Con romana volontà
Giorgio Vecchiato
Marsilio, pagg.173, Euro 13,00
 
Nella primavera del 1942, un ragazzo di diciassette anni aspetta che da un momento all’altro il Duce sfili ad Alessandria d’Egitto sul suo cavallo bianco, brandendo la spada dell’Islam, mentre i camerati germanici scenderanno dai Campi petroliferi del Caucaso stringendo il nemico in una morsa mortale. Ma pur non dubitando sull’immancabile vittoria, non c’è gran che di marziale in una Venezia affamata e plebea che conta duecentomila abitanti, tre volte quelli attuali. Dopo la sfilata in piazza San Marco, con il passo romano di parata ripreso dal passo dell’oca tedesco, si va al biliardo o al casino, si fanno e ricevono scherzi, si invidia un tal Gimmi che è sempre pieno di soldi perché ha donne che lo mantengono. A scuola si scopre che il Re, volendo, potrebbe licenziare il Duce: ma è chiaro che non accadrà mai. Si cantano gli inni sulla Maschia Gioventù, ma facendo la mossa. Con la Biennale arriveranno i Settembrini, che praticano i cessi pubblici ma aiutano il turismo. Si va alla scuola di mistica fascista, perché chi non mistica non mastica: peccato che per metà siano comunisti. Il padre del Narratore sta disegnando un idroscivolante, oggi si direbbe aliscafo, che servirà a distruggere la flotta inglese. Poi sul giornale si leggono i nomi di luoghi dal suono sinistro, Stalingrado, El Alamein…

  Giorgio Vecchiato offre, in questo libro, un ritratto picaresco e sboccato della Venezia in camicia nera mescolando qua e là le situazioni ma senza mai tradirne il fondo di verità.

  In quasi sessant’anni di giornalismo, l'Autore ha diretto quotidiani, è stato inviato speciale e corrispondente dall’estero, ha vinto i soliti premi, ha commentato la vita politica a Roma. Convinto com’è di non possedere messaggi né per i contemporanei né per i posteri, ha fin qui evitato di scrivere libri. L’ha sempre infastidito, tuttavia, il modo deformato, caricaturale, futilmente gladiatorio, con cui parlano del ventennio fascista i suoi colleghi più giovani, quei coetanei superstiti che non vogliono rogne e perfino la maggioranza degli attuali studiosi di storia, nutriti assai più di documenti che di testimonianze. Considera questo suo esercizio un divertissement della memoria.