FILOSOFIA
L'autore della «Volontà di potenza» e del concetto di Superuomo ha fatto da battistrada agli ideologi contemporanei

Nietzsche, profeta dell'eugenetica

Di Andrea Galli
È Friedrich Nietzsche il profeta della genetica del nuovo millennio? È il visionario di Sils Marie l'ispiratore di un'eugenetica «liberale» che secondo molti è in nuce, come rischio, nello sviluppo impetuoso delle biotecnologie? La domanda non è peregrina. Il profilo baffuto dell'autore della Volontà di potenza aleggia sulle discussioni bioetiche degli ultimi anni. Non è solo Francis Fukuyama ad averlo richiamato nel suo Our posthuman future, studio sulle conseguenze della «rivoluzione biotecnologica». Non sono solo esponenti del movimento transumanista, il network fautore di un superamento dei limiti dell'umano per mezzo di ingegneria genetica, neuroscienze e nanotecnologie - oggi raccolto in gran parte attorno alla World Transhumanist Association, fondata all'Università di Oxford nel 1998 da Nick Bostrom e David Pearce - a riportare in auge il binomio Nietzsche-eugenetica. È anche, per esempio, uno dei filosofi più noti oggi in Germania, Peter Sloterdijk, ad aver auspicato un recupero di Nietzsche ed eugenetica associati. Sostenitore dell'irrimediabile fallimento dell'umanesimo antico e moderno, Sloterdijk scatenò nel 1999 un vero putiferio parlando dell'ingegneria genetica e dell'uso di «tecniche antropiche» come vie affidabili per il reale perfezionamento dell'uomo. E interpretando il racconto dello Zarathustra nietzscheano come anticipazione di una nuova epoca «in cui gli uomini finiranno sempre più sul lato attivo o passivo della selezione», sottinteso genetica. Il riferimento a Nietzsche da parte dei ripropositori moderni dell'eugenetica non è però una novità. Sembra più un ritorno alle origini. «A Francis Galton l'onore di aver fondato la scienza dell'eugenetica, a Friedrich Nietzsche l'onore di aver fondato la religione dell'eugenetica» scriveva nel 1909, sulla «Eugenics Review», la rivista apripista in Occidente della nuova «scienza» antropologica, Maximilian Mügge, illustre divulgatore di Nietzsche sul suolo britannico. Specificando che «giunta a termine la fase di transizione ed essendosi l'uomo, alla fine, evoluto dall'animale, il sogno del Superuomo assume oggi un'incarnazione nella religione eugenetica di Nietzsche». Mügge, intellettuale reazionario, assieme a personalità del socialismo fabiano come Havelock Ellis e George Bernard Shaw, fu tra i promotori di un abbinamento tra genealogia della morale e selezione della razza. Con un riscontro di tutto rispetto: fu lo stesso Francis Galton - cugino di Darwin e unanimemente riconosciuto come fondatore dell'eugenetica moderna - ormai anziano, a far arrivare allo scrittore il suo apprezzamento, ricambiando l'apologia che Mügge aveva fatto di Galton nel suo Friedrich Nietzsche: his life and work. Non erano solo personalità in vista come Mügge, Shaw e altri a rifarsi a Nietzsche. Come ha dimostrato con acribia lo storico inglese Dan Stone, nel suo recente Breeding Superman: Nietzsche Eugenics and Race, tutti o quasi i pionieri dell'eugenetica britannica trassero ispirazione da o si confrontarono con il pensatore tedesco. «Solo il nietzcheanesimo ci può condurre fuori da questa "empasse"» scriveva nel 1913 Paul Cohn, collaboratore di Oscar Levy, editore in Gran Bretagna della prima edizione completa delle opere di Nietzsche. «Un sano sistema eugenetico prevarrà, libero da quel falso umanesimo che è più devastante per l'umanità di tutte le invasioni dei tartari, e da quelle false teorie eugenetiche che preservano le persone sbagliate. La scienza, invece di supportare un sistema etico superato, sarà volta al servizio di un Superuomo. Così saranno sviluppati veri leader nietzscheani, con corpo, volontà e intelletto forti e bellissimi». Un altro membro della Eugenics Society, Claude Mullins, scriveva sempre nel '13: «Una carità miope, da parte dei privati e dello Stato, sta producendo grandi danni incoraggiando la riproduzione del debole ... Non desta sorprese, perciò, trovare moltissimi eugenisti che si dissociano da questo codice morale, che credono ispirato alla religi one cristiana. Consciamente o inconsciamente sono spinti sulle posizioni di Nietzsche, a cui il cristianesimo sembrava una glorificazione e un incoraggiamento del debole nella razza umana... mentre l'ideale affermato da Nietzsche era senza dubbio un ideale eugenetico». Un ambito, quello del rapporto fra Nietzsche e la formazione del movimento eugenetico britannico, la culla dell'eugenismo novecentesco, che è rimasto relativamente in ombra. Ma che meriterebbe una certa attenzione, anche perché in grado di offrire spunti interessanti per il presente. Come questo offerto da Anthony Mario Ludovici, già segretario dello scultore August Rodin, filosofo e sociologo, uno dei principali alfieri di Nietzsche nell'Inghilterra di inizio '900. Nel 1928, in uno scambio epistolare con Carlos Paton Blacker, della Eugenics Society, Ludovici richiamava il collega alla necessità di legalizzare l'infanticidio selettivo. Blacker lo tranquillizzava, con i progressi della tecnica si sarebbe arrivati a una selezione più efficace e meno traumatica: quella prenatale.
Avvenire 21 settembre 2005

 
   
 
Jesse, l’uomo bionico sognato da Marinetti
di Adriano Scianca

   Forse non ce ne siamo accorti, ma quando qualche giorno fa Jesse e Claudia si sono stretti la mano la storia, in qualche modo, ha compiuto un sommovimento epocale. Eppure Jesse e Claudia non sono grandi politici, big della finanza o capi guerriglieri: lui è un ex elettricista, lei un ex soldatessa. Solo – ed è questo il punto – tanto a Jesse che a Claudia sono state amputate le braccia. Gli arti con cui i due si sono scambiati il gesto di intesa sono in tutto e per tutto artificiali. Delle braccia bioniche.

   Jesse e Claudia, infatti, sono rispettivamente il primo uomo e la prima donna ad aver sperimentato su se stessi la rivoluzionaria tecnologia del dottor Todd Kuiken del Rehabilitation Institute di Chicago. Lui, 59 anni, era un elettricista del Tennessee. Nel 2001, in seguito ad una gravissima ustione i medici hanno dovuto amputargli entrambe le braccia fino alla spalla. Lei, 26 anni, è un'ex marine che ha perso il braccio sinistro dopo una caduta dalla motocicletta in Arkansas. I loro nuovi arti rispondono direttamente agli stimoli del cervello, dando la possibilità di eseguire quattro movimenti (contro i ventidue di un braccio naturale). Presto però, assicura Kuiken, le prestazioni miglioreranno e l’interazione braccio-mente diventerà anche biunivoca, permettendo ai due possessori delle protesi di percepire la sensazione del tatto.

   Storie come queste hanno se non altro il pregio di non lasciare indifferenti. E di metterci di fronte a quesiti fondamentali: quanto puoi aggiungere di meccanico ad un uomo per chiamarlo ancora “uomo”? A pensarci bene un brivido corre lungo la schiena e le gambe tremano. Sappiamo la risposta? Meglio: siamo pronti per essa?

   In verità, la nostra mente snervata da troppa televisione non ha difficoltà a rintracciare riferimenti utili per inquadrare l’episodio: come non pensare, ad esempio, alla serie televisiva americana degli anni Settanta “The Six Million Dollar Man” ed alla faccia inespressiva del colonnello Steve Austin, alias Lee Majors. Oppure, per avvicinarci ai giorni nostri, torna alla mente il ferocissimo golem redivivo nel cyborg palestrato del primo e più riuscito Terminator. Due modi opposti di raccontare l’interazione uomo-macchina, forse uniti sotterraneamente da un’ispirazione buonista e politicamente corretta, se è vero che in entrambi i casi è comunque la placida esistenza dell’americano medio che trionfa, indipendentemente dal fatto che ciò avvenga grazie alla tecnica o contro di essa.

   Tutt’altre atmosfere le ritroviamo piuttosto in Blade Runner, l’insuperato cultmovie fantascientifico di Ridley Scott. Il fascino faustiano del replicante Roy Batty, interpretato magistralmente da Rutger Hauer, dischiude veramente un modo nuovo di rapportarci alla tecnica e al nostro destino che con essa viene perennemente rimesso in gioco. Immerso in un’umanità globalizzata, alienata e decadente, il replicante assume qui le sembianze dell’unico essere autenticamente umano. Tutti presi a campare squallidamente alla giornata nelle loro brulicanti metropoli, gli uomini non vivono più appieno le proprie esistenze, sono ormai solo i replicanti ad andare alla ricerca di un senso, di un destino, di un bagliore eroico, di un istinto di libertà. Figure europee, troppo europee, i replicanti incarnano il sogno tragico ed omerico di un’esistenza breve – forzatamente, nel loro caso di macchine a morte programmata – ma carico di senso. Loro “hanno visto cose che noi umani non possiamo neanche immaginare”.

   Certo, il goffo e primitivo braccio bionico di Claudia Mitchel sta alle mirabolanti evoluzioni dei replicanti di Ridley Scott più o meno come la locomotiva del celebre cortometraggio naif dei fratelli Lumiére sta agli effetti speciali di Matrix. Del resto da qualche parte si deve pur cominciare e se la fantascienza ha un senso, questo è senz’altro dato dalla capacità di immaginare, attingendo magari a valori ancestrali ed arcaici, il futuro che la scienza tenta prosaicamente di mettere insieme passo dopo passo.

   Ma se è di “anticipazione” e di messa in forma mitica degli algidi algoritmi bioingegneristici che si sta parlando, allora la palma della provocazione più visionaria e precoce va, più che a Ridley Scott, a Filippo Tommaso Marinetti. Ed in effetti è proprio il genio futurista quello che prima e meglio ha sondato i fondali inesplorati della modernità, scorgendovi, inespresse, le possibilità del mito. In un incredibile saggio del 1910 su “L’Uomo Moltiplicato ed il Regno della Macchina”, ad esempio, gran parte delle problematiche biopolitiche attuali sono anticipate con lucidità sorprendente. “Bisogna preparare”, dice Marinetti, “l’imminente e inevitabile identificazione dell’uomo col motore, facilitando e perfezionando uno scambio incessante di intuizione, di ritmo, d’istinto e di disciplina metallica”; “Noi crediamo alla possibilità di un numero incalcolabile di trasformazioni umane e dichiariamo senza sorridere che nella carne dell’uomo dormono le ali”. Il risultato di un simile sforzo demiurgico e sovrumano dovrà essere l’Uomo Moltiplicato, il “tipo non umano e meccanico” che “non conoscerà la tragedia della vecchiaia”.

   Merita di essere sottolineato il fatto che tali parole assolutamente profetiche, oltre che essere in siderale anticipo rispetto alle suggestioni cyberpunk di fine novecento ed alle problematiche transumaniste del nuovo millennio, abbiano addirittura anticipato quella Grande Guerra pure così determinante nell’avvicinare uomini come Jünger alla questione della tecnica moderna e della sua capacità di “mobilitazione totale”. Il che testimonia una volta di più l’originalità e l’attualità di certe correnti d’avanguardia troppo sbrigativamente accantonate per far posto a postmodernismi modaioli che hanno detto, dopo e peggio, le stesse cose. Chissà che invece non sia proprio grazie a Marinetti e ai futuristi che in un domani ormai prossimo venturo non si possa andare alla ricerca del nostro destino “al largo dei bastioni di Orione”.
Il Secolo d'Italia, 24 settembre 2006

 
   
 

Gli stracci di Napoli
di Marcello Veneziani

Non vi mettete scuorno, napoletani e affini, ma l'Espresso e Santoro hanno ragione: Napoli è veramente una città impossibile, insopportabile, malata. Mancavano i duemila delinquenti liberati solo a Napoli e dintorni dall'indultaccio per darle la mazzata finale. Ora la delinquenza galoppa con il plauso della gente e don Clemente Mastella con il suo vice Manconi hanno voglia a dire che l'indulto non c'entra: mentre lo ripetevano, venivano acchiappati a Napoli quattro delinquenti che avevano ucciso per rapina e tre di loro erano usciti freschi freschi dal carcere, grazie all'indulto. Ma non è solo questione di indulto, ne convengo. Il problema è Napoli. Che è davvero una brutta chiavica, per dirla in linguaggio indigeno. Lo dico con dolore perché non sono padano né di nascita né di elezione, sono un meridionale fiero di esserlo, figlio di due persone che fecero l'Università a Napoli e conservarono nel tempo un dolcissimo ricordo, amico di tanti cari napoletani a cui voglio bene. Ma Napoli non si regge, non si sopporta. E non lo dico per tirare acqua al mulino della politica; arrivo a dire che la Russo Iervolino non può sedersi sul banco degli accusati, ha colpe secondarie, e Bassolino ha sicuramente grosse responsabilità ma non può essere il capro espiatorio per la città. Si era illuso, come Veltroni, che basta curare l'immagine per curare la sostanza; e ora l'immagine di Napoli ridotta a un cassonetto fa schifo. Chi d'immagine colpisce d'immagine patisce. Ma non è questione di sinistra, credetemi. E questo lo dico anche ai compagni tutti, che per anni, forse per secoli, hanno scaricato i guai di Napoli sull'indole monarchica e lazzarona, borbonica e fascistioide; Napoli, dicevano, non si salverà finché crederà in San Gennaro, nei Borboni, in Lauro, in Almirante, nei Gava, nei vecchi marpioni democristiani e alleati. E invece ora che se ne sono tutti andati e a governare la città, la Provincia, la Regione ci sono lorsignori di sinistra, e da parecchi anni, Napoli si è ridotta ad una latrina. Andate per le strade dove trabocca l'immondizia, per i quartieri dove regna il casino e il rumore, per le piazze e i vicoli dove comanda la guapparia e dilaga la furbizia truffaldina. No, Napoli non si sopporta. Prendete la delinquenza; scippi e furti avvengono pure a Catania e Bari. Qui non solo avvengono a migliaia, ma quel che è peggio è il clima favorevole allo scippo e al furto. Altrove i delinquenti fanno i loro crimini, ma solo a Napoli, ogni volta, la gente si schiera contro le vittime e fa muro e tifo a favore dei criminali. Se ti hanno scippato non solo non ti aiutano ma ti menano quasi, e comunque proteggono subito il malavitoso dall'intrusione della polizia, corpo estraneo e ostile all'habitat camorrista.

