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Il pensiero della decrescita
(intervista ad Alain de Benoist ) di Alessandro Sansoni* [16/06/2006]
Fonte: Alessandro Sansoni
Monsieur de Benoist cosa si intende quando si parla di decrescita?
La decrescita è un’idea che si basa sulla constatazione assai semplice da farsi che lo sviluppo produttivo non può essere eterno.
Essa individua due problematiche fondamentali: la prima riguarda lo stato di salute del pianeta ed in particolare il surriscaldamento dell’atmosfera, lo scioglimento delle calotte polari che ne consegue, con le annesse catastrofi naturali sempre più gravi e frequenti. Il secondo grande problema è il progressivo esaurimento delle materie prime presenti sul nostro pianeta, soggetto all’intenso sfruttamento di due secoli di industrializzazione, e, soprattutto, della principale risorsa energetica disponibile, il petrolio.
E’ risaputo che le riserve di petrolio disponibili sono tutt’altro che infinite e che la sua estrazione non solo non è costante, ma che, una volta raggiunto il suo punto ottimale tende a divenire sempre più difficile ed onerosa. La necessità di accaparrarsi gli ultimi giacimenti disponibili ha delle pesanti conseguenze geopolitiche, co me dimostra l’attuale atteggiamento degli USA, la cui politica estera mira a porre sotto controllo i paesi dell’Asia centrale ex-sovietica, dove sono collocate importanti riserve ancora non sfruttate.
Non bisogna dimenticare, tra l’altro, che il petrolio non è utilizzato soltanto come combustibile per i mezzi di trasporto, ma che esso è indispensabile alla fabbricazione di materiali plastici, dei prodotti impiegati nell’agricoltura intensiva ecc. Esso è una risorsa energetica praticamente insostituibile.
Pertanto quello della decrescita è un pensiero che si pone in termini critici di fronte alla modernità ed al paradigma dello sviluppo ad ogni costo, laddove spesso non se ne riconoscono i limiti e le conseguenze altamente negative che ne possono derivare.
Occorre però precisare che la decrescita non è la “crescita negativa”, né una sorta di ritorno al passato, un invito a privarsi di quanto l’evoluzione tecnologica ha messo a disposizione dell’umanità. Serge Latouche, che ne è lo specialista, la presenta molto bene allorché sostiene che si tratta di un problema di mentalità: egli ha coniato un’espressione molto efficace, che spiega come il suo fine sia “decolonizzare l’immaginario occidentale”, uscendo dal dogma ideologico dello sviluppo sempre e comunque.
Dunque il problema che abbiamo di fronte non è solo di tipo economico, ma anche psicologico…
Direi quasi antropologico… La critica al mondo attuale che pone il pensiero della decrescita, non riguarda soltanto i suoi aspetti concreti e “fattuali”, come quelli ecologici ed economici da me messi in evidenza prima. Riguarda invece anche l’impianto ideologico della civiltà occidentale nella misura in cui si invitano le persone ad uscire dal ciclo infernale della produzione e del profitto a qualunque prezzo… ad uscire insomma dal mondo della razionalità mercantile.
Quali sono allora i fondamenti filosofici di questo pensiero?
Il punto di partenza è la rimessa in discussione di quella che io chiamo “l’antropologia dell’illuminismo”, che intende l’uomo innanzitutto come individuo, dissociato dalle sue appartenenze, dalla sua comunità, dalla sua eredità spirituale ed identitaria. L’individuo viene così immaginato come rivolto interamente all’appagamento dei suoi istinti egoistici. Viene identificato come quell’ente che mira a possedere sempre di più. Ora, avere di più è l’esatto opposto dell’essere qualcosa di più: stiamo parlando insomma della classica opposizione tra essere e avere. Questa mentalità si è diffusa in modo sempre più veloce in Occidente prima con la rivoluzione industriale e poi con l’avvento della società consumista. Il “demone” della mentalità economicista fa sì che niente abbia più valore in sé e che tutto ciò che non è valutabile e calcolabile sotto il profilo contabile e monetario non abbia importanza o, semplicemente, non esista.
Attraverso la teoria della decrescita si può invece lanciare un appello a porre su basi diverse le ragioni della nostra esistenza, uscendo dalla smania di possedere sempre più cose, resa ancora più frenetica dall’obsolescenza calcolata dei prodotti in commercio che ne impone l’acquisto sempre di nuovi e dalla pubblicità che propone assurdi modelli di comportamento sociale.
Oggi siamo abituati a credere che lo stato normale della società sia quello di rincorrere uno sviluppo economico sempre maggiore. La storia, però, ci insegna in modo assai puntuale che tale modello ha una sua collocazione geografica e cronologica molto precisa.
E’ molto difficile però convincere le persone a modificare il proprio modo di pensare…
E’ vero. Latouche, ad esempio, vede la civiltà industriale e progressista come una “megamacchina” che funziona instancabilmente e va sempre avanti, senza conoscere la sua destinazione. Tutti noi, senza saperla controllare, siamo imbarcati su questa macchina, la cui potenza viene ingigantita dalla globalizzazione. La globalizzazione, infatti, non è soltanto il perfezionamento dei sistemi di comunicazione informatica o l’omologazione di tutte le culture che ne deriva; essa è soprattutto l’instaurazione a livello mondiale del regno del mercato. Essa mira tendenzialmente alla trasformazione del pianeta in un unico mercato e di conseguenza a sradicarne le identità particolari.
Ma cosa si può fare?
Latouche fa leva sulla “pedagogia della catastrofe”, ovvero egli sostiene che l’imminente apocalisse cui ci conduce lo sviluppo dissennato ci imporrà un’inversione di rotta… Io trovo, tuttavia,
che si tratti di un modo semplicistico di argomentare… Infatti nonostante l’attuale miseria affettiva - da cui derivano il diffondersi delle sindromi depressive e l’uso di droghe - la crisi di produzione, la crisi di socialità, la crisi della rappresentatività della politica, la crisi occupazionale, i disastri ambientali, sembra quasi impossibile far comprendere alla gente che si può sostituire l’attuale modello di civiltà basato sul sempre più.
Forse perché le argomentazioni di tipo utilitaristico sono troppo deboli, forse perché servono formule diverse, imperniate sui valori, magari sulla forza persuasiva della religione… Il Cattolicesimo può giocare un ruolo in questo senso?
Per secoli la religione ha fornito agli uomini risposte ai più fondamentali interrogativi relativi alla ragioni della nostra esistenza, ma credo purtroppo che oggi vi sia un usura di questo tipo di risposte.
E’ noto che nei paesi occidentali le strutture religiose sono affette dalla stessa crisi che colpisce i partiti, i sindacati e tutte quelle identità collettive intermedie che cementano il legame sociale. In Francia il numero dei praticanti cattolici è al di sotto del 5%. La separazione tra Stato e Chiesa, il diffondersi del laicismo, sono fenomeni a mio avviso irreversibili: ciò significa che gli stessi credenti, i più convinti, non sperano più in una società governata dalla Chiesa e dai suoi valori. Penso quindi che il ricorso alla religione non possa essere una soluzione collettiva. Può essere, beninteso, una sol uzione individuale, ma non una proposta politica.
Io sono d’accordo col Papa quando parla contro la mercificazione, approvo l’idea di sussidiarietà e la Dottrina sociale della Chiesa, ciononostante non credo che essa sia in grado di fornire risposte politiche.
Ritengo si debbano trovare altre strade, valide per i credenti come per i non-credenti, in quanto anche questi ultimi sono sensibili al problema di trovare un senso alla loro presenza sulla terra.
Lei ha più volte citato Latouche, di cui è nota la formazione gauchiste, come il maitre à penser della decrescita. Ma la decrescita è di sinistra?
La decrescita è un’idea che oggi è sostenuta soprattutto a sinistra, ma certo non all’unanimità. Anche tra gli ambientalisti e gli alter-mondialisti i più sostengono, in particolar modo in relazione al Terzo Mondo, che per risolverne i problemi occorre più crescita, più sviluppo, accanto ad una migliore redistribu zione della ricchezza, secondo i dettami della dottrina marxista classica.
Lo stesso vale a maggior ragione per la sinistra istituzionale, che ormai ha abbracciato in pieno i principi dell’economia di mercato.
Il punto è che la decrescita critica il fondamento principale della modernità, ossia l’ideologia del progresso e l’ideologia del progresso è storicamente alla base del progetto politico della sinistra. Insomma la sinistra che reclama la decrescita è già qualcosa di totalmente differente dalla sua matrice politica d’origine ed è un sintomo evidente della rimessa in discussione delle vecchie etichette destra-sinistra.
