Occidente
Mario Farneti
Tea, pagg.318, Euro 8,00
 
IL LIBRO - L’Italia fascista ha scelto la neutralità e non si è schierata a fianco della Germania. Nove mesi dopo la caduta del Nazionalsocialismo, l’Armata Rossa ha oltrepassato il fiume Oder. E’ la Terza Guerra Mondiale. Gli eserciti dei paesi occidentali dilagano attraverso le steppe russe. I Battaglioni delle "Camicie Nere" di Mussolini entrano per primi a Mosca dopo la vittoriosa battaglia di Smolensk. L’Unione Sovietica si dissolve.
  Ottobre 1972. Dopo mezzo secolo di potere incontrastato, Mussolini, quasi novantenne, sta per celebrare il Cinquantenario dell’Era Fascista. L’Italia è padrona di un territorio immenso che va dalla Somalia alle steppe della Russia.
  Forze occulte e palesi, complottano però con lo scopo di annientare l’Impero che Mussolini ha modellato sull’immagine di quello di Roma. Qual è l’enigmatico tesoro donato al Duce da Pio XI nel 1928? Perché il giovane re d’Italia Carlo Alberto II vuole impadronirsene? Per quale motivo un misterioso scienziato nazista gli dà la caccia da quasi trent’anni? Cercherà d’indagare un agente dell’OVRA, il tribuno Romano Tebaldi, cui Mussolini affida un pericoloso incarico.
  Segnato da una terribile e dolorosa esperienza, durante la guerra del Vietnam, dove la spedizione italiana affianca l'esercito americano, Tebaldi si confronta non solo con i nemici dichiarati del Fascismo ma anche con le sfuggenti presenze che si muovono dietro le quinte, secondo un disegno incomprensibile e all’apparenza irrazionale, in cui egli rimane coinvolto.
  Ombre di un passato, che tutti pensavano estinto da ben quindici secoli, riprendono corpo all’improvviso. Qual è l’ineffabile verità con cui l’agente dell’OVRA dovrà infine confrontarsi? E’ l’ultimo, inquietante segreto di questo eccitante romanzo italiano di storia alternativa.
 
  DAL TESTO - "Il rombo assordante di una squadriglia di cacciabombardieri fece tremare le pareti della postazione di comando del campo Gladio 7, vicino alla riva destra del fiume Tourane, 40 chilometri Nord- Ovest della base di Da Nang.
Tre aviogetti Fiat G91 sfrecciarono a volo radente, seguiti poco dopo da un quarto velivolo che lasciò dietro di sé una lunga scia di fumo nero mentre sfiorava le cime degli alberi sulla riva opposta del fiume. Volava così basso che per un attimo si riuscì a vedere il pilota alzare il braccio destro, come per chiedere aiuto agli uomini del campo.
L’aiutante Cavan afferrò il binocolo per osservare l’aviogetto che tentò un’impennata e scomparve oltre la barriera compatta della giungla.
– Quello non ce la fa a tornare alla base stasera! Non riuscirà neanche a lanciarsi col paracadute. È troppo basso! – disse rivolto al capomanipolo Tebaldi.
– Toccherà a noi andare a recuperare i cocci... Come sempre!
L’ufficiale aggrottò la fronte, poi sputò la gomma americana che gli allappava la bocca e, senza aggiungere altro, strappò il binocolo dalle mani del sottufficiale e s’affrettò a salire sulla torretta d’osservazione.
Circa otto chilometri verso Est una colonna di fumo s’alzò tra la fitta vegetazione.
– È caduto laggiù! Forse il pilota se l’è cavata con un atterraggio di fortuna... – Tebaldi scese di corsa e raggiunse il bunker del centro comunicazioni.
– Mettiti in contatto con Da Nang e chiedi un elicottero per il recupero del pilota – ordinò al radiotelegrafista che picchiettò subito sul tasto un breve messaggio in codice Morse, senza che dall’altra parte giungesse alcuna risposta.
– Riprova ancora, maledizione! – imprecò. – Siamo a poche decine di chilometri e non riusciamo a farci sentire!
– Signorsì, capomanipolo! – rispose l’operatore con affanno, mettendo ancora mano al tasto per ripetere lo stesso messaggio con l’identico monotono ritmo.
Dall’altoparlante del ricevitore una serie di bip annunciarono l’arrivo della risposta.
– Dice che... – Tebaldi lo interruppe e terminò la frase: –...che dobbiamo mandare subito una pattuglia a recuperarlo, perché i loro elicotteri sono tutti impegnati a Cam Lo contro i viet, i nostri amici americani pensano prima ai fatti loro...
Si volse verso Cavan che frattanto lo aveva raggiunto: – Ehi Fabio, c’è un’altra grana per noi!
– Me lo immaginavo, Romano. Accidenti! Andiamo a recuperare i pezzi del pilota, come l’altra volta. Vatti a fidare di questi stronzi di yankee...!
– Non dobbiamo fidarci di nessuno! Possiamo cavarcela anche senza di loro. Chiama i soliti quattro. Che siano ben svegli e in forma e con l’equipaggiamento in ordine. Andiamo tra quindici minuti. Intanto avviso il console.
Raggiunse l’alloggio del console Gregori che si trovava oltre un terrapieno nelle vicinanze della torretta di avvistamento nel settore Ovest del campo.
Fece per bussare alla porta, ma questa si aprì di colpo.
– Entri capomanipolo, l’ho sentita avvicinarsi.
Tebaldi entrò e salutò col braccio levato.
Gregori impugnava con la sinistra la Beretta d’ordinanza, col colpo in canna e senza sicura.
– Comodo capomanipolo. Di questi tempi bisogna tenere gli occhi aperti... e il colpo in canna. Qui intorno è pieno di Charlie. Maledizione, osservano ogni nostro movimento e sono pronti a sgozzarci alla prima distrazione. Io non mi fido neanche della gente di Van Thieu, sono tutti doppiogiochisti. Mentre sorridono, ti affondano il coltello nella pancia. – Scosse il capo. – Il fatto desolante è che può farlo anche una donna o un bambino.
– Questa non è una guerra normale, console, non c’è un nemico ben identificato, né un fronte. Il fronte è dappertutto…
– Sì è così! Purtroppo non è come allora, nel ’45, quando li avevamo davanti e li vedevamo bene. Potevamo prenderli di mira, colpirli... nelle steppe del Kazakistan e poi a Smolensk, dove annientammo l’Armata Rossa in una battaglia memorabile. La più grande battaglia di carri della storia. Ero caposquadra a quel tempo. Io i gradi me li sono guadagnati sul campo. Ho visto morire tanti camerati... per la patria... per l’Impero.
Gregori fissò lo sguardo nel vuoto, oltre la sagoma di Tebaldi, come se davanti a lui si svolgesse una vicenda lontana, vivida di emozioni. Un’ombra di dolore gli percorse il volto. Chiuse gli occhi per nascondere la commozione. – E poi, – continuò con la voce tremante – a lei non devo insegnare nulla. La sua famiglia ha dato molto all’Italia, all’Impero, al Duce... Ho conosciuto il valore di suo padre, il console Amedeo. È caduto da eroe. Da vero italiano, per la grandezza dell’Occidente, della nuova Roma!
