Io no. Memorie d'infanzia e gioventù

Joachim C. Fest
Garzanti Libri, pagg.378, Euro 18,60
 
IL LIBRO – «lo no» è l'autobiografia dell'infanzia e della gioventù di Joachim Fest, grande giornalista, grande storico, e prima di tutto grande scrittore. E' soprattutto la storia della sua formazione umana e morale - prima ancora che politica - ai tempi del Reich, mentre Adolf Hitler guidava la Germania: ecco allora il giovane Fest attraversare gli anni delle scuole e del servizio militare nella Luftwaffe, la prigionia in un campo di concentramento americano presso Parigi e i tentativi di fuga.
Da queste pagine emerge anche una Germania diversa dal cliché del paese totalmente asservito al Nazionalsocialismo: in particolare, una borghesia che riuscì a conservare una certa autonomia dal regime. L'espressione «lo no», ripresa dal Vangelo di Matteo, è quella con cui lo stesso padre di Fest, Johannes, uomo politico cattolico e democratico, protagonista di una coraggiosa fronda e perseguitato dai nazionalsocialisti, condensava la propria opposizione politica a un regime che molti osannavano. Joachim Fest amava definirsi un «conservatore liberale» che ha saputo rifiutare le seduzioni della propaganda, ma anche quelle dell'ideologia e dell'utopia. «lo no» è il suo romanzo di formazione. Offre un esempio di libertà e dignità, una lezione di autonomia intellettuale, la testimonianza di chi ha voluto guardare il mondo con i propri occhi anche sotto la dittatura, al di là di ogni facile generalizzazione.