A proposito di destra, l'ex ministro all'Agricoltura, Giovanni Alemanno, tra i più sensibili di tale parte politica in merito, ha di recente più volte fatto riferimento alla necessità di cercare “modelli di sviluppo differenziato”. Ritiene possa considerarsi una formula politicamente credibile e in grado di rendere politicamente spendibile il messaggio della decrescita?
Penso si tratti di una buona formula…un modo per uscire dal modello unico… Occorre però darle concretezza. Mi chiedo se un’azione in questa direzione sia efficacemente perseguibile da un uomo politico che partecipa ad una coalizione fondata sui principi del liberalismo classico. Io stimo molto il ministro Alemanno, ma credo che la sua non sia una posizione facile.
Oggi, purtroppo, in Europa il politico liberale è percepito come
il politico di destra per antonomasia. Ma storicamente noi sappiamo che il liberalismo è nato a sinistra e che i suoi postulati ideologici – utilitarismo, individualismo – sono stati in passato rigettati dalla destra. Bisogna dunque ricordare che la destra liberale non è tutta la destra, anche se essa è oggi maggioritaria.
Tra i critici della decrescita vi sono molti fautori dell’Europa-potenza i quali ritengono che una simi le opzione ideologica indebolirebbe l’Europa nel confronto con gli Stati Uniti. Lei è da sempre sensibile al problema della libertà del nostro continente dall’egemonia americana, cosa risponde loro?
Conosco molto bene questo ragionamento, ma non lo condivido. Personalmente sono un fautore tanto dell’Europa-potenza che della decrescita. Quest’ultima viene spesso intesa in termini caricaturali, come un improponibile ritorno al passato. Secondo me è invece un progetto a lungo termine ed un problema di mentalità. Coloro che vedono le due cose in contraddizione sbagliano a mio avviso nel considerare il concetto di potenza seguendo il modello USA.
Potenza non significa soltanto produrre di più o avere un esercito più forte; è anche una questione di identità, di definizione del ruolo dell’Europa, di sapere se essa vuole essere un modello alternativo di civiltà ed un polo di regolamentazione della globalizzazione. Occorre quindi non vedere la decrescita in modo caricaturale,
né la potenza secondo un modello univoco.
Quando si verificheranno i grandi disastri ambientali, quando il sistema monetario attuale entrerà in crisi, quando il petrolio si esaurirà, i paesi realmente “potenti” saranno quelli che avranno introdotto un po’ di moderazione e di frugalità nel loro modo di vivere. Quelli che invece si saranno ostinati a conservare un sistema drogato e insostenibile mostreranno tutta la loro fragilità.
*Invitato a Napoli il 23 febbraio dall’editore Guida e dal Prof. Agostino Carrino, rispettivamente editore e curatore del suo nuovo libro Identità e comunità, abbiamo approfittato dell’occasione per intervistare Alain de Benoist e fare assieme a lui il punto sul dibattito relativo al pensiero della decrescita. |
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Rivolta contro i padroni del mondo
di Mario Consoli, Piero Sella
l'Uomo libero - Numero 54 del 01/10/2002
Con la fine del comunismo e dell'URSS, i benpensanti di tutto il mondo avevano tirato un respiro di sollievo. Di lì a poco anche il Patto di Varsavia implodeva, rimuovendo così dalla scena mondiale la preoccupazione più grave, quella che per decenni aveva aleggiato, di un planetario, apocalittico scontro nucleare.
Dopo la miracolosa vittoria nel secondo conflitto mondiale sui regimi fascisti e lo sgonfiarsi del colosso sovietico, si aprivano per la Democrazia prospettive eccezionalmente favorevoli. Senza ostacoli esterni, essa avrebbe potuto mostrare al mondo il suo volto più autentico e riversare sui popoli tutta la sua capacità di produrre benessere e libertà. Avrebbero finalmente preso vita gli ambiziosi progetti rimasti fino a quel momento irrealizzati. L'Europa poi, che del possibile scontro tra Oriente e Occidente era destinata a fare le spese, non era più in prima linea; col nuovo stato di cose si sarebbe trovata tra le regioni del globo maggiormente avvantaggiate.
La provvidenziale scomparsa di uno dei due blocchi che tanto a lungo si erano fronteggiati, doveva poi logicamente spingere l'altro, la NATO, a constatare la propria assoluta inutilità, e a trarne le lineari conseguenze.
Anche se per il momento la comunità degli stati europei, forse con eccessiva cautela, metteva l'accento su obiettivi di tipo economico e monetario, nessuno dubitava che il Continente fosse alla lunga destinato a strutturarsi come una grande forza regionale autonoma in grado di riempire con sufficiente autorevolezza, non solo localmente, ma anche nelle aree strategiche vicine, il vuoto lasciato dall'alleanza atlantica e dall'ingombrante presenza statunitense.
Gli interessi europei, dopo decenni di forzata subordinazione a quelli USA, avrebbero potuto tornare in primo piano ed essere direttamente tutelati.
Nessuno certo si nascondeva le difficoltà di uno scenario diverso, quello della realtà globalizzata, contrassegnata da informazioni immediate, da facili spostamenti di beni e persone, dalla crescita esponenziale dell'economia, ma soprattutto della finanza nei suoi più insidiosi aspetti virtuali. Sarebbe quindi stato più frequente il sorgere e il propagarsi di fattori di crisi, ma l'opinione pubblica era stata adeguatamente preparata ad accogliere con ottimismo le grandi novità. I rischi che il cambiamento comportava erano giudicati accettabili, calcolati dagli esperti e quindi sotto controllo.
La globalizzazione anzi, avrebbe sicuramente favorito _ ad esempio sui grandi temi dell'ambiente _ vaste intese internazionali. Nessun pericolo dunque che qualche crisi locale, sfuggita di mano, potesse complicarsi e degenerare in conflitto. Col trionfo del libero mercato e delle privatizzazioni, sembrava insomma alle porte un'epoca di grandi affari che, in un ovvio contesto di pace e di sviluppo, avrebbe cancellato ingiustizie e povertà.
Senza nemici dichiarati, senza che nessuno remasse contro, le emergenze sarebbero state affrontate con una serenità maggiore che nel passato, e via via risolte con la necessaria ponderatezza dai politici della Democrazia, cui il popolo aveva affidato questo compito sotto l'usbergo delle istituzioni nazionali e internazionali. Era infatti definitivamente tramontato il tempo in cui le decisioni erano imposte dall'arbitrio dei sovrani assoluti, dei dittatori, degli oligarchi. Senza motivazioni davvero valide non sarebbero più stati messi in pericolo il destino e il benessere dei popoli, le loro città e i preziosi patrimoni artistici, né la vita dei giovani in armi. Costoro avrebbero potuto, in futuro, essere impiegati solo in missioni umanitarie, in soccorso a gente meno fortunata.
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Ma ecco che presto, molto presto, l'incanto si rompe, le attese vengono deluse e tutto torna a procedere un pressappoco come prima. Per certi versi anche peggio. Le spinte nazionaliste nell'Est, e in particolare nell'ex Unione Sovietica, sono di fatto gestite e sfruttate dal vecchio partito comunista. Ne nascono movimenti separatisti che agitano in modo pretestuoso la bandiera dell'autonomia o dell'integralismo religioso, ma dietro di loro, nella buca del suggeritore, ci sono le grandi multinazionali interessate a mettere le mani sul ricco malloppo _ le risorse naturali e i beni già appartenuti allo Stato _ e calano anche, come avvoltoi, i mercanti d'armi che si assumono l'altruistico compito di riciclare gli immensi arsenali dell'Armata Rossa. Il sogno della libertà è così di breve durata. Dalla padella comunista il popolo cade nella brace del crimine organizzato e della mafia, che agiscono in combutta col grande capitale finanziario straniero.
Si aggrava anche la situazione nel Vicino Oriente. Israele approfitta del crollo sovietico per far affluire in Palestina milioni di ebrei coi quali vengono alimentati nuovi insediamenti su terra araba. Per sottrarsi poi alle numerose risoluzioni dell'ONU, che avevano imposto il ritiro dai territori occupati nel '67 _ risoluzioni cui non era stato mai ottemperato e territori che erano stati amministrati in aperta violazione delle leggi internazionali _ Israele apre un tavolo di trattative diretto coi palestinesi. Cerca e trova l'interlocutore adatto, Arafat. E con lui, grazie anche all'appoggio USA, diventati ormai l'unica superpotenza, firma a Oslo un accordo col quale non solo ottiene, sull'entità dei territori da restituire, uno sconto da vera e propria liquidazione, ma soprattutto la sostanziale rinuncia a un vero Stato arabo di Palestina.