Tebaldi annuì. Sapeva che il console Gregori era molto provato da una guerra combattuta così lontano dalla patria. Gli schemi e le logiche a cui aveva dovuto abituarsi erano lontani dal suo modo di pensare, dalla sua cultura, dalla sua etica dell’onore.
Non era uomo incline ai tradimenti. Era invece un soldato leale, pronto a battersi con il nemico a volto scoperto, per difendere le proprie idee e la patria, come aveva già fatto molte altre volte. La morte non gli faceva paura, perché la cosa importante per lui era combattere con onore, fino all’ultimo istante di vita.
Non era avvezzo a quel mordi e fuggi che costituiva il cardine della guerriglia, nuova e aberrante filosofia della guerra. La giungla che si estendeva a pochi metri dalle loro baracche era per lui simbolo d’intrico e d’intrigo. Il nemico, onnipresente, non si poteva né vedere né identificare. Ma era sempre pronto a colpire e ad assumere le sembianze di una donna, di un bambino, di un vecchio... Non c’era in lui alcuna traccia di lealtà, né poteva esserci lealtà nel combatterlo. Cercare lo scontro in campo aperto, significava morte certa.
– Signore... – Tebaldi interruppe il flusso dei pensieri. – Un nostro G91 è precipitato a qualche chilometro dalla base. A Da Nang non hanno elicotteri disponibili per il recupero. Pensavo di andare io con la mia squadra... l’aiutante Cavan e i soliti quattro.
A sentir nominare i soliti quattro, Gregori accennò un breve sorriso di approvazione. Mise la sicura alla Beretta e l’infilò nel fodero.
– Sì, vada pure capomanipolo. Prenda gli uomini che le servono, ma faccia attenzione e cerchi di rientrare prima di sera.
– Non si preoccupi. Farò del mio meglio, come sempre.
– Qui purtroppo non basta... Che Dio l’assista!
Tebaldi scattò sull’attenti e si congedò.
Uscì dall’alloggio del comandante e si diresse verso il centro del campo, dove si ergeva il pennone con la bandiera italiana e, subito sotto, il gagliardetto nero col teschio che stringeva fra i denti la rosa rossa, simbolo del Corpo di spedizione "28 Ottobre".
Gli italiani erano presenti in Vietnam da due anni, cioè dal maggio del 1966, con una forza di circa 15.000 volontari, al comando del Generale Junio Valerio Borghese, inviata da Mussolini, dopo che Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud avevano mandato anch’esse le loro truppe.
L’Italia era l’unico paese della NATO ad aver aderito all’operazione "Più bandiere", voluta dal presidente americano Johnson, reclutando un corpo di uomini provenienti quasi tutti dalla MVSN, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.
Tebaldi si fermò sotto il pennone e si guardò intorno. C’era una strana calma. S’abbottonò la casacca tiger stripes che portava sopra la camicia nera e s’aggiustò il cinturone, facendolo ben aderire ai fianchi.
Osservò l’irreale scintillio di colori che si levava dai boschi attorno al campo, rimase per un attimo rapito dal cielo blu latteo che l’afa rendeva quasi bianco e che contrastava con il rosso acceso di una collina pietrosa tagliata su di un lato, dove il sole disegnava delle chiazze irregolari. Di lì sembravano levarsi vampe di fuoco, che nelle parti in ombra, assumevano un intenso color ruggine. Su quella rocce, grappoli di fiori esotici creavano tocchi di bianco e di tutte le tonalità del rosso, rosa pallido, fino allo scarlatto. Le pietre emettevano riflessi metallici, il profumo intenso dei fiori richiamava alla mente un paesaggio fiabesco, come in un sogno infantile, in cui ogni visione volge al bello e il bello è sinonimo di bontà.
Percepì un’improvvisa vibrazione nell’aria, quasi stesse per scoppiare un temporale, ma non c’erano nubi in cielo. Ebbe un attimo di sconcerto. D’istinto impugnò il fucile mitragliatore MK66.
Qualcosa o qualcuno lo urtò con violenza alle spalle. Cadde a terra bocconi e l’arma gli sfuggì di mano.
– Diavolo, bestia! – imprecò, mentre con la coda dell’occhio vide il volto intriso di sudore del caposquadra Ferri che gli si era buttato addosso. L’uomo l’aveva afferrato per il bavero della giubba e lo tratteneva con forza a terra.
– Stia giù, comandante! Un altro po’ e le facevano saltare la testa!
Sentì levarsi alcune raffiche, partite dalle due mitragliatrici pesanti Breda B61 piazzate nei pressi del piccolo molo di attracco a circa cinquanta metri dalla cinta esterna del campo. Un cecchino era appostato sopra alcuni alberi semisommersi poco distante dalla riva opposta del fiume in un punto in cui questo si restringeva in corrispondenza di una passerella di legno, issata su dei piloni, alcuni metri sopra il corso d’acqua.
– Boia d’un cecchino. L’hanno beccato! – esclamò Ferri, mentre, con un tonfo sordo, il guerrigliero cadde nel fiume crivellato dai proiettili.
Il corpo rimase in superficie, trascinato con lentezza dalla corrente, mentre alcuni soldati sud-vietnamiti, che avevano raggiunto il centro della passerella, presero a bersagliarlo con gli M16.
– Bastardi maledetti! Smettetela! È un ordine!
Il console Gregori, richiamato dagli spari, era uscito di corsa dall’alloggio ed aveva raggiunto Tebaldi, ancora a terra frastornato.
Impugnata la Beretta, sparò alcuni colpi in aria. Poi, vedendo che i sud-vietnamiti non la smettevano, mirò a pochi centimetri dalle loro teste.
Solo quando sentirono il sibilo delle pallottole fischiare nelle orecchie, i militari si volsero e abbassarono le armi.
– La prossima volta li faccio fuori tutti! Sparano contro un cadavere e magari in mezzo a loro c'è pure qualche parente! Che schifo di guerra!
Tebaldi si sollevò da terra stropicciandosi gli occhi. Notò che il caposquadra Ferri stava osservando il grosso foro provocato dal proiettile sparato dal cecchino, che aveva attraversato da parte a parte il pennone metallico della bandiera.
– Ma con che razza di armi sparano ‘sti maledetti!?
– Armi fabbricate in Kazakistan o in Cina o in Corea del Nord o... in Occidente! – disse Gregori. – Magari vendute da qualche galantuomo nostro connazionale... col benestare di qualcun’altro influente a corte...
– ...che ogni sabato gioca a polo col reuccio... o lo accompagna al night... – insinuò Ferri.
– Scherza con i fanti, ma lascia stare i santi! – l’interruppe Tebaldi, cogliendo il pericoloso riferimento a Carlo Alberto II, il giovane re imperatore che era succeduto a Umberto II da appena un anno.
I fascisti non amavano molto il nuovo sovrano a causa della vita spregiudicata condotta prima di salire al trono al posto del fratello maggiore Vittorio Emanuele, morto nel 1964 a causa di un oscuro incidente durante una battuta di caccia in Corsica. Il padre Umberto II, colpito dall’inaspettata perdita del primogenito, aveva contratto una grave sindrome depressiva che lo aveva costretto in pochi mesi ad abdicare.