Tassisti imbroglioni
Non si può stare in una città dove appe-na metti piede ti vogliono fregare in tutti i modi; capita anche a me che non sono turista americano, ho tratti somatici del posto e conosco bene Napoli, ci vado tante volte. Ma non si può andare in una città dove i tassisti ti fregano sistematicamente, i giornalai ti vendono (come è capitato a me mentre mi imbarcavo) i giornali del giorno precedente avvolti in un quotidiano fresco di giornata, dove cercano di fregarti la borsa e l'orologio se sei in cabrio, dove ti chiedono soldi anche se hai chiesto solo un'indicazione, dove il semaforo rosso non è nemmeno un consiglio, come in molte parti del Centro-Sud, ma un obbligo di violazione perche se ti fermi ti suonano e rischi pure di essere tamponato dal pirata di dietro. Dove in ospedale il medico dice di far presto l'operazione perche’ non vuole perdere l'aliscafo per Capri. Dove al ristorante si distraggono e ti affibbiano nel conto un pesce mai mangiato e dove un parcheggiatore abusivo si becca i soldi per fingere di farti parcheggiare e sparisce subito dopo. A Napoli mi è capitato, prima dell' 11 settembre, persino di atterrare a Capodichino e restare un' ora in aereo perche un enorme aereo marrone, la gigantografia di una sfogliatella, privo di segni di nazionalità e anonirmo, senza segni particolari, aveva abusivamente occupato il parcheggio destinato al nostro super80 di linea e nessuno sapeva come fare per rimuoverlo (parcheggiatori abusivi pure là?). Il peggio, mi duole dirlo, sono i tassisti. Ho beccato alcuni che avevano ancora il tassametro in lire e lo traducevano in euro, ventimilalire=venti euro; altri che prendevano altre persone per altre destinazioni, ma poi pretendevano che ognuno pagasse per intero la corsa; giri oziosi e strade volutamente intasate e poi quando glielo fai notare guida da vomito per simulazione di velocità. Un tassista viaggiava sistematicamente col cognato, un altro appena entri ti dice che non ti vuoi fregare e poi ti frega (excusatio non petita...). Ma soprattutto non paghi mai quel che appare sul tassametro, quando si ricordano di farlo funzionare. La prassi è farti prima uscire dal taxi con la scusa di aprirti la portiera o prenderti la valigia e poi arrotondare pazzamente approfittando che non è a vista il tassametro. Le ultime tre volte che sono stato per tre corse di 7, 8, e 6 euro e mezzo mi hanno sempre rigorosamente fatto pagare dieci e una volta persino quindici euro, tentando di farmi pagare due volte il festivo e quasi sempre raddoppiandomi il prezzo per un minibagaglio.
Insomma, che vuoi fare in una città del genere? Bombardarla, invocare il Vesuvio? No, meglio scansarla. Il tutto è bagnato nell'indolenza, nell' accidia.. Se lo dici si mettono scuorno, si coalizzano contro, la Russo Iervolino arriva a chedere a Santoro e alla Rai i danni. E a noi che passiamo per Napoli e becchiamo queste fregature chi ci risarcisce? Ragazzi, non vengo dalla Svizzera e non ho le mie fisime di precisino, vengo da Roma che quanto a casini, indolenza e fregature non scherza; ma sembra Lugano quando torni da Napoli. Per riassumere: Napoli è un carciofo infernale: nel suo cuore c'è la delinquenza, avvolta nella complicità, a sua volta avvolta nella truffa diffusa e nel raggiro, avvolta nell'indolenza e nel non fare. Le spiegazioni sono tante, storiche e sociali, caratteriali ed economiche, ma ve le risparmio. Escludo però che siano simili a quelle di altre città. Escludo la ragione politica: non è questione di destra e di sinistra. Ed escludo la ragione globale: Napoli non vive male a causa degli immigrati, è l'unica' metropoli italiana abitata da indigeni veraci, al più affluiti dalla provincia (che è perfino peggio di Napoli). A Roma come a Torino o a Milano è raro trovare cittadini con i quattro quarti di romanità, torinesità, milanesità; qui è raro l'inverso. Niente meticci, solo figli e'ndrocchia. I pochi si-gnori sono veramente signori. Per carità sono simpatici, spiritosi e intelligenti, le femmine sono squisiti babà e attraenti pastiere, i restanti sono piezz e' core, ma...

Il ruolo di sole e mare
E allora? Vi do una ragione eco-psichica, etico-estetica: la Bellezza abbrutisce. Non sono assuto pazzo, come dicite vuie. Mi sono convinto che i popoli, gli individui, i luoghi, dotati di bellezza naturale, non siano portati alla fatica, al duro esercizio di guadagnarsi la vita, credono che tutto sia dovuto e piova dal cielo. Così evitano il lavoro, si atrofizzano gli arti, si limitano a diventare depliant di se stessi e della bellezza circostante, si fanno ciarlieri e civettuoli, riducono tutto a una questione di occhio e malocchio. Disabituati al lavoro, vivono gratis a forza d'inerzia, si sentono sempre in discesa e hanno spento il motore, vanno a folle, e si sentono giustificati a cercare tutte le scorciatoie. Sì, ragazzi la bellezza alla lunga abbrutisce, e infine volge essa stessa al brutto. Perche Napoli è bella, il sole e il mare qui sono protagonisti e non comparse, il verde canta e i frutti sono generosi, le isole vicine sono pezzi di paradiso gestiti da marpioni infernali. Vedi Napoli e poi muori? Allora a non vederla ti allunghi la vita.
Libero, 26 settembre 2006 pagina 1 e 11

 
     
     
   
 

Il ruolo dei genitori

Le sassaiole e le risse tra ragazzi esistono da sempre, ma una volta non si chiamavano «bullismo ». Irremovibili nel condannarle, genitori e insegnanti le inscrivevano nell’ambito della maleducazione, del sopruso, della violenza. Con la parola «bullismo » le abbiamo rese un reato privilegiato, facile da convertire in ragazzata, scherzo, gioco. Alle medie anch’io ne sono stata vittima e per tutta risposta i genitori dei bulli si beavano della vivacità dei loro figli e un’insegnante mi invitava a prendere la situazione «con ironia». Nel libro «Cuore» un padre costringe suo figlio a umiliarsi davanti alla classe e al maestro con parole di scusa verso un compagno offeso e il maestro commenta: «Ricordatevi che questa è la più bella lezione dell’anno ». Lo sarebbe anche oggi, se qualche padre ne fosse ancora capace!

Elena Venco
Corriere della sera, 15 ottobre 2006 (Lettere al Corriere - Sergio Romano)

 
     
     
   
 
L'appello degli afroamericani. Basta con la parola “nigger”: “Non usiamola più neanche noi”
Il reverendo Jesse Jackson e altri leader protestano per gli insulti del comico Richard a due giovani neri.

NEW YORK - L'appello lanciato dai più importanti leader afroamericani al mondo dello spettacolo non poteva essere più accorato. «Invitiamo studi cinematografici, network tv e industria discografica a mettere per sempre al bando la parola che inizia per N, laido residuo di un'altra era», hanno chiesto in coro la deputata afroamericana Maxine Waters e il Reverendo Jesse Jackson, entrambi fari spirituali dell'America nera.
La parola in questione, l'impronunciabile N-word che nessuno dei due ha avuto il coraggio di emettere per esteso è nigger. «Un termine che all'origine era una semplice variante di negro - recita l'ultima edizione del Dizionario Webster - ma adesso è accettabile solo nel black-English, l'inglese parlato dai neri. Altrimenti è generalmente tabù a causa del suo retaggio di odio razziale. Viene usata dauna minoranza bianca come epiteto malvagiamente ostile».
«Vogliamo fare un regalo di Natale ai nostri antenati - ha detto il reverendo Jackson - scegliamo la dignità al posto della degradazione». «Che siate bianchi o neri, giovani o vecchi, non usate la parola che inizia con N», gli fa fatto eco la Waters. Anche se il bersaglio della loro crociata sono soprattutto i giovanissimi afroamericani (gli unici, ormai, ad abusare di un termine inflazionato nella cultura nera rap e hip-hop) è stato un attore bianco a scatenare il dibattito che da giorni appassiona l'America.
Tutto inizia lo scorso 17 novembre, quando, durante uno show di cabaret dal vivo nel locale Laugh Factory di West Hollywood, il comico Michael Richards (il Kramer della celeberrima sitcom di culto Seinfeld) inveisce contro due giovani afroamericani che avevano interrotto il suo numero, definendolo «per nulla divertente». «Cinquanta anni fa vi avremmo appeso a testa in giù ad un albero con un forcone nel sedere», ha ringhiato gesticolando come un forsennato Richards, che ha esortato la maschera a «buttarli fuori» perche «sono dei fottuti nigger, nigger, nigger, nigger, nigger». Oltre a lasciare il pubblico esterrefatto, l'odiosa scenetta è stata immortalata da un video telefonino e subito trasmessa sul sito Internet www.tmz.com e poi rilanciata da innumerevoli blog, canali tv e da tutti i quotidiani e settimanali del Paese.
Il putiferio generato dall'incidente ha indotto i due leader neri a chiedere il bando ufficiale e definitivo di una parola che nei neri anziani evoca scene strazianti e in fondo abbastanza recenti di linciaggi, roghi alle chiese, scuole separate e cavalieri bianchi incappucciati. Ma che per i loro nipotini significa qualcosa di completamente diverso. «Il termine viene usato dai giovani neri come simbolo di solidarietà, appartenenza e potere, non di insulto», spiega il professore Randall Kennedy, docente ad Harvard e nero, nonchè autore del libro Nigger: la strana carriera di una parola problematica. Joe Hicks, vicepresidente della organizzazione per i diritti civili Community Advocates Inc., anche lui afroamericano, è ancora più caustico. «Questa iniziativa è stupida e scandalosa - tuona - i nostri leader peccano d'opportunismo razziale: cercano di alterare il corso della cultura urbana contemporanea, mettendo al bando una parola usata solo dalla nostra comunità».
La maggior parte degli artisti neri rap e hip-hop non si sono ancora pronunciati, anche se il Los Angeles Times dubita che siano disposti ad assecondare un'idea che sa molto di censura «politically correct». L'unico afroamericano a scendere in campo per difendere il bando è il comico Paul Mooney, che fino a ieri apriva il suo show vantandosi di «pronunciare la parola-N cento volte ogni mattina, perche rende più bianchi i miei denti», «Ho usato e abusato questa parola - confessa ora Mooney - Ma il razzista Richards mi ha del tutto curato». E Jaime Masada, proprietario ispanico del famigerato Laugh Factory ha annunciato che il suo «sarà il primo club al mondo a bandire la parola-N e ogni altro epiteto razzista».
Corriere della sera, 29 novembre 2006 pagina 16

 
   
 

Genetica, educabilità e differenze fra le popolazioni

Di Arthur R. Jensen
l'Uomo libero - Numero 8 del 01/10/1981

Lo studio delle differenze di “inclinazioni” e “capacità attitudinali” fra i diversi gruppi e sottogruppi razziali, è rimasto fino ad oggi uno studio essen zialmente «descrittivo». Non va infatti dimenticato che sono puramente descrittive le stesse correlazioni fra «attitudini» da una parte e fattori ambientali - o «culturali» - dall'altra, come lo sono del resto le «medie» e le «varianti» delle diverse popolazioni. Le conclusioni relative alle cause delle differenze di «attitudini» fra le diverse popolazioni, non possono emergere che dalla ana lisi genetica del comportamento e della sua verifica sperimentale. Le specifiche ipotesi e gli specifici metodi genetici-sperimentali più idonei a questa verifica, possono comunque differire notevolmente a seconda dei gruppi e dei «tratti» comportamentali che si pongono a confronto.
Credo utile operare una distinzione fra gli studi inter-culturali da una parte, e gli studi sulle «differenze attitudinali» delle diverse sotto-popolazioni nell'ambito della stessa cultura, dall'altra. Ciò potrebbe configurarsi come un arbi traria «divisione» di una «variabile continua», e tuttavia - quantomeno agli estremi - la distinzione è di per sé evidente. Studiare le differenze di attitudini esistenti fra Esquimesi ed Aborigeni australiani, significa chiaramente svolgere una ricerca inter-culturale; mentre lo studiare le differenze attitudinali fra bam bini bianchi e negri che sono nati nella stessa città, frequentano la stessa scuola, seguono gli stessi programmi televisivi, parlano la stessa lingua, comprano negli stessi negozi, lo significa evidentemente assai meno.
In questa esposizione, non tratteremo delle ricerche inter-culturali propriamente dette, ma semplicemente delle differenze medie fra i due maggiori sotto-gruppi degli Stati Uniti: i bianchi e i negri. Precisiamo subito che né l'uno né l'altro di questi due gruppi può essere considerato omogeneo. In ogni gruppo razziale, del resto, esistono rilevanti dif ferenze connesse a classe zona di residenza sociale, «fascia» culturale, ecc. I negri americani, inoltre, rappresentano di per sé una popolazione «mista», che possiede - nella media - una percentuale di geni caucasoidi (ossia «bianchi») del 20-30%. Vi sono aree dove tale componente genetica «bian ca» è inferiore al 10%, mentre in altre essa è assai superiore al 30%.
Ora, nell'insieme, l'«educabilità» media dei negri americani si situa al di sotto dei valori medi di «educabilità» di qualsiasi altro sottogruppo o minoran za etnico-culturale: Asiatici, Messicani, Pellerossa o Portoricani che siano. Per quanto tutti questi altri «gruppi» presentino inadeguatezze culturali e linguistiche tutt'altro che indifferenti, includendo, essi, elementi di recente im migrazione. tuttavia nessun gruppo pone, nell'ambito del sistema scolastico pubblico, un problema del peso e della rilevanza di quello posto dalla popola zione negra. In fondo, i problemi di «educabilità scolastica» di talune mino ranze sono essenzialmente riconducibili al problema linguistico, ed il miglioramento del loro rendimento scolastico va di pari passo coi loro progressi nell'ap prendimento della lingua inglese. Infatti quei gruppi di immigranti che sono bilingui non presentano mai problemi di difficile soluzione, mentre al contrario il basso livello di educabilità della popolazione negra inferiore alla media nazionale ha sempre costitui to, per gli educatori, una spinosa questione.
Per tutti coloro che non sono «addentro» alla problematica educativa con annessi e connessi, dirò semplicemente che l'esistenza di una differenza media di riuscita scolastica prossima ad uno «scarto-tipo» fra due sotto-popolazioni che frequentano la stessa scuola e si trovano in competizione sullo stesso mercato di lavoro, non rappresenta semplicemente un «problema», paragonabile ai tanti: essa costituisce una «calamità di grandi proporzioni», e per la quale non si è fino ad oggi riusciti a trovare un soddisfacente rimedio.
Tale «calamità», del resto, non nasce soltanto dalla differenza di rendimento scolastico: essa nasce dal fatto che la popolazione negra degli Stati Uniti ha una sua propria «identità», che si visualizza immediatamente. Ne risulta una situazione che si deve riguardare come una vera e propria «polveriera» sul piano educativo, e sul piano sociale. Questo stato di cose - nel corso degli ultimi anni - ha provocato negli Stati Uniti più torbidi e disordini di qualunque altro problema interno.