Ma neppure gli accordi di Oslo, conclusi col malleabile Arafat, bastano ai sionisti. Sicuri che contro di loro nessuno interverrà, gli ebrei ne rinviano di continuo l'esecuzione e, per quanto riguarda il rientro dei profughi espressamente previsto nell'intesa, dicono, spudoratamente, che non se ne farà nulla. Sui territori controllati dal suo esercito, Israele prosegue poi un'odiosa politica nei confronti della popolazione autoctona. Confinati in campi profughi o in villaggi circondati da posti di blocco, gli arabi sfuggiti alle ripetute pulizie etniche dei sionisti, non hanno il diritto di costruirsi una casa, sono discriminati nell'accesso all'acqua e, per sopravvivere, sono costretti ad eseguire per l'oppressore straniero lavori sottopagati e umilianti. Di fatto campano grazie agli aiuti che le organizzazioni assistenziali internazionali sono obbligate a elargire per evitare che la situazione possa precipitare a danno di Israele. Il prezzo della prepotenza ebraica è così, per la maggior parte, messo a carico dell'Europa, la cui pazienza però sembra vacillare. Nell'ultima riunione dei ministri degli esteri a Bruxelles è stato fatto rilevare ad Israele ,sia pur timidamente ed in modo informale , come gli edifici amministrativi dell'Autorità Palestinese, le scuole, le stazioni radio, le caserme della polizia, l'aeroporto di Gaza, distrutti dai carri armati o dai missili lanciati dagli elicotteri ebraici, fossero stati tutti pagati con denaro europeo. Non si comprende come in un tale contesto si possa insistere nell'idea di un Errore. L'origine riferimento non è stata trovata. a favore dei palestinesi. Un piano del genere non servirebbe comunque ad addormentare quel popolo. I fatti dimostrano ampiamente che in quella terra nessuno è disposto a barattare la libertà con un frigorifero, un televisore o un'automobile. Lo testimoniano la durezza dell'Intifada, lo sprezzo del pericolo dei giovani, il virile orgoglio dei parenti dei martiri. La gente di Palestina è insomma assolutamente salda nel rifiutare la presenza ebraica sulla propria terra. Ed il rifiuto non ha mai avuto incertezze. Risale addirittura ai primi anni del secolo scorso quando, ancora in vita l'impero ottomano, si insediavano in Palestina, sia pur con obiettivi non dichiarati, le prime colonie ebraiche.
Neppure dopo la sconfitta dei turchi, cui pur avevano a fianco di Lawrence contribuito, gli arabi divengono padroni in casa loro. La Grande Siria viene smembrata e il territorio palestinese che ne faceva parte assegnato dalla Società delle Nazioni, in amministrazione fiduciaria, all'Inghilterra. Questa, anziché condurre "secondo le indicazioni del Mandato" il Paese all'indipendenza, favorisce in tutti i modi il subdolo piano di penetrazione dei sionisti che puntavano, con una graduale immigrazione, a farsi maggioranza.
Gli arabi si opposero con tutti i mezzi a loro disposizione (scioperi generali, resistenza armata) allo snaturamento etnico della loro patria ma, alla fine del secondo conflitto mondiale, non furono in grado di resistere allo strapotere ebraico salito sullo sgabello dell'Olocausto. Negli stessi anni nei quali il colonialismo veniva in tutto il mondo abbandonato e solennemente condannato, al Errore. L'origine riferimento non è stata trovata. le Superpotenze concedevano di installarsi in casa dei palestinesi. Ai nostri giorni, cinquant'anni dopo, gli ebrei israeliani sono rimasti l'unica popolazione allogena che si ostina a vivere in un Paese che non è il suo. E la loro testardaggine è tale che, nel tentativo di stravolgere definitivamente il rapporto etnico esistente, continuano ad invitare in Palestina altri stranieri, i loro correligionari ancora sparsi nel mondo. A giustificare un simile comportamento ed a sorreggere le proprie pretese, nulla di sensato può mettere in campo il sionismo. Se si escludono le fantasiose, farneticanti vicende narrate dagli stessi ebrei nella Torah, l'integralismo giudaico è infatti privo di qualsiasi aggancio demografico, culturale, storico, archeologico.
E tuttavia, aggrappati al mito fornito loro da una religione scopertamente razzista, e illusi dall'appoggio di una stampa da loro stessi manovrata in tutto il mondo, i sionisti rifiutano di prendere atto della realtà e non capiscono di trovarsi in una situazione terminale, ormai insostenibile. Circondati e odiati da centinaia di milioni di musulmani, richiamano alla memoria l'avventura vissuta negli anni '60 dai francesi d'Algeria. La ferocia insensata della repressione contro la popolazione civile, il sangue versato, hanno affossato ormai da tempo ogni ragionevole speranza di convivenza. E neppure la soluzione di una estrema spartizione del territorio (anche in Algeria negli ultimi tempi del dramma si era parlato di conservare delle enclave: Orano, Algeri, Costantina) appare praticabile. La paura degli attentati, il degrado nella qualità della vita, il collasso dell'economia e del turismo, lasciano spazio solo alla soluzione dello sgombero. Uno sgombero ineluttabile e urgente, che dovrà essere totale perché nessun palestinese, come già abbiamo detto, potrà mai rinunciare a una parte della sua terra e a Gerusalemme in particolare.
Né, d'altra parte, la fine della dominazione coloniale ebraica ci sembra aprire prospettive drammatiche; la maggior parte degli ebrei che oggi vive in Palestina è infatti in possesso di doppio passaporto, ha parenti nelle nazioni più ricche del globo ed è facile ricordare che la razza ebraica nel corso dei secoli non ha mai avuto soverchie difficoltà a passare da un luogo all'altro, a cambiare cittadinanza e bandiera. Questo è stato anzi da sempre il suo tipico stile di vita.
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E' logico, ciononostante, che le lobbies ebraiche della diaspora, in particolare quella statunitense, si agitino per evitare la catastrofe. E fino ad ora gli USA si sono mostrati docili al guinzaglio ebraico, anche se i fatti più recenti dimostrano al popolo americano che il prezzo da pagare per questa scelta diventa sempre più alto. L'aspetto saliente della strategia americana a favore di Israele è l'evoluzione imposta alla NATO dopo la caduta del comunismo. Non solo gli americani si sono rifiutati di voltare pagina, di prendere atto che su questa sponda dell'Atlantico nessuno aveva più bisogno di loro; si sono anzi sentiti autorizzati a mantenere le loro basi e a impartire agli alleati nuove istruzioni: la NATO, rimasta priva di avversari ad Est, doveva semplicemente ruotare il suo dispositivo di 90° e far fronte a Sud, contro un nuovo nemico, il mondo arabo. Nemico degli Stati Uniti solo perché respinge quell'ordine gradito al sionismo che gli americani vogliono imporre nel Vicino Oriente. Vicino per noi, lontanissimo per gli USA.
Ed è proprio su tale questione il vero nodo del contendere tra Europa e America. A diversa collocazione geografica corrispondono interessi diversi e quelli dell'Europa comportano l'assoluta necessità di mantenere, coi paesi che si affacciano sul Mediterraneo e più in generale col mondo islamico, ottimi rapporti. Rapporti che non è certo il caso di guastare per sostenere una causa persa, e moralmente insostenibile, come quella del colonialismo ebraico. E' chiaro infatti che, mentre l'ostilità dell'Islam è oggi indiscriminatamente rivolta verso l'Occidente, una volta che l'Europa avesse preso le distanze da Israele e Stati Uniti, il mondo arabo , come già oggi lascia intuire , non mancherà di distinguere tra Occidente ed Europa.
La nuova collocazione dell'Europa consentirà di approfittare della vicinanza geografica e della complementarietà delle economie coi paesi arabi e favorirà lo scambio tra manufatti e tecnologie europei da una parte, e petrolio e materie prime del Vicino e del Medio Oriente dall'altra. Non solo ciò darà respiro alla nuova moneta europea, strappando crescenti fette di mercato al dollaro, ma consentirà anche il rapido sviluppo delle infrastrutture, delle industrie e del turismo dei Paesi arabi.
Spazzate via le attuali dirigenze politiche, corrotte e asservite agli Stati Uniti, sarà automatica in quelle nazioni una stagione di grandi riforme politiche in grado di attenuare gli odierni, insostenibili squilibri sociali. Sarà la fine di quelle grame condizioni di vita che sono alla base dell'attuale immigrazione di massa in Europa. Sarà il fallimento della strategia americana tesa, con lo strumento della società multirazziale, a destabilizzare sia dal punto di vista etnico che da quello sociale il nostro Continente.
