Karadzic
Marzio G. Mian
Mursia, pagg.130, Euro 9,00
 
Radovan Karadzic, il famigerato leader dei Serbi di Bosnia, figlio del monte Durmitor, è “uno psichiatra, un poeta, un musicista” che ama vantare tra i suoi avi il celebre Vuk Karadzic (1787-1864), fondatore della lingua serba moderna nonché autore del “Canzoniere popolare serbo”.
Nel libro di Mian, egli parla liberamente, rievoca la sua infanzia, rammenta gli anni del liceo, la prigionia e la successiva lotta per la difesa del suo popolo minacciato. Crescendo, Karadzic comprende le grandi trasformazioni che sconvolgono la sua terra, fino al giorno in cui abbraccia la strada del nazionalismo. “Come si faceva - afferma - a non diventare nazionalisti? Ma io non odio i musulmani, avevo molti amici tra loro e tuttora qualcuno mi manda i saluti da Sarajevo. Ma hanno voluto la guerra, volevano dominare la Bosnia”.
“Nel 1981 - aggiunge Radovan Karadzic - Sarajevo era a maggioranza serba. Poi arrivarono numerosi gli albanesi e i musulmani del Sangiaccato. I serbi presero a vendere la terra ai nuovi turchi che costruirono le loro case, una accanto all’altra, con spaziosi scantinati: erano pronti alla guerra già allora. […]
"Oggi, specialmente a causa del massiccio inurbamento della popolazione rurale musulmana (per lo più formata da profughi), la situazione si è capovolta. […]
"E l’islamizzazione del conflitto [...] rischia di prendere corpo. […]
"A mano a mano che la cosiddetta <<impotenza dell’Occidente>> è diventata senso comune, si è rafforzata, anche con il supporto della Conferenza islamica, la spinta a trovare nell’identità religiosa il cemento di un vero e proprio progetto politico”.
E’ cosi che Karadzic, considerato un "criminale di guerra" dall’Occidente e dall'illegittimo Tribunale dell'Aja, è divenuto un nazionalista serbo. “Essere nazionalista serbo significa automaticamente essere sottoposti a sacrificio. […] mi sono sacrificato durante la guerra perché sono stato costretto ad accettare l’incarico di leader dei serbi di Bosnia quando potevo benissimo vivere a Londra o a New York, ma la mia gente ha voluto così […]”.
“Accetto il pacifismo - dichiara Karadzic - se è giusto. Nessuno deve dominare. Come potrei essere pacifista se perdo l’onore e la mia terra? Quando ci attaccano e vogliono dominarci? Dicono: la pace non ha alternative. No, la guerra è l’alternativa. La libertà ha una sola alternativa: la schiavitù. E noi non l’accetteremo. La guerra è una alternativa alla pace. Anziché accettare pace e schiavitù accettiamo la libertà anche a costo di morire.
"Non odio i musulmani, molti di loro sono serbi convertiti. Sono nostri fratelli: noi siamo rimasti cristiani, loro sono diventati islamici per proteggere i fratelli cristiani. Ma ci siamo allontanati, loro hanno altri valori, diverse priorità e visioni del mondo. Oggi sono più vicini agli arabi che ai serbi e come gli arabi vogliono dominare. […]
"Per noi una nazione prima di essere religione è territorio, tradizione. Eravamo una nazione nel dodicesimo secolo, quando San Sava unificò i serbi. Andò alla montagna sacra in Grecia e fondò la nostra chiesa, autonoma da Bisanzio. Da allora siamo una unica nazione, ascoltiamo la stessa musica, professiamo lo stesso credo”.
Karadzic, consapevole del ruolo che la storia ha riservato al Popolo serbo, rilascia, infine, questa emblematica dichiarazione al giornalista Mian: “L’Europa sarà grata ai serbi perché si oppongono all’offensiva islamica nei Balcani e perché si oppongono all’offensiva tedesca nell’Europa sud orientale. Ora ci definiscono criminali ma presto saremo gli eroi europei”.