L'eta' dell'odio
Amy Chua
Carocci, pagg.375, Euro 25,90
 
Dopo la caduta del Muro di Berlino, molti credevano che una prodigiosa miscela di libero mercato e democrazia avrebbe trasformato il mondo in un pacifico consorzio di nazioni moderne e civili, in cui gli individui, da cittadini consapevoli e consumatori felici, avrebbero dimenticato per sempre l'odio etnico e il fanatismo religioso. Giorno dopo giorno, quest'idea si è rivelata per quello che era: una pia illusione.
Passando in rassegna il reale impatto della globalizzazione economica in ogni parte del mondo, dall'Africa all'Asia, dalla Russia all'America Latina, Amy Chua (docente alla Law School della Yale University) dimostra come in ciascuna di queste regioni il libero mercato abbia concentrato una ricchezza sproporzionata nelle mani di una ristretta minoranza etnica - quella cinese nel Sud-Est asiatico, quella croata nell'ex Jugoslavia, quella bianca in America Latina e in Africa, quella ebraica nella Russia post-comunista -, diventando così oggetto di un odio da parte della maggioranza impoverita che spesso si traduce in episodi di violenza.
"Nel corso degli anni novanta - scrive l'Autore -, sette spietati imprenditori, sei dei quali ebrei, sono giunti a controllare gran parte dell'economia russa di recente privatizzazione, in cui figuravano tutte le immense risorse naturali del paese". Anche "molti dei più vituperati riformatori del mercato del governo Eltsin - tra cui il campione della "terapia d'urto" Egor Gaidar e lo "zar della privatizzazione" Anatolij Cubais - hanno notoriamente ascendenze ebraiche. Inoltre, i principali beneficiari della caotica transizione russa al capitalismo sono stati in prevalenza ebrei".
Ciò "ha sortito l'effetto di galvanizzare" l'antigiudaismo dei russi "(come pure degli ucraini, dei bielorussi e degli abitanti delle Repubbliche baltiche) in modo assolutamente prevedibile. Il mercato ha messo nelle mani degli ebrei ricchezze esorbitanti - nel 2002 "Forbes" descriveva Mikhail Khodorkovskij, Roman Abramovic e Mikhail Friedman come i tre miliardari più facoltosi della Russia, seguiti a ruota da Vladimir Potanin -, mentre la democrazia ha trasformato l'antisemitismo [rectius: l'antigiudaismo] in una forza senza pari dall'epoca di Stalin".
Il Partito Comunista di Zjuganov è la forza politica che denuncia con maggior vigore il predominio ebraico nell'economia della Russia post-sovietica. "Nell'ottobre 1998 [...] - ricorda Amy Chua - il generale Albert Maka‰ov, membro del Partito comunista eletto al Parlamento russo, ha accusato gli ebrei di mandare in rovina l'economia nazionale. "Di chi è la colpa?", ha inveito il parlamentare in un discorso registrato alla Duma. "La colpa è del ramo esecutivo, dei banchieri, dei mass media. Nel paese prosperano l'usura, la frode, la corruzione e il furto. È per questo che chiamo giudei i riformatori". Un "giudeo", argomentava inoltre Maka‰ov in un editoriale pubblicato sul quotidiano "Zavtra", è una "sanguisuga che si nutre delle disgrazie altrui. Beve il sangue del popolo originario dello Stato e distrugge l'industria e l'agricoltura". In seguito il politico ha presieduto due impetuosi comizi nel corso dei quali ha urlato: "Rastrellerò tutti gli ebrei e li manderò all'altro mondo!". Qualche mese dopo, Viktor Iljukhkin, presidente comunista del comitato parlamentare per la sicurezza, accusava gli ebrei del governo Eltsin di star compiendo "un genocidio del popolo russo"".
In una lettera indirizzata al ministro della giustizia e al capo della sicurezza nazionale, Gennadij Zjuganov, presidente del Partito comunista russo, ha affermato che il sionismo è uno dei "movimenti imperialisti più aggressivi che lottino per il dominio del mondo", aggiungendo che "Troppe persone dagli strani cognomi si intromettono negli affari interni della Russia".