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Ma, se nelle vicinanze geostrategiche di Israele la politica americana ha chiare connotazioni antiislamiche, più a Nord le cose funzionano in altro modo. Qui gli Islamici possono offrire alle multinazionali del petrolio percorsi preferenziali, dal Caspio al Caucaso, al Mar Nero, all'Adriatico, ed ecco gli USA farsi paladini delle minoranze musulmane. Nei Balcani ad esempio sono state armate e finanziate dagli Stati Uniti quelle criminali bande dell'UCK che dovevano sconvolgere il Kosovo e la Macedonia e permettere la nascita dei nuovi attuali equilibri. Anche in questo caso purtroppo nessuna reazione europea. Tutti si sono anzi appiattiti sulle posizioni americane. La stagione dell'allargamento ad Est dell'Europa si è così inaugurata con l'aggressione NATO alla Serbia, colpevole unicamente di reprimere "entro i suoi confini" il terrorismo secessionista.
Bombe europee hanno colpito uno Stato europeo; bombe europee hanno interrotto i commerci e le comunicazioni lungo il Danubio, un fiume europeo. Non ultima delle conseguenze, oltre a quelli d'Albania, ci sono piombati in casa gli albanesi del Kosovo ed una disgustosa marea di zingari che si fingevano slavi.
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Come spiega la dirigenza mondialista tutti questi guai? Come mai gli scoppi di violenza, contro ogni previsione, si moltiplicano? Perché in Europa, invece di puntare con decisione verso la costruzione di una confederazione grande e libera, negli ultimi anni si sono susseguiti passi falsi, tentennamenti, ritardi? Com'è possibile che nell' àmbito della stessa Unione vi siano gruppi di Nazioni contrapposte? Che l'Italia si muova su una direttrice antifrancese e antitedesca e si appoggi per questa politica su Paesi fuori dall'Unione, come gli Stati Uniti d'America, e stia pensando, con la cessione della Finmeccanica, di subordinare all'Inghilterra, e quindi ancora agli USA, il meglio di tutta la sua industria degli armamenti e aerospaziale?
Come mai i grandi giornali, l'apparato televisivo, gli esperti economici, non hanno percepito a tempo il declinante stato dell'economia americana? Possibile che solo l'Uomo libero (vedi n. 51) abbia con largo anticipo previsto l'esplosione della bolla speculativa americana e messo in guardia contro la debolezza di quella moneta, di quella Borsa? Era così difficile prevedere il tracollo economico di quei Paesi, come l'Argentina, che si erano messi nella scia americana?
La risposta è che tutto accade perché la plutocrazia non è in grado di gestire il mondo e non ha alcuna ricetta per eliminare i malfunzionamenti che tutti possono constatare. I fatti dimostrano anzi che il caos sociale può essere provocato da azioni che dal punto di vista individuale appaiono del tutto ragionevoli. La Democrazia, che per sua natura non può capire questa semplice realtà, è incapace di porre in atto rimedi radicali e si limita a scopare la polvere sotto il tappeto.
E' costretta dunque, per salvare la faccia, a inventarsi diagnosi fuorvianti, a ingannare l'opinione pubblica propinandole storie di cattivi e di terroristi, cui attribuire la colpa di tutto.
Mentre il radicale, necessario cambiamento avrebbe dovuto essere guidato dalla grande politica, tutto si è mosso sotto la spinta di interessi non europei, sorretti da un'informazione sottomessa o compiacente. Il risultato è che, ancora oggi, grazie alle quotidiane geremiadi sull'attacco alle Torri, molti sono portati a pensare che la recessione americana sia stata provocata da quell'azione. In verità, per l'economia USA, l'attacco è stato provvidenziale, in quanto ha permesso di avviare, attraverso l'economia di guerra, un tentativo di ripresa. A conferma della nostra tesi una sola notizia: il Pentagono ha di recente affidato alla Lockheed Martin la costruzione di 3000 (dicesi tremila) nuovi aerei da combattimento. E' il più grande contratto di forniture belliche di tutti i tempi, per un valore di duecento miliardi di dollari.
Ma se la ripresa non arriverà, l'opinione pubblica è già stata persuasa che la guerra deve proseguire. Verranno colpiti, al secondo turno, quegli Stati che da tempo sono nella lista dei nemici di Israele e che, appunto in quanto nemici di Israele, sono qualificati, dai giornali di destra e di sinistra, come terroristi.
All'attacco di questi Paesi parteciperanno, come al solito, gli aerei europei, senza tener conto che in quei luoghi, mentre quelle americane sono assenti, operano da tempo imprese europee.
Tutto ciò mentre nessun serio dibattito viene aperto sul perché del cosiddetto Errore. L'origine riferimento non è stata trovata.. Come se fosse privo di motivazioni profonde il farsi dilaniare dall'esplosivo. Come se questo gesto estremo si potesse affrontare senza aver accertato che non esistono altre ragionevoli vie d'uscita. Quanta acqua è passata sotto i ponti da quando, durante il secondo conflitto mondiale, la resistenza contro l'occupante (che tuttavia non si comportava come Israele, e che a guerra finita sarebbe certo tornato a casa sua) era giudicata dagli anglosassoni azione eroica e meritoria! Oggi, chi si oppone al terrorismo del Mossad o alle vili aggressioni dei bombardieri americani viene ucciso come un cane o, prelevato a casa sua, deportato in una colonia (Cuba nel caso) dove è tenuto prigioniero in una gabbia, con mani e piedi incatenati e orecchie e occhi tappati.
E' ritenuta invece cosa corretta che l'entità ebraica, nata dall'inganno e dalla prepotenza, possa continuare a spadroneggiare su territorio altrui e a infierire sugli abitanti indifesi. E' questa la realtà resa possibile dalla Democrazia, un sistema che consente, a chi ne ha l'interesse e le possibilità, di comperarsi l'Informazione e quindi la Verità. Ecco la necessità di risalire il percorso storico della menzogna democratica e di coglierne la ripetitività degli schemi. Senza lasciarsi prendere dallo sconforto di professare idee destinate, secondo molti, a restare di minoranza. Noi riteniamo che la conclusione cui giungono costoro sia molto meno vera di quanto comunemente si ritenga.
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Il prestito internazionale come arma del Sistema
di Ricardo Elozua
l'Uomo libero - Numero 19 del 01/10/1984
I debiti dei paesi del terzo mondo e del blocco socialista superano oggi la somma astronomica di un milione di miliardi di lire. Si sa fin d'ora che una parte considerevole di questi fondi non potrà mai essere rimborsata e dovrà essere assorbita dai paesi che hanno effettuato i prestiti. In attesa, tutto il sistema penosamente messo in piedi a Bretton Woods nel 1944 e che faceva del dollaro la moneta guida degli scambi internazionali, è sul punto di crollare. Già ridotto a mal partito da anni di gestione da parte delle autorità monetarie americane, sembra ormai pronto per ricevere il colpo di grazia dalle nere prospettive prodotte dall'indebitamento mondiale.
Se l'insolvenza di ciascun paese debitore non fosse di volta in volta rapidamente risolta dall'intervento della finanza pubblica e del potere politico del principale creditore o da un meccanismo regolatore come il Fondo Monetario Internazionale, le principali banche occidentali, per il gioco degli interessi incrociati, non sarebbero più in grado di onorare i loro impegni. Come ci fa rimarcare il responsabile degli studi economici della Morgan Guaranty Trust: «Siamo giunti ad un crocevia. Vi sono molte probabilità che la situazione diventi incontrollabile».
Ora, non siamo molto lontani dalla catastrofe. Già nel marzo 1981, la Polonia, il cui debito ammontava a 38.000 miliardi di lire, dichiarava di non poter far fronte alle rateazioni previste per il suo debito con l'estero; nell'agosto 1982, il Messico annunciava che non avrebbe più pagato gli interessi sui 112.000 miliardi di cui è debitore; nelle settimane successive, il Brasile si manifestava incapace di mantenere i propri impegni.
Il governo americano, smentendo una volta di più le dottrine anti-interventiste in campo economico, si è visto costretto ad organizzare ogni volta il salvataggio, evidentemente solo provvisorio, del paese implicato. Nella stessa occasione ha così evitato il fallimento a catena del proprio sistema bancario. L'esame del coinvolgimento statunitense nell'economia dei paesi terzi permette di comprendere a quale grado di interdipendenza ha portato il sistema. I prestiti degli USA a paesi «a rischio» hanno toccato la soglia dei 182.000 miliardi di lire. Le nove più importanti banche americane hanno impegnato l'equivalente del 130% del loro capitale sociale presso quattro paesi soltanto: Argentina, Brasile, Messico e Venezuela.