Educabilità e intelligenza

Nel campo della istruzione pubblica, come in quello della medicina, i buoni rimedi e le soluzioni efficaci poggiano innanzitutto sulla esattezza della diagnosi.
A mio avviso non si potrà mai giungere ad identificare le cause di una tale situazione, se non a condizione di cominciare a formulare ipotesi operativamente verificabili. Nessuno, ovviamente, potrà attendersi che le prime ipotesi formulate nell'àmbito di ricerche necessariamente assai lunghe - prima di raggiungere con clusioni complete ed esatte - si dimostrino quelle «vere» nel senso definitivo del termine. Tuttavia solo “ipotesi verificabili” possono costituire le varie tappe neces sarie ad approssimare la conoscenza che noi vogliamo raggiungere, allo stesso modo che molte scoperte della fisica hanno costituito altrettante tappe verso la soluzione di vasti e complessi problemi, quale quello - ad esempio - dell'invio di una spedizione umana sulla luna.
Ci sforzeremo, consequenzialmente, non solo di identificare gli aspetti “correlativi” delle differenze di «educabilità», ma anche di individuarne le cause.
In un precedente lavoro di più ampia portata (1), che sviluppa e documenta tutti i vari dettagli qui esposti, abbiamo definito la educabilità, come la capacità ad apprendere le materie scolastiche «tradizionali» nelle «abituali» condizio ni del sistema scolastico pubblico. Così intesa, la educabilità è una entità relativa, che può essere valutata attraverso i test di apprendimento scolastico.
Ora, l'educabilità dipende dall'intelligenza, nel senso che il “consolidarsi” delle nozioni apprese dipende dall'esistenza di strutture organizzative cerebrali che ne permettono la memorizzazione, la generalizzazione, l'applicazione a suc cessivi problemi e la integrazione con ulteriori apprendimenti.
Faremo qui una distinzione teorica fra l'apprendimento come evento in sé, e la «stabilizzazione» - o il «consolidarsi» - delle nozioni apprese nelle strutture conoscitive cerebrali che ne consentono la memorizzazione e l'applica zione.
È noto che l'entità dell'apprendimento «a breve termine» è assai meno rapportabile all'intelligenza di quanto invece non lo sia l'accumulo dell'appren dimento «a lungo termine». Il fatto è che le strutture neurofisiologiche che fan da substrato all'intelli genza` sono in continuo sviluppo dalla nascita alla maturità, e che esse includono la «attitudine» a consolidare e stabilizzare le nozioni apprese. Tutto ciò che è appreso senza essere «consolidato», si dimentica, o al massimo residua una sorta di riflesso rievocabile da particolari fattori operanti come stimolo.La parte effettivamente funzionale - utilizzabile - dell'apprendimento scolastico tradizionale è quella che ha potuto stabilizzarsi - ossia «consolidarsi» - nelle strutture conoscitive del cervello. Orbene, è dall'intelligenza che tale capacità di consolidamento dipende.

Differenze individuali e differenze di gruppo

L'intelligenza viene misurata per mezzo di test standardizzati, tutti fortemente «impregnati» di un fattore comune, detto fattore g. Attraverso queste valutazioni, l'intelligenza viene rapportata al fattore «successo scolastico» più che a qualunque altro fattore (o combinazione di fattori) che un bambino di età scolare possa offrirci. D'altra parte la capacità di apprendimento a lungo termine è più chiaramente definibile attraverso i test di intelligenza, che non attraverso i test di «conoscenza» di portata limitata. La capacità di apprendimento, o il tempo dedicato allo studio - fattori connessi all'acquisizione di nozioni scolastiche - non consentono però neppure di intravedere il livello di «consolidamento», nelle strutture conoscitive mentali, delle nozioni apprese. In altre parole, i test relativi alle nozioni scolastiche offrono, in generale, differenze fra bianchi e negri inferiori a quelle offerte da test di intelligenza attuati su bambini delle due razze che abbiano ricevuto la stessa istruzione: questo, perché la valutazione dell'apprendimento a breve termine poggia, oltre che sull'intelligenza, anche su altri fattori per i quali bianchi e negri differiscono meno.
Il problema della differenza di educabilità fra bianchi e negri è, sostanzial mente, un problema di differenze di intelligenza.
L'affermazione che la trasmissibilità (vale a dire la percentuale della varian za totale che è legata a fattori genetici) è una costante di una data popolazione, non ha ovviamente un significato assoluto. Tuttavia la grande maggioranza delle ricerche sulla trasmissibilità dell'intelligenza dimostra che i fattori genetici sono più importanti di quelli ambientali nella determinazione delle differenze di in telligenza fra individui. Nella media, si può dire che i fattori genetici hanno una influenza doppia di quella dei fattori ambientali (influenze prenatali incluse).
I più tra gli studi sulla trasmissibilità dell'intelligenza dimostrano inoltre che lo stesso successo scolastico è il risultato di una «ereditarietà», e che il suo ordine di grandezza è vicino a quello della ereditarietà dell'intelligenza, per quanto i risultati nel profitto scolastico non abbiano la stessa regolarità dei risul tati dei test d'intelligenza. Si dispone finora di un solo studio sulla trasmissibilità - o ereditarietà - del QI nell'àmbito della popolazione negra americana. Si tratta di uno studio realizzato da Scarr nel 1971, che si basa sui gemelli delle scuole di Philadelphia, e dal quale risulta che l'ereditarietà dei QI è all'incirca la stessa nelle due popolazioni, la negra e la bianca.
É degno di nota il fatto che, in ambedue i gruppi razziali, la trasmissibilità del QI è meno forte negli strati sociali di livello socio-economico più basso. I dati in nostro possesso non ci consentono ancora di spiegare questo aspet to del problema. A rigore, la ereditarietà di un carattere all'interno di due date popolazioni non ci dice nulla sulla ereditarietà delle differenze fra le medie di queste popo lazioni. Tuttavia. l'esistenza di una forte trasmissibilità all'interno delle singole popolazioni, aumenta la consistenza dell'ipotesi che le differenze fra le popola zioni stesse siano spiegabili sulla base di fattori genetici.
In altre parole, una forte ereditarietà all'interno dei dati gruppi, pur non provando la ereditarietà delle differenze fra i gruppi, aumenta la verosimiglian za di una prevedibile esistenza di componenti genetiche ereditabili nelle differen ze medie fra questi gruppi. Conoscere la trasmissibilità del QI all'interno di ciascuna delle due popo­lazioni ci permette inoltre di valutare l'incidenza delle ipotetiche influenze am bientali, che sono correntemente invocate per spiegare le differenze fra queste popolazioni.
Le analisi dimostrano in effetti che, qualunque sia il fattore ambientale scelto, vi è una bassissima probabilità che le differenze di QI fra gemelli iden tici educati separatamente possano spiegare una differenza del QI uguale ad uno scarto-tipo fra le popolazioni negra e bianca.
Questo significa che - stabilito che la trasmissibilità del QI è dello 0,75 in ambedue le popolazioni - si dovrebbe concludere che fino ad oggi non si è ancora riusciti ad identificare alcun fattore ambientale (o combinazione di fatto ri ambientali) che possa spiegare come il gruppo bianco e quello negro differi scono fra loro al punto di accusare - per ragioni diverse da quelle genetiche - una differenza media del QI di quindici punti. Da. qui la necessità, per tutti coloro che vogliono rifarsi ad una teoria pu­ramente ambientalista, di ipotizzare che le varianti fra le razze poggiano tutte su differenze ambientali così sottili, da non essere né misurate né misurabili. Orbene, se questi ipotetici e sottili fattori ambientali non possono essere misurati, o se è impossibile dimostrare che essi hanno un rapporto con le diffe renze di QI all'interno di diversi gruppi razziali, allora la teoria che pretende di spiegare le differenze di QI fra le razze per mezzo di questi fattori è sostan zialmente non verificabile, quindi ascientifica.
In conclusione, tali fattori non possono spiegare - in termini scientifici – le differenze fra le popolazioni.
Quanto alle teorie che insistono su di una interazione fra genotipo e am biente come causa delle differenze fra i gruppi, è ovvio che esse implicano una differenza genetica, poiché poggiano sulla ipotesi che - ad una stessa influenza ambientale - genotipi razziali diversi rispondano in modo diverso; questo a prescindere dal fatto che non esiste a tutt'oggi alcuna prova che dimostri - nel determinismo delle differenze di QI sia all'interno, che fra i gruppi l'esisten za di una tale interazione.

Le correlazioni multiple

Alcuni ricercatori hanno dimostrato che esistono numerose differenze am bientali fra le popolazioni negra e bianca, e che alcune dì queste differenze sono connesse al QI all'interno di ciascuno dei due gruppi razziali.
Ciò ha determinato l'impressione soggettiva che l'insieme dei fattori am bientali, se presi globalmente, potrebbe spiegare la differenza di uno scarto-tipo di QI fra bianchi e negri. Ma per valutare correttamente l'influenza continuata di tutte queste variabili, si è obbligati a ricorrere ad una «equazione di regres che nessuna di queste variabili, da sola, può spiegare la differenza globale del QI, né lo può la somma delle singole variabili.
Ora, allorché si introducono fattori ambientali in una equazione di regres sione multipla - nel tentativo di prevedere sia il QI, sia la razza - ci si accorge che l'aggiunta successiva di variabili, soprattutto se relative ad uno «status» socio-economico, consente soltanto incrementi sempre più ridotti ed insignificanti della percentuale totale della varianza spiegata. Le «correlazioni multiple» di questo tipo - ottenute fino ad oggi - sono ben lontane dallo spiegare le differenze di uno scarto-tipo fra due gruppi. Inoltre il punto debole di questo metodo di approccio al problema, sta nel fatto che non si può escludere una correlazione fra taluni indici «ambientali» e la costituzione genotipica.
Il livello educativo dei genitori, per esempio, è spesso considerato come una variabile ambientale suscettibile di influenzare lo sviluppo intellettuale del bambino.
Ora - se prescindiamo dalla esistenza ovvia di una componente ge netica comune a genitori e figli - questo dettaglio giocherebbe in favore di una ipotesi ambientalista; ma resta il fatto che non si è ancora potuta rilevare una sola correlazione multipla che possa rendere conto della varianza fra i gruppi. E se le variabili prese in considerazione possono spiegare una percentuale di varianza fra i gruppi, superiore a quella del «complemento di trasmissibilità» all'interno dei gruppi stessi, allora è virtualmente certo che gli indici ambientali sono di fatto legati a fattori genetici dei quali essi rappresentano solo una con seguenza, o un riflesso.
Benché gli studi sulla ereditarietà contribuiscono ad una valutazione seria della validità o meno delle spiegazioni ambientaliste, esistono altre vie metodologiche che permettono di giungere a conclusioni più certe.
Una tesi poggia sull'affermazione che i negri americani costituiscono una popolazione geneticamente ibrida, il cui 10-15% dei geni provengono da antenati caucasoidi. Ora, esistono mezzi che consentono di stimare la percentuale di geni caucasoidi in seno ad una popolazione ibrida - e anche nei singoli indivi dui di questa popolazione - a partire da una dozzina almeno di polimorfismi genetici, le cui frequenze nelle popolazioni pure dell'Africa e dell'Europa occi dentale sono note, se si constata - attraverso un campionamento effettuato nello stesso ambiente - che le correlazioni fra i livelli di QI e la percentuale dei geni caucasoidi è più forte che non la correlazione fra QI e altre caratteri stiche razziali più manifeste (e quindi più “sociali”) come il colore della pelle o la distanza delle pupille fra loro, allora non è più possibile sostenere una inter­pretazione ambientalista delle differenze fra i QI.
Se si potessero condurre ricerche su fratellastri nati dalla stessa madre, si potrebbero allora controllare anche le influenze dell'«ambiente prenatale»: si tratterebbe di un metodo più sicuro di qualsiasi altro oggi esistente. Altrettanto risolutivi e sicuri sarebbero metodi sperimentali che utilizzassero l'inseminazio ne artificiale, ma ci si scontrerebbe con ostacoli di ordine morale, ai quali invece si sottrae il metodo che si fonda sui diversi gruppi sanguigni, il quale non pre senta problemi di ordine morale. ed è di immediata utilizzazione.
Passeremo ora in rassegna le principali ipotesi ambientaliste sulle differen ze di QI fra negri e bianchi, e ne mostreremo le insufficienze. Ovviamente solo ipotesi chiaramente formulate - e quindi suscettibili di verifica sperimentale - sono valutabili su metro scientifico. Spontaneamente, però, le più diffuse fra queste ipotesi non si sono rivelate capaci di assolvere la funzione chiarificatrice che avrebbero potuto: troppi elementi gettano seri dubbi sulla loro intrinseca validità.

1) Le differenze «razziali» del Q.I. sarebbero dovute a differenze socio-econo miche

Il controllo statistico dello stato socio-economico nei campionamenti raz ziali non sopprime le differenze di QI: in media, non le riduce che di circa un terzo.
La differenza razziale è anche più marcata quando i QI posti a confronto sono quelli di bambini classificati in funzione del livello socio-economico dei loro genitori. Questo incremento nella differenza è difficile da spiegare in un'ot tica puramente ambientalista, mentre è invece del tutto prevedibile sulla base del principio genetico di regressione dei discendenti verso la media della popo lazione. I discendenti di negri di elevato livello socio-economico regrediscono verso la media intellettuale della popolazione negra; ma poiché questa è situata al di sotto della media della popolazione bianca (più elevata di circa uno scarto-tipo), verso la quale regrediscono i discendenti di bianchi della stessa condizio ne, l'effetto di regressione è più marcato tra i primi che tra i secondi.Viceversa i genitori negri di alto livello socio-economico deviano, rispetto alla loro media, più dei genitori bianchi dello stesso livello sociale.
In conclusione, dunque, i bambini negri divergono dai loro genitori, per quanto riguarda le «capacità» più di quanto non accada ai bambini bianchi.