– Queste insinuazioni lasciale ai rotocalchi scandalistici. È ora di andare! Sapere poi da dove provengono le armi con cui ci sparano, non cambia la situazione. Non siamo venuti in Vietnam per produrre chiacchiere, ma per combattere e l’eventualità di lasciarci la pelle dobbiamo metterla nel conto. Allora Ferri, chiama gli altri e muoviamoci!
L’aiutante Cavan attendeva nei pressi dell’ingresso principale del campo con altri tre uomini: i legionari Savelli, Bassico e Corbo che, con il caposquadra Ferri, erano noti appunto come i soliti quattro.
Quelli sempre disposti ad offrirsi volontari per ogni missione, pronti ad assumersi ogni rischio in tutte le occasioni, ardimentosi fino alla spavalderia e sempre accompagnati da un’incredibile fortuna. Venivano tutti dalla Gioventù Italiana del Littorio e si conoscevano già da ragazzi, pur provenendo da regioni diverse. Per tre anni di seguito si erano incontrati a Roma al raduno dei capi della GIL, e così avevano cementato la loro amicizia.
Tutti e quattro avevano aderito alla spedizione italiana in Vietnam, dopo il famoso discorso pronunciato da Mussolini da Palazzo Venezia il 28 ottobre del 1965, 43° anniversario della Marcia su Roma, in cui annunciava la formazione del CSI, il Corpo di Spedizione Italiano e la necessità, da parte delle nazioni occidentali di combattere il comunismo in ogni luogo del pianeta, senza quartiere.
L’anno successivo, l’8 settembre 1966, sei mesi dopo la partenza del CSI "28 Ottobre", Mussolini si era dimesso da Capo del Governo, designando alla successione Galeazzo Ciano e riservando per sé il comando supremo della MVSN.
La squadra si radunò appena fuori l’ingresso principale del campo, mentre i miliziani di guardia, sbattendo i tacchi, presentarono le armi.
Tebaldi controllò con attenzione l’equipaggiamento individuale, in particolare i fucili mitragliatori Breda MK66, armi micidiali, dello stesso calibro degli M16 americani, ma molto più precisi e robusti, tanto che potevano usare dei proiettili supersonici potenziati, che ne portavano il tiro utile a quasi due chilometri. Si trattava di un’arma potente, oltre che leggera a maneggevole, che poteva essere usata in ogni condizione ambientale e meteorologica.
A differenza dell’M16 americano, non s’inceppava mai.
Si fermò ad osservare con aria di ostentata indulgenza il legionario Corbo che si ostinava a non usare come copricapo il basco nero di ordinanza, ma il fez della GIL.
– Siamo alle solite, Vincenzo...
– I vecchi amori non si dimenticano mai, comandante – replicò il giovane.
– Va bene così. In fin dei conti è più importante ciò che si ha dentro la testa e non ciò che sta sopra!
– Allora, quando si toglie il fez, Corbo è decapitato! – intervenne Bassico ridacchiando.
Corbo levò il pugno con aria di sfida, mentre una vampa rossa gli percorreva le gote: –Brutto scemo, pensa a non fartela sotto, che hai bagnato le lenzuola fino all’altro ieri!
– Adesso basta voi due, con le solite battute da asilo!– interruppe Tebaldi. – È ora di andare. I viet, dall’altra parte del fiume, non hanno voglia di ridere. Teniamo gli occhi aperti e tu Savelli accendi quella radio e sta’ in campana!
Savelli annuì e accese il ricetrasmettitore VHF Geloso fissato al cinturone. Dall’apparecchio si levò un forte fruscio, ma questi azionò velocemente una manopola e lo silenziò.
– A noi! – esclamò Tebaldi, mentre tendeva il braccio nel saluto romano.
– A noi! – risposero gli altri insieme.
La squadra attraversò velocemente la passerella, con le armi in pugno, e scomparve nel fitto della vegetazione.
Giunti nel mezzo di una radura, Tebaldi ordinò l’alt. Prese la tavoletta pretoriana che teneva nello zaino e controllò la carta topografica.
– Saranno circa tre chilometri da qui! Il guaio è che di giorno non possiamo tagliare attraverso le risaie. Sarebbe come se ci annunciassimo con la fanfara! Se ci lasciamo beccare da un cecchino su uno di quei dannati argini, ci lasceremo tutti le penne!
– Giusto! – disse Cavan – Meglio trovare una soluzione migliore.
Intanto Ferri, appiattito presso un ciuffo di banani, esaminava il terreno col binocolo: sulla sinistra, la foresta si stendeva in semicerchio per quasi due chilometri. Dalla sua posizione, vedeva nettamente la massa scura del bosco profilarsi all'orizzonte, affondata nelle risaie come la prua di un piroscafo.
Osservato da rasoterra, il promontorio sembrava sbarrare, come una sottile cortina, l’azzurro del cielo. Di fronte, le piccole risaie formavano una superficie ineguale. Il riverbero del sole trasformava queste colture in un gigantesco specchio dai riflessi cangianti. A destra, il margine in cui il caposquadra aveva preso posizione si perdeva verso Sud.
Con un gesto Ferri indicò la direzione a Cavan. Questi, sollevando il braccio, gli confermò che aveva capito: a sinistra, in direzione della foresta.
A sbalzi successivi, Ferri apriva la strada alla squadra. A ogni alt, osservava, sceglieva l’appostamento successivo, poi, con la circospezione di un felino, andava a prendervi posto. Savelli e Bassico lo proteggevano ai lati. Tebaldi si fidava oltre misura dei suoi uomini e si limitava di tanto in tanto a verificare la direzione dando uno sguardo alla bussola.
L'andatura era un po’ lenta, ma sicura. Mantenevano una distanza l’uno dall’altro di circa cinque metri.
Uno stormo di uccelli dalla piume multicolori volò via e scomparve oltre un cespuglio spinoso. Ferri l’aveva superato di alcuni metri, quando sentì un rumore di rami spezzati dietro di sé.
Continuò ad avanzare, ma non era convinto che quegli animaletti potessero fare tutto quel fracasso. Si guardò intorno, si fermò in ascolto.
Tebaldi notò subito la manovra. Si volse interrogativo verso di lui. Il caposquadra mise l’indice contro le narici come ad indicare puzza di bruciato. C’erano dei Charlie in giro. Ne era certo.
Ferri aveva frattanto raggiunto l'estremità boscosa. Davanti a lui c’era un nuovo tipo di terreno. Tebaldi si portò alla sua altezza mentre il resto della squadra si fermò. La faccenda si complicava: il terreno non offriva alcuna possibilità di mimetizzazione.
– Non abbiamo possibilità di scelta – commentò a mezza voce Tebaldi col binocolo appoggiato agli occhi – L’aviogetto, dovrebbe essere a circa due chilometri da qui verso Nord Ovest. Non c'è modo di tagliare dritto attraverso le risaie.
Intervenne Ferri: – Potremmo tentare di spingerci fino alla savana, a un chilometro sulla nostra destra. Sembra portare ad un gruppo d’alberi.
– Esatto, una volta dentro potremo tentare una manovra di aggiramento. Raddoppieremo la strada, ma arriveremmo sicuri... se quel poveretto è ancora vivo e se i viet non gli hanno già messo le mani addosso. – Tebaldi ripose il binocolo e stava per impartire gli ordini, quando Cavan, rimasto muto fino a quel momento, intervenne: – Però io ci proverei. Da qui non pare... ma le risaie non sono tutte sullo stesso livello come sembrano! Guardate a cento metri dalla prima, proprio davanti a noi...
