Confessioni di un fazioso
Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse
Mursia, pagg.263, Euro 16,00
 
Militante del MSI a sedici anni, consigliere comunale a Milano, parlamentare, membro della segreteria del partito, Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, classe 1932, appartiene alla generazione che ha vissuto in prima linea la politica italiana dagli anni Cinquanta agli anni Novanta. Il suo diario fazioso è il viaggio di un’intelligenza acuta e brillante attraverso il Fascismo e il dopoguerra, il Sessantotto e gli Anni di Piombo, la «Milano da bere» e Tangentopoli, la crisi della Prima Repubblica e la nascita della Seconda.
  «Fascista» per convinzione e non per convenienza, nella sua confessione racconta, senza fare sconti, l’evoluzione della destra italiana: da Almirante a Fini, passando per Michelini, Rauti, La Russa, Alessandra Mussolini, Alemanno. Pochi scampano alla penna tagliente di Staiti, che li ha visti tutti da vicino e ne conosce ambizioni e trame politiche, miserie e virtù.
  C’è, in queste pagine, tutta la rabbia di un fazioso che confessa di aver creduto nella politica degli ideali e che l’ha vista trasformarsi «nella politica fatta dai giullari dello strapotere economico». È la confessione di un «fascista» che piacerà anche a sinistra.
  «Riesco a indignarmi sempre più raramente - ammette Staiti -. L'ingiustizia sta diventando così evidente da scomparire, da saturare lo spazio. Giustizia sociale? Non la idolatro: è un mezzo per pacificare le classi sociali, per consentire allo Stato di svolgere il suo compito fondamentale. Che è quello di educare ed elevare i cittadini».
  Staiti vorrebbe che «la politica tornasse a «volare», [...] che potesse ancora consegnare valori profondi, [...] che [...] significasse ancora speranza, coraggio e dignità».  
  Secondo l'Autore, ciò che va salvato del Fascismo non è «certamente il folklore, per di più datato, dei saluti romani, della camicia nera, dei pellegrinaggi, della pigra ripetizione di slogan e formule neppure esattamente compresi, ma l'essenza di un modo di concepire la vita: un'etica e un'estetica della politica. Uno slancio vitale, pessimisticamente attivo, che formasse le coscienze e, di conseguenza, uno stile di vita». Un Fascismo, insomma, antiamericano «in quanto italiano ed europeo, anticapitalista in quanto spiritualista, comunitario in quanto antisocietario».
  «Tutto il contrario - osserva ancora Staiti - di quello che comunemente viene fatto passare per «fascismo». Una religiosità laica che non può avere nessuna contiguità con il neopapismo che ha invaso la cosiddetta «destra» che, avendo perso ogni connotazione culturale e ogni ancoraggio storico, si aggrappa come a un salvagente a dei valori che, se pur validi nella sfera interiore di ciascun individuo, non hanno alcuna valenza politica».