La condizione socio-economica

Certi autori sostengono che il livello socio-economico così come è attual mente misurato, in funzione cioè dell'istruzione, della professione, dei reddito, ecc. dei genitori, non costituisce che una variabile «grossolana», non rifletten do esattamente le principali variabili ambientali che influenzano lo sviluppo mentale. Ma il livello socio-economico non può essere che «grossolano», nel senso che non è specifico: esso ingloba parecchie variabili ambientali. D'altra parte, il fatto di aggiungere variabili meglio definite, non migliora sensibilmente: una correlazione con il QI o la razza.
In realtà, il livello socio-economico sembra esprimere bene la maggior parte dei fattori ambientali spesso menzionati come causa delle differenze razziali del QI. Piuttosto che controllare insufficientemente la varianza, la controlla probabilmente troppo, poiché all'interno dei gruppi razziali esiste una correla zione incontestabile fra il livello socio-economico e i fattori genetici.
Quando si selezionano gruppi razziali in funzione della loro condizione so cio-economica, non li si seleziona soltanto in funzione del loro ambiente, ma anche, in certa misura, in funzione dei fattori genetici. E’ d'altronde rilevante, allorché si procede ad una tale selezione, il fatto che si può osservare che il colore medio della pelle si schiarisce presso i negri, man mano che si sale verso categoria di più alto livello sociale, il che conferma che fattori genetici interven gono, in un modo o in un altro, nella determinazione di questo livello. In seno alla popolazione bianca, il rapporto fra le differenze genetiche di intelligenza e la condizione socio-economica è ugualmente ben stabilito. È la ragione per cui, contrariamente a quanto si potrebbe credere, gli studi che tengono conto della condizione socio-economica, non sono molto favorevoli alle ipotesi ambientali ste. Ad ogni modo questi studi possono difficilmente contribuire al chiarimento del problema «rapporto natura-educazione», salvo nei casi in cui la direzione della differenza fra i gruppi va inteso in senso opposto alla direzione della differenza del QI.

2) Esistono correlazioni negative tra « attitudine» e « ambiente» - L'ambiente può in fluire negativamente sull'attitudine.

Un gran numero di fattori ambientali che sono in correlazione positiva con la capacità intellettuale, all'interno dei differenti gruppi di popolazione, sono legati a correlazioni negative con le differenze di QI fra gli stessi gruppi. Se si considera, per esempio, l'insieme dei fattori misurabili che gli ambientalisti hanno invocato per spiegare le differenze di QI fra bianchi e negri, ci si accor ge che gli Indiani d'America e i Messico-americani sono, a questo riguardo, molto più svantaggiati dei negri.
Tuttavia, sia nei test non-verbali d'intelligenza (che sono più equi per gruppi bilingui come Indiani e Messicani), sia in campo scolastico, i risultati ottenuti dagli Indiani e dai Messicani sono nettamente migliori di quelli ottenuti dai negri. Questa constatazione è assolutamente «neutra» da un punto di vista gene tico, nel senso che non deriva da principi genetici. Ma è in contraddizione con le teorie ambientaliste che fanno appello a fattori ambientali misurabili, legati al QI all'interno dei gruppi, per spiegare l'inferiorità del QI dei negri e le diffe renze fra i gruppi. L'unico mezzo con cui gli ambientalisti hanno tentato fino ad oggi di rispondere a questi fatti è stato quello di ricorrere a fattori culturali e comportamentali altamente opinabili, di cui non si è ancora dimostrato che avessero il minimo rapporto con la razza o con il QI.

3) I test sono ingiusti dal punto di vista culturale.

I test possono essere raggruppati in funzione della loro «impregnazione» culturale, a seconda, dei criteri generalmente adottati. In una data cultura que sti test sono più o meno equi nei confronti dei singoli individui. Gli ambientali sti che criticano i test d'intelligenza, prendono abitualmente come esempi i test più chiaramente «impregnati» di ciò che si può considerare come «tipicamen te bianco»: le conoscenze delle classi medie, il linguaggio ecc. in contrapposi zione al materiale più astratto, più figurativo che si può trovare nel «Progressive Matrices» di Raven o nei test «culture-fair» del g. di Cattell. È in questa ultima categoria di test che i negri hanno una minore riuscita, contrariamente ai bianchi e alle altre minoranze. Minoranze svantaggiate, come quelle degli In diani americani o degli Americani di origine messicana, rispondono a questi test nella maniera che gli ambientalisti lasciano prevedere.
Per i negri invece è il contrario. La «traduzione» di certi tests (come lo Stanford-Binet) nel dialetto del ghetto non migliora affatto i risultati.

Ipotesi poco convincenti

Il valore predittivo scolastico e professionale dei QI è lo stesso sia per i negri che per i bianchi: l'analisi dei test dove le differenze medie fra i gruppi sono più forti, non dimostra differenze significative per quanto riguarda la diffi coltà di queste voci o della scelta dei «distrattori» per le risposte sbagliate. L'attitudine nei riguardi dei test e dei fattori di motivazione del soggetto non sembrano fornire nemmeno spiegazioni molto convincenti riguardo alle diffe renze fra gruppi, soprattutto se si considera che per i test che si basano sull'at tenzione, la perseveranza, lo sforzo, come nel caso dei vari test mnemonici, i negri riescono molto bene rispetto ai bianchi. D'altra parte, quando si raggrup pano differenti test in funzione del loro «potere di discriminazione» fra negri e bianchi, si constata che ciò che i test e le voci dei test più discriminanti hanno in comune, è la natura astratta (non «culturale») del materiale impiegato, o la loro conformità alle definizioni più classiche della natura del fattore g.

4) Carenza di conoscenza in materia di linguaggio

Un'altra ipotesi esplicativa poco convincente, è quella secondo cui i negri riescono meglio nelle parti più «verbali» dei test d'intelligenza, e meno bene con i materiali meno verbali. Come abbiamo detto le altre minoranze svantag giate americane si comportano nella maniera opposta. I bambini sordi dalla nascita sono certamente i soggetti più sfavoriti dal punto di vista verbale fra tutti quelli che si possono studiare; essi presentano infatti deficit verbali riscon trati nei test d'intelligenza, e tuttavia hanno una discreta riuscita media nei test non-verbali, cosicché il loro profilo attitudinale è inverso a quello dei negri.

5) Motivazione insufficiente

Non esiste prova che i negri siano meno motivati degli altri gruppi verso i test. Certi gruppi (gli Indiani, per esempio), le cui aspirazioni culturali e la coscienza che hanno di se stessi sono ancora meno forti di quelle dei negri, riescono meglio, nei test ed a scuola.
Inoltre nei test messi a punto per massimizzare in particolare l'influenza dei fattori di motivazione, e minimizzare la dipendenza dei soggetti in rapporto alle funzioni astratte e cognitive complesse, i risultati ottenuti dai negri non differi scono sensibilmente da quelli dei bianchi. La tesi che fa intervenire una «spe ranza», o una «anticipazione del risultato», non è stata sperimentalmente dimostrata: e quando è stata sottomessa a dei controlli adeguati, non ha trovato conferma.

6) I risultati sarebbero migliori con dei test non cognitivi.

Certi test percettivo-motori, come quelli che si basano sui tempi di reazio ne per la determinazione delle scelte, evidenziano grandi differenze fra i neri e i bianchi, qualunque sia il rigore nel controllo degli esami; e tali risultati sono del tutto indipendenti dalla razza dell'esaminatore. In più, in questi stessi test, l'im portanza della differenza razziale appare direttamente legata alla proporzione dei geni d'origine caucasoide nel campione negro.
Se si ammette che differenze razziali di ordine genetico possano intervenire nei test di comportamento, diversi da quelli d'intelligenza, in nome di quale principio si escluderanno influenze genetiche per ì test considerati come misuratori d'intelligenza? Non c'è in effetti alcuna ragione perché queste differenze genetiche non intervengano nei test d'intelligenza, visto che intervengono negli altri test di comportamento.

Nessuna traccia d’insufficienza nutritiva

7) «La differenza di QI è dovuta alle deficienze alimentari »

Il fatto che prima della nascita e durante la crescita una grave sotto-alimen tazione - ed in particolare una deficienza di proteine - possa nuocere allo sviluppo mentale come a quello fisico, non può essere contestato. Gli studi che sono stati realizzati presso le popolazioni più sotto-alimentate dell'Africa, dell'America del Sud e del Messico, l'hanno provato. In compenso, nessun dato avvalora l'ipotesi che la cattiva nutrizione contribuisca seriamente a determinare la differenza di QI fra Americani neri e bianchi. Nelle comunità nere dove non si constata alcuna traccia d'insufficienza nutritiva, il QI medio nei negri è ancora inferiore di circa uno scarto-tipo al QI medio dei bianchi. Inversamen te, quando sì è studiata l'alimentazione di gruppi di bambini negri con un QI inferiore alla media generale dei negri, non si sono mai potuti scoprire segni di cattiva nutrizione; i segni fisiologici della sotto-alimentazione, associati a QI inferiori, in studi che sono stati fatti in Africa, nel Messico e nel Guatemala, non sono riscontrabili nelle categorie dei negri americani che presentano i QI più bassi. Sulla base dei dati attualmente disponibili. l'ipotesi che l'inferiorità del QI medio dei negri sia imputabile ad una alimentazione insufficiente. è dunque insostenibile.
La situazione alimentare e lo stato di salute dei bambini indiani sono d'al tronde ben peggiori di quelli dei negri, come dimostra il tasso molto più alto di mortalità infantile. Esso non impedisce che al primo livello di scolarità (sei anni) i piccoli indiani superino i bambini negri di circa uno scarto-tipo in tutti i test d'attitudine non verbali.

8) “Bisogna tener conto degli svantaggi pre- e perinatali”

I1 tasso di mortalità infantile e di aborti spontanei - più alto nel gruppo negro che in quello bianco - rivela un'igiene più rudimentale nel periodo pre natale e al momento della nascita. Tali condizioni prevalgono nello strato più povero della popolazione negra. Esse contribuiscono probabilmente alla com parsa di handicap neurologici fra bambini negri. Ma non tutte le cause del tasso più elevato di aborti spontanei sembrano essere state chiaramente identificate. Esistono in effetti popolazioni relativamente sfavorite che presentano un tasso di aborti spontanei inferiori al tasso che si verifica nella maggioranza della po polazione bianca. È il caso per esempio degli asiatici. Ecco perché adesso si ritiene che le probabilità di aborto spontaneo siano direttamente legate al livello di eterogeneità genetica degli ascendenti; il che lascia prevedere che fattori genetici intervengano anche in questo fenomeno di natura apparentemente ambientale.
Alcune forme svantaggiose di traumatismo natale, come l'anossia (2), un peso troppo scarso, la nascita prematura, ecc. si traducono in risultati inferiori alla norma nei test percettivo-motori di sviluppo destinati ai bambini.
Ma se si prendono campioni importanti di bambini negri, non si constata alcun calo sensibile del punteggio per questi test: i risultati si collocano in gene rale ad un livello leggermente superiore a quello dei bambini bianchi della clas se media. Benché la loro importanza differisca per le popolazioni nera e bianca, i fattori pre e perinatali non rendono affatto conto del fatto che il tasso di ritardo mentale (QI inferiore a 70) è da sei a otto volte più elevato fra i negri che non fra i bianchi. Se ci si rifiuta di ammettere l'esistenza di fattori genetici, le cause di ritardo mentale devono dunque considerarsi sconosciute nella stragrande maggioranza dei casi.
Considerando l'insieme dei dati disponibili, esaminati peraltro in particolare, dirò, per concludere, che a mio avviso l'ipotesi più fondata per spiegare la disparità media fra negri e bianchi concernente l'intelligenza e l'educabilità (come è stata qui definita) è quella che fa intervenire differenze genetiche in sieme a differenze ambientali.

Un insegnamento differenziato

Se questa ipotesi è confermata da ulteriori appropriate ricerche, le sue im plicazioni sociali si allargano nel campo dell'educazione. Le conseguenze educative, come io le vedo al momento, in funzione di ciò che sappiamo e di ciò che può essere fatto, sono principalmente di tre ordini. (Noi consideriamo come sottinteso che sia augurabile e necessario eliminare la discriminazione razziale e migliorare le condizioni ambientali, come le possibilità di educazione e d'impie go, per tutte le persone e i settori svantaggiati della popolazione). Queste con seguenze non hanno niente a che vedere con la razza stessa, poiché riguardano innanzitutto differenze individuali di eduabilità. Tuttavia, il miglioramento dei benefici dell'educazione per i bambini negri può dipendere, in parte, dal fatto che si ammetta che le differenze razziali nella distribuzione delle capacità con­nesse all'educazione, non sono principalmente dovute alla «discriminazione» o alle «condizioni disuguali dell'ambiente».
D'altra parte mi sembra che un approccio realistico ci obbliga a smettere di immaginare che la scuola possa cambiare in modo significativo l'intelligenza dei bambini.
La prima conseguenza consisterà nel cercare di stabilire delle «interazioni attitudine/formazione». Con ciò intendo dire che alcuni bambini possono ap prendere meglio con un certo metodo che con un altro, e che il metodo migliore non è obbligatoriamente lo stesso per tutti i bambini, tenuto conto delle loro attitudini particolari e di altre caratteristiche personali.
Gli stessi obiettivi di educazione potrebbero essere raggiunti ugualmente da bambini di capacità diverse, purché siano trovate adeguate varianti di educa zione. Non si tratta d'altronde che di una speranza; le ricerche fatte fino ad oggi non permettono certo di pensare che la scoperta di tali interazioni basterà a superare realmente il problema costituito dal livello del Ql. Ma dato che que sto genere di lavori non è stato intrapreso che da pochi anni, è ancora molto presto per minimizzare le possibilità, soprattutto se non ci si attendono miracoli, ma semplicemente progressi positivi, ancorché modesti.
In secondo luogo mi sembra che una maggiore attenzione dovrebbe essere posta alla maturità scolare. La nozione di maturità di sviluppo, in rapporto a differenti tipi di apprendimento scolare, è troppo trascurata dalla pedagogia attuale, la quale crede, senza basarsi su alcun dato, che più presto si insegna qualche cosa al bambino meglio è! Ora, invece, un apprendimento forzato, ope rato prima che sia raggiunto un livello di maturità soddisfacente (il quale varia considerevolmente da un bambino all'altro) può provocare un blocco della fa coltà di apprendimento, suscettibile di diventare in seguito irreversibile. Sareb be quindi necessario modificare profondamente il ritmo più o meno unificato delle esperienze di educazione, per il beneficio di un gran numero di bambini.

L’errore dell’egualitarismo

Infine appare necessario che i programmi e gli obiettivi siano diversificati. Le scuole pubbliche, il cui scopo è di servire l'intera popolazione, dovrebbero essere capaci di andare al di là di una stretta concezione dell'obbligo scolastico, per trovare una più ampia diversità di strade, permettendo così ai bambini di tutti i livelli di beneficiare realmente della scolarità e di utilizzare questi benefici alla loro uscita dalla scuola. E ancora, la definizione puramente «accademica» degli obiettivi della scolarità è talmente radicata nel nostro modo di pensare, che occorreranno probabilmente grandi sforzi per modificare l'educazione pub blica in maniera tale ch'essa giovi al massimo a tutti i bambini che hanno un'at titudine limitata al lavoro «accademico».
Fino ad oggi, un'ideologia sociale egualitaria, ben intenzionata, ma erronea, ha impedito all'educazione pubblica negli Stati Uniti di fronteggiare questa sfida.

Arthur R. Jensen

Il presente articolo è la traduzione di un intervento tenuto da Jensen al simposio “Differenze genetiche e culturali nelle attitudini: implicazioni educative e professiona li nel quadro del XXVII Congresso internazionale di psicologia applicata”.

(1) Arthur R. Jensen, Educability and Group Differences, Methuen, London 1973.
(2) Anossia: privazione di ossigeno. (N.d.T.).

 
   
 

Uomini e topi (da laboratorio)

di Sergio Gozzoli  
l'Uomo libero -  Numero 3 del 01/07/1980
Per quanto vi sia nell'aria - a seguito delle acquisizioni scientifiche degli ultimi decenni - un vento di revisione o quantomeno reinterpretazione del concetto darviniano di evoluzione naturale, l'importanza della selezione nel favorire o sfavorire la trasmissione di certi caratteri nell'ambito di una data popolazione genetica resta incontrovertibile. Non esiste cio ragionevole dubbio che sia la selezione - operante sulla variabilit dei caratteri offerta da una popolazione genetica - a produrre la “specializzazione” di specie, razze e gruppi attraverso la eliminazione di alcuni tipi e la conseguente “concentrazione” di tipi opposti.
Supponiamo come esempio che un gruppo di animali o di uomini siano improvvisamente costretti a vivere in un clima caratterizzato da oscillazioni di temperatura cos forti che soltanto una parte degli individui - quelli forniti per esempio di un particolare tipo di metabolismo, o di una particolare protezione tegumentale - siano in grado di sopravvivere fino all'et riproduttiva: chiaro allora che le caratteristiche dalle quali dipende la resistenza alle forti variazioni termiche tenderanno ad essere presenti in sempre maggiore concentrazione nel patrimonio genetico di quel gruppo, mentre al contrario saranno sempre meno rappresentati - attraverso le generazioni - i tipi portatori di caratteristiche opposte.
Il fatto per che alcuni di questi ultimi caratteri siano recessivi - e quindi in grado di trasmettersi attraverso il “genotipo” (o corredo cromosomico) senza apparire nel “fenotipo” (o insieme delle strutture esteriori) - pu in molti casi impedire la loro estinzione totale: essi resteranno cio presenti -ancorch mascherati - nel potenziale genetico di quel gruppo. Tuttavia la loro percentuale sar ridotta e - ad equilibrio raggiunto - destinata a rimanere fissa finch non mutino le condizioni climatiche.
Ma che succede se tali condizioni mutano, se cio l'azione selettiva rappresentata dalle brusche oscillazioni termiche viene a mancare?
Succede semplicemente questo: anche i tipi non resistenti agli sbalzi termici possono ora sopravvivere, riprodursi e moltiplicarsi quanto gli altri. Nel giro di poche generazioni la loro percentuale - non pi contenuta dalla selezione - sale liberamente e senza limiti: la composizione del gruppo sar pertanto completamente diversa, e diverse quindi le caratteristiche del gruppo nel suo insieme.
Poich questo, che da ben capire: la selezione non agisce su di un “singolo” carattere, ma opera invece sull'intero organismo portatore di quel carattere per influire - in ultima analisi - sulla composizione media del gruppo.
Cavalli pi veloci degli altri - per un carattere condizionante una particolare posizione di inserzione di uno o pi muscoli sulle ossa degli arti - hanno maggiori probabilit di sopravvivere in un'area infestata da belve o cacciatori, e quindi di procreare individui simili a loro, finch il gruppo - o il branco, o la specie - saranno alla fine costituiti praticamente solo da fenotipi molto veloci.
Ogni specie, razza, sottorazza, gruppo geografico o sociale oggi esistente, in fondo il risultato di tutta una lunghissima serie di pressioni selettive che - agendo in condizioni naturali - hanno condotto ad un certo equilibrio:
quell'equilibrio che consente l'optimum di sopravvivenza e moltiplicazione a quella data popolazione genetica.
Ma l'equilibrio pu rompersi se un fattore “artificiale” - per esempio gli accoppiamenti selettivi imposti da un allevatore nel caso di animali, o un eccesso di protezione sanitaria nel caso delle societ umane pi ricche e sofisticate - si inserisce nel processo. Il risultato sar allora una libera crescita percentuale dei tipi “meno adatti”: quindi una inadeguatezza “media” di quella popolazione genetica alle condizioni esterne se queste - per una qualsiasi ragione - tornassero bruscamente ad essere quelle “naturali”.
Chiarito tutto questo a mo' di premessa, veniamo al soggetto che qui ci interessa.
Il Rattus norvegicus un ceppo particolare di ratti, originariamente appartenenti ad una razza vivace, vigorosa e combattiva, mantenuta tale dalle difficolt ambientali che consentono solo ai pi intelligenti, forti e aggressivi la sopravvivenza e la procreazione.
I ratti di questo ceppo, per, sono mantenuti in laboratorio - di generazione in generazione - da circa 140 anni: protezione termica, ambiente sterile, nutrimento assicurato a tutti, femmine garantite a tutti.
Con la scomparsa della selezione naturale, che manteneva una forte concentrazione dei geni “pi adatti”, la composizione media di questo ceppo differisce tanto dalla razza originaria da rappresentare ormai una realt biologica diversa: diversi la struttura e l'aspetto, diverso il comportamento. Il cervello meno sviluppato ed ha peso inferiore; le capsule surrenali sono pi piccole; la tiroide meno efficiente; le ghiandole sessuali al contrario hanno uno sviluppo pi precoce e sono pi attive. Come risultato questi ratti sono pi mansueti e pi stupidi, meno attivi e intraprendenti, meno resistenti a sforzi e fatiche, pi inclini ad ammalarsi e meno capaci di superare le malattie: adatti solo ad essere provvisti di tutto dall'esterno - acqua cibo protezione e sesso - senza compiere sforzo alcuno.
Si tratta - lapalissianamente - di un fenomeno di oggettivo scadimento medio di qualit di una popolazione genetica. E tuttavia v' chi - con inguaribile quanto antiscientifico “ottimismo” - si sforza di interpretare il fenomeno in chiave positiva: Dobzhansky, per esempio, ha il coraggio di chiamarlo “manifesto adattamento” al “proprio”ambiente - cio la gabbia del laboratorio - con un chiaro riferimento all'uomo delle odierne societ opulente che dovrebbe - sulla falsa-riga del rattus norvegicus - accettare di divenire “adatto al benessere”!
E quando il cosiddetto benessere venisse poi a cessare? Qual' il prezzo che popolazioni ormai geneticamente indifese contro freddo, epidemie, fatiche, alimentazione ipocalorica, avversit materiali e morali dovranno pagare, se una qualsiasi “crisi energetica globale” ripiombasse alcuni paesi in una economia povera - per esempio del tipo agricolo d'inizio di questo secolo - senza riscaldamento, vaccinazioni di massa, ferie, pensioni, copertura sanitaria sofisticata ecc. ecc.?
Il fantasma della risposta a questa domanda aleggia tetro sulle gabbie dorate del nostro “benessere”.
A meno che i cosiddetti “ottimisti” non ritengano che si possa dare per scontata e garantita la perennit del benessere attuale.
Ma chi, o che cosa, potrebbe in termini scientifici fornire una tale garanzia? Chi o che cosa, pu scontatamente porre queste societ del benessere al riparo da crisi economiche, disastri ecologici, esplosioni demografiche, capovolgimenti climatici, terremoti e alluvioni, errori politici, carenze tecnologiche?
E chi proteggerebbe questa nuova razza di “figli del benessere”, questi esseri da sesso e ingrasso, contro le “razze del malessere” - con un po' meno di tendenza al sesso, ma con pi aggressivit, cervello e fame - quando queste ultime muovessero all'assalto delle cittadelle del privilegio indifeso? Dove andrebbero a cercare, i nostri mansueti, pacifici e progrediti “esseri da laboratorio” i perduti geni della combattivit, dello spirito di sacrificio, della resistenza fisica necessari a difendersi?
A parte l'obiezione che il benessere stesso non pu che essere il prodotto di un cervello efficiente e di una notevole capacit di “attivit” anche fisica - quindi di ghiandole ben funzionanti anche al di fuori della sfera sessuale - per cui col calare di questi declinerebbe anche quello, resta l'argomento chiave:
qualunque sistema d'ordine - sia esso una molecola d'acido nucleico, una cellula batterica, una macchina utensile o una societ umana - tende inesorabilmente ad una perdita di ordine, cio alla degradazione. Tanto la degradazione sar maggiore quanto pi complesso, esteso e sofisticato il sistema.
In altre parole tutte le realt esistenti - ma in particolare quelle “costruite” dall'uomo, che sono le pi sofisticate - sono precarie: esistono oggi, possono non esistere pi domani. Tutte le precedenti “societ del benessere” hanno conosciuto il loro mezzogiorno d'oro, il loro secolo di sicurezza e magnificenza, ed il loro pi o meno brusco crepuscolo, il loro tragico tramonto: la ricchezza d'Egitto e di Persia, d'Atene e Gerusalemme, di Cartagine, di Roma e di Bisanzio ha dovuto fare spazio alle sabbie del deserto, a pascoli di greggi, alla fame dei cani randagi.
Se dei superstiti poterono allora continuare a vivere e ricominciare a costruire, fu solo grazie a qualche gene meno mansueto o un po' meno “sessuale”, ma in compenso un po' pi sveglio ed aggressivo.
Ma contro queste farneticazioni di un mondo fatto a gabbie pulite e piastrelle lucide, contro i sogni deliranti di una umanit a piatto garantito e ghiandole atrofiche, pacifica e stupida, mollacciona e ipersessuale, non stanno solo la logica scientifica, il calcolo delle probabilit, ed un minimo di seriet intellettuale.
V' qualcosa di pi.
V' il fatto che agli uomini, se gli si d da scegliere consapevolmente, l'idea di un futuro in gabbia con tutti i suoi vantaggi e privilegi non va molto a genio.
Per quanto riguarda noi, tanto per cominciare, non ci stiamo.
Per noi e i nostri figli e i nostri nipoti e poi ancora pi in l meglio vivere precariamente, ma restare quel che siamo: disadatti al “laboratorio protetto”, ma adattissimi a campar da uomini.
Meglio rattacci selvatici, che topolini da gabbietta.

 
   
 

Ideologie e DNA

di Sergio Gozzoli  
l'Uomo libero -  Numero 4 del 01/10/1980
Per lunghi millenni l'uomo andato inutilmente chiedendo alla sua mente spiegazione delle cose; oggi sono “le cose” - attraverso la scienza - che ci danno spiegazione della nostra mente.
La “umana natura” non pi un mistero: noi sappiamo ora che essa scritta nel programma genetico della specie e del gruppo, codificato nella molecola di DNA delle cellule germinali di ogni individuo. Questo programma - immutato e immutabile lungo le generazioni - si esprime sostanzialmente attraverso le strutture cerebrali dell'uomo, dove hanno sede istinti ed aneliti, schemi di comportamento di metri di misura, senso estetico ed orgoglio, aggressivit e logica; e sono le nostre strutture cerebrali che hanno generato culture e civilt, edificato societ e stati, fatto la storia.
Tutte le ideologie che pretendono di ignorare o superare questa realt, sono solo castelli in aria e gabbie di illusioni dalle quali l'Uomo di oggi rischia di risvegliarsi quando sar ormai tragicamente tardi.
Umanesimi senza l'uomo - Presupposti neuro fisiologici dell'attivit psichica - Circuiti cerebrali programmati e schemi di comportamento - Sottosistemi cerebrali integrati e risultante funzione unitaria - Programma innato e influenze ambientali -Gli inquinamenti emozionali del pensiero astratto - Retaggi ancestrali dal DNA - Idee-vernice ed idee-incastro - Tronco cerebrale e corteccia.

Umanesimi senza l'uomo

E veramente sorprendente, come tutte le ideologie oggi correnti che si propongono quale fine ultimo il bene dell'uomo, non si siano mai poste il problema in termini scientificamente oggettivi - di quale sia in realt l'umana natura.
Il fatto che si siano costruiti “Sistemi” di soluzione ai problemi dell'uomo senza prima avere quanto meno tentato di stabilire oggettivamente chi e che cosa l'uomo sia, come sia fatto, quali siano le profonde reali strutture che ne determinano esigenze, motivazioni e comportamenti, poteva anche essere giustificato prima che la scienza fosse in grado di fornirci risposte illuminanti. Ma dopo che le acquisizioni scientifiche degli ultimi decenni hanno largamente squarciato i veli dell'enigma, tale indifferenza comincia a farsi colpevole e condanna queste ideologie - Umanesimi senza l'Uomo - all'anacronismo pi patetico.
Senza una conoscenza dell'uomo, della sua natura e soprattutto del suo cervello, non n logico n morale pretendere di deciderne il destino. Sulla base delle loro “credenze” e dei loro preconcetti - veri e propri residuati delle superstizioni pseudoscientifiche del XVIII secolo - queste ideologie presentano un troppo alto margine di rischio: quello di sospingere l'uomo - per voler procedere contro la realt oggettiva delle cose - verso la catastrofe.
Non apparir pertanto fuor di luogo che si apra su queste pagine un discorso di orientamento scientifico su quella parte del nostro organismo che pi ci caratterizza e ci differenzia da ogni altro animale: il sistema nervoso centrale. (1).
Il discorso sar in questa sede - di necessit - un discorso succinto e parziale: ridotto cio a poche indispensabili note descrittive, e limitato ad alcune soltanto delle caratteristiche e funzioni del nostro cervello, in rapporto soprattutto ad una problematica comportamentale.

I presupposti neurofisiologici deil'attivit psichica

L'intero sistema nervoso un insieme di unit neuronali, cio di singole cellule collegate fra loro attraverso fibre che sono propaggini del corpo cellulare stesso. Il punto nel quale un neurone prende contatto con un altro si chiama sinapsi. L'importanza di queste sinapsi nella economia funzionale del sistema nervoso enorme. Non solo perch ovviamente senza di esse non vi sarebbe collegamento e quindi organizzazione, ma anche e soprattutto perch su di esse che l'intero sistema agisce per regolare le proprie funzioni.
Non cio dentro la cellula generante un impulso, n lungo la fibra recante quell'impulso, che la corrente nervosa pu venire rallentata o accelerata o bloccata secondo utilit e necessit da parte di altri centri o circuiti, ma a livello delle sinapsi (2).
E' qui che agiscono tutte quelle sostanze capaci di operare come neurotrasmettitori: prodotte da tessuti, organi e apparati diversi dell'intero organismo, queste sostanze sono in grado di alterare temporaneamente le strutture fisico-chimiche della membrana sinaptica cos da generare variazioni di potenziale elettrico. Ed questa differenza di potenziale elettrico che produce la cosidetta “corrente nervosa”.
A seconda del loro tipo, della loro quantit, della loro diversa proporzione, ma anche del diverso tipo di “recettore”, i neurotrasmettitori possono facilitare, inibire o arrestare uno stimolo o un impulso. Questo, fra parentesi, vale anche per la trasmissione dell'impulso dal neurone al muscolo o per la trasmissione dello stimolo dalla periferia al neurone - dal nervo all'organo e viceversa - attraverso il loro punto di contatto.

* * *

E' interessante notare subito due cose. Primo, l'intimo meccanismo della azione del trasmettitore sul recettore sempre quello, ben noto, dell'”incastro molecolare”, - come si incastrano fra loro i diversi pezzi di un “puzzle”, per a tre dimensioni - per cui possono legarsi ed interagire fra loro solo quelle sostanze che hanno una determinata forma e che possono “riconoscersi” a seconda della “congruenza” o meno delle convessit e concavit della loro superficie molecolare: ritroviamo quindi anche qui la “propriet stereospecifica”, questa chiave del codice del vivente.
Secondo, su ogni sinapsi, quindi sul circuito di cui quella sinapsi fa parte e sulla funzione che quel circuito esprime, non si esercita l'azione di un singolo tipo di “neurotrasmettitore” - per esempio un “attivatore” - ma anche e contemporaneamente del suo antagonista - cio un “inibitore”. La funzione quindi sempre la risultante di due spinte opposte: vi pu essere perfetto equilibrio, o netta prevalenza dell'una o dell'altra. Da questo dipende l'effetto. Anche qui, perci, come a tutti i livelli del vivente, nel minimo dei sottosistemi molecolari come nel pi sofisticato dei megasistemi sociali, si ritrova l'ambivalenza del Bios, la opposizione-convergenza delle due pulsioni fondamentali: l'inibizione, il rallentamento, il riposo, il risparmio, la conservazione da una parte; la stimolazione, l'accelerazione, l'attivit, il consumo, l'espansione dall'altra.
In tutta la Biosfera questo principio universale non conosce eccezioni.

* * *

Veniamo allora al cuore dei problemi che intendiamo affrontare: le funzioni superiori del nostro cervello, delle quali la coscienza - o meglio l'autocoscienza o consapevolezza di s - rappresenta il primo corollario, e la libert di giudizio e scelta il secondo; mentre un discorso a parte meriteranno, in altra occasione, i meccanismi del linguaggio e della memoria.
Ora - essendo evidente in termini di oggettivit scientifica che non possibile concepire l'attivit cosciente se non come prodotto finale di processi neurofisiologici - vediamo di trovarne l'interpretazione nel quadro delle nostre conoscenze sulle strutture e funzioni del sistema nervoso centrale.
Cominciamo, tanto per scegliere un esempio, dalla coscienza di una sensazione. La sensazione inizia, alla periferia, come stimolo provocato da una modificazione di stato di un ricettore - per esempio una cellula retinica investita da un fascio luminoso - e viene poi spedita lungo la fibra nervosa come messaggio scritto in “codice” (cio in una certa successione di impulsi elettrici di una certa frequenza e di una data ampiezza). Essa, passando attraverso stazioni secondarie al cui livello viene “registrata” e “integrata” in possibili riflessi attraverso una sua “traduzione” in modificazioni fisico-chimiche della membrana delle cellule di queste stazioni, raggiunge infine i centri della corteccia dove un'analoga traduzione viene effettuata: ma questa volta non in una semplice “trascrizione” fisico-chimica, bens anche in una “trasformazione simbolica”.
E nella comparsa di un'immagine-simbolo - quella di un colore, di un suono, di uno “stato” o di un “modo” - nella quale si specchia l'insieme di modificazioni biochimiche della cellula, che sta l'evento della coscienza. Quale sia l'intimo meccanismo di questo “autospecchiarsi” delle alterazioni strutturali che avvengono nella cellula corticale a seguito dell'arrivo dello stimolo, ancora del tutto ignoto. Quello che per certo che senza quelle alterazioni della struttura molecolare - con conseguente modificazione nello stato bioelettrico della cellula nervosa - non vi sarebbe percezione cosciente dello stimolo.
Sarebbe qui facile trarre un'immediata conclusione errata, e cio che l'intero sistema nervoso centrale - o quanto meno la corteccia cerebrale - rappresenti un'immensa “tabula rasa”, vale a dire una pura “disponibilit strutturale” atta solo a ricevere e trattenere sensazioni o percezioni, il cui insieme formerebbe poi - man mano che si accumula - coscienza, intelletto e personalit con relativi comportamenti.
Sarebbe una conclusione errata perch biologicamente e fisiologicamente inaccettabile: qualunque struttura cellulare viva comunque in stato di attivit - quanto meno in uno stato di attivit basale - la quale pu rappresentare un pi basso livello quantitativo di funzione, ma non un diverso livello qualitativo di funzione.
Il tipo di attivit biochimica a livello molecolare e cellulare lo stesso sia in attivit che in riposo, ed in quei neuroni la cui struttura consente o determina la funzione della “traduzione in simbolo”, anche la stessa attivit basale agisce come uno “stimolo” e viene quindi “tradotta in immagini” e “riflessa nello specchio”: ed gi pensiero, gi sentire, ideare, o volere.
Ma che cosa, se quelle cellule non conoscono nulla?
Qui sta l'errore. Esse conoscono gi. A gruppi, a circuiti, a livelli di integrazione, esse sono, strutturalmente e topograficamente, le stesse cellule che gi furono capaci di “simbolizzare” - cio concepire o pensare - il dolore e l'ebbrezza, la fuga o l'attacco, l'atto della masticazione e la bellezza di un tramonto, il possesso di un corpo di donna e la ribellione ad un sopruso, in un essere gi umano - o umanoide, non importa qui ora - molte decine o centinaia di millenni fa, che per questo pot sopravvivere e perpetuarsi fino a noi.
Poich ognuna di quelle cellule in ogni sua componente molecolare, ognuno di quei “circuiti”, ognuno di quei “sistemi integrativi” interneuronici, stanno inscritti in un certo numero di geni in quel programma genetico che riuscito - attraverso gli individui che ne erano portatori - a sopravvivere meglio e a riprodursi di pi. A conservarsi e ad espandersi.

Circuiti cerebrali programmati e schemi di comportamento

Tutti gli “schemi comportamentali” son gi stati utilizzati, collaudati, selezionati e fissati nel patrimonio genetico della specie o del gruppo. Essi, come le componenti del programma di un computer, vi sono stati inseriti da un'immensa serie di mutazioni e “ricombinazioni” genetiche, e poi “concentrati” dalla selezione operata da milioni di anni di tentativi e di fallimenti. Una volta che uno schema dipendente da una certa costellazione genica fissato nella struttura dell'acido dessiribonucleico (3) delle cellule germinali, esso non viene pi rimosso. Inutilizzato magari per milioni di generazioni, lo schema continua a far parte del programma: esso l, insieme a milioni o miliardi di altri possibili schemi, pronto ad essere chiamato in causa da uno stimolo appropriato, pronto a mettersi in moto, pronto a produrre la sua immagine-simbolo: una sensazione, un'idea, un gesto, un comportamento complesso. Vediamo di fare un esempio.
Nel 1939, uno studioso britannico conduceva ricerche in una sperduta isoletta del Pacifico su alcune specie di fringuelli, forse originari del Sudamerica, che vivono da molte centinaia di migliaia di anni in condizioni particolarmente felici: su quella isoletta non sono mai esistiti rapaci pericolosi.
Quando nel Settembre di quell'anno giunse l'annuncio dello scoppio della guerra, mentre egli si trovava a Panama coi suoi uccelli sulla via del rientro in patria, egli decise di spedire i volatili ad un collega negli Stati Uniti. L'ornitologo americano, ricevuti gli uccelli (4), li pose nella prima gabbia disponibile della sua uccelliera. E qui accadde qualcosa di veramente sorprendente.
Quando - per caso - un falcone venne posto in vista dei nostri fringuelli, si scaten in essi la pi immediata e tipica delle reazioni di difesa nei confronti di un rapace, con forme di comportamento esattamente identiche a quelle di specie affini alla loro: quello schema di comportamento che aveva consentito ai loro progenitori di sopravvivere in aree infestate da predatori, probabilmente sulle coste occidentali sudamericane, prima che essi finissero chiss come su quella isoletta sperduta a migliaia e migliaia di miglia da ogni rapace, era rimasto intatto per quasi un milione di anni nel loro programma genetico e, bench mai utilizzato per innumerevoli generazioni, era scattato con perfetta efficienza di fronte ad uno stimolo - la vista del falcone - che nessuno di quegli uccelli aveva mai sperimentato una sola volta nella propria esistenza.
Quel che deve essere chiaro, che lo stimolo che mette in moto un dato circuito non deve necessariamente provenire dall'esterno dell'organismo: pu benissimo essere rappresentato dall'attivit di un altro circuito che sta in rapporto integrativo col primo, oppure da un semplice bioritmo che ciclicamente riattiva quel processo funzionale.
E' la continua, costante, ininterrotta attivit biochimica dei neuroni - a ritmi pi intensi nella veglia e nel sogno, ad un livello “basale” nel sonno -che mantiene in funzione se stessa. Un centro stimola l'altro, un livello integrativo inibisce l'attivit di un secondo in un certo contesto funzionale, o la potenzia in un contesto diverso. E' un gioco di rapporti quantitativi fra neurotrasmettitori prodotti da alcune cellule in esecuzione di un bioritmo o in risposta alla produzione di altri neurotrasmettitori. Facilitato da un'alta concentrazione di certi specifici enzimi, o bloccato da un'alta concentrazione di enzimi diversi, o bilanciato da un loro equilibrio, questo gioco di rapporti fisico-chimici prefissato, preesistente ad ogni stimolo o provocazione capace di evocarlo; prefissato intendo nelle sue regole, nella sua espressione potenziale: tutto pronto in attesa dell'evocatore.
Ogni “tipo” di comportamento umano, anche il pi complesso, ogni tipo di correlazione ideativa, anche la pi sofisticata, son gi presenti nel programma, o non potrebbero mai verificarsi. Poich non v' funzione senza struttura e nessuna struttura pu essere fabbricata al momento.
Io non posso “costruirmi” quella serie di strutture che consente quell'insieme di circuiti i quali possono fare di me un grande portiere di calcio, o un tiratore di pistola eccezionale, o un “matematico”, o un poeta.
Io posso soltanto, se gi possiedo questi circuiti, allenarli e addestrarli:
questi sono i limiti entro i quali l' “apprendimento” possibile.
Abbiamo ripetutamente usato il termine “schema”. Dobbiamo precisare e operare una distinzione fra schemi e contenuti. I contenuti possono anche essere di origine ambientale, nel senso che possono essere forniti dalla memoria, quindi da precedenti esperienze, e quindi “appresi”. Parlando di schemi intendiamo invece le linee necessarie e obbligate - quasi binari e cornice al tempo stesso - lungo ed entro le quali un certo processo pu svolgersi. Per schemi intendiamo dei circuiti interneuronici - cio delle cellule disposte in un certo modo ed in un dato numero, e tra loro collegate da una data ricchezza di ramificazioni dendritiche e quindi di connessioni sinaptiche di una data efficienza e di una data modulabilit - la cui risultante funzionale un peculiare evento psichico: una percezione cosciente, un'idea, un'atto motorio.
Diverso il discorso dei contenuti.
Se vi sono in un certo cervello degli schemi che consentono un elevato senso estetico ed una raffinata capacit tecnica nell'associazione di simboli verbali, quel cervello ha molte probabilit di determinare una personalit poetica. Ma il fatto che quel poeta canti cavalli in corsa o barche all'approdo, oppure forme femminili, dipender dall'influenza di altri circuiti e da altre componenti della sua personalit - come ad esempio le sue strutture endocrine - ed in parte anche da fattori occasionali, legati a sue esperienze di vita: il fatto di trovarsi in un dato luogo ad una data ora, o di aver incontrato una donna attraente o meno, o l'aver letto un certo libro, o l'essere pi o meno soddisfatto di s, influenzeranno notevolmente i contenuti della sua poesia. Tuttavia, anche le stesse esperienze occasionali saranno state “sentite”, percepite, elaborate e quindi filtrate dalle sue strutture cerebrali. Cio dall'insieme dei suoi circuiti, cio dal suo “programma”. Che pu essere si arricchito di contenuti dalle sue esperienze - cio da tutti gli stimoli provenienti dall'ambiente esterno - ma solo entro i limiti della massima potenzialit consentita dal programma stesso. Mai oltre quella. Un ambiente favorevole - ricco di fattori stimolanti positivi - consentir ad un programma di esprimere al massimo tutte le sue qualit potenziali, cio a tutti i suoi circuiti di raggiungere l'ottimo possibile livello di efficienza. Ma non potr mai dotare quel programma di uno schema in pi, di un circuito in pi.
Al contrario un ambiente sfavorevole, povero di stimoli positivi o ricco di stimoli negativi, limiter la piena espressione di quelle potenzialit, anche fino al limite teorico di una loro atrofizzazione. Ma esso non aggiunger nulla di negativo a quel programma. Favorendo alcuni schemi e sfavorendone altri, quell'ambiente potr rompere l'armonia integrativa del sistema e potr cos anche alterare l'equilibrio di una personalit: ma non nel senso che qualcosa di sostanzialmente nuovo vi penetri dall'esterno. Nessun nuovo circuito, nessun nuovo schema pu essere creato dall'esperienza individuale del fenotipo: solo una mutazione, o una particolare combinazione di costellazioni geniche pu creare un nuovo schema, e l'ambiente potr solo - attraverso la selezione -favorire i soggetti portatori di quei geni e consentirne cos una pi alta concentrazione nel patrimonio ereditario di una certa popolazione genetica: pi alta la concentrazione di certi geni, pi probabile il loro incontro e la loro ricombinazione, pi frequenti i genotipi in possesso di quello schema e quindi di quel certo possibile comportamento

Sottosistemi cerebrali integrati e risultante funzionale unitaria.

Dobbiamo per ora, prima di proseguire, chiarire qualcosa di fondamentale. Per quanto l'organizzazione del sistema nervoso centrale sia rigidamente gerarchica - mostrando una chiara disposizione “a livelli” che possiamo definire inferiori, intermedi e superiori - e per quanto le diverse funzioni specifiche abbiano una approssimativa connessione topografica con separate porzioni e aree dell'encefalo, una reale e netta distinzione fra le molteplici espressioni dell'attivit psichica presenta sempre un certo margine di arbitrariet. Sia che tale distinzione riguardi le “sfere” operative - emozionale, cognitiva, volizionale - sia che essa riguardi i “tempi” dei processi psichici - stimolazione, mediazione, percezione, elaborazione, mozione - essa non pu essere spinta troppo oltre.
Nessuno dei circuiti o sottosistemi - a qualunque livello - possiede mai totale autonomia: essi operano in continua integrazione reciproca e multipla, come i diversi relais di un computer. La stessa corteccia prefrontale (5) dove risiede il momento pi alto delle funzioni psichiche - il pensiero astratto -opera continuamente sotto la costante influenza dei centri cosiddetti inferiori -il sistema limbico, il talamo, l'ipotalamo, il sistema attivatore reticolare, ecc. -e lo sbocco ultimo della sua attivit una “risultante” espressiva o esecutiva di questa combinazione di complesse interazioni.
Si tratta cio di un sistema unitario perfettamente integrato, non solo per quanto concerne i propri subsistemi anatomofunzionali, ma anche per quanto concerne i rapporti con altri grandi sistemi organici, a cominciare da quello ormonale. Un sistema unitario e coerente volto ad una funzione unitaria e coerente.
Tali distinzioni vanno quindi accettate - nell'ambito del nostro discorso -soltanto come strumenti logici convenzionali atti a comprendere meglio e pi chiaramente, entro i limiti delle conoscenze attuali, il funzionamento del sistema nervoso centrale. Ma il loro significato deve essere “temporaneo”: una volta compreso il meccanismo ed il processo, ogni separazione classificatoria va dimenticata e la visione d'insieme sar quella non di un cervello, ma di un organismo che “sente”, “pensa”, e “vuole” allo stesso tempo, in un tale intrecciarsi e sovrapporsi di fasi e momenti che non prevede alcuna oggettiva netta barriera funzionale fra le parti.
Esiste - vero - una differenziazione strutturale, cio anatomica, accompagnata da una specializzazione funzionale, a livello dei diversi sottosi stemi; ed essa non solo utile a scopi didattici, ma reale in termini di parametri oggettivi: solo gli organi del Corti possono svolgere quella certa funzione, solo le cellule dei nuclei della base possono recepire un certo neurotrasmettitore, solo quella certa disposizione delle fibre nel corpo calloso consente la connessione fra i due emisferi, ecc.
Quando si venga per alla funzione dell'insieme, non ci si trova di fronte ad una “somma” aritmetica o algebrica, ma ad una risultante finale che pu essere spiegata solo in termini di insiemistica. E' l'algebra di Boole che regge l'intimo gioco di relazioni fra i sottosistemi.
Chiarito questo, e stabilito che continueremo ad usare distinzioni classificatorie per pura convenienza didattica, senza attribuir loro oggettivit, riprendiamo il discorso.
Se un bimbo siede in una sera d'inverno accanto al camino, ad ascoltare un vecchio raccontare di lontane campagne militari, nel suo cervello accadono sostanzialmente tre cose: delle sensazioni - che immaginiamo piacevoli ma che potrebbero essere di qualsiasi altro tipo - che suscitano in lui, nel loro insieme, una certa situazione emozionale temporanea e tendente a svanire non appena il vecchio gli dir che ormai giunta l'ora di andare a letto; delle ideazioni - visioni d'uomini e d'armi in movimento - che rappresentano la elaborazione che il bimbo compie delle immagini che riceve: tali immagini verranno fissate, parte in un circuito cosciente e parte in qualche circuito pi profondo, come bagaglio mnemonico, insieme alla sensazione generale di cui sopra che rester pi o meno consapevolmente associata alle immagini; ed infine un evento cognitivo: “ .... ed il 14 Settembre di quell'anno avvenne lo scontro decisivo ...” : il ragazzo ha “imparato” una data, una nozione in pi; tale evento cognitivo non richiede apparentemente grande elaborazione, poich consiste in un semplice applicarsi di una serie di simboli numerici e verbali al “nastro registratore” della sua memoria; le strutture ed i circuiti destinati alla memoria fissano comunque il dato, in modo pi o meno stabile a seconda della maggiore o minore ricchezza nella architettura strutturale del “sistema” - qualcuno ha ottima memoria, qualcuno l'ha scarsa - e lo trattengono per un dato tempo, talvolta per tutta la vita.
Ma avendo detto che succedono tre cose, abbiamo detto in fondo una inesattezza, poich i tre processi non sono separati: lo stesso processo cognitivo “puro” - la registrazione della data - resta fissato in modo pi o meno stabile anche a seconda della situazione emozionale che lo accompagna.
Se il ragazzo avesse letto quella data in un arido e sgradito libro di scuola, o l'avesse ascoltata dalla voce di un insegnante senza calore e comunicativa, la sua memoria l'avrebbe fissata in modo pi labile.
Si tratta quindi di un processo unitario, ed il tentativo di “analizzano” e scomporlo pu ingannarci e metterci fuori strada, se solo prendiamo tale analisi troppo sul serio. Ma questo era gi stato detto. Il punto un altro. Il punto quello della interpretazione individuale che ogni diverso soggetto fa di un apporto “culturale” qualsiasi.

Programma innato e influenze ambientali

Mettete un altro ragazzo al posto del primo, e poi un terzo: diversa l'esperienza emozionale, diversa l'elaborazione ideativa, diversa la registrazione mnemonica. Perch diverse? Il racconto uguale, il vecchio che narra lo stesso, ed identico il camino con il fascino del suo cerchio di calore e di luce. L'ambiente si presenta quindi ai tre ragazzi come un'unica real. Pure, in uno d'essi avr evocato una duratura sete d'avventura, nell'altro un vago timore delle armi, nel terzo ulteriore curiosit per l'affascinante personalit del vecchio. Sembrano osservazioni ovvie. Anzi, lo sono. Ma vanno ribadite, e tenute presenti.
Quindi l'ambiente agisce soltanto mettendo in moto, su di un certo terreno, una certa potenzialit latente. E che altro il “certo terreno”, se non quell'insieme di caratteristiche congenite ed ereditarie che si chiamano “costituzionali”?
Esse sono preesistenti a qualsiasi esperienza sensoriale o culturale, a qualsiasi “ambiente”, a qualsiasi condizionamento. Esse possono essere paragonate al seme, e l'ambiente all'andamento stagionale: una gelata invernale pu far magro il raccolto, mentre abbondanti piogge possono propiziarlo, ma n l'una n le altre faranno mai di granturco avena, poich nulla possono sul seme.
Ma se le condizioni stagionali possono rappresentare l'ambiente “generico”, esistono tuttavia anche fattori ambientali “specifici”: terra concimata in luogo di aride zolle, pi l'arte antica del contadino, possono rappresentare quel che l'educazione individuale per ogni soggetto: la coltivazione di un potenziale genetico.
Qual' l'importanza relativa dei tre diversi ordini di fattori, cio genotipo, ambiente generico ed ambiente specifico? Difficile a misurarsi. Quel che certo che il fattore ereditario fisso, dato, materialmente cristallizzato in strutture organiche; mentre i fattori ambientali - fisici, nutrizionali, genericamente culturali, specificamente educativi - sono mutevoli, fluttuanti, removibili, interscambiabili, contingenti. Il primo una costante; tutti gli altri sono delle variabili.
Assegnare quindi all'ambiente - qualunque ambiente - un'importanza troppo rilevante, significa forzare la mano all'oggettivit. Di fronte poi a chi ritiene e afferma che l'ambiente tutto, non si pu che sorridere e suggerire di studiar tutto daccapo: biologia molecolare, cibernetica, fisica, genetica, etologia, neurofisiologia, endocrinologia, immunologia. Pi un po' di stona. Poich se vero che le scienze esatte possono oggi aiutarci a conoscere meglio noi stessi come risultato funzionale complesso di strutture elementari organizzate, altrettanto vero che qualche decina di secoli di comportamento degli uomini -individui e societ - dovrebbero pur dirci qualcosa (6).
Che cosa ha mutato un paio di millenni di cultura cristiana nella natura umana degli occidentali?
Ha forse un'ininterrotta predicazione di amore e carit fatto nascere uomini meno egoisti?
Ha forse una costante, profonda, martellante campagna contro i sensi fatto nascere uomini dalla sessualit ridotta, anche solo a livello psichico?
Ha forse l'esecrazione della menzogna - ininterrottamente applicata per generazioni come pressione culturale diretta e specifica su ogni individuo nella piazza e nel confessionale - fatto nascere meno bugiardi?
E quanti altri esempi vorremmo, per sentirci obbligati ad usare il buonsenso contro tutte le farneticazioni di “ascesa morale” dell'uomo?
L'uomo resta lo stesso. Senza mutazioni significative nel programma genetico e senza radicali pressioni selettive sulle popolazioni genetiche, non v' cambiamento alcuno.
Il massimo che una pressione ambientale - fisica o culturale - possa ottenere che un uomo si comporti - pi o meno a lungo, pi o meno volentieri, pi o meno consapevolmente - come se fosse diverso. Ma lui, in realt, “dentro”, in interiore homini, non lo : n biologicamente, n psichicamente.
Ma comunque dire la stessa cosa: immutata la composizione media del patrimonio genetico, immutata la conseguente struttura somatica media - circuiti interneuronici inclusi - immutate pertanto le funzioni e le potenzialit.
In assenza di cataclismi storici selettivi, l'umanit nel suo complesso cambiata poco: v' stato un forte spostamento di rapporti proporzionali fra le diverse razze, qualche popolazione genetica s' estinta, qualcun'altra s' fortemente impoverita di taluni caratteri o ne ha fortemente concentrati altri: ma nel complesso, l'animale uomo lo stesso, e le stesse son rimaste, dalle sue primissime origini, le sue potenzialit psichiche e comportamentali.
Ma quali sono, allora, queste potenzialit?

Gli inquinamenti emozionali del pensiero astratto

Con questo interrogativo torniamo al nostro problema iniziale: quale sia il grado di libert della nostra sfera psichica superiore, o, in altre parole, l'autonomia della corteccia celebrale.
E' un'affermazione ovvia quella che le nostre capacit epicritiche possono esplicarsi in pienezza di libert soltanto in una sfera operativa che sia priva di contenuti emozionali.
Ma quale questa sfera? La risposta potrebbe sembrare, di primo acchito, altrettanto ovvia: il pensiero astratto, la logica, l'attivit conoscitiva pura, lo “studio” - per esempio la risoluzione di un problema matematico. A ben guardare, per, tale ovviet solo apparente, perch gi lo stesso oggetto del pensiero pu essere di per s pi o meno gradevole; ma pi ancora perch la conclusione dei nostri processi logici - che vogliamo qui immaginare glaciaimente obiettivi, rigorosi, e liberi dallo stesso condizionamento materiale rappresentato dalle strutture neuroniche che li esprimono - pu lasciarci indifferenti e distaccati soltanto in teoria. Praticamente essa ha sempre un contenuto emozionale. Pu piacerci, pu affascinarci o esaltarci, pu sorprenderci, disgustarci o spaventarci: ed il contenuto emozionale, o affettivo, del nostro atto conoscitivo immediatamente ne corrompe la cristallina trasparenza.
E' necessario un forte atto di volont - a sua volta per sostenuto da altri contenuti emozionali, come quelli connessi al senso estetico che ci consente di sublimare nella visione della Verit la sgradevole accettazione di un dato che ci turba - per registrare quella conclusione senza deformazioni, per prenderne atto cos com', per accettarlo nonostante noi stessi. Ma resta pur sempre un'operazione difficile, che senza la coercitiva, perentoria pressione di dati quantitativi strumentali - questi s glacialmente obiettivi - si risolve spesso in un fallimento. Ecco perche' la metodologia oggettiva della scienza l'unica garanzia di umana verita.

Retaggi ancestrali nel DNA

Abbiamo fin qui pi volte affermato che il nostro senso estetico risiede in schemi, o “circuiti”, nella profondit del nostro cervello. Vediamo di farci capire.
Se noi, guardando alcunch, diciamo che ci piace, perch l'impressione sensoriale visiva di quella forma, di quella associazione cromatica, di quella successione di movimenti suscita in noi una risposta emoziona/e piacevole.
Evidentemente il primo circuito - quello della percezione visiva dell'immagine - integrato al secondo - quello della gradevole reazione emozionale - da strettissime e dirette connessioni: si tratta quindi di un circuito unico, un “sistema” unitario di integrazione di due subsistemi elementari, cio di uno “schema percettivo-emozionale”.
Ma v' un altro punto da chiarire.
Se tutti troviamo grazia e armonia nelle tondeggianti proporzioni di un lattante paffuto, soltanto perch quelli fra i nostri progenitori che possedevano schemi capaci di far scattare una sensazione di piacere come “riflesso” alla vista delle tenere forme di un bimbo, furono anche - verosimilmente - quelli che ai figli dedicarono pi protezione e cure, garantendo cos alla prole maggiori probabilit di sopravvivenza ed a se stessi maggiori probabilit di discendenza. A se stessi, ed al proprio programma genetico che quei circuiti includeva: quindi pi discendenti uguali a loro anche nella “reazione di piacere alla vista delle forme del bimbo”.
Altrettanto evidente l'origine dei “canoni” pressoch universali - pur con varianti marginali nelle diverse popolazioni genetiche - della “bellezza femminile”: esiste in noi un meccanismo mentale - uno “schema” - che ci fa sentire e vedere bella una donna di forme piene e armoniose: sono - statisticamente - le forme pi confacenti alla fecondit, cio alla funzione riproduttiva. Al contrario, i portatori di “circuiti” che, per esempio, rendevano desiderabili donne dal bacino stretto - e quindi meno prolifiche - eran destinati ad avere, nel corso delle generazioni, un numero sempre decrescente di discendenti. Appare cos ora chiaro come gli schemi che legano immagini visive o tattili ad una reazione emozionale gradevole o sgradevole abbiano avuto maggiori o minori probabilit di fissarsi nel patrimonio genetico comune a seconda del loro diretto e pratico valore di sopravvivenza. Vediamo un po': saranno sopravvissuti pi facilmente i soggetti che provavano repulsione alla vista di un frutto maturo, o quelli che al contrario lo trovavano “bello”? Quelli che, crescendo, avvertivano piacere alla vista di un cacciatore armato che abbatteva la sua preda, o quelli che ne ricavavano disgusto? Domande retoriche, tanto scontata la risposta.
A ben guardare, per, non tutte le componenti del nostro senso estetico -non tutti i circuiti cerebrali in cui esse han sede - presentano valore di sopravvivenza per il gruppo o per l'individuo. E' certamente possibile che le eccezioni rappresentino componenti “neutre” , indifferenti – “associate” in costellazioni geniche adiacenti a quelle dei circuiti “positivi” nella molecola del DNA - mentre un certo numero di circuiti “aberranti” agli effetti di sopravvivenza e riproduzione possono - semplicemente - essere sfuggiti al filtro della selezione naturale finche questa ha operato, restando poi irreversibilmente fissati nel programma genetico della specie o del gruppo dopo che la selezione naturale ha praticamente cessato di agire su tanta parte del genere umano.
In conclusione, il nostro senso estetico geneticamente determinato; ha sede in specifiche strutture encefaliche (7); ed altro non se non l'atavico retaggio di un passato ancestrale in cui, da quel che piaceva, dipendeva la sopravvivenza del gruppo.
Che poi un'appropriata pressione culturale sull'individuo possa favorire l'optimum di sviluppo e di efficienza a queste strutture cerebrali, ragionevolmente pensabile. Ma forse ancor pi ragionevolmente pensabile che sia stata la pressione di queste strutture a modellare sostanzialmente le nostre diverse culture.

Idee-vernice ed idee-incastro

Chiarito questo, torniamo al nostro discorso sull'autonomia della corteccia. Penso non vi sia al mondo chi possa negare che un fatto indiscutibile quello che l'uomo prefesce il fare cose piacevoli al fare cose spiacevoli.
La forza di un modello di comportamento morale, per esempio, non sta nella sua capacit di essere assunto in proprio come contenuto della sfera epicritica in virt di una sua supposta “persuasivit razionale”. Al contrario, la sua forza sta nella sua capacit di mettere in moto meccanismi emozionali gradevoli: per esempio l'amore naturale per un ideale di “purezza” e di “pulizia morale”; o l'orgogliosa soddisfazione di vincere il proprio orgoglio; o l'affascinante esperienza dello spirito che “doma la carne miserabile”.
Se questi “contenuti” son pi gradevoli di quanto la corrispondente rinuncia sia sgradevole, la morale vince.
Se no, perde. Sempre.
E' per questo che gi abbiamo affermato che la morale - ogni morale -ha due radici: una utilitarstica, ed una estetica (8). A prescindere dalla prima “radice”, sulla quale non interessa ora soffermarsi, la morale poggia quindi sul nostro senso estetico innato, cio su quei circuiti nei quali un'atavica sedimentazione selettiva ha “inciso” schemi di forme - concrete o astratte - che ci sono gradite o sgradite. Quei contenuti che si adattano agli schemi emozionali gradevoli hanno qualche possibilit - se “coltivati” da un'educazione che aumenti il tono funzionale di quei circuiti - di inibire altri schemi emozionali che sono pure piacevoli, ma ad un livello gerarchico inferiore. Quei contenuti “ideali” invece - religiosi, politici, sociali - che non “incastrano” negli schemi, resteranno semplicemente “appiccicati” come vernice alla corteccia, senza mai penetrare in profondit. Cio nella sfera emozionale del nostro senso estetico, parte essenziale della personalit.
E ci che non penetra in profondit, non diviene mai parte integrante della centrale di programmazione del comportamento.
Ricordo un episodio. Agli inizi degli anni '70, un mio giovane paziente - ragazzo di vivace intelligenza - si convert all'anarchia. In occasione di una visita mi estern parte delle sue idee, e la conversazione fin su ci che egli chiamava “morale maschilista” e “schiavizzazione della donna”. Per lui sia uomini che donne dovevano avere pienezza di libert sessuale, e la pretesa maschile alla fedelt della “propria” donna era solo l'espressione di condiziona-menti culturali da parte di una societ impostata sul principio dello sfruttamento. Era assai convinto - anche se non del tutto convincente - e affermava queste sue idee con grande calore.
Nel corso di una seconda visita trovai che era perfettamente guarito, e ci salutammo dopo qualche altro scambio di opinioni su quel che c'era di sbagliato nella morale del “sistema”.
Passarono alcuni mesi senza che ne sapessi pi nulla. Ogni tanto leggevo sui giornali di disordini e scontri di piazza, e lo immaginavo allora a far le botte con qualche “fascista” o con la polizia.
Un pomeriggio di primo luglio, una delle mie pazienti entr nello studio con la figlia che aveva qualche lesione superficiale al viso, e che voleva un certificato per presentare una denuncia ai carabinieri. Pensai a violenza politica, poich conoscevo la ragazza come un'accesa anticomunista. Ma no, era stato il fidanzato, geloso infuriato perch lei “continuava a chiacchierare per la strada col suo ragazzo di prima”.
Non chiesi chi fosse stato, ma me lo dissero loro: il mio giovane amico dalle fermissime idee antimaschiliste.
L'episodio esemplare, tuttavia potrebbe rappresentare un caso limite. Ma di casi “medi” ne potremmo citare a non finire: basta che ognuno di noi interroghi onestamente il proprio passato ed il proprio presente; oppure che attenda il proprio comportamento futuro per esaminarlo con occhio attento e imparziale.
Non v' modello morale o ideologico, non v' imperativo etico che veramente agisca su di noi se non incontra all'interno di noi una “ricezione” precostituita, un “incastro” nel quale integrarsi.
Una morale - sempre prescindendo al momento dalle sue componenti utilitaristiche, che tuttavia stanno anch'esse come “schemi” selezionati dai millenni nel “programma” del gruppo e dell'individuo - non pu mai poggiare su mere fondamenta intellettuali, e quindi culturali. Una morule o naturale, o non .
Dove naturale sta per spontaneo, e spontaneo per precostituito, e precostituito per strutturale, e strutturale per innato.
Le idee-vernice, appiccicate come francobolli alla corteccia cerebrale, possono entrare a far parte del nostro bagaglio culturale, della riserva di nozioni registrate nella nostra memoria cognitiva, del nostro vocabolario abituale come mere costruzioni verbali. Ma esse non entrano mai a far parte di ci che siamo: non certo a livello di potenzialit; e quanto al comportamento pratico, ad esse possiamo anche talvolta adeguarci, finch per non ci costa granch.
Dove il granch rappresentato da pulsioni che si oppongono a quelle idee, o da altre idee che per la loro concordanza con gli schemi ereditari hanno potuto penetrare e incastrarsi in profondit come contenuti reali della nostra personalit.
E parlando di “profondit” - per chiarire ancora una volta - intendiamo le strutture dove hanno sede i meccanismi bioelettrici della emozionalit: quei circuiti cio che ci fanno “sentire”.
Il sentire come distinto rispetto al ragionare: dal sentire meramente sensoriale ed elementare, attraverso tutta una gerarchia di livelli integrati fino al percepire del “sentimento” o della passione, e pi in su all'avvertire, all'intuire e al “concepire”. Perch anche i valori pi alti, le Idee, non insorgono ah initio nella corteccia prefrontale, ma prima e pi profondamente nei circuiti del sentire.

Tronco cerebrale e corteccia

Per capire meglio il ruolo di mediazione giocato da questi circuiti inferiori o intermedi nella genesi delle nostre attivit cerebrali coscienti, ricorriamo ad un esempio. Un gruppo di “pistards”, in sella alle loro biciclette, sono sulla linea di partenza in un velodromo.
La voce dello starter scandisce la frase: “Messieurs les correurs, attention!”. Nulla si muove, tutti fermi. Ma passa un breve lasso di tempo, ed un secco colpo di pistola lacera il silenzio: e, immediatamente, qualcosa avviene. L'eco del colpo non s' ancora spenta che tutti i ciclisti son gi lanciati in corsa.
Paragonando la partenza dei corridori alla risposta corticale ad uno stimolo, e l'orario di partenza allo stimolo stesso, chiaro che l'attimo nel quale il colpo di pistola esplode corrisponde all'arrivo dello stimolo alla corteccia.
Per i centri inferiori - come lo starter, gi in anticipo al corrente dell'ora di partenza - ricevono lo stimolo prima della corteccia; e mentre lo stimolo continua il suo percorso centripeto attraverso le normali vie neuronali - cio mentre la lancetta del cronometro s'avvicina sempre pi al momento “zero” - questi centri, analogamente allo starter, “attivano” la corteccia in anticipo, cio la preparano (“Attention!”) all'attimo in cui lo stimolo arriver a destinazione.
Ma quel che l'esempio intende soprattutto sottolineare il fatto che la partenza non avverrebbe sulla base della sola frase dello starter, ma neppure potrebbe avvenire sulla base del solo colpo di pistola.
Questo spiega perch talvolta ci accade come di “preavvertire” la coscienza di uno stimolo doloroso, o di un pericolo, una frazione di secondo prima di percepirlo o di vederlo effettivamente. E ancora spiega perch talvolta, bruscamente svegliati dallo squillo del telefono o da una puntura di zanzara, abbiamo la sensazione di essere gi stati svegli da un attimo prima. Questo perch il sistema attivatore reticolare del tronco celebrale, preso atto dello stimolo che corre verso la corteccia - oltre a mettere in moto altri circuiti inconsci di risposta - spedisce alla corteccia, attraverso proprie vie di connessione dirette, un suo stimolo anticipatore, pi veloce dell'altro, che pone le cellule corticali non solo in uno stato di “all'erta” ma di gi effettiva attivit.
Quanto alla risposta corticale, essa estremamente complessa: la corteccia prende atto dello stimolo ma, quasi prima ancora di averlo consciamente registrato in una immagine-simbolo, inizia a mettere in moto i meccanismi motori di difesa e di reazione che integreranno quelli gi innescati dai centri intermedi, mentre - contemporaneamente - comincia ad inviare a questi centri degli impulsi di controllo; in genere questi impulsi sono di inibizione, quasi a dire:
“Ora ci penso io, e voi non c'entrate pi”; ma possono talvolta anche essere di ulteriore “potenziamento”, come a chiedere di continuare la collaborazione. Ma non basta: la sensazione viene anche inviata, simultaneamente, ai centri della memoria perch essi provvedano ad archiviarla; e alle altre zone della corteccia, magari gi impegnate in un loro precedente “lavoro” - guardare, riflettere, sognare, leggere, contare - perch anch'esse, in misura proporzionata all'importanza dello stimolo, diano il loro contributo; che sar una breve sorda imprecazione per la puntura di zanzara, o la incuriosita immaginazione nel caso del telefono, o la concentrazione pi assoluta di fronte ad un pericolo mortale.
La rispettiva rapidit di questi meccanismi, consentiti dall'esistenza di circuiti anatomici predisposti dal nostro programma genetico, pu meglio essere valutata attraverso quello che - pi che un esempio - la rievocazione di una esperienza che quasi tutti abbiamo qualche volta vissuto.
Guidando un'automobile lungo un percorso sgombro e tranquillo, ci vediamo di colpo un bambino schizzare come una palla di schioppo attraverso la strada: prima ancora di esserci resi conto di quel che effettivamente stiamo vedendo, noi abbiamo gi frenato, scartato, evitato il bambino d'un soffio; ed egli gi di parecchio alle nostre spalle quando noi cominciamo ad avvertire i fenomeni emotivi “tipici”: contrazione di quasi tutti i nostri muscoli, accelerazione del polso, affanno. E allora - ma solo allora - abbiamo la coscienza dello “spavento”.
E' la cosiddetta paura retrospettiva, che arriva quando ormai non serve pi: in ritardo, come spesso accade alla nostra sfera cosciente.
Alla quale certo dobbiamo molto, ma sulla quale - da sola - non possiamo poi contare troppo.
Nessuno di noi forse, s' mai reso ben conto di quante volte la nostra sopravvivenza stata preservata dai nostri centri cosiddetti “inferiori”; nessuno di noi forse s' mai reso ben conto di quante decisioni essenziali abbiamo preso non solo indipendentemente dalla nostra sfera epicritica, ma nonostante il fastidio e le interferenze che essa tentava di esercitare sui centri cosiddetti “inferiori” i quali, mentre quella titubava e menava il can per l'aia, sapevano esattamente quel che andava fatto; nessuno di noi s' forse mai reso ben conto che quando ci “buttiamo” in qualcosa di grande, di vitale, di nobile, di importante, sono questi centri “non superiori “ che ci determinano veramente, e non l'esitante, la frigida ragione.
L'uomo non si estinto, e si invece affermato, perch ama e ambisce, perch procrea e combatte, perch sa odiare e sa compatire, perch sente la paura e l'orgoglio, perch il bello lo affascina - talvolta pi che non lo freni il suo stesso bisogno di sicurezza - e perch lo esaltano il rischio e l'ignoto. Ma se questo vero - come incontrovertibilmente vero - perch l'uomo cos?
La risposta della scienza di una raggelante semplicit: perch le sue strutture - prime fra tutte quelle neuro-ormonali, ma poi tutte le altre - son fatte cosi.
E son fatte cos perch cos sono previste nel suo programma genetico.
Non v' altra possibile risposta. Possibile significa seria, rigorosa e coerente al postulato di ogget