A dispetto delle regole economiche che sono loro proprie, le banche degli Stati Uniti hanno tralasciato ogni criterio di razionalità finanziaria accollandosi rischi tanto elevati su un numero così ristretto di clienti. E dunque difficile biasimare unicamente i debitori; essi non sarebbero giunti a questo punto senza l'accanimento dei commessi viaggiatori della Chase Manhattan Bank o della Citycorp.
È poco realistico attendersi una diminuzione dell'indebitamento mondiale. Un certo numero di paesi ha trovato nel ricorso al mercato internazionale delle valute il regolatore ideale della loro economia. Il ricorso al credito è diventato un'arma di politica interna. Le nazioni che dispongono di un'economia più solida prendono anch'esse a prestito con lo stesso scopo, ma lo fanno nella propria moneta o presso il risparmio interno.
È questo il caso degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, dell'Italia e di tanti altri. L'obbiettivo di fondo è ovunque lo stesso, sostenere la politica dei governi al potere senza mostrare di farne pagare il costo ai contribuenti. Oggi appena il 10% di ogni somma presa a prestito serve a finanziare investimenti reali. Il restante 90% paga gli interessi dei debiti e ripiana i deficit statali. In questa logica, un paese che conosca un fallimento di fatto, non ha alcun bisogno di denunciarlo, in quanto gli è teoricamente possibile rinnovare indefinitamente il proprio debito. Per le banche creditrici, il ripianamento dei rimborsi può rivelarsi molto vantaggioso. In primo luogo, è evitata la cessazione dei pagamenti, incubo dei banchieri, in secondo luogo i prestiti-relais sono concessi a tassi ben più elevati, e assicurano quindi alle banche guadagni potenziali a breve termine più rilevanti.
Tuttavia, nessuna banca è abbastanza potente finanziariamente per soddisfare ai bisogni di rifinanziarnento dei paesi in via di fallimento. È necessario formare dei cartelli bancari. E così che cinquecento banche hanno prestato fondi alla Polonia, millequattrocento al Messico e mille al Brasile. Il che dà un assaggio dell'ampiezza della catastrofe se mai uno di questi paesi voltasse la schiena alla logica liberale.
Come analizza giustamente Manuel Pietri, all'origine dell'indebitamento sì trova un desiderio di acculturazione da parte delle élites occidentalizzate dei paesi del terzo mondo. Da buoni agenti del sistema (cfr. Il sistema per uccidere i popoli, di Guillaume Faye, Edizioni dell'Uomo libero, 1983), questa borghesia ha identificato col modello occidentale il suo sviluppo, che passa quindi attraverso l'importazione massiccia di beni e di modi di pensare. Ora ciò che più spesso accade è che i paesi nuovi si sono lanciati in grandi progetti dì crescita, senza grandi preoccupazioni per i bisogni reali del paese, in funzione dell'ambizione dell'élite urbana d'integrare la propria nazione nel quadro del sistema internazionale di divisione del lavoro. Talvolta, il denaro non serve addirittura che a finanziare degli sciovinismi mal riposti: nel 1977, l'Impero Centrafricano ha speso l'equivalente del suo bilancio nei fasti di un'incoronazione imperiale; il Togo si è costruita una raffineria di petrolio che resta ancora oggi inutilizzata; la Liberia ospita in pompa magna una conferenza dell'organizzazione per l'Unità Africana.
La ruota infernale dell'indebitamento tende ad accelerare in seguito al primo grande shock petrolifero del 1973. In quel momento alcuni paesi si sono ritrovati ingenti surplus, ben più di quanto non potessero spendere. D'altro lato, i paesi poveri sono stati incapaci di pagare contemporaneamente gli investimenti programmati, i beni di consumo importati e il rincaro energetico. La soluzione ingegnosa immaginata dal sistema liberale fu il «riciclaggio». I fondi provenienti dai paesi petroliferi, depositati nei forzieri delle banche europee ed americane, vennero distribuiti verso i paesi che ne avevano maggiormente bisogno. Questo gesto generoso era ben retribuito, in quanto al LIBOR (London Interbank Offered Rate) si aggiungeva regolarmente lo spread (margine supplementare, più o meno elevato, che sanziona il grado di sfiducia dei banchieri nei confronti di un cliente).
Queste facilitazioni finanziarie, aggravate dalla mancanza di coraggio politico dei dirigenti, hanno condotto la maggioranza dei paesi a ritardare le misure atte a rispondere alla sfida dell'impennata del petrolio. Incoraggiati dalle proposte rassicuranti degli agenti delle grandi banche occidentali, i governi non hanno scelto la via del rigore, ma sono anzi ricorsi massicciamente al credito, e non per investire nei settori d'avvenire, ma per sostenere i consumi.
La Polonia, che soffriva da qualche anno di gravi difficoltà interne, pensò di risolverle facendo ricorso al denaro capitalista al fine di finanziare un ambizioso programma d'industrializzazione. I banchieri occidentali, confortati dal miraggio della distensione e dalle teorie che facevano dell'interdipendenza economica il migliore argomento a favore della comprensione tra i popoli, hanno generosamente offerto i loro fondi ai polacchi. Questi pensavano di rimborsarli tramite esportazioni verso i paesi ricchi. La recessione di questi paesi e la totale incoerenza dei piani d'investimento polacchi non l'hanno però permesso.
L'indebitamento eccessivo del piano di sviluppo ha alienato ciò che restava loro della autonomia politica. L'Unione Sovietica non poteva lasciar degradare la situazione ad un punto che avrebbe messo il paese in fallimento e declassata la comunità socialista al rango dei cattivi pagatori.
Per la credibilità di tutto un sistema la Polonia doveva onorare i suoi debiti; non è perciò sorprendente che, facendo eco alla Pravda, il Wall Street Journai si sia rallegrato dell'instaurazione dello stato d'assedio a Varsavia.
Per un curioso effetto d'accecamento, i banchieri occidentali non parevano preoccuparsi molto della solvibilità a lungo termine dei paesi loro clienti. Bastava loro sapere che l'Argentina cavalcava il bue grasso, che il Messico nuotava nel petrolio e che il Brasile dormiva su una montagna di caffè, per non vedere nei prestiti altro che i rapidi profitti che essi procuravano.
Tuttavia la ruota infernale del ricorso al credito mostrava già le prime incrinature. Nel 1979, i paesi membri dell'OPEC annunciano un secondo rialzo petrolifero; negli Stati Uniti il Tesoro federale comincia una severa lotta contro l'inflazione attraverso l'innalzamento brutale dei tassi d'interesse.
Automaticamente, per il gioco degli interessi fluttuanti, le somme già prese a prestito rincarano e nuovi prestiti sono a tassi proibitivi. Tra il 1976 e il 1982, il LIBOR passa dal 6% al 15%; è una rude scossa e la recessione che ne risulta scatena la caduta del prezzo delle materie prime diverse dal petrolio. Il ribasso trascina con sé tutte le speranze di rimborso dei paesi indebitati. Così, il prezzo dello zucchero brasiliano passa da 345 a 84 dollari la tonnellata. Il Presidente della Tanzania potrà da parte sua constatare che per acquistare un camion sono necessarie nel 1981 quantità decuple di tabacco rispetto al 1976.
Dopo quella della Polonia, l'annuncio, durante l'estate 1982, della crisi imminente del Messico è stata l'equivalente di una bomba atomica finanziaria. Riuniti in tutta urgenza a New York, i principali banchieri implicati giungono in qualche giorno ad un accordo per il ripianamento del debito; ci vorranno seicento ore di telescrivente per trasmettere alle 1400 banche implicate nel prestito le ventiquattro pagine dell'accordo raggiunto. Minacciando costantemente di rompere i negoziati e di dichiarare il paese in bancarotta, i messicani si sono rifiutati di apparire come degli accusati. Per essi le responsabilità sono equamente ripartite. Non si fanno alcuna illusione sulle ragioni che hanno spinto le banche straniere a prestare loro del danaro. «Esse ci guadagnano molto» dichiara il Presidente del Messico Lopez Portillo prima di nazionalizzare nel settembre 1982 tutte le banche del paese.
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In un'opera recentemente pubblicata in Francia, Dette et développement (1), un collettivo d'autori smonta il meccanismo di ciò che essi considerano la nuova dipendenza. L'innesto di un modello di sviluppo che giustifica la presa a prestito di capitali stranieri aggrava nella maggior parte dei casi le difficoltà che pretende di risolvere e ne crea delle altre. In più, le due organizzazioni che gestiscono il grosso dei prestiti impongono scelte economiche e politiche ben determinate.