Il livello delle risaie era infatti ineguale: bastava osservare attentamente i branchi di bufali che brucavano sugli argini per rendersene conto. A tratti la loro massa nera si staccava nettamente, ma più lontano non emergeva che la linea scura formata dal dorso del bestiame. Cavan aveva ragione, c’erano dei forti dislivelli che potevano essere sfruttati per avanzare al riparo.
– Va bene, Cavan. Tentiamo il colpo! Avanziamo rapidi e rasente al terreno.
La squadra eseguiva il movimento saltando come le rane. Alla fine di ogni salto, gli uomini si appiattivano al suolo passando dalla paglia ruvida al fango secco, per poi affondare in una risaia fangosa infestata di zanzare e di sanguisughe.
Il compito era durissimo: alla scelta del cammino si aggiungeva la preoccupazione di non essere presi di mira dai viet di cui ormai tutti intuivano la presenza. Dovevano cercare anche di evitare d’inferocire i bufali, assai irascibili e pronti a caricare gli europei. I vietnamiti sostenevano infatti che l’odore dei bianchi li facesse infuriare.
Cavan raggiunse la savana ed effettuò, in compagnia di Savelli e Bassico, una ricognizione cento metri nell'interno della boscaglia.
Davanti a loro scorsero una colonna di fumo sottile e scuro che saliva verso il cielo, mossa a tratti da rare folate di vento caldo.
Doveva provenire dal rottame dell’aviogetto. Si fermarono alcuni minuti per riprendere fiato e per liberarsi dalle sanguisughe.
Savelli si era tolto i pantaloni e, con l'aiuto di un toscano acceso, bruciava con cura una colonia di sanguisughe voraci attaccate lungo le cosce. Sbarazzatosi in fretta delle sue, Bassico osservava la scena ridacchiando: – Ancora un po’ e ti mangiavano tutto!
– Tu non rischi niente. Anche se cercassero bene, non troverebbero niente da mangiare nei tuoi pantaloni! – rispose Savelli con sarcasmo.
Tebaldi mise fine alla discussione prima che degenerasse.
– Sbrigatevi, e tu Bassico non rompere le scatole a tutti con le solite battutacce! Siamo quasi arrivati. Sono già le due del pomeriggio e per le sette dobbiamo essere di ritorno al campo!
Un'impressione di pace e di calma innaturale avvolgeva tutti, mentre avanzavano attraverso una piantagione abbandonata di alberi da gomma i cui tronchi erano solcati da un largo e profondo intaglio. I viet avevano distrutto in questo modo quella coltivazione cosicché le multinazionali occidentali non potessero produrre copertoni alle loro spalle. C’era anche chi sosteneva che i viet lavorassero su commissione di una società francese concorrente, che non gradiva che gli americani sfruttassero le sue ex piantagioni di gomma.
Ciò che era rimasto del bosco era diventato preda di un groviglio di campanule, liane e rovi. L’irreale serenità dei luoghi non era turbata che dal volo degli uccelli, rumorosi e gracchianti, dalle piume multicolori, che la marcia della squadra, anche se silenziosa, faceva fuggire.
Cavan si trovò di fronte ad un corso d'acqua incassato nel terreno e quasi disseccato, che risaliva verso Nord, simile ad una trincea dal fondo limaccioso e maleodorante di circa due metri di profondità e altrettanti di larghezza.
Decise di seguirlo fintanto che coincideva con la direzione del punto di caduta dell’aereo.
All'uscita dal bosco, l’obiettivo si offrì alla loro vista. Al di là di un vasto e altissimo intrico di verzura fatto per lo più di alberi di cocco, ecco apparire la sagoma della deriva di coda del G91.
– Ci siamo! – disse Tebaldi soddisfatto. – Cavan, Corbo e Bassico, andate in avanscoperta. C’è puzza d’imboscata. Tenete gli occhi aperti!
– Agli ordini, comandante. Non si preoccupi.
Cavan aggirò sulla destra il fitto bosco di alberi di cocco e raggiunse il relitto dell’aereo.
Tebaldi osservava la scena al binocolo: – Speriamo che fili tutto liscio... – mormorò, – ma ne dubito.
E non sbagliava affatto.
L'aria si riempì all’improvviso del fracasso di numerose detonazioni. Le raffiche di AK47 venivano dall’interno del bosco di cocchi dirette verso Cavan e i suoi uomini, che però avevano fatto in tempo a ripararsi dietro ad alcune rocce vicino alla carlinga del G91.
Tebaldi non riuscì a vedere se Ferri e i suoi se la fossero cavata. Chiese a Savelli di collegarsi via radio con Gladio 7 e chiedere assistenza.
– Accidenti comandante...! Da Gladio 7 dicono di essere sotto un forte attacco da alcuni minuti. Non possono far uscire nessuna squadra per il momento!
– Dobbiamo cavarcela da soli!
Tebaldi imbracciò il lanciagranate e sparò una granata incendiaria verso il centro del bosco.
Poi ricaricò e sparò ancora: tre, quattro, cinque volte. Il centro della macchia era completamente in fiamme. Segnalò a Ferri e Savelli di avanzare insieme con lui verso l’incendio con gli MK66 in pugno.
A circa 30 metri dal bosco diede ordine di aprire il fuoco. Dopo le prime raffiche ecco apparire la sagoma di un viet, avvolta dalle fiamme, che si agitava convulsamente. Ancora alcune raffiche e il corpo dell’uomo cadde a terra divorato dal fuoco.
I viet superstiti abbandonarono la macchia e si diressero verso le risaie, coprendo la propria ritirata con brevi raffiche di AK47.
Tebaldi tossì e lacrimò per il fumo denso sollevatosi dagli alberi di cocco incendiati, reso più acre dal lezzo della carne bruciata.
Uscì dalla boscaglia con Savelli e Ferri e si ricongiunse con Cavan intorno all’aereo abbattuto.
Ferri si avvicinò alla carlinga per ispezionarla. Dal motore dell’aereo usciva ancora fumo. Era un aviogetto del 1° Reparto Aereo Aquile di base a Da Nang. Notò subito il corpo del pilota riverso sulla cloche e privo di vita. Un proiettile di AK47 gli aveva perforato il casco all’altezza dell’orecchio destro, uccidendolo sul colpo.
– Quel poveretto se l’era cavata con un atterraggio di fortuna, ma i viet sono stati più svelti di lui. Maledetti! – disse Tebaldi. – Non gli hanno dato neanche il tempo di slacciarsi le cinture!
Cavan intanto aveva aperto la giubba del pilota e gli aveva tolto dal collo la medaglietta di identificazione: – Cent. Fabio Massimo Luchetti. Un altro italiano lascia la vita in questo inferno. Camerati, in riga per il presentat arm.
Gli uomini si disposero in fila di fronte all’aereo. Cavan pronunciò ad alta voce il nome del caduto e tutti, estraendo le baionette, risposero: – Presente!
Tebaldi segnò esattamente sulla carta il punto di caduta dell’aereo e ordinò a Corbo di contattare Gladio 7.
