bamberga i 12 articoli vennero accettati, altrove vengono imposti con la forza: conventi, chiese, borghi e città subiscono saccheggi ma, tranne che nella cittadella di Weisberg che aveva resistito a lungo, non ci furono eccessi da parte dei rivoltosi; la città di Heillbronn si consegna spontaneamente. Un contemporaneo dell'epoca informa da Trento che 300.000 contadini avevano aderito alle leghe, ma tra loro militavano pure minatori, proletari cittadini, nobili spiantati, lanzichenecchi, preti spretati e monaci smonacati. «Un odio quasi incomprensile per tutto ciò che finora è stato sacro per loro, un furore bestiale di distruzione verso chiostri e chiese, la profanazione delle suppellettili e degli usi liturgici, la derisione e il maltrattamento di preti, monaci e monache, inoltre la distruzione delle biblioteche - tutto _ mostra come i contadini considerino questa antica civiltà, in cui sono vissuti per secoli, come qualcosa di estraneo, a loro nemico”. Rimane l'infantile fiducia nella figura dell'Imperatore che ormai è troppo debole per imporre una pacificazione fra i principi e i suoi sudditi.
La reazione non si fece attendere: vennero arruolati anche mer­cenari stranieri - croati, ungheresi e perfino albanesi – e si scatenò la vendetta dell'alto clero e dell'aristocrazia guelfa. I contadini, inferiori per armamento e addestramento, vengono sconfitti dai soldati di professione, anche per la frantumazione e la scarsa coordinazione delle bande ribelli. Nella battaglia di Frankenhausen in Turingia, combattuta il 15 maggio 1525, fu catturato Thomas Müntzer e subito eliminato. Altre battaglie perdute dalle bande contadine: quella del 12 maggio a Sindelfingen, a Zabern (Austria), il 16 maggio, a Königshofen in Franconia il 2 giugno, a Schwaz in Tirolo nel 1526; Florian Geyer muore presso Schwäbischhall, ma il suo nome rivive in numerose ballate e marce militari. In un anno la rivolta contadina della Germania meridionale fu soffocata nel sangue, con inumana ferocia, con distruzioni  e saccheggi, con la tipica spietatezza che caratterizza gli anni della ‘Santa Inquisizione’. Queste le cifre: 80.000 giustiziati, 50.000 tagli della mano con la quale i villici avevano giurato, 35.000 accecati; istruttivo l’onorario presentato da un boia della Franconia per le sue ‘prestazioni’: 80 decapitazioni, 165 accecamenti, 532 tagli della mano! Si strapparono pure molte lingue a quanti avevano fatto propaganda rivoluzionaria.

Le cause
Dall’evoluzione del sistema feudale si andavano formando i primi elementi dell'economia capitalistica per un elevato grado di accumulazione di capitale commerciale e di capitale usuraio. Si assiste in quegli anni alla riapertura delle miniere e al tentativo di grandi società minerarie bavaresi capitanate dai Fugger, dai Welser, dagli Hochstetter e dai Baumgartner, di assicurarsene lo sfruttamento. La ricchezza cresce in misura mai vista, ma essa è nelle mani della grossa nobiltà e del ceto mercantile cittadino; nelle campagne invece, accanto a pochi contadini benestanti crescono quelli poveri e i non liberi ma soprattutto si accresce la massa dei senza terra che sotto l’incalzare dell'usura delle città hanno perduto i campi che una volta coltivavano: gli espropri ai danni dei contadini e la miseria dei piccoli artigiani crea grandi proprietari da un lato e declassati dall'altro; accanto a questo fenomeno vi è l'impoverimento della nobiltà rurale minore, erede della primitiva aristocrazia germanica e dei cavalieri, molti dei quali si mettono alla testa dei rustici in rivolta. Se a ciò si aggiunge la corruzione del clero romano che porta alla crisi confessionale, sfociata nella ribellione di Lutero, si comprenderanno appieno i motivi che portano alla più grande rivolta del XVI secolo. L’adesione formale dei e dei contadini al Protestantesimo è solo l'accentuazione del tentativo di liberarsi dalla tutela del Vaticano e soprattutto dall’aborrito Diritto Romano: il Los von Rom di allora era causato dall’identificazione del Diritto Romano e del Cattolicesimo corrotto e intollerante, con i suoi corollari di papismo, clericalismo e gesuitismo con la ‘Romanità’.
