Bugie di guerra
Claudio Fracassi
Mursia, pagg.270, Euro 13,50
 
Il giornalista Claudio Fracassi (già direttore del quotidiano "Paese sera" e del settimanale "Avvenimenti") compie in questo importante libro un viaggio sul fronte delle notizie - dal Vietnam degli anni Sessanta all'Iraq del 2003 - per capire i meccanismi che consentono di costruire un'immagine della guerra che non ha niente a che vedere con i fatti realmente accaduti.
Utilizzando tutti gli spezzoni di verità e i documenti disponibili, l'Autore racconta - con specifico riferimento alla Guerra del Golfo del gennaio-febbraio 1991 - i giorni della trattativa e quelli dei bombardamenti terroristici, le cose dette e quelle taciute, i fatti reali e quelli, invece, costruiti da un'informazione mai così conformista. Ne emerge il quadro di un'aggressione assai diversa da quella che si è creduto di vedere in televisione.
L'analisi dell'Autore si spinge sino alla recente invasione dell'Iraq da parte degli anglo-americani. Anche in questo caso i fatti hanno assunto una piega opposta rispetto a quella presentata dalla propaganda statunitense. Scrive Fracassi: "non ci fu la cavalcata trionfale e festante nelle città irachene liberate; nonostante l'imponente apparato mediatico messo in campo, solo poche e striminzite immagini riuscirono a mostrare, per i primi quindici giorni di guerra, un grande ritratto di Saddam abbattuto ad opera di un carro armato americano, con la volenterosa collaborazione di un paio di ragazzini iracheni, oppure gruppi di bambini che si affollavano attorno alle truppe per chiedere acqua, o ancora intere famiglie - armate di grandi taniche ma di poca allegria - in fuga da Bassora incontro agli inglesi".
Nemmeno le immagini, diffuse dalle tv di tutto il mondo, relative all'abbattimento della statua del Presidente Saddam Hussein risultano credili agli occhi di un osservatore obiettivo e disincantato. "L'intera <<operazione Baghdad>> - scrive Fracassi - fu organizzata come una serie di photo-opportunities, cioè di occasioni mediatiche costruite allo scopo di lanciare immagini accattivanti, secondo la prassi largamente sperimentata dai registi politici delle campagne di comunicazione. I marine si fecero riprendere mentre sostavano, come una squadra di football, davanti a un gigantesco ritratto di Saddam, oppure mentre trafficavano con i rubinetti <<di oro zecchino>> in una delle sontuose e pacchiane magioni del rais (si trattava però, precisò la ditta di Civita Castellana presso Viterbo, che li aveva costruiti, di volgari rubinetti <<laminati>>, molto in voga in Italia nelle villette abusive sul litorale Domiziano)".
Nelle guerre moderne, insomma, l'informazione è diventata un'arma strategica imprescindibile: politici e militari hanno capito che occuparsi dei giornalisti è importante quanto la logistica e la strategia. Fa la sua comparsa, dunque, quella che gli esperti hanno definito "manipolazione per inondazione". Una nuova forma di censura che non vieta le notizie, ma le fabbrica. Il risultato è lo stesso: la libertà d'informazione è un'altra vittima dei conflitti armati.