– Gladio 7 da Pescatore, Gladio 7 da Pescatore... – ripeté più volte al microfono del ricetrasmettitore, ma dal fruscio di fondo non emerse alcuna voce.
– Da’ qua, che provo io! – disse Tebaldi scuro in volto – Pescatore a Gladio 7, datemi OK se mi ricevete...
– Pes... re....codi.......oss ....quattro.
– Ripetete, chiedo conferma: codice rosso quattro.
– Rosso quattro, affermativo... – confermarono dal campo.
– Ricevuto. Eseguo.
– Codice Rosso quattro – si rivolse ai suoi uomini. – Significa che il campo è sotto attacco viet e non dobbiamo rientrare, ma dirigerci alla base più vicina: Da Nang o Le My.
– In ogni caso sono cinquanta o sessanta chilometri di risaie, giungla e savana, – osservò Cavan preoccupato.
– Be', diamoci da fare. Speriamo che qualche elicottero venga a toglierci d’impiccio lungo il cammino. A questa distanza non possiamo utilizzare la radio VHF, dobbiamo marciare almeno altri venti chilometri e provare a chiamare da qualche altura.
Si misero in marcia nella solita formazione attraverso la savana che si estendeva fino alla riva sinistra del fiume Tourane. L’intenzione di Tebaldi era di attraversare il fiume dieci chilometri più a Sud, in corrispondenza del ponte lungo la strada camionabile e di raggiungere la città di Le My, qualora non fossero riusciti a contattare via radio Da Nang.
Nell’incertezza più completa, la squadra si mise in marcia.
Camminarono per circa cinque ore senza incontrare alcun segno di attività militare, salvo il rombo lontano di alcune squadriglie di Phantom che, ad alta quota, segnavano appena, con le loro scie bianche, il cielo opalescente.
All’improvviso due elicotteri da combattimento UH-1B con le coccarde americane, sbucarono da una piatta collina sulla sinistra con un rumore assordante e li sorvolarono a bassa quota, dirigendosi oltre uno sperone roccioso che si ergeva circa mezzo chilometro davanti a loro. Dopo un istante udirono il crepitio delle mitragliatrici M60 degli elicotteri, accompagnato dallo scoppio fragoroso delle granate da 40 millimetri.
Al di là si sollevò un fumo denso, mentre i viet, rispondevano con le mitragliatrici al fuoco micidiale degli americani.
Un gruppo di vietnamiti passò sotto lo sperone roccioso nel tentativo di raggiungere la savana, ma un elicottero da combattimento li inquadrò subito e cominciò a mitragliarli, senza lasciare loro scampo. Furono falciati tutti fino all’ultimo. Poi, non ancora pago del lavoro fatto, l’elicottero fece un ultimo passaggio a volo radente e sventagliò il terreno con altre raffiche di M60, facendo sobbalzare i corpi inerti. Infine, virò e scomparve oltre la roccia, al di là della quale si levava fumo sempre più abbondante e denso.
– Devono aver centrato qualche base vietcong – disse Tebaldi –Forse è il caso di andare a vedere. Magari c’è qualche reparto americano a cui possiamo unirci.
Si fecero strada attraverso i corpi inanimati e crivellati di colpi dei vietnamiti tra cui anche alcune donne, che non erano state risparmiate.
– Porca puttana! – esclamò Cavan. – Ma saranno stati davvero guerriglieri o solo povera gente che tentava di mettersi in salvo?
– Ti fa meraviglia di vedere delle donne? È andata bene che non ci fossero dei bambini... Te lo ricordi il caposquadra Bernardi? – domandò Ferri.
– Sì che me lo ricordo. Saltò in aria mentre dava dell’acqua dalla sua borraccia ad un bambino dell’età di suo figlio, ma quello teneva una granata nascosta dietro la schiena... e così... bum!
– Merda!
Tebaldi si appostò e osservò col binocolo la valle sotto di lui.
Un reparto di militari americani della 101ma Divisione Aerotrasportata accerchiava il villaggio, mentre due compagnie rastrellavano le capanne. Gli abitanti vennero separati: gli uomini a sinistra, le donne a destra, e presi in custodia da una sezione. Al centro, in una radura, si stavano formando due gruppi separati.
Dall’alto gli elicotteri sorvegliavano le operazioni di rastrellamento, che sembravano procedere senza problemi. Il villaggio doveva essere più importante di quello che appariva sulla carta.
Era formato da un abitato di circa centocinquanta capanne. Prima di poterlo controllare tutto ci sarebbe voluto molto tempo.
Tebaldi prese la radio e cercò di mettersi in contatto con gli americani della 101ma. Non voleva infatti rischiare che la sua squadra fosse scambiata per un’unità nemica.
Usò la frequenza comune e, dopo un paio di tentativi, ottenne risposta. Segnalò la sua posizione e subito un elicottero si pose sulla verticale, scendendo a circa dieci metri sopra le loro teste.
Non appena furono identificati, una pattuglia guidata da un sergente si diresse verso di loro e li scortò presso la postazione di comando.
Il Colonnello Wakefield della 101ma li accolse con cortesia e chiese loro da dove provenissero.
– Veniamo dal campo Gladio 7 – disse Tebaldi in Inglese – Dovevamo recuperare il pilota di un G91 del 1° Reparto Aereo Aquile abbattuto dai viet. Purtroppo il pilota è morto. Questa è la posizione, signore. – Tebaldi indicò il punto sulla carta topografica.
Wakefield arricciò il naso. – Non è più possibile raggiungere quel luogo. Le truppe nord-vietnamite occupano già tutta l’area. Ma, piuttosto, voi come avete fatto a passare?
– Abbiamo avuto uno scontro con i viet, proprio nei pressi dell’aereo, ma ce la siamo cavata. Poi non abbiamo più incontrato nessuno. Forse gli siamo passati in mezzo... Mi viene il sospetto che non ci abbiano attaccato una seconda volta per non rivelare la posizione del grosso delle forze.
– È probabile che sia andata così. È la stessa ragione per cui non si spara mai sugli scout!
Tebaldi ringraziò la fortuna che lo aveva accompagnato, poi chiese al colonnello come avrebbe potuto raggiungere Da Nang.
– Non c’è una strada sicura, da stamattina l’esercito nord-vietnamita e i vietcong hanno sferrato un’offensiva in grande stile. Hanno approfittato del Tet, il capodanno lunare, cogliendo tutti di sorpresa. Sembra che la città di Hue sia caduta e che intorno a Saigon si combatta duramente. Stiamo cercando di allentare l’accerchiamento intorno a Da Nang, ma la pressione nemica è molto forte.
– Si sa nulla delle unità italiane? – chiese Tebaldi con trepidazione.
– Sono tutte impegnate nei combattimenti. Ho sentito per radio che la vostra base è stata evacuata alcune ore fa. Ci sono state molte perdite.
Ripensò al console Gregori e a tutti i camerati lasciati nel campo. Quanti di loro non avrebbe più rivisto?
Il sole era prossimo al tramonto. I due elicotteri girarono un’ultima volta sopra il villaggio, poi si diressero verso Oriente in direzione di Da Nang, scomparendo in un cielo torvo e fremente che, temendo la furia degli uomini, sembrava non voler restituire le stelle.