La condanna delle rivolte contadine da parte di Lutero si articola fra il 1523 e il 1525, in un profluvio di libelli e opuscoli tra cui le Lettere ai Principi di Sassonia sullo spirito sedizioso del luglio 1524; l’Esortazione alla pace in risposta ai dodici articoli dei contadini svevi dell’aprile del 1525; ed infine lo scritto Contro le bande omicide e saccheggiatrici dei contadini del maggio 1525, nel quale spicca un invocazione tanto violenta e decisa da non lasciar adito a dubbi sulla sua interpretazione: “Signori, liberateci, sterminate, e colui che ha il potere agisca.” Con questa esortazione sanguinaria il luteranesimo consolida la propria alleanza con i principi territoriali tedeschi.
Da G. Ciola, A. Colla, C. Mutti, T. Mudry “Rivolte e guerre contadine” Società Editrice Barbarossa, Milano, 1994. Società Editrice Barbarossa C.P. 136 – 20095 Cusano Milanino (MI) tel. 0266400383 E-mail: barbarossa@tiscali.it
Gli usurai pagavano la repressione: Rex Denariorum
 

"Interesse: bella parola per usura. Finanza: bella parola per furto." Matthäus Schwarz
Se Marx ed Engels s'erano occupati della guerra dei contadini perfino discutendo, come si è visto, il testo teatrale di Lassalle Franz von Sickingen, certamente volentieri avrebbero letto un la voro drammatico di quasi trent’anni fa, ricco del senno e delle co noscenze del poi, e dedicato allo stesso evento. Nel testo di Bloch, dove tanto si parla di cose occulte, v'è un occulto cui non si fa cenno, ma che veramente sta al di sotto di tut ta la vicenda dei contadini e delle azioni di Müntzer e Lutero e condiziona la storia della Germania, non solo di allora. Questo oc culto è il capitale, di cui invano si cercherebbe la traccia in tanti te sti dedicati alla guerra deí contadinz; che tanto si occupano, invece, di beghe teologali. Va dunque segnalato un testo teatrale di Dieter Forte, scritto negli anni 1968-1970 (e si percepisce benissimo!), che dichiaratamente non tratta di teologia (171), ma, narrando i casi della rivolta, intrecciati con quelli di Lutero e Müntzer, valendosi di documenti "rigorosamente storici'' (172), finalmente mette in scena anche il personaggio del banchiere Jacob Fugger, che di quegli eventi è il deus ex machina. Più precisamente e giustamente, non Jacob, ma il suo capitale, che lo domina e lo fa agire, governa tutta quella storia. Non inserendosi in particolare nella diatriba Lutero/Müntzer e neppure nell'evento della disfatta contadina presso Frankenhausen, ma interagendo anche con esse, in quanto decisi va potenza mondiale. Alla morte di Jacob Fugger, al termine del 1525, infatti "il capitale totale della società Fugger era (...) il più grande del mondo" (173): dunque superava in potere economico qualsiasi regno ed impero e lo condizionava, come accadde nell'emblematico caso dell'elezione dell'imperatore Carlo V, quando Fugger corruppe gli elettori imperiali con 545.585 fiorini e, da quel momento, ebbe in mano il più potente monarca della terra, suo debitore, come osò ricordargli anche in una famosa let tera: "È noto ed evidente che senza di me Vostra Maestà non avrebbe potuto ottenere la corona romana, come io posso dimo strare con lo scritto di tutti i vostri imperiali commissari" (174). D'altra parte, prestava delicati servizi anche al papa. Asseri sce Lutero, nelle Tischreden: "Su di un messo che era stato disar cionato, furono trovate delle lettere papali indirizzate ai Fugger, che contenevano l'invito a dare a Lutero trecento fiorini, perché tacesse" (175)! Se questo finanziamento avesse raggiunto i suoi scopi, la Riforma non sarebbe forse nata, il che svela i profondi rapporti che possono esserci fra banca e religione, capitale e spirito! Non solo Jacob Fugger poteva esclamare: "Ho nella mia borsa Papa e Imperatore" (176( (era primo