I balilla andarono a Salò
Carlo Mazzantini
Marsilio, pagg.184, Euro 7,00
 
IL LIBRO - Libro sulle vicende della guerra civile italiana tra 1943 e 1946 raccontate da chi si schierò dalla parte della Repubblica Sociale di Mussolini. Una lacuna della storiografia nazionale (oltre alle foibe) è il non ammettere un punto di vista diverso da quello dei partigiani, rossi o bianchi. Questo è il libro migliore che ho trovato per capire il punto di vista di chi in quegli anni stette dalla parte "sbagliata". È l'autobiografia di un italiano nato nel 1924. Quando, nel 1943, avvenne il crollo del fascismo l'autore aveva 19 anni ed aveva vissuto tutta la sua vita credendo nella forza del regime e nel mito di Mussolini. Furono lo choc per l'improvvisa perdita di tutti i punti di riferimento e il desiderio di salvare l'onore a spingerlo, minorenne, ad arruolarsi nell'esercito di Salò. (http://digilander.iol.it/imiani/Libro_del_mese/2000/Mazzantini.htm)

  DAL TESTO - "In realtà la crisi del luglio-settembre '43 si presentò in ben altro modo da quello accreditato dalla mitografia resistenziale, soprattutto di sinistra. Gli italiani nella stragrande maggioranza erano stati fascisti, avevano partecipato dei miti del fascismo, creduto nelle sue illusioni."
  ""Parlavo con i turisti che arrivavano in Italia e che mancavano da essa da dieci-dodici anni. Il cambiamento era enorme. Le ferrovie le migliori d'Europa, la miseria era diminuita, le strade pulite e con lunghi filari di alberi. Si stavano realizzando esperimenti per l'elettrificazione delle ferrovie. C'erano anche i nostri ingegneri giunti per imparare. Sulle Alpi i treni raggiungono già i cento chilometri l'ora. E delle loro imprese gli italiani si vantano di continuo. In genere si può dire che oggi non c'è al mondo un governo che possa andar fiero di se stesso quanto quello italiano". Sembrano le parole di un apologeta del fascismo e si tratta invece di un bolscevico che ha combattuto nella rivoluzione e poi nella guerra civile con l'armata a cavallo del generale Budiennji."
  "La guerra d'Etiopia ci coglie tra i nove e i tredici anni, nel cruciale momento del passaggio dall'infanzia all'adolescenza. L'età in cui si fanno le grandi scelte sentimentali che dureranno tutta la vita. In quella stagione l'Italia vive la sua grande kermesse eroica, una rumorosa, multicolore, esultante ubriacatura patriottica, il momento del consenso plebiscitario, in cui perfino vecchi oppositori come Benedetto Croce e Luigi Albertini donano alla "Patria immortale" le loro medagliette d'oro di senatori, da fondere sull'Altare della Patria insieme alle fedi nuziali di milioni di donne, prima fra tutte la regina Elena, e alla croce pastorale di monsignor Nasalli-Rocca arcivescovo di Bologna, al collare dell'Annunziata del principe ereditario. E' il momento in cui Vittorio Emanuele Orlando da Parigi scrive al capo del governo per mettersi a disposizione del paese."
  "Gaetano Tumiati, uno di quei ragazzi di allora, ha raccontato in un bellissimo libro autobiografico la storia emblematica, comune a tanti, della conversione al fascismo di un vecchio antifascista, suo padre, avvocato, giurista, professore universitario, uomo integerrimo e rispettato da tutti. Questo passaggio culmina proprio in quell'occasione in cui gli italiani trovano il loro più alto momento di coesione emozionale: "Nostro padre si alzò dalla poltrona e gravemente disse che era arrivato il momento dell'umiltà, tutti a Ferrara sapevano che lui in passato era stato contrario all'Uomo e al regime, e che anche negli ultimi anni, dopo aver preso la tessera, aveva mantenuto più di una riserva, ora però teneva a dichiarare lealmente di essersi sbagliato, con la vittoria in Africa e con la proclamazione dell'Impero, l'Uomo aveva dimostrato di avere ragione"."
  "Con chiarezza ricordo l'emozione sconvolgente provata in mezzo alla folla sterminata, pazza di entusiasmo, la sera che venne proclamata la fondazione dell'Impero. Ero un ragazzetto di undici anni, Roma era tutta in strada, famiglie intere, genitori e figli, brigate di coinquilini si avviavano verso piazza Venezia, vocianti, scambiandosi richiami e saluti da un marciapiede all'altro. I volti delle persone che mi circondavano in quella ressa, che si estendeva da via dell'Impero a corso Umberto a via del Plebiscito, illuminati da riflettori e torce, trasparivano una gioia esaltata, una volontà di stare insieme, una passione che ardeva e ci fondeva tutti. Si cantava, si gridava, musiche guerriere suonavano intorno. Noi fanciulli eravamo letteralmente travolti dal calore che si sprigionava da tutti quei corpi, quelle voci, quei gesti smisurati."
