Otto anni e 21 giorni
Simona Torretta
Rizzoli, pagg.192, Euro 11,00
 

Il 7 settembre 2004, il rapimento in Iraq di due giovani volontarie, Simona Torretta e Simona Pari, ha tenuto col fiato sospeso l’opinione pubblica italiana e internazionale. Oggi Simona Torretta racconta, in questo libro, gli otto anni del suo lavoro in Iraq interrotti dai ventun terribili giorni del suo sequestro.
  Giunta a Baghdad nel 1996 per conto dell’associazione "Un ponte per…", ha coordinato i progetti per la ricostruzione delle scuole e l’aggiornamento delle biblioteche universitarie, la bonifica dell’acqua e la distribuzione del cibo e dei farmaci. Simona Torretta non vestiva una divisa, non era un inviato speciale, era una ragazza italiana fra gli iracheni, che lavorava per loro ma soprattutto con loro. Ecco perché i suoi occhi ci consegnano una fotografia così intima dell’Iraq, un ritratto che nessuno ha mai visto e che lei, a un anno dal sequestro, ha deciso di affidare a queste pagine.
  L'Autrice racconta le storie delle persone che ha conosciuto, gli incontri con i leader religiosi, con le ragazze impegnate a difendere i loro diritti, con i bambini di strada e gli studenti che sognavano un futuro diverso.  Uomini e donne dalle enormi risorse, vittime indifese di guerre, sanzioni e bombe "intelligenti". Un Popolo che cerca soltanto la pace e che chiama il petrolio “la disgrazia, che ci scorre sotto i piedi”. Gli Iracheni vorrebbero solo svegliarsi la mattina, accendere la luce, bere l’acqua del rubinetto, fare la spesa, andare in ufficio e, la sera, passeggiare con gli amici. Ma la normalità a Baghdad è ancora un sogno.
La Torretta è partita per condividere quel sogno e provare a realizzarlo. Il sequestro l’ha costretta a tornare, ma non le ha fatto cambiare idea: “C’è una sola via per costruire la pace e la tolleranza ed è la solidarietà concreta tra i popoli”. 
  "A due anni dalla fine dei bombardamenti del 2003 - scrive l'Autrice -, il bollettino di morti e feriti continua, confermando l'assurdità della guerra. Non sono le guerre contro i popoli a portare la sicurezza nel mondo. Anzi, i conflitti aumentano la povertà, creano squilibri sociali, minacciano le identità nazionali, fomentano l'odio e la vendetta, costringono migliaia di persone a un'emigrazione forzata. Non sarà una guerra chiamata "pace" a far rinascere l'Iraq. La pace è un'altra cosa.
  "Già due anni fa, quando vivevo laggiù, il pericolo era incombente, bisognava conoscerlo e conviverci quasi fosse stato un vicino scomodo. Ma avevamo imparato dagli iracheni ad affrontare le difficoltà con spirito e coraggio, a volte con ironia, condividendo notizie anche contraddittorie, speranze e sogni da rimandare. Quando tante persone ti sono così vicine e ti fanno capire che sono contente che tu sia lì con loro, è più facile credere nel tuo lavoro e accettarne i rischi. A Baghdad non c'erano solo le autobombe, le perquisizioni, i missili e i militari. Io ricordo soprattutto le persone con le quali lavoravamo, donne e uomini pronti a sacrificarsi per una causa ritenuta giusta. Ottenere la loro collaborazione e la loro fiducia rientrava nei nostri principi. Ricostruire un paese non è solo fare nuove case. Per noi, significa principalmente instaurare rapporti con le persone, intrecciare legami concreti di solidarietà".