Pace nel Mediterraneo
Bettino Craxi
Marsilio Editori, pagg.113, Euro 11,00
 
Con l'allargamento dell'Unione Europea a Est, l'Italia - ma soprattutto il Sud - rischia di diventare in Europa un'area marginale, a meno che non senta profondamente l'impulso naturale che la spinge a collegarsi con i popoli e i Paesi della regione mediterranea, aspirando a diventarne punto di riferimento. Una vocazione antica, che l'intuizione di Bettino Craxi aveva nuovamente reso vitale, che si presenta ancora oggi nella sua attualità indicando prospettive d'avvenire, all'insegna della pace, del rispetto, dell'indipendenza e dei diritti dei popoli, del ruolo che l'Italia può svolgere in ogni campo della cooperazione economica, tecnica, culturale.
  In questo volume, sono raccolti gli scritti che Craxi dedicò al  Mediterraneo, alla pace nel Mediterraneo, alla funzione, al ruolo di questo mare nello sviluppo della pace e della civiltà mondiale. Si tratta di testi che mantengono il più vivo senso di attualità.
  Nel 1977, Bettino Craxi auspicava la nascita di "un collegamento utile tra l'Internazionale socialista e quei partiti che si richiamano al socialismo". "Una iniziativa concreta va presa in particolare anche verso le unioni socialiste arabe di Egitto, con il partito Baath di Siria, con il partito socialista del Libano, con il FLN di Algeria. Più complesso e difficile è il problema che riguarda l'Unione socialista della Libia, per la quale si rende necessaria una chiarificazione di fondo. Si tratta di un nuovo corso che bisogna aprire anche se esso non significa alcuna identificazione ideologica e politica con il nostro socialismo. Non tentare la via di un rapporto costruttivo con i movimenti che ri richiamano in modo diverso al socialismo non giova a nessuno, impedisce ogni loro evoluzione positiva sulla strada della democrazia politica, perpetua disparità e incomprensioni".
  "I palestinesi - affermava Craxi nel maggio 1988 - sono un popolo che aspira a divenire una Nazione, ad avere una Patria e uno Stato. I popoli, quando prendono coscienza della propria identità, rifiutano il dominio straniero e ancor più le occupazioni militari che si protraggono per decenni. Presto o tardi, giunge sempre l'ora della ribellione e contro le ribellioni popolari non servono né l'arresto né l'uccisione dei loro capi, né la demonizzazione delle élite politiche e delle organizzazioni militanti che interpretano la coscienza diffusa di un diritto e di una causa nazionale, anche quando esse possono essere rese responsabili di tragici errori, e alla lunga, come la storia insegna, non serve neppure la superiorità dei mezzi militari".