DAL TESTO – “Alla fine degli anni Quaranta noi eravamo giovani, intraprendenti e, specialmente dopo le limitazioni del periodo nazista, portati a indulgere a qualche capriccio intellettuale. Contemporaneamente ci si chiedeva però capacità di comprensione, discernimento e ragionevolezza. Ne derivarono inevitabilmente scontri e frizioni. E intanto non c' era nessuno che fosse in grado di dare una risposta chiarificatrice e persuasiva alla domanda, solo in senso stretto storica, di come si fosse potuti arrivare a Hitler e a tutto ciò che Hitler aveva fatto. Le uniche cose certe erano che solo una minoranza aveva voluto davvero la guerra o andare a colonizzare la Russia fino agli Urali, e che nessuno aveva particolarmente ambito a difendere le alture del Caucaso contro le popolazioni musulmane di montagna che ci abitavano. Anche la cieca fede in una razza nordica aveva avuto solo un minimo seguito. Non erano state, nel complesso, le prospettive e i programmi grandiosi quelli che avevano portato Hitler al potere; determinanti erano state semmai le esperienze direttamente vissute, fra le quali andavano annoverate l'inflazione e la crisi economica mondiale assieme al crollo di quel ceto medio che aveva tradizionalmente sorretto e puntellato lo Stato. Chiunque fosse stato colpito da queste tribolazioni aveva da allora temuto di precipitare ancora di più nel baratro. Si erano poi aggiunte le lacerazioni ideologiche anche all'interno dell'apparato statale e la tendenza dell'epoca, di per sé orientata verso sistemi totalitari o quanto meno dittatoriali, specialmente se c'era un demagogo e regista degli stati d'animo come Hitler a esaltarli belli e grandiosi. Vasti anche se volubili strati della popolazione, sicuramente inclini alla Repubblica, si erano non solo convinti di essere minacciati dai radicali di destra o di sinistra, ma anche sempre di più arresi all'idea che fosse niente di meno che il cosiddetto spirito del tempo a giocare contro di loro. E con Hegel nel bagaglio era una considerazione che veniva ancor più spontanea. Eppure ci si chiede oggi ancora come le cause citate poterono privare del senno politico un popolo dalle antiche tradizioni culturali come quello tedesco. Come tutte le garanzie dello Stato di diritto poterono essere tenute talmente in nullo conto, senza incontrare alcuna resistenza, da parte dei capi del movimento nazionalsocialista? Come fu possibile che una nazione così amante dell'ordine si adattasse a tanto arbitrio? Una volta sentii mio padre dire che i tedeschi non erano più tedeschi: «Hanno smarrito la loro passione per la razionalità e scoperto la loro predilezione per il primitivo. Il loro modello non è più il tipo dell'erudito pensoso del XIX secolo. Lo è stato per molto tempo. Oggi lo è semmai il guerriero tribale che danza attorno a un palo ed esibisce al capotribù il muso dipinto. Ecco che fine ha fatto il popolo di Goethe!». La spiegazione più logica dell'ascesa del nazionalsocialismo sta nel fatto che, come tutti i raggruppamenti predisposti alla violenza e al facile profitto, esso attirò gli opportunisti. Lo dimostrano sia il frenetico precipitarsi di centinaia di migliaia di elettori a votare a suo favore in occasione delle elezioni della primavera del 1933, sia la quasi totale scomparsa del partito nel 1945. Nessuno volle più aver aderito a una causa senza successo. Per anni si era finto di non vedere i misfatti del regime e si era supinamente assecondata la volontà del potente: a cominciare dagli alti burocrati ministeriali, dagli imprenditori, dai generali. Ognuno aveva trovato il suo modo di ignorare ciò che stava accadendo. E sotto questo profilo costituirà per sempre un'eccezione un'uscita dell'attrice Adele Sandrock. Quando Hitler, nel corso di un «tè per signore» offerto nella cancelleria del Reich, si abbandonò a un'invettiva contro gli ebrei, lei lo interruppe così: «Mio Führer! In mia presenza, la prego, nessuna parola contro gli ebrei! Sono stati per tutta la mia vita i miei amanti migliori!». Ma si trattava di un semplice aneddoto che ci si raccontava quasi di nascosto. Di fatto, poi, ci si infilava il distintivo del partito all'occhiello e ci si avviava per partecipare al giubilo generale. Per poi, dopo il 1945, negare e rinnegare tutto. Il comportamento seguito dai tedeschi nei primi anni del dopoguerra è stato a posteriori definito un «contagioso e dilagante mettere a tacere» non paragonabile a una semplice forma di rimozione. Il disinganno, la vergogna e l'ostinazione vi si mescolarono piuttosto in un difficilmente penetrabile complesso di rifiuto della colpa. Al quale si aggiunse la tendenza a costruirsi, a posteriori, ruoli eroici. Alcuni inventarono attività di resistenza che non avevano mai svolto, altri si abbandonarono, nel gioco della contrizione, alla ricerca di un posto bene in vista sulla panca dell'autoaccusa. E in tutto questo corale lamento essi sembrarono contemporaneamente pronti a rinnegare chiunque non si comportasse come loro e non continuasse, come loro, a battersi il petto. Quando Günter Grass o uno degli altri innumerevoli autoaccusatori dichiaravano il loro senso di vergogna, non intendevano rimandare a una qualche colpa propria, ma ai molti motivi per cui dovevano vergognarsi tutti gli altri. Per disdoro suo e di tutti noi - pensavano - la massa non era tuttavia disposta a farlo. Essi stessi però, per il sol fatto di ammettere la loro vergogna, si sentivano esentati da ogni rimprovero. Nel complesso, quello al quale io assistetti fu il crollo del mondo borghese. La sua fine era nell'aria ancor prima che Hitler comparisse sulla scena. Quelle che superarono integre la sua dominazione furono esclusivamente alcune singole persone dotate di carattere, e quindi non classi, gruppi o ideologie. Troppe forze sociali avevano partecipato alla disgregazione di quel mondo: la destra politica esattamente come la sinistra, l'arte, la letteratura, il movimento giovanile e altri ancora. Hitler in fondo si limitò a spazzare via gli avanzi.”

L’AUTORE – Joachim Fest è nato a Berlino nel 1926. Studioso del Reich e biografo di Hitler, è stato a lungo direttore editoriale della «Frankfürter Allgemeine». Per Garzanti ha pubblicato “La libertà difficile” (1992), “Il sogno distrutto” (1996), “Obiettivo Hitler” (1996), “Speer” (2000), e riproposto con una nuova prefazione la monumentale biografia di Hitler (1999).

INDICE DELL’OPERA – Introduzione - 1. Come tutto si combinò - 2. Il crollo del mondo - 3. Anche se tutti lo fanno... - 4. Bando ai sentimentalismi! - 5. Congedi - 6. Mondi estranei - 7. Amici e nemici - 8. Del vivere e del morire del soldato - 9. La fuga - 10. Non ancora a casa - 11. Riconsiderazione e qualche anticipazione - Ultima considerazione