Sudditi
Massimo Fini
Marsilio, pagg.147, Euro 9,00
 
In questo pregevole saggio, Massimo Fini invita a considerare la situazione paradossale e umiliante del cittadino democratico e, più in profondità, a riflettere sulla condizione dell'uomo contemporaneo.
L'Autore osserva giustamente come "oggi la liberaldemocrazia non concepisca più niente al di fuori di se stessa e pretenda di omologare e di piegare l'intero pianeta al proprio modello. Ciò che non tollera, o dice di non tollerare in casa propria, vale a dire l'uniformità e l'eliminazione delle diversità e delle differenze, lo impone al mondo".
La democrazia, insomma, si è trasformata in un'ideologia radicale, diventando, al pari del comunismo, "un universalismo che, in quanto tale, non può che farsi totalitario. Ma va anche più in là. Si comporta come una religione. A differenza delle Potenze di un tempo (ah, i tempi felici in cui c'erano ancora le Potenze e non le Superpotenze), che si limitavano a conquistare territori, la liberaldemocrazia vuole conquistare le anime, vuole convertire, vuole che tutti, nel vasto e variegato mondo, si sentano sinceramente democratici. E ritiene che questo sia il destino naturale e ineludibile dell'umanità".
La recente guerra all'Iraq offre lo spunto a Massimo Fini per dimostrare quanto "conti realmente il controllo e il consenso popolare" nelle moderne società "democratiche". Scrive l'Autore: "Le opinioni pubbliche di Gran Bretagna, Italia, Spagna e Polonia, tutti Paesi democratici, erano, a gran maggioranza, contrarie alla guerra (in Spagna nella misura dell'85%, secondo sondaggi ufficiali), ma ciò non ha impedito ai rispettivi governi e Parlamenti di infischiarsene e di parteciparvi con l'invio di truppe (in fondo sono state più in armonia con la volontà delle proprie popolazioni le autocrazie arabe). E se non si rispetta la volontà popolare per fatti così fondanti come decidere di partecipare o no a una guerra, con tutte le implicazioni, morali e materiali, che comporta per l'intera collettività, […] è facile immaginare che conto reale se ne faccia in questioni meno importanti. Per le leadership […] il consenso è solo strumentale. Lo si carpisce - per fini di potere, personale e di gruppo, e lo si tradisce ogni volta che contrasta con i propri interessi di casta".
Il sistema democratico dovrebbe quanto meno garantire a ciascuno il diritto di "poter esprimere le proprie idee, quali che siano, purché rinunci a farle valere con la violenza". Ma ciò - spiega Fini - "è vero fino a un certo punto. Alcune idee, per esempio quelle fasciste, naziste, xenofobe, antisemite, totalitarie e, in alcune democrazie, comuniste, sono reato anche se ci si limita a esprimerle o ci si organizza per farlo. Com'è reato, o è colpito da un interdetto sociale così violento da equivalere a una proibizione, fare del "revisionismo" su alcuni eventi storici fondanti della legittimità e della superiorità delle Democrazie uscite vittoriose dalla seconda guerra mondiale. Il che, oltre che una violenza, è un nonsenso".
Fini ravvisa, infine, nel movimento talebano del mullah Omar "un fenomeno interessante, come tentativo di resistere all'omologazione planetaria". Esso, infatti, "proponeva, nell'era della modernità democratica trionfante, avanzante e conquistante, una sorta di "Medioevo sostenibile" (che è qualcosa comunque di meno imbecille dello "Sviluppo sostenibile" che, allo stato attuale, è già un impossibile ossimoro, un'illusione o, piuttosto, una volgare menzogna), cioè una società regolata sul piano del costume da leggi arcaiche, risalenti al VII secolo arabo, non del tutto aliena però dal far proprie alcune limitate conquiste tecnologiche. In fondo il mullah Omar è stato l'unico, vero No Global di questi anni ed è per questo che è stato spazzato via dalle bombe americane col pretesto di dare la caccia al fantasma di Bin Laden".