Tebaldi s’allungò sulla branda all’interno della tenda messa a loro disposizione dal comandante Wakefield. Sciolse i lacci degli anfibi, senza tuttavia sfilarseli. Non poteva permettersi che un attacco improvviso dei vietcong lo trovasse impreparato.
Savelli si stese anche lui sulla sua branda dopo aver estratto dallo zaino un libro consunto che si mise a leggere con avidità.
– Ecco l’intellettuale al lavoro! – commentò Bassico.
– Tu pensa a sfogliare quelle rivistacce pornografiche, comprate a contrabbando dagli americani! – gli rispose piccato.
Bassico ridacchiò poi si voltò su di un fianco e si assopì.
– Che cos’è? – Tebaldi diede una scorsa alla copertina.
– Diario di Prezzolini...
– Ah... dimenticavo. L’università.
– Già l’università. Dovrò laurearmi in Scienze Politiche una volta tornato a casa... È un impegno morale, nei confronti della mia famiglia e della patria. Bisogna saper combattere anche con la penna.
– Ne uccide più la penna che la spada! – sottolineò divertito Tebaldi. – Hai davanti a te una carriera d’intellettuale impegnato, anzi... mi pare di aver letto qualcosa di tuo un paio d’anni fa su La Stirpe... o mi sbaglio?
– No, non si sbaglia affatto. Pubblicai un articolo sugli americani, ispirato al diario che Prezzolini redasse durante il suo soggiorno in America. Fu poco prima di partire volontario per il Vietnam. Per me è stata una grande opportunità.
– Mi pare che trattasse anche della Terza Guerra Mondiale... dell’alleanza con gli Americani.
– Certo. Per noi italiani è stato traumatico, e lo è ancora, avere per alleati gli Americani... Altro mondo, altro modo di pensare... e quel che è peggio nessuna tradizione. Se per Mussolini fu una decisione sofferta quella di non scendere in campo a fianco di Hitler nella Seconda Guerra Mondiale, rimanendo neutrale, non lo fu mai quanto quella di allearsi con gli Americani nella Terza Guerra Mondiale...
– E perché, secondo te, s’alleò lo stesso?
– Perché aveva davanti ai suoi occhi il crollo del Reich, dopo il pronunciamento del 20 luglio 1944, quando Hitler morì nell’attentato di Rastenburg e il feldmaresciallo von Witzleben, capo dei congiurati, trattò la resa. Fascismo e nazismo condividevano molti ideali, sebbene alcune idee di Hitler non collimassero con le nostre, come la decisione di perseguitare gli ebrei. E in questo crollo Mussolini si specchiò e cambiò opinione nei riguardi degli Americani. Ne intuì le potenzialità e ne colse le opportunità per l’Italia.
– Vuoi dire la tecnologia al servizio della tradizione?
– Qualcosa del genere. Capì che si trattava di un popolo giovane, anche ingenuo, che però possedeva doti di grande vitalità e positività. D’altronde poi quelli che noi chiamiamo americani, non sono i veri americani...
– E chi sono i veri Americani?
– Mi riferisco all’elemento autoctono... i pellerossa. Loro sì che possiedono una tradizione. Hanno sicuramente potenzialità guerriere e spirituali superiori ai loro colonizzatori. Queste potenzialità andrebbero sollecitate. Per il popolo americano sarebbe una grande fonte di sapere che li aiuterebbe nella ricerca di un’interiorità che stentano a trovare.
– Secondo te che gli americani hanno sempre sofferto di superficialità?
– Purtroppo sì. Le critiche degli intellettuali fascisti, fino al 1939, erano state molto dure nei confronti dell’America. La società americana prediligeva il denaro e il gigantismo in ogni sua manifestazione, dimostrando grossezza piuttosto che grandezza. Per molti la civiltà americana era prossima al declino ed il segno più appariscente di questo declino era la ricerca febbrile del comfort, raggiunta attraverso l’uso spasmodico delle macchine. Ma in fondo anche Hitler non aveva disdegnato di servirsi in maniera spregiudicata delle macchine nel suo tentativo di conquistare il mondo.
– Allora, tu pensi che Mussolini percorse una terza via...
– Cercò di fascistizzare l’America, americanizzando l’Italia il meno possibile, anche se una certa parte dei suoi intellettuali era favorevole ad un’americanizzazione del fascismo, senza riserve. Non so se Mussolini sia riuscito nel suo intento, ma comunque dei risultati li ottenne... e il Piano Marshall ne fu la prova. Gli Stati Uniti cominciarono a finanziare l’Italia già dall’inizio del 1941, fornendole armamenti moderni e potenziandone l’industria pesante. Fu il prezzo che Mussolini pretese in cambio della neutralità. Si servì di ciò che l’economia americana poteva fornire di utile e di positivo all’Italia, senza vendersi. D’altronde gli americani avevano bisogno di stabilità nel Mediterraneo e l’Italia era l’unica nazione che poteva fornirla. Così rafforzarono il regime.
– Ma questo ci costò poi cinquecentomila morti...
– Tutto ha un prezzo... Certamente questo fu il più alto pagato dall’Italia, dopo la Prima Guerra Mondiale. Ma fummo anche costretti dagli eventi. Eliminato Hitler, il comunismo si era rafforzato. Nel 1945 l’Italia era l’unica nazione dell’Occidente a non aver subito i guasti della guerra. Poi ci fu il 28 aprile: i Russi oltre l’Oder, Tito alle porte di Fiume. Non fummo certo noi a cercare la guerra.
– Ripensandoci è andata bene così! Certe volte cerco d’immaginare cosa sarebbe accaduto se Mussolini fosse sceso in guerra con Hitler...
– Anch’io ci rifletto spesso, ma non riesco a farmene un’idea. La mia mente si rifiuta!
– Meglio non pensarci! Ringraziamo il Cielo... e Ciano, che non sia mai accaduto...!
Riposarono solo poche ore, risvegliati più volte dagli spari di alcune brevi scaramucce. In lontananza brillavano i lampi delle granate e le scie della contraerea viet, che tentava di contrastare le incursioni dei Phantom americani.
L’impressione era che si combattesse dappertutto con grande accanimento.
All’alba Tebaldi uscì dalla tenda da campo e si recò nella postazione di comando. Era sua intenzione collegarsi col comando italiano di stanza a Bien Hoa e chiedere istruzioni sulle unità presenti nella zona.
Il colonnello Wakefield gli assicurò la propria assistenza e lo affidò al tenente Martin che era stato ufficiale di collegamento col contingente italiano un anno prima.
Dopo circa due ore di tentativi, riuscirono a contattare via radio Bien Hoa, circondata dai nord-vietnamiti.
Martin ottenne le informazioni che cercava: il Comando Operazioni del Corpo di Spedizione "28 Ottobre" comunicava che una squadriglia di elicotteri da ricognizione italiani operava nell’area di Le My.
Si trattava di un’unità speciale composta da quattro elicotteri al comando del console Lucio Valerio Lattanzi, equipaggiata con sofisticate apparecchiature elettroniche in grado d’intercettare i messaggi del nemico e di interferire con le sue comunicazioni e con le emissioni radar.
Tebaldi pensò che poteva essere un’ottima occasione per chiedere un passaggio, visto che Le My era pochi chilometri oltre il fiume Tourane.