banchiere e coniatore di monete per la Santa sede, anch'essa ampiamente indebitata con lui), ma poteva imporre e distribuire cariche laiche ed ecclesiastiche a suo piaci mento. Impone a forza la nomina del vescovo di Augusta, nel 1517 (177). E’ pronto a prestare all'imperatore Massimiliano 300.000 fiorini, perché sia nominato papa, alla morte di Giulio II; solo che quel papa non muore e sfuma la corruzione del collegio cardinalizio (178)... Hutten lo chiama rex dcnariorum e, nei suoi Prae dones, definisce i Fugger anche re delle puttane: "Essi hanno im­piantato là il loro banco e comperano dal Papa ciò che rivendon poi a più caro prezzo” (179). Hutten allude qui al traffico di bolle, be nefici ed indulgenze, che erano diventati, con Jacob, nient'altro che interessi bancari. Da padrone del mondo (e dunque anche della cultura) Ja cob aveva pure voluto cancellare la nomea di usuraio che gravava sulla sua professione `onorata' di banchiere. Se il suo capo-conta bile Matthäus Schwarz continuava a scrivere, in un suo Nota bene famulus: "Interesse ist höflich gewuchert. Finanzen ist höflich ge stohlen (Interesse: bella parola per usura; finanza: bella parola per furto)" (180), Jacob volle manomettere anche la tradizionale teologzà dell'interesse e incaricò, su lauto compenso, Johannes Eck, l'av versario di Lutero, perché sostenesse che il tasso d'interesse al 5 % era legale. Per questo teologo, profumatamente sovvenzionato, l'interesse altro non era che "compenso per mancato guadagno": Jacob gli pagò un tour universitario (a cominciare da Bologna) che propagandasse le sue tesi economiche. Eck toccò anche le facoltà di Vienna, Lipsia etc. etc. Cosí Jacob ottenne "de jure l'autorizza­zione a prendere interessi e la classe dei mercanti ora poteva cal colare apertamente le sue percentuali, senza velarle col nome di fa tica e rischio. Tuttavia la taccia di usurai nei confronti della società Fugger non veniva messa a tacere. Wuchern e Fuggern furono usa ti come sinonimi. Ulrich Hutten aveva persino scritto un'opera (...) in cui Fucker vale usuraio” (181). Ovvio che Martin Lutero, contrarissimo all'usura e al pa pato, vedesse come fumo negli occhi il rivenditore di indulgenze Fugger e rinfacciasse "ai Fugger di Augusta le compere, le ven dite, i cambi, i baratti, le menzogne, gli inganni, í furti" (come scrive in Alla nobiltà tedesca) (182); tuttavia anch'egli dipendeva da quei principi che di Jacob, volenti o nolenti, erano sudditi; come il papa, che aveva dovuto farlo appaltatore generale delle indul genze. E Lutero ben lo sapeva e scriveva che l'interesse è un "uso, che non esiste da molto più di cento anni ed ha già ridotto quasi tutti i principi, le fondazioni, i comuni, la nobiltà e gli eredi in povertà, miseria e rovina. Il diavolo lo ha escogitato e il Papa con la sua approvazione ha fatto del male a tutto il mondo" (183). "Con il prendere interessi - continua Lutero - i Fucker si sono acquistati la loro grande ricchezza": anch'essi dunque emissari del diavolo, diavoli incarnati!
E come gli adepti del diavolo (maghi, streghe etc.) essi im piegano fornmle magiche adatte alla loro attività. Nel 1538, secon do le  Tischreden, a Lutero si mostrò "una scrittura dei Fugger i quali cambiavano in vari modi la disposizione delle lettere dell'al fabeto, onde nessuno le potesse leggere. Lutero rispose: `Queste sono invenzioni di ingegni eccezionali e sono strumenti adatti alle età peggiori (...). E dicono che anche il nostro imperatore Carlo, a causa della slealtà dei suoi segretari, scriva sempre nei casi più difficili due lettere di opposto contenuto” (184): magia politica e ma gia bancaria qui si sovrappongono nell'uso del criptolinguaggio, come osserverà, nel '600, Gabriel Naudé, che di maneggi politici si intenderà a fondo (185).
