Chador.
Nel cuore diviso dell'Iran
Lilli Gruber
Rizzoli, pagg.304, Euro 17,00
 
Il chador è il simbolo dell’Iran, e della legge islamica che lo governa. Per alcune donne è garanzia di libertà e di protezione, per altre segno e strumento di oppressione. Sotto il grande velo che copre la società iraniana, passata nel 1979 dalle mani dello Scià a quelle di Khomeini e degli ayatollah, si nasconde un Paese diviso tra bellezza e tragedia, tra ricchezza e ingiustizia. Un Paese radicato nella tradizione ma profondamente attratto dalla modernità. Lilli Gruber ha voluto sollevare quel velo per vedere da vicino, senza i pregiudizi delle opposte propagande, la realtà di questa grande nazione, culla dell’Islam sciita e della sua Rivoluzione. Il suo è un viaggio nel presente della politica – dalle elezioni presidenziali che hanno portato alla vittoria Ahmadinejad al braccio di ferro sul nucleare – e attraverso i luoghi della storia: dall’antica Persepoli alle città sante di Mashhad e Qom, dalla Isfahan dei tappeti preziosi alla città martire di Khorramshahr.
  "Chador" è soprattutto una sorprendente immersione in una società schizofrenica, in cui la teocrazia dei mullah convive in precario equilibrio con una diffusa ansia di libertà, e i veli neri si alternano ai foulard verde acido di moda questa primavera-estate. L'Autrice incontra intellettuali e giornalisti perseguitati, la figlia di Khomeini e Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace. Intervista tassisti e pellegrini, imam ed ex Mujaheddin, calligrafi e weblogger. Visita centri per ragazze maltrattate e affollati studi di chirurghi plastici, entra nelle moschee più sacre e nelle case dell’alta società. In queste pagine, ci permette di avvicinarci a un Paese pieno di contraddizioni e di osservare in una luce completamente diversa il duro scontro che oppone oggi il Governo iraniano all’amministrazione Bush. Per immaginare nuovi scenari che non siano quelli di una ennesima, catastrofica guerra contro uno Stato sovrano del Medio Oriente.
  Ecco il breve ritratto del Presidente Mahmud Ahmadinejad che la Gruber fornisce: già "sindaco di Teheran, conosciuto per il suo rigore e il suo attaccamento ai principi della rivoluzione. Ex capo dei pasdaran, la sua dottrina ricorda le parole di Tavakoli. Giustizia sociale, lotta alla corruzione, assistenza ai più svantaggiati, redistribuzione delle ricchezze. Per tutta la campagna elettorale ha insistito sulla vita semplice: l'appartamento di due stanze che divide con la moglie e il figlio, la vecchia Paykan che guida da oltre dieci anni, la devozione agli ideali dell'Imam nei quali crede ancora. Rappresenta l'espressione del fallimento dei riformatori i cui slogan per le libertà civili non hanno mobilitato l'elettorato più preoccupato dei propri problemi economici".
  Ahmadinejad, insomma, è il paladino "dei poveri, dei diseredati, di coloro che aspettano da un quarto di secolo che la Rivoluzione mantenga le sue promesse. Coloro che ci hanno creduto e ci credono ancora e vogliono che qualcuno risponda alla domanda: "Se l'Iran è così ricco, perché noi siamo così poveri?".
  "Sulla carta - spiega l'Autrice - l'Iran è un Paese ricco, con un pil di 500 miliardi di dollari che lo pone in testa a tutte le classifiche della regione. Il suo livello di crescita media varia tra il 5 e il 6 per cento annuo. La popolazione è molto giovane, urbanizzata per il 65 per cento, e con un tasso di analfabetismo che è il più basso dell'area. Ma ciò che più conta, l'Iran controlla dal 10 al 15 per cento delle riserve mondiali di petrolio e ha annunciato nel luglio 2005 la scoperta, vicino a Bushehr, sul Golfo, del secondo maggior giacimento del pianeta. Per quanto riguarda le riserve di gas è secondo solo alla Russia. E' inoltre ricco di carbone, zolfo, fosfati e oro. Produce 1,3 milioni di barili di greggio al giorno per il suo consumo interno e, secondo la quota fissata dall'Opec, quotidianamente ne esporta circa 3,9 milioni. Tuttavia il reddito pro capite è inferiore è inferiore a quello che si registrava al momento della fuga dello Scià, l'inflazione reale supera il 15 per cento e la disoccupazione riguarda quasi il 20 per cento della popolazione attiva. Infine, secondo statistiche, sempre difficili da verificare, almeno il 40 per cento degli iraniani vivrebbe sotto la soglia di povertà".