Martin prese ancora una volta contatto con il Comando Operazioni italiano che confermò luogo e ora del prelievo.
Due elicotteri dell’unità, in codice Libellula 1 e 2 si sarebbero portati un chilometro a Sud del ponte sul fiume Tourane alle 16.30 esatte delle stesso giorno, e avrebbero sorvolato l’obiettivo per cinque minuti, dopodiché, in caso di mancato contatto, avrebbero fatto ritorno alla base.
Erano circa le 9.30 del mattino e disponevano di sette ore per percorrere 25 chilometri. Un tempo più che sufficiente in condizioni normali, ma assai critico nella situazione in cui si trovavano a operare.
Dopo essersi congedato dal colonnello Wakefield e dal tenente Martin, Tebaldi riunì la squadra, passò in rassegna l’armamento e si diresse verso la boscaglia a Sud Est del villaggio.
– Bisogna tenere gli occhi bene aperti. Potrebbero esserci delle trappole lasciate qui in mezzo dai Charlie – avvertì Cavan.
Tebaldi assentì.
– Conviene spostarsi in fila indiana, distanziati di cinque metri. Tu Ferri fai da battistrada e al minimo dubbio fermati.
Il caposquadra obbedì e si portò in testa.
Tebaldi poteva fidarsi ciecamente di Ferri, perché aveva operato in condizioni ben peggiori di quella e non si era mai fatto beccare.
Camminarono per oltre dieci chilometri, dapprima in mezzo alla boscaglia, poi lungo un tratto di savana, dove c’erano i segni di un combattimento recente.
I corpi di alcuni militari dell’esercito nord-vietnamita giacevano semisommersi in un piccolo torrente dall’acqua stagnante, segnalati dal volo lento e implacabile degli avvoltoi.
– Deve essere stato qualche aereo... – Cavan, indicò un razzo aria-terra inesploso che s’intravedeva semisommerso nella melma.
– Be’, è meglio che ci togliamo subito di qui, dovessero ritornare i loro compagni... – commentò Tebaldi. Affrettiamoci. Il ponte dovrebbe trovarsi ad un paio di chilometri. Speriamo che non sia in mano nemica...
Si appostarono sul crinale di una bassa collina che sovrastava di poche decine di metri il fiume Tourane. Il ponte sembrava deserto.
Era una costruzione di cemento armato di circa 70 metri di lunghezza, costruita dai francesi un ventina d’anni prima.
– Troppo deserto per essere vero...
– Ha ragione comandante – confermò Ferri. – Vado in avanscoperta.
– D’accordo, prendi Savelli e Bassico.
Tebaldi, Cavan e Corbo si attestarono intanto sulla riva del fiume per prevenire un’imboscata.
Ferri raggiunse la strada asfaltata e si appostò dentro il canale di scolo.
Intorno sembrava non esserci anima viva, tranne qualche biscia di fiume che schizzava via dall’acqua fetida all’avanzare del caposquadra.
Ferri uscì allo scoperto, mentre i suoi camerati si piazzarono ai due lati dell’imbocco del ponte, protetti dal parapetto.
Percorse curvo una ventina di metri, poi segnalò ai due di avanzare.
Tebaldi, al coperto di un vecchio barcone in disuso, osservava col binocolo dall’altra parte.
Ferri era ormai oltre la metà del ponte. Erano quasi le quattro del pomeriggio. Mancava poco all’appuntamento ed erano a più di un chilometro dall’obiettivo.
Avanzò con circospezione. Un paio di balzi e sarebbe stato dall’altra parte.
Tebaldi era teso e nervoso. Teneva il dito sul grilletto dell’MK66, pronto a fare fuoco al minimo segno d’imboscata. La fronte grondava sudore che gli colava sugli occhi, appannando la vista.
Intuì che qualcosa si muoveva dietro ad una fila di bassi arbusti poco sopra l’argine opposto. Forse la schiena di un uomo...
Dannazione! Una pattuglia dell’esercito nord-vietnamita era pronta ad intrappolarli nel ponte e farli a pezzi!
Non ci pensò neanche un attimo. Mirò dentro il cespuglio e sparò una lunga raffica. Dall’altra sponda risposero a colpi di AK47, mentre una raffica più lunga, proveniente da una mitragliatrice da 108 mm. colpì l’esterno del parapetto destro del ponte che in alcuni punti andò in pezzi e cadde nel fiume. Ferri e i suoi si appiattirono a terra e tentarono di retrocedere per cercare riparo.
Savelli passò a Ferri il lanciagranate. Questi caricò e lanciò in direzione del nido di mitragliatrice, ma mancò il bersaglio. La mitragliatrice continuava a sventagliare il ponte con lunghe raffiche, che sollevavano nugoli di polvere e di detriti, inchiodando gli uomini che vi si trovavano.
Alcuni proiettili raggiunsero anche la postazione di Tebaldi, che si convinse a ricongiungersi anche lui all’avanguardia.
Ferri ricaricò il lanciagranate e, per individuare meglio il bersaglio, si sporse oltre il parapetto. Savelli e Bassico lo coprirono con un fuoco infernale. Il caposquadra lanciò, colpendo in pieno la postazione di mitragliatrice, che cessò subito di sparare, ma dalla boscaglia partirono alcuni colpi di pistola che lo raggiunsero alla spalla destra. Ferri lanciò un grido soffocato e cadde a terra supino. Savelli, di scatto corse verso di lui, mentre Bassico lo copriva facendo fuoco all’impazzata.
Tebaldi prese alcune bombe a mano e le scagliò verso la pattuglia nord-vietnamita che, uscita dal nascondiglio, stava ritirandosi. Un paio di soldati caddero a terra dilaniati dalle schegge. Tebaldi avanzò imbracciando l’MK66 e vuotò il caricatore in direzione della boscaglia.
Poi cessò l’inseguimento e s’avvicinò a Ferri – Valerio, come stai?
– Mi hanno beccato alla spalla... Non è niente. – Strinse i denti.
Tebaldi gli aprì la camicia e vide che il proiettile era entrato nell’omero fuoriuscendo dalla schiena. Prese il kit di medicazione e tamponò le ferite con alcune compresse di cotone emostatico che fissò con del cerotto.
– Ce la fai a tirarti su?
– Sì, ce la posso fare...
– Appoggiati a me – disse Savelli, – ...forza che ce la facciamo! Mancano venti minuti all’appuntamento. Non dobbiamo mancarlo!
La squadra si mise in movimento in direzione del punto di prelievo. Tebaldi apriva la strada col mitragliatore in pugno, mentre gli altri circondavano Ferri per sostenerlo e difenderlo coi loro corpi.
Il punto di prelievo si trovava su di un pianoro di terra rossa che superava di pochi metri gli arbusti più alti della savana.
Corbo prese la radio: – Libellula 1 e 2 da Pescatore. Datemi roger se mi ricevete... Libellula 1 e 2 da Pescatore, datemi roger se mi ricevete...
– Pescatore da Libellula 1. Ti riceviamo chiaro e forte. Siamo a un chilometro ore 5 dal punto di prelievo...
Da un gruppo di alberi dalle chiome verde scuro spuntarono poco dopo le sagome filanti di due elicotteri Aermacchi Sparviero che atterrarono alzando una grande nube di polvere. I portelloni laterali si aprirono ed uscirono un paio di militi con i fasci littori appuntati sui baveri delle divise mimetiche, che si presero subito cura di Ferri.
