Prigionieri in Iraq
Christian Chesnot - Georges Malbrunot
Marco Tropea Editore, pagg.222, Euro 15,00
 
È il 20 agosto 2004: i due giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot vengono rapiti insieme al loro autista siriano mentre sono in viaggio da Baghdad a Najaf per documentare la rivolta degli sciiti capeggiata da Moqtada al-Sadr. Si trovano nel famigerato «triangolo sunnita». I sequestratori appartengono al gruppo che, quello stesso 20 agosto, tende un agguato a Enzo Baldoni. Si fanno chiamare Esercito islamico in Iraq. Per quattro mesi la Francia – il mondo intero – segue col fiato sospeso la vicenda dei due giornalisti, a ritmo degli annunci quotidiani in cui vengono scanditi i loro nomi. Per gli ostaggi saranno 124 giorni interminabili, in cui l’angoscia per il proprio destino lascia il posto alla speranza accesa dalla promessa di una liberazione rapida, e ancora alla paura quando le trattative sembrano arenarsi. Ma, a differenza di molti altri prigionieri, i due cronisti hanno alle spalle dieci anni di esperienza in Medio Oriente, conoscono la cultura islamica, parlano arabo. E così fanno domande, e ottengono risposte, sulla struttura dell’Esercito islamico, sulla sua attività nella resistenza antiamericana, sulla sua ideologia e i suoi obiettivi. Incrociano altri ostaggi destinati alla morte. Riescono a relazionarsi con i rapitori e a trasformare la propria esperienza in un reportage senza precedenti sulla «macchina» dei sequestri, in una cronaca in diretta dall’inferno iracheno.
  "Quali che siano i nostri sentimenti - scrivono gli Autori - nei confronti dei carcerieri durante la detenzione, non hanno cambiato di una virgola le nostre posizioni politiche sul conflitto iracheno.
  "Condanniamo senza riserve la lotta condotta dagli uomini della jihad in ogni parte del globo. Noi crediamo nelle possibilità del Medio Oriente, una zona in cui regna più che altrove il relativismo. Quanti iracheni, oggi, sono in prigione? Quanti civili sono morti dall'inizio della guerra? Condanniamo il terrorismo senza riserve ma vediamo la differenza fra terrorismo e resistenza. Sicuramente il confine che li separa è sottile. Quando la resistenza lancia missili sulle basi americane, non ci scandalizziamo dal punto di vista né morale, né politico. Quando prende civili in ostaggio, quando addirittura li uccide, usa metodi terroristici, spesso solo per una forma semplicistica di propaganda. Esiste confusione di generi. Ci guarderemo bene dal contribuire a scavare il fossato che separa Oriente e Occidente".