Ma Jacob Fugger è testimone prezioso anche delle rivolte di poveri e contadini contro signori e mercanti. Contro í Fugger, nella loro stessa città di Augusta, aveva osato predicare, metten dosi dalla parte dei poveri, il monaco Johannes Schilling, nel 1524. Richiamandosi agli hussiti, i poveri si ribellarono, costitui rono un comitato rivoluzionario, capeggiato da tre tessitori, che produsse anche un programma, in cui, tra l'altro, "si chiedeva che í mercanti e le società commerciali, che erano colpevoli di tutto il male, dovessero essere tolte di mezzo" (186). Per precauzione, Jacob "mise al sicuro sé e la sua famiglia nei suoi castelli e fece portar via da Augusta il denaro liquido"'"'. In Tirolo accadevano, nel frat tempo, cose simili. Gli Articoli meranesi testimoniano le richieste dei rivoltosi del 1525: "Poiché - si dice in questi - sono sorte tan te società, specialmente i Fugger, gli Höchstetter e i Welser, e bi sogna acquistare dalle società tutto quello di cui si ha bisogno, tutte queste cose, siano piccole o grandi, devono essere abolite; cosí tutte le merci potranno tornare ad un giusto prezzo"(188)! E Michele Geismair, figlio di un minatore di Vipiteno, chiedeva: "Anzitutto tutte le fonderie, miniere d'argento e di rame e dipen denze, che appartengono alla nobiltà, a mercanti stranieri ed a so cietà, devono diventare proprietà comune del paese" (189).
Le rivolte si propagano dappertutto, allora, nella Germania meridionale e anche nei domini dei Fugger. Per Jacob si trattava degli effetti della dottrina erronea propagandata dalla riforma lu terana. Scrive infatti ad un suo agente di Cracovia: "Fanno questo i nuovi predicatori, che predicano che non si deve badare ai co mandamenti degli uomini; questo era quello che volevano i conta dini, di non obbedire più ai loro padroni. Questa nuova fede si diffonde ancora in molti luoghi presso di noi. Io non so dove si an drà a finire" (190). Il signore economico del mondo ha paura di pove ri, minatori e contadini! E si barcamena come può: in parte con diplomatici accordi coi rivoltosi, in parte con la repressione: per esempio, la lega sveva, finanziata dal Fugger, sventò l'assedio di Weisserhorn, contro cui si erano coalizzati 12.000 contadini. "Le località di Leipheim, Teítheim e tutte le altre che si fossero unite alla massa dei contadini, furono severamente punite per la loro miscredenza eretica, luterana', perdettero i loro diritti"(191). Nel ca so di Weisserhorn, l'arciduca Ferdinando s'era rivolto diretta­mente a Jacob, perché proteggesse la città. Alla fine "i ribelli furo no definitivamente sbaragliati e i loro capi giustiziati. Cosí, in po chi mesi era terminata la rivolta dei contadini nei territori dei Fug ger" (192). Si è fra il marzo e l'aprile del 1525. In maggio avverrà la di sfatta di Müntzer e dei suoi. A pochi mesi dalla sua decapitazione, in dicembre, anche Jacob muore, non senza essersi confrontato con una situazione in cui, come scrive a un amico sconsolatamente "il basso popolo ha preso completamente la mano. La plebe desi dera diventar ricca e nessuno vuol lavorare e i contadini vogliono essere esenti da imposte". Dal suo trono di barili d'oro (come diceva Lutero) questo re del mondo forse si rende conto, alla fine della vita, che il suo dio/ denaro non è onnipotente (sebbene il suo culto non sia ancor oggi terminato!), che può talvolta deludere ed invia ambigui segni. Scrive Clemens Sender che, prima della morte di Jacob, "il giorno di Natale verso il vespro è apparso ad Augusta sulla Madonna un segno premonitore, un arcobaleno nero, che fu visto da tutti (194). Un arcobaleno aveva presieduto anche alla strage dei contadini di Müntzer, quasi a sottolineare un ironico cinismo del cielo. L'arco baleno nero sul letto di morte di Jacob Fugger era forse, a sua vol ta, un memento sulla non eternità della sua potenza e della poten za del capitale, che, tuttavia, da allora, si è talmente consolidata da apparire un'incombenza insopportabile, anche se gli scricchiolii si avvertono! È questa onnipotenza che viene sottolineata nel testo di Forte, non a caso, perché proprio con Fugger il capitale è diven tato cosmico! "ll capitale monopolistico (rappresentato da Fugger) (...) regge e