Il FMI, per le condizioni che collega alla concessione delle somme tende a spogliare gli stati del dominio della propria economia. Questo organismo non cerca di adattarsi infatti alle realtà di ogni caso concreto, ma vuole imporre ad ogni paese un insieme di norme economiche «valide» per tutti. L'obbiettivo sarà raggiunto nella misura in cui i particolarismi saranno distrutti. Con la «normalizzazione» economica verrà la «normalizzazione» culturale, l'unificazione del modo di vivere. Qualche riserva turistica ben gestita sarà sufficiente a soddisfare il gusto per l'esotismo igienizzato degli economisti del FMI. Questa lotta implacabile contro le identità culturali e le scelte storiche nazionali ha scatenato le reazioni più ostili. È stato questo il caso della rivoluzione iraniana.
Per ciò che concerne le banche private, l'altro grande finanziatore, esse hanno incoraggiato il ricorso al credito suggerendo progetti di sviluppo senza alcun legame reale con i bisogni dei paesi. Lungi dal cooperare con i governi e con le autorità monetarie nella gestione a lungo termine di un piano di crescita, le banche hanno aumentato o diminuito le loro esposizioni in funzione di criteri miopi e unilaterali.
Il ricorso al finanziamento estero è quindi una buona cosa per i paesi del terzo mondo?
L'analisi mostra che il ricorso indiscriminato al credito smobilita l'economia di un paese, distoglie dal risparmio nazionale, rallenta la crescita della produzione interna, riduce il possesso della catena delle tecnologie produttive, orienta l'apparato produttivo verso i bisogni di un'economia universalizzata, decentrata ed opera un drenaggio a termine delle risorse del paese in direzione delle potenze industriali. A ciò si aggiunge l'alienazione culturale prodotta dall'introduzione avventata di un modello culturale straniero, lo sconvolgimento della struttura sociale e la progressiva perdita dell'autonomia politica.
Il finanziamento di una gran parte dei consumi delle nazioni giovani è una buona cosa per i paesi concedenti?
Potrebbe forse anche esserlo se i governi intendessero il flusso finanziario come arma politica. Non si verifica niente di simile: per dabbenaggine, incompetenza e implicazione negli ingranaggi del sistema, gli Stati in questione hanno praticato una dicotomia tra gli scambi commerciali, i flussi finanziari e i rapporti di forza politici. Talvolta quest'atteggiamento si è aggravato quando gli Occidentali hanno applicato al mondo politico le regole che reggono il mondo degli affari. È così che in nome della distensione i banchieri europei e nordamericani sono stati incoraggiati a prestare massicciamente ai paesi socialisti. Questo, nell'idea non dissimulata che il costoso favore avrebbe avvicinato i rispettivi punti di vista. I sovietici hanno potuto finanziare al tempo stesso il più importante sforzo di armamento della storia, un ambizioso programma spaziale e il proseguimento dell'industrializzazione del paese. Quando i sovietici accumulano divisioni corazzate, gli occidentali accumulano il ricatto dei crediti. I prestiti ai russi infatti sono a fondo perso.
La recente guerra delle Malvine illustra perfettamente l'ambiguità delle relazioni tra il debitore e il creditore. Il Regno Unito, dopo aver largamente contribuito in senso finanziario all'armamento dell'Argentina, ha dovuto dopo il conflitto, correre in soccorso del suo avversario, le cui finanze minacciavano il fallimento, mentre ancora l'Argentina non aveva neppure ancora concluso formalmente la pace. Per salvare i suoi crediti alla foce della Plata, l'Inghilterra ha dovuto transare politicamente.
* * *
L'irresponsabilità del sistema finanziario ha portato l'insieme delle nazioni in una situazione molto difficile. Ma non necessariamente per coloro cui si può pensare. Nel XIX secolo, quattro Stati nordamericani non onorarono i loro debiti sulla piazza di Londra. Il Mississippi è ancora sulla lista degli insolventi. Deve ancora cinque milioni di dollari. Tuttavia questi Stati sono sempre là. La Corea del Nord, Cuba, il Ghana che si sono rifiutati di continuare a pagare gli interessi non sono per questo scomparsi dalla superficie del globo (2). All'inverso, all'altro capo della catena, banche, piccoli risparmiatori e in definitiva la finanza pubblica del paese che esborsa finiscono sempre per pagare al posto degli insolventi.
I metodi del liberalismo classico non possono dunque apportare neppure un inizio di soluzione soddisfacente e realizzabile. In effetti, ogni ripianamento della situazione trascinerebbe con sé conseguenze disastrose sull'attività industriale dei paesi sviluppati. Ogni recessione sfocerebbe in una caduta del prezzo delle materie prime, cioè delle principali risorse dei paesi indebitati. Questa è la logica assurda del Sistema occidentale. Ci condanna non soltanto a perpetuare la situazione di indebitamento generale, ma ad accrescerla, affinché il commercio internazionale non rischi di ridursi troppo.
Un'alternativa è indispensabile. Alcuni economisti si stanno già orientando in questa direzione. In effetti non si tratta soltanto di trovare delle soluzioni per la crisi attuale dei pagamenti internazionali, ma di ripensare interamente le modalità di sviluppo sia dei paesi «ricchi» che dei paesi «poveri». E chiaro che i debiti dei paesi insolventi, nella loro immensa maggioranza non saranno mai pagati. Ci vorrebbe, perché lo fossero, una degradazione durevole e radicale del loro attuale livello di vita, cosa che non è realistica.
L'iniziativa deve dunque essere presa dalle nazioni creditrici. Senza esonerare le banche della grave responsabilità che ricade su di esse, organismi regionali dovrebbero addossarsi la gran parte dei debiti irrecuperabili dei paesi del terzo mondo. I contatori sarebbero così rimessi a zero. Le banche private dovrebbero poi perdere gradualmente l'accesso ai mercati internazionali, per lasciar fare a governi animati da volontà politica. Questi accorderanno finanziamenti limitati per obbiettivi precisi, ottenendo in cambio precise contropartite politiche.
Nell'ottica di uno sviluppo autocentrato su grandi spazi regionali semiautarchici, ogni insieme geopolitico omogeneo (Europa, Africa nera, Paesi Arabi, etc.) cercherà di determinare da solo gli obbiettivi prioritari del suo sviluppo, scegliendo i programmi di investimento ed il loro finanziamento. Sarà così evitata l'importazione, attraverso una tecnologia, di una civilizzazione straniera, alienante in rapporto alle identità culturali nazionali. Non finanziando più a fondo perduto i consumi correnti dei paesi del terzo mondo e la macchina da guerra sovietica, l'Europa potrà trovare nel suo proprio seno le capacità d'investimento per lanciare importanti programmi di sviluppo che saranno un elemento di peso per il suo avvenire in quanto grande potenza. Senza un grosso sforzo nei campi dell'autonomia energetica, delle materie prime e dell'esplorazione e dello sfruttamento dello spazio, il nostro continente rischia di veder aggravata la sua dipendenza e il sotto-impiego delle sue capacità umane ed industriali.
Quando le leggi del laissez faire conducono alla sconfitta, i loro partigiani si volgono verso la finanza pubblica al fine di non soffrire troppo dei propri errori. E tempo che cessi il miraggio del liberalismo come panacea universale affinché le nazioni riprendano in mano gli strumenti economici della loro storia.
Ricardo Elozua
(1) AA.VV., Dette et développement, (Debito e sviluppo). Publisud, Parigi 1982.
(2) La storia offre dei precedenti degni di riflessione. Nel XV e XVI secolo i Medici si erano costituiti in «multinazionale» commerciale e bancaria prestando somme considerevoli a vari Stati europei, tra cui la Francia e l'Inghilterra. Quando questi Stati furono nell'impossibilità di pagare i loro debiti, non furono evidentemente essi a fare bancarotta, ma i Medici...
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Processo alla Serbia
di Slobodan Milosevic, Stefano Vaj
l'Uomo libero - Numero 54 del 01/10/2002
Introduzione - di Stefano Vaj
Non è che al di fuori dei circoli del "pensiero unico" occidentalista ed americanofilo la popolarità della Serbia e della Jugoslavia sia storicamente indiscussa ed universale, a partire da chi si rifà ad orientamenti identitari e regionalisti (e rimprovera alla Serbia inclinazioni centraliste ed egemoniche); passando da chi è musulmano o guarda con comprensione all'Islam, o dagli storici più attenti alle ragioni della Triplice Alleanza nella prima guerra mondiale, e nella seconda dell'Asse (cui per altro la Jugoslavia ha finito per contrapporsi solo a seguito e successivamente al colpo di Stato del 1941); per finire con i molti esponenti del nazionalismo europeo che guardano con diffidenza all'identità slava come ad un'identità "di confine", rispetto alla centralità etnoculturale e storica della sfera latino-celtico-germanica. Identità certo in qualche modo toccata dalla contiguità con i mondi asiatici e mediorientali con cui è sempre stata a contatto, per lo più subendo conflitti e dominazioni di cui non ha mancato di pagare il prezzo (per altro non diversamente dalle popolazioni di stirpe greca che continuano però a godere il credito della tradizione classica e bizantina).