In un attimo la squadra era a bordo degli elicotteri che, senza aver spento i motori, ripresero il volo diretti a Le My.
La città di Le My era sotto l’attacco della fanteria nord - vietnamita appoggiata da un reggimento di artiglieria che bersagliava le postazioni fortificate italiane disposte a difesa dell’eliporto.
I marines americani stavano tentando di spezzare l’accerchiamento con una manovra avvolgente che doveva portarli verso la camionabile, per tagliare la via di accesso ai rinforzi dell’Esercito Nord-Vietnamita che stavano affluendo nell’area con lo scopo di conquistare Le My e di stringere d’assedio la base di Da Nang.
Ma la resistenza del nemico era fortissima, nonostante i massicci bombardamenti aerei.
Libellula 1 e 2 atterrarono nel piccolo eliporto, sotto il fuoco dei mortai da 81 mm, mentre una squadriglia di sei cacciabombardieri Fiat G91 italiani con tre fasci stilizzati sotto le ali, sfrecciava nel cielo diretta a colpire le postazioni di artiglieria dell’ENV.
Di lì a poco le bombe al napalm lanciate dagli aviogetti deflagrarono con un grande boato, mentre l’orizzonte si riempiva di fuoco. La boscaglia intorno all’eliporto fu completamente incenerita. I mortai cessarono di sparare.
Un’ambulanza militare attendeva il caposquadra Ferri sul bordo dell’eliporto. Il giovane fu trasportato su di una lettiga e caricato in fretta nell’ambulanza che si diresse a tutta velocità verso l’ospedale da campo americano, dall’altra parte della città.
Tebaldi aiutò gli uomini a scaricare l’equipaggiamento dagli elicotteri e s’avviò verso il campo fortificato italiano.
Lungo il cammino ebbe la sensazione di essere osservato intensamente da qualcuno. Si guardò attorno allarmato... Un altro cecchino... no, sarebbe stato troppo! Poi udì una voce familiare chiamarlo per nome: – Romano...! Ehi, Romano!
Tebaldi si volse di scatto in direzione della voce. Quella voce... non era possibile! Non avrebbe mai potuto immaginare una cosa simile, oppure... doveva proprio immaginarsela: Giulia, era lei!
Giulia Flaviani la sua vecchia amica di corso alla Scuola Superiore di Telecomunicazioni presso il Comando Armi e Tattiche Speciali dell’OVRA a Fiume. Quante volte aveva ripensato a lei. Quante volte era stato assalito dal rammarico per una storia finita ancor prima di nascere...
Giulia era stata una delle prime donne arruolate nei corpi combattenti della Milizia e addirittura il primo ufficiale donna nominato in tutto l’Impero. Apparteneva ad una famiglia romana di antica nobiltà, che aveva ostacolato con ogni mezzo la vocazione per le armi della ragazza, fino a minacciare di diseredarla.
Alla fine c’era voluto l’intervento personale di Mussolini per convincere i genitori ad acconsentire.
Giulia, con grande volontà e determinazione, aveva superato brillantemente tutti i test di ammissione e aveva conseguito il grado di ufficiale, dopo un corso durissimo.
Ma, naturalmente, questo non poteva bastarle. Se aveva intrapreso la carriera delle armi, lo aveva fatto per combattere. E allora eccola lì in Vietnam, in pieno finimondo.
– Tu qui... e da quando?
Giulia s’irrigidì nel saluto romano: Capomanipolo Giulia Flaviani Morosini, agli ordini.
Tebaldi rispose al saluto sorridendo, s’avvicinò alla ragazza e la strinse in un abbraccio affettuoso.
– Non m’aspettavo proprio di vederti qui, in questo inferno.
– Sono arrivata da appena una settimana, destinata all’unità del console Lucio Tito Lattanzi... Dai fuochi d’artificio, pare che mi abbiano preparato una bella accoglienza! – Giulia liberò le chiome corvine dal basco d’ordinanza. – Be’, allora raccontami di te... so che sei qui da molto.
Tebaldi rimase lusingato dall’interesse dimostrato dalla ragazza nei suoi confronti –Sì, sono già due anni. Sono stato destinato al campo Gladio 7, ero in missione di recupero di un nostro pilota caduto alcuni chilometri da noi. Poi il campo è stato attaccato e noi siamo rimasti tagliati fuori.
– Lo so, c’è stato un attacco violentissimo, con molti morti e feriti, anche il tuo comandante, il console Gregori, è stato ferito gravemente.
– Il console Gregori... ferito? Che ne è di lui? Dove si trova adesso?
– L’hanno trasferito a Saigon... non so dirti altro.
Tebaldi ammutolì, e gli occhi s’imperlarono di lacrime. Giulia gli poggiò con dolcezza la mano sulla spalla.
– Vedrai che ce la farà. Stasera pregherò per lui – sussurrò la ragazza.
– Non basta pregare. Chissà quanti camerati avranno perso la vita. A che servono le mie preghiere?
– Servono a non dimenticarsi di quanti hanno lasciato questo mondo da eroi, per un ideale, per il nostro ideale.
Il volto di Giulia s’illuminò di un’aura che ne esaltava i lineamenti regolari. Forza e determinazione emanavano dalle pupille nere come perle rare.
– Vedi, noi siamo diversi dagli Americani. Loro sono stati mandati dal governo a combattere in questo luogo, per difendere degli interessi, che un vero soldato ha difficoltà a comprendere. Mi sono accorta che molti di essi non sanno neanche perché sono qui e maledicono questa guerra. Noi invece, Romano, siamo superiori a loro, perché siamo degli idealisti. Questo potrebbe far sorridere molti signori della stampa e della TV, ma noi in Vietnam difendiamo l’Occidente, allo stesso modo di tuo padre caduto da eroe alle porte di Mosca o dei legionari di Roma che si spinsero fino all’estremo Nord per sottomettere i barbari.
Noi non combattiamo contro qualcosa, ma per qualcosa: per affermare l’idea di Roma, la grandezza dell’Impero. Gli Americani non potranno mai vincere perché questo ideale non appartiene loro, ma appartiene solo alla nostra stirpe. Noi invece saremo sempre vincitori, anche se perderemo la vita, anche se le orde dei barbari ci travolgeranno. Perché l’Impero è eterno... sebbene non sempre si manifesti agli occhi della gente.
Tebaldi rimase turbato dall’ultima misteriosa affermazione. Che cosa intendeva dire Giulia? Che l’idea dell’Impero era un fatto trascendente? Oppure che l’Impero continuava ad operare nel mondo all’insaputa di tutti, attraverso i millenni?
La ragazza colse questo turbamento, ma non venne in suo aiuto, né Tebaldi tentò d’indagare oltre, perché comprese che si trattava di un segreto geloso, celato nel profondo del suo spirito. Si era manifestato solo per un attimo, imprevedibile e inafferrabile come il lampo di una meteora".
 
  L'AUTORE - Mario Farneti è nato a Gubbio, in Umbria, nel 1950. Giornalista professionista, saggista e documentarista, è laureato in scienze politiche. Nel 1989 e nel 1991 ha vinto il Premio J.R.R. Tolkien per la narrativa fantastica.