muove gli eventi e si individua infine come un'en tità astratta, assoluta, un Leviatano che vive de se ipso ad se ipsum, in sé circolare, opprimendo e distruggendo ogni moto liberatore dell'uomo nella storia". In sua dipendenza "si dispiega il processo storico di un'età fondamentale per la costruzione del mondo mo derno". "Il potere politico è nullo di fronte al potere economico (...) che, attraverso l'introduzione delle impersonali leggi della contabilità, diventa una gelida divinità alla quale è asservito lo stesso Fugger" (195). La marcia trionfale del nuovo dio/denaro (cui si deve non solo il massacro dei contadini e di Müntzer, ma, in ultima analisi, quello contemporaneo di 69 milioni di amerindi) (196), si dispiega, nel lavoro di Forte, in una serie di scene in cui, volta a volta, si vede come Alberto di Brandeburgo, Federico di Sassonia, il papa, le miniere, l'imperatore Massimiliano, le guerre, le elezioni di impe ratori e papi etc. etc. dipendano dal nuovo Libro, dalla nuova Re ligione: il Testo della contabilità, che è l'anima del capitale. Tutto passa attraverso questa nuova Bibbia (197), di cui umilissimo servitore e predicatore è Fugger! Con cui sono indebitati principi, papi, im peratori. Da questo punto di vista, anche le vicende di Lutero prendono un colore inedito. Dice Carlo V (pensando ai suoi debi ti): "Se condanno Lutero, i principi non mi danno più né un cen tesimo né un soldato”(198). Da parte sua, Fugger incrementa il suo capitale col traffico ormai mondiale: "Abbiamo bisogno di miniere nostre in America, e meglio ancora direttamente colonie nostre (...). Purtroppo gli indios non ce la fanno a sopportare a lungo i nostri avanzati meto di di produzione. Benché si sia introdotta la pausa meridiana, muoiono come mosche (... ) Grazie a Dio i negri si sono dimostra ti più resistenti, e i negri, com'è noto, vengono consegnati in Afri ca franco costa (... ). Venderemo i negri in America, porteremo in Europa l'oro e l'argento americano, in compenso venderemo il nostro rame in India, e le spezie indiane le venderemo in Europa. Miei signori, questo globo è prezioso"(199). E all'interno di questa globalizzazione, mediante la quale il capitale si avvia a permeare tutto, che va collocata la guerra dei contadini, anche i cui protago nisti risentono di quella globalizzazione. Se Lutero dipende dai principi e dall'imperatore Carlo V, l'imperatore dipende da Fug ger e dalla sua... contabilità. Dice Fugger a Carlo V: "Maestà, se faccio sapere in Borsa che Lei è insolvente, il mercato dei prestiti per Lei è chiuso (...) - Lei parla con l'Imperatore - Io parlo col mio debitore, Lei è maestà perché io ho pagato. Quell’affare che porta sul capo gliel'ho comprato io” (200). Ed estorce all'imperatore la direzione del commercio delle spezie, l'appalto delle miniere d'argento vivo, il monopolio del legno di Guuzàcca (medicina allo ra eccellente contro la sifilide, di cui v'era grande smercio), termi nando cosí: "Io Le compero il dominio dell'Europa e Lei mi pro tegge il capitalismo monopolistico"!
Naturalmente Fugger interviene anche nella lotta di Sickin gen e dei cavalieri: "Desidero che il partito dei cavalieri venga li quidato. Completamente"(202). Naturalmente d desiderio è accom pagnato da competente assegno. Aggiunge il suo braccio destro Schwarz: "Poi non rimarrebbero che i lavoratori e i contadini". Risposta: "Anche loro sono quasi maturi"(203)! E infatti Fugger fo raggia con armi e denaro i principi in lotta con i contadini, con una raccomandazione: "Non uccidetene troppi, sennò dovrete ararli voi i vostri campi. E mettetevi in mente, una volta per tutte, che la vostra Germania è stata salvata dal mio denaro". Poi, guardando la contabilità, commenta il riporto totale di 25 milioni: "Per cento mila contadini morti. Questo fa 250 a contadino. È a buon merca to. Un buon affare (...). Io sono ricco per grazia di Dio" (204)! Cosí signori e sovrani diventano buoni dipendenti dell'am ministrazione Fugger (205). D'altra parte, Fugger è, a sua volta, dipen dente, del proprio capitale, cosa di quella cosa, cui, mentre viene issata su una picca, in fondo alla scena, la testa di Müntzer rivolge questa ispirata preghiera: "Tu principio e fine di ogni