  "È in questo momento che i comunisti, sull'onda di quell'entusiasmo che sembra aver contagiato tutti, scrivono ai loro "fratelli in camicia nera" la lettera della riconciliazione firmata da tutto lo stato maggiore del partito comunista (62 dirigenti, da Togliatti a Di Vittorio, a Leo Valiani a Luigi Longo), nella quale dichiarano che "i comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di libertà".Giorgio Amendola scrive: "Le grandi collettività di emigrati negli Stati Uniti, nell'America Latina, in Africa (Tunisia) e negli stessi stati europei sostennero, invece, l'impresa etiopica e trassero dagli sviluppi vittoriosi della guerra motivo di orgoglio nazionale. Per la prima volta sembrava alla maggioranza degli emigrati che l'Italia fosse temuta e rispettata. Per lungo tempo offesi ed umiliati, gli emigrati guardarono al fascismo con ammirazione e gratitudine"."
  "Il maresciallo Pétain fu processato da un'alta corte di giustizia che rappresentava idealmente il popolo francese. Anche se egli sdegnosamente la rifiutò, gli fu concessa ampia facoltà di difesa. Alla Francia non fu sottratto il diritto di guardare in faccia quel periodo della sua storia e di farne i conti. Per Mussolini ciò non avvenne. Perché? Perché Pétain rappresentava solo un momento particolare della Francia, quello che segue la sconfitta del giugno '41, ben determinato nel tempo, nelle circostanze, e riguarda, per la collaborazione data ai tedeschi, una parte minoritaria di essa. Mussolini e il fascismo erano molto di più. Erano vent'anni di storia nazionale, di partecipazione, di entusiasmi, di collaborazioni, di consensi, di condivisioni di responsabilità, di onori e di profitti, di calcoli, di opportunismi, di doppigiochi.
  "[...] La posizione dell'Italia "cobelligerante", dell'Italia del CLN è ben diversa. Per gli alleati è un paese ex nemico che ha combattuto per tre anni a fianco della Germania e che, sconfitto, ha cambiato di campo e sta facendo di tutto per acquistare meriti e pagare il minor scotto possibile. E un'Italia che si rifà a un antifascismo esile come un filo di ragnatela, alla coerenza di un pugno di uomini coraggiosi e degni di fronte al quale sta la quasi totalitaria adesione al fascismo di tutta la nazione. Un processo a Mussolini non servirebbe altro che a mettere in luce tutto questo, a mostrare quanto profonde e vaste sono state le collusioni con il fascismo, quanto quelle collusioni sono state il "fascismo stesso" e di contro quanto fragili sono le radici su cui si pretende di fondare la nuova legittimità democratica. Servirebbe a smascherare la menzogna, il pactum mendacii dell'antifascismo, dal quale si costruirà il mito della Resistenza su cui si vuole edificare il nuovo stato. [...] Non si vuole che Mussolini parli. Non si vuole "il momento della verità", nel quale la nazione si trovi di fronte alla sua coscienza, alle sue complicità. Quale che sia il giudizio sui diritto dei vincitori di giudicare i vinti, a Norimberga i tedeschi ebbero l'opportunità - sia pur imposta dagli alleati - in un pubblico dibattito giudiziale, dove fu concessa agli accusati facoltà di discolpa e di difesa, di confrontarsi con il loro passato, con le atrocità commesse dal regime nazista e dalle sue armate, con le loro responsabilità, i coinvolgimenti, le omertà, le ipocrite cecità."

  L'AUTORE - Carlo Mazzantini è nato a Roma nel 1925. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 si unisce ai superstiti di un battaglione di Camicie nere e combatte in Valsesia. Catturato rischia la fucilazione ma è poi liberato. Havissuto a lungo all'estero insegnando nel liceo di Tangeri e all'Università irlandese di Galway. Con Marsilio ha pubblicato "A cercar la bella morte" (1995, nei Tascabili, alla quinta edizione), "Ognuno ha tanta storia" (2000), "Restano le nuvole" (2001), "Amor ch'al cor gentil" (2002), "L'ultimo repubblichino" (2005).

  INDICE DELL'OPERA - "Figli di stronzo" - Un'armata di ragazzini - Il crocevia - I balilla - I pharmakoi - La RSI non è continuazione del fascismo - Fosse anche la mia purché l'Italia viva - Guerra civile - Rifiuto della guerra civile - Mussolini testa dura quando cominci a far buriana - La rossa primavera