I nuovi rivoluzionari
a cura di Jim Lobe e Adele Oliveri
Feltrinelli, pagg.174, Euro 10,00
 
La recente aggressione anglo-americana contro la Repubblica dell'Iraq ha acceso i riflettori su un ristretto gruppo di intellettuali che hanno contribuito, con i loro scritti e le loro azioni, a modellare l'ambizione "imperiale" dell'amministrazione di George W. Bush.
Noti con il nome di "neoconservatori", per distinguerli dai conservatori tradizionali, questi ideologi sono convinti assertori della superiorità morale degli Stati Uniti e della necessità di intervenire militarmente nelle aree "calde" del mondo per esportarvi democrazia e libertà civili. Oltre a operare direttamente in seno al governo statunitense, i "neocons" conducono la loro azione politica tramite alcuni centri di ricerca e di analisi politica. Tra questi spiccano il "Project for the New American Century" (PNAC, Progetto per il nuovo secolo americano) e l'American Enterprise Institute che attraverso saggi, articoli e lettere indirizzate direttamente al presidente americano promuovono attivamente l'agenda neoconservatrice presso i detentori delle leve del potere statunitense.
"I nuovi rivoluzionari" di Jim Lobe (giornalista americano, tra i più prestigiosi osservatori delle politiche neoconservatrici) e Adele Olivieri (collaboratrice della newsletter internazionale "Znet") offre un'introduzione essenziale alle elaborazioni teoriche dei nuovi padroni del mondo. L'antologia comprende scritti emblematici di: Thomas Donnelly, Reuel Marc Gerecht, Robert Kagan, Charles Krauthammer, William Kristol, Michael A. Ledeen, Richard Perle, Daniel Pipes e Gary Schmitt. Da questi scritti si può cogliere inequivocabilmente il piano dei "neoconservatori" per l'incontrastata supremazia mondiale degli Stati Uniti.
I "neoconservatori" - scrivono i curatori dell'opera nell'Introduzione - "andrebbero visti come un piccolo network, incredibilmente compatto, di accademici, ideologi, leader sindacali, analisti e funzionari politici, lobbysti, polemisti e opinionisti, che in alcuni casi lavorano insieme da più di trent'anni. "Potrei darle il nome di venticinque persone (che in questo momento lavorano tutte in un raggio di cinque isolati da questo ufficio) che se un anno e mezzo fa fossero state esiliate su un'isola deserta, la guerra in Iraq non sarebbe mai avvenuta" ha detto Thomas Friedman, rubricista del "New York Times", al giornale israeliano "Ha'aretz". E' probabile che Friedman stesse esagerando per creare effetto, ma forse non in maniera così accentuata, leggendo quanto ha detto Meyrav Wurmser al programma Bbc Panorama nel maggio 2003: "Lavoriamo in gruppo e ci consideriamo un gruppo, e ci sosterremo a vicenda e ci difenderemo a vicenda fino alla fine"".