cosa / Tu che eri, sei e sarai / Da cui, per cui e in cui tutto esiste/ in cui noi viviamo, ci muoviamo e siamo / Che hai ogni potere in cielo e in terra / Che possiedi le chiavi della morte e dell'inferno / Che hai ordinato tutto secondo peso, ordine e misura / Tu re dei re e si gnore dei signori / La tua maestà riempie la terra / La tua sapien za governa possente e tutto amorevolmente ordina. / Abbi pietà di noi / O Capitale. . . "(206)! È contro questa nuova teologia (e nuova divinità) che fa nau fragio la guerra dei contadini (e non solo quella, purtroppo). Il merito di Forte è di aver spostato l'interesse, appunto, dalla teolo gia tradizionale, sulla quale i vecchi storici misuravano le vicende dei contadini e di Müntzer, a questa nuova teologia del dio/dena ro, tuttora imperante, investendo le antiche vicende della realtà che ancor oggi (e soprattutto oggi) condiziona il non-uomo che tutti siamo. Ovvio che impieghi, nella sua impresa, il linguaggio di oggi, ma mai tradendo i documenti storici cui esattamente si ispi ra. Certo il suo Müntzer ha perso quasi del tutto l'alone vecchio/ teologico e apocalittico che conserva in Bloch, ma direi che la cosa dipende dall'enfatizzazione che vien data alla nuova divinità, la cui crudissima luce non può non porre in ombra quella della vecchia, assieme ai suoi portatori. Se il sottotitolo del Münzer di Bloch era teologo della rivoluzione, il Martin Lutero e Thomas Müntzer di Dieter Forte ha per sottotitolo L'introduzione della contabilità: quando l'uomo diventa calcolabile, merce, cosa in mano aduna co sa (il capitale), non v'è più apocalissi o chiliasmo che tengano: è sulla cosa, su come ha potuto trionfare, che vanno diretti i nostri occhi. E Forte lo fa, a mio parere, egregiamente e, proprio per questo, trascura (come gli è stato rimproverato!) la "funzione del la personalità nella storia"(207). Come la "concreta individuazione delle forze sociali che hanno sorretto quell'importantissimo mo mento di ristrutturazione della società non soltanto tedesca, che viene connotato come età della Riforma" (208). Ma non esisteva già, in proposito, "la magistrale analisi di Engels" (209)? Sicché non è difetto, ma pregio, che Forte delinei il suo dramma "arcuando (...) su tutto il decorso degli eventi la potenza arcana del capitale monopolistico"(210), che, come s'è visto, è il deus absconditus (ma non troppo) dell'opera e la sua cifra più specifica. Qualcuno lo rimprovera anche del fatto che "oscurando la com plessità della situazione di classe che sorregge gli esiti della riforma luterana ed elevando la presenza del capitale monopolistico in una sfera destorificata, cosí da conferirgli quasi un'ineluttabile razio nalità, il Forte finisce per colorare il processo storico da lui raffi gurato di tratti di cupa fatalità"(211). Una critica del genere era pos sibile, intorno agli anni settanta, alla luce di recenti studi (Baran e Sweezy) sul capitale monopolistico. Oggi, dopo la caduta del muro di Berlino, con la globalizzazione, non mi pare che la cupa fatalità con cui si può guardare al capitale monopolistico sia trascurabile. La "visione `ideologica' di una società capitalistica neutra e astrat ta, privata di ogni connotato di classe e dell'evidenza dello sfrutta mento dell'uomo sull'uomo" (212) è purtroppo diventata ideologia dominante e il testo di Forte ha dunque il merito, semmai, di porla sotto il suo efficace riflettore, lasciando al lettore di trarne l'am maestramento che desidera.
 Ma è ora di passare dalle interpretazioni ai personaggi e alle vicende storiche che li riguardano. Dalle interpretazioni di Münt zer a Lutero, il suo maggiore ed acerrimo antagonista; alle parole che Lutero ci ha tramandato. Inutile dire che proprio l'argomento che si è scelto di trattare fa privilegiare questi due protagonisti a scapito delle classi e delle masse che essi personificano, ma la pre sente è una analisi molto più delle idee che degli ambiti sociali che esse vanno esprimendo; d'altra parte, appunto, il diavolo non può essere collocato che in una ideologia.
Da Luciano Parinetto “La rivolta del diavolo. Münt zer, Lutero e la rivolta dei contadini in Germania e altri saggi” Rusconi, 1999

Note
171 Cfr. D. Forte Martin lu