Ciò è ancora più vero per gli Slavi del sud, nei cui confronti la diffidenza o condiscendenza è spesso anche maggiore. È facile ad esempio notare come l'aristocrazia serba in realtà sia stata interamente ed irrevocabilmente sterminata nella battaglia del Campo dei Merli del 15 Giugno 1389, senza lasciare traccia di sé nella politica e nelle tradizioni della regione, ma è anche doveroso ricordare come tale sacrificio abbia bloccato per quasi un secolo la pressione turca nei Balcani.
Anche a livello politico, la Jugoslavia è sempre stata guardata con limitato interesse o perplessità. La "sinistra" italiana o francese del secondo dopoguerra ha sempre limitato, per ovvie ragioni di ortodossia filosovietica, i propri flirt con il regime titoista, almeno da quando questo ebbe ad operare uno "strappo" molto più deciso ed anticipato di quello berlingueriano con la casa madre russa; mentre più tardi i movimenti di matrice sessantottina sono sempre stati molto più inclini, malgrado la posizione della Jugoslava come leader del movimento dei paesi non allineati, a trovare i propri modelli e referenti a Pechino, Hanoi o Pnom Pehn anziché nella "revisionista" Belgrado. La "destra", italiana a sua volta, quand'anche non fosse supinamente sdraiata sulle posizioni dei fiduciari locali del potere americano, aveva (del resto non a torto) qualche difficoltà a prescindere da Fiume, Trieste. le foibe ed il Trattato di Osimo ogniqualvolta si occupava dell'area in questione, salvo al massimo ad arruolare almirantianamente gli esperimenti del regime jugoslavo nei tentativi di "terza via" in cui venivano talora confusi corporativismo e cogestione socialdemocratica tedesca, socializzazione e cooperative titoiste.
Potrebbe perciò piacevolmente sorprendere l'assoluta unanimità con cui praticamente tutte le forze al di fuori dalla più immediata area culturale occidentalista e mondialista - da Rifondazione Comunista al Front National, dalla Lega Nord a Sinergie Europee al GRECE alla Fiamma Tricolore - hanno mostrato di percepire immediatamente strumentalità e reale significato dell'attacco degli USA alla Serbia di Slobodan Milosevic. Per ogni opportuno approfondimento al riguardo, rimandiamo a tre brevi volumi pubblicati in italiano nel 1999 e nel 2000, e precisamente Serbia, trincea d'Europa di Dragos Kalajic (Edizioni all'Insegna del Veltro), e Good morning, Belgrado. Cronache di un'aggressione di Mauro Bottarelli (Società Editrice Barbarossa), con una prefazione di Massimo Fini e un'appendice di nuovo di Dragos Kalajic, ed infine Ditelo a Sparta. Serbia ed Europa, contro l'aggressione della NATO, a cura di Maurizio Cabona (Graphos Edizioni).
Il primo consiste in particolare in una lunga intervista rilasciata dall'autore, senatore della Repubblica Serba e fondatore dell'Istituto di Studi Geopolitici di Belgrado, a Tiberio Graziani, mentre il secondo è costituito dalla raccolta degli articoli pubblicati da Bottarelli per La Padania dal gennaio 1999 al febbraio 2000, per tutta la durata della cosiddetta "crisi jugoslava", in cui il governo "progressista" che all'epoca dirigeva il nostro paese si è prontamente prestato come trampolino di lancio, non per il lancio di ramoscelli di... Ulivo, ma di aerei carichi bombe all'uranio impoverito di cui buona parte è finita nell'Adriatico e nel pesce servito sulle nostre tavole, quando non nei pori e nei polmoni dei "portatori d'acqua" delle nostre povere forze armate dislocati sul posto dalla NATO. Il terzo infine contiene interventi (tra gli altri) di Cabona stesso, Alain de Benoist, Luciano Canfora, Giulio Andreotti (!), Noan Chomsky, Massimo Fini, Claudio Risé, Giovanni Sartori, Tomaso Staiti di Cuddia e Aleksandr Zinoviev.
Riteniamo di fare cosa utile nell'integrare la documentazione disponibile sull'argomento nella nostra lingua pubblicando qui la difesa introduttiva di Slobodan Milosevic al Tribunale dell'Aja, o almeno i pezzi che ne sono sopravvissuti per il pubblico e per i media malgrado fastidiosi quanto "provvidenziali" problemi "tecnici" all'amplificazione che ne hanno disturbato l'ascolto, di cui abbiamo ottenuto una versione francese attraverso Robert Steuckers [Vedi anche il testo in inglese della dichiarazione del 30/08/2001 sull'illegittimità del Tribunale dell'Aja, che all'imputato è stato impedito di leggere in aula, e in italiano la petizione contro l'imposizione della difesa d'ufficio a Slobodam Milosevic].
Come noto, infatti, la Serbia è stato il primo laboratorio e territorio di caccia del cosidetto Tribunale Penale Internazionale, ultimo ritrovato del potere mondialista e della globalizzazione giuridica, che mira in questi anni a tirare un tratto di penna definitivo sui principi di non ingerenza, di sovranità nazionale, e di autonomia degli ordinamenti. L'implementazione di tale bizzarra istituzione sovrannazionale era del resto forse scritta nell'ordine naturale delle cose, e più in particolare, come spiega Giorgio Locchi, nell'evoluzione della tendenza egualitaria ed universalista dalla fase mitico-religiosa, a quella ideologica, ed infine a quella della teoria sintetica, "scientifica" e sincretista, a connotazione essenzialmente economico-giuridica. Più ancora che nella prime anticipazioni dei processi staliniani, è a Tokio e a Norimberga che dichiaratamente tale "tribunale" trova le sue radici, ed in particolare nell'idea di amministrare un diritto naturale (i "diritti dell'uomo") pre-esistente, sovraordinato ed indipendente dalla volontà di una specifica comunità popolare, anzi, in espresso contrasto con gli ordinamenti positivi, cui per lo più gli imputati sono appunto colpevoli di aver dato esecuzione, sia ciò avvenuto per senso del dovere o per timore di sanzioni [Cfr. Adriano Scianca, "Diritti umani?", Stefano Vaj, "Indagine sui diritti dell'uomo" e Eric Delcroix, "I diritti dell'uomo in azione"].
Capita così che il "tiranno" Slobodan Milosevic, una volta ceduto il potere per aver perso... le elezioni (!), e dietro ricatto americano di sospendere in difetto gli "aiuti" promessi al nuovo regime, sia stato letteralmente ed illegalmente rapito e venduto dalle autorità locali serbe - contro la volontà del nuovo e legittimo presidente "filo-occidentale" della Federazione Yugoslava che pure intendeva dare attuazione al precetto costituzionale che vieta anche in tale federazione, come nella maggiorparte dei paesi, l'estradizione del cittadino - onde essere immolato sull'altare della globalizzazione mondialista e del Nuovo Ordine monopolare, di cui la signora Carla Del Ponte è stata nominata paladino ufficiale [Vedi i siti del Comitato internazionale per la liberazione di Slobodam Milosevic, e quello dell'Associazione Sloboda. Vedi anche il libro di Aldo Di Lello L'utopia con la toga, Sovera Multimedia, Milano 2002).
Milosevic è un personaggio non certo privo di ombre, anche se la sua parallela e precedente incriminazione per corruzione in Jugoslavia potrebbe essere attribuita a vendette politiche, e dei poteri che oggi lo processano è stato in passato talora il beniamino (come lo stesso non omette di far presente in ogni occasione, non fosse che per imbarazzare i propri attuali accusatori ed avversari). Giova per altro leggere le parole con cui, rifiutando di riconoscere la corte che pretende di processarlo, e perciò omettendo di nominare un avvocato, ha formulato la propria dichiarazione introduttiva all'inizio del processo.
Ciò in particolare nel presente momento. È da poco infatti che il processo, a lungo impantanato nelle difficoltà di dare un minimo spessore probatorio alle accuse, è ripreso più o meno in sordina, con giornalisti della BBC che si fanno beccare ad accreditare quali martiri della "pulizia etnica" caduti che sono stati in realtà vittime dei bombardamenti NATO.
Contemporaneamente, gli americani, che non hanno aderito da parte loro alla nuova illuminata e globalizzata giustizia penale del suddetto Tribunale, stanno presentando all'incasso da tutta la stampa italiana la propria cambiale per la tolleranza elargita allo "strano" governo italiano, già sotto tutela di un ministro degli esteri di nomina Fiat, e con la colpa di essere espressione di imprenditori relativamente "fuori dal giro", ex-neofascisti, e difensori delle identità etnoculturali - e perciò costretto a presentarsi quotidianamente come "primo della classe" nella gara di servilismo delle cancellerie europee. Ci riferiamo in particolare alla pretesa un'immunità dalla giurisdizione "universale" del suddetto Tribunale dell'Aja (con connesso divieto di estradizione per i propri militari) che il governo americano intende ottenere, non solo a Timor Est, in Romania ed in Israele, ma tramite l'Italia e l'Inghilterra anche in tutta l'Unione Europea. E questo sulla base dell'"ovvio" principio che far saltare edifici civili a Manhattan con un Boeing di linea è un atroce atto di terrorismo, far saltare edifici civili, stazioni televisive ed ambasciate straniere a Belgrado con bombardieri B-3 è una "legittima pressione internazionale". Idea per la verità curiosamente non condivisa dai magistrati jugoslavi, che constatata l'obbiettiva inesistenza di uno stato di guerra tra la Federazione Jugoslava e gli Stati Uniti o il Regno Unito ai sensi del diritto internazionale, hanno puntualmente incriminato Bill Clinton e Tony Blair sulla base delle norme da sempre contenute nel codice penale jugoslavo, così che gli stessi sono stati processati, ovviamente in contumacia, e condannati a vent'anni di reclusione da giudici indipendenti e professionali. Mentre è quasi inutile rimarcare che tale sentenza ha davvero poche probabilità di essere eseguita, dato che gli imputati non saranno mai estradati e che difficilmente il governo attuale avrebbe il coraggio di porla in esecuzione secondo i suoi doveri costituzionali ove anche tali personaggi si presentassero come turisti, la stessa ha se non altro il merito di ridurre a parodia l'ipocrisia legalistica degli aggressori.
La conclusione cui lo stesso Milosevic pare essere giunto, secondo quanto suggeriscono le dichiarazioni che seguono, è semplice. Tutta la vicenda jugoslava nasce dal piano americano della creazione di una "dorsale islamica", politicamente impotente e/o filoamericana, che a partire dalla Turchia (di cui l'entrata nell'Unione Europea insieme con Israele resta pesantemente sponsorizzata dalle solite forze) passando dalla Bosnia e dall'Albania giunga sino al cuore dell'Europa prestandosi come trampolino per l'immigrazione di popolazioni allogene e fortemente estranee nel nostro continente. Un immigrazione utile a rafforzare la globalizzazione e sterilizzazione politica dell'Europa, ed al tempo stesso a facilitare la politica antiaraba ed antimusulmana degli Stati Uniti attraverso lo sradicamento delle relative popolazioni e l'offerta di una comoda valvola di sfogo socio-politica e demografica ai propri traballanti satrapi regionali (intessante al riguardo anche l'autorevole accenno al ruolo ambiguo da sempre giocato da Al Qaeda e dal saudita Bin Laden...).
Tutto ciò con il vantaggio supplementare di eliminare il "problema jugoslavo", ovvero pericoloso esempio di paese già estraneo al Patto di Varsavia e perciò rimasto relativamente indenne dalle conversioni occidentali automaticamente provocate dal crollo del regime sovietico in Polonia, Bulgaria, Ungheria e, con l'aiuto di un piccolo colpo di Stato accuratamente preparato dai media occidentali ("la strage di Timisoara"), in Romania. Non è nuovo del resto che i Balcani facciano le spese di scontri, esigenze e progetti altrui, che disgraziatamente trovano regolarmente facile esca nelle composite popolazioni locali.
Questa pubblicazione potrebbe perciò essere idealmente dedicata ai kosovari di etnia albanese fuggiti a... Belgrado per scampare non alla pulizia etnica serba ma alle bombe della NATO e dei terroristi dell'UCK; così come a coloro che a Belgrado, o a... Bari, Milano o Napoli vedono rafforzarsi di giorno in giorno, a seguito della "crisi jugoslava", una presenza di disperati albanesi debitamente inquadrati da una mafia creata, armata e foraggiata dal potere mondialista.
Le dichiarazioni di Slobodan Milosevic nelle fasi introduttive del processo dell'Aja
[Dopo la lettura del capo di accusa sui fatti di Bosnia-Erzegovina]
«Tengo a dire che questo testo miserabile che abbiamo appena ascolta è l'ultima delle assurdità. Ritengo di aver ben meritato dalla pace in Bosnia, e non dalla guerra. La responsabilità di questa guerra risiede in seno alle potenze che hanno voluto smembrare la Jugoslavia e presso i loro agenti locali. Essa non è imputabile alla Serbia, né al popolo serbo, né alla linea politica seguita dalla Serbia. Si tratta di un tentativo...» [a questo punto viene spento il microfono, che resterà inutilizzabile sino alla fine].
[Nel corso del dibattito sulle "accuse raggruppate"]
«Tutto ciò che abbiamo sentito oggi a proposito di pretese persecuzioni non conferma che una cosa, e cioè che chi ne parla si inganna totalmente sul loro bersaglio; ma al fine di evitare che si verifichino ulteriori "interruzioni" del funzionamento del microfono, mi atterrò soltanto agli argomenti che rispondono più direttamente alle domande che mi sono state poste.
La ragione per cui si tiene a "raggruppare" le false accuse che mi vengono rivolte mi semnbra del tutto evidente, e sta in quanto accaduto l'11 Settembre. Si conta di distogliere l'attenzione dalle accuse di cui sono oggetto a proposito del Kossovo, per il fatto che queste accusesollevano inevitabilmente la questione della collaborazione dell'amministrazione Clinton con i terroristi musulmani del Kossovo, ivi compresa l'organizzazione di Bin Laden...
Secondariamente, per ritornare a ciò che abbiamo ascoltato oggi, queste persone sono coscienti del fatto che se insistono sul Kossovo, non possono - e questo anche senza tenere conto dell'illegalità di questo giudizio e di questo tribunale - evitare di far comparire davanti a codesta corte i principali responsabili dei crimini commessi contro il mio paese e il mio popolo, a cominciare da Clinton, Albright e Clark per finire con tutti gli altri, così come non possono evitare l'apparizione qui di molti pacifisti le cui attività e cooperazione disinteressata alla ricerca di soluzioni ragionevoli refutano le accuse - o per meglio dire le accuse mostruose - di cui sono fatto oggetto qui.
Così dunque, le loro ragioni per tentare di "unificare", di "raggruppare" queste accuse sono improntate al più triviale pragmatismo politico, e mirano a proteggere coloro che hanno commesso dei crimini contro il mio paese. e non mirano, così come viene preteso, a garantire un processo onesto ed efficace, giacché non si curano di sapere se vengo messo in grado di rispondervi dettagliatamente o meno. Ho già detto cosa penso al riguardo.
Per ciò che concerne il loro principale argomento, l'accusa che pretende che noi fossimo animati dal progetto di creare una "Grande Serbia", tale teoria può essere facilmente smentita dai fatti e penso che nessuna persona ragionevole oserebbe ricorrervi a tale slogan, che è stato proposto come movente mitilogico di tutti i crimini ipotizzati. Nessuno dovrebbe più tentare in alcun modo, ormai, di usare ed abusare di questo argomento.
Ecco al riguardo dei dati irrefutabili: il 28 Aprile 1992, la Repubblica Federale di Jugoslavia è stata costituita. Il 28 Aprile 1992, ovvero prima dell'inizio del conflitto, prima che scoppiasse la guerra civile, l'assemblea costituente esplicitava, nel suo documento ufficiale, la nostra posizione, ovvero che la Repubblica Federale di Jugoslavia non nutriva alcuna rivendicazione territoriale nei confronti di alcuna delle vecchi repubbliche jugoslave. È una prova che mi pare già sufficiente a smentire radicalmente le assurdità che cercano di imputarci.
Vorrei anche ricordarvi che all'inizio di tutto, in Maggio 1993, con i nostri migliori sforzi, il piano Vance-Owen fu accettato, ed in seguito firmato ad Atene da tutti, rappresentati serbi compresi. L'accettazione di tale piano mostra chiaramente che noi consideravamo la pace come obbiettivo assolutamente prioritario, di valore inestimabile, per tutti i popoli della Jugoslavia, e confuta il mito di un revanscismo serbo.
In fin dei conti, nel corso di questi dieci anni di storia jugoslava, la vita stessa quotidiana ha interamente smentito queste accuse di discriminazione nazionale o religiosa, poiché la Repubblica Federale di Jugoslavia è rimasta la sola parte della vecchia Jugoslavia a preservare il suo carattere multinazionale e a garantire tutti i propri cittadini contro ogni forma di discriminazione nazionale o religiosa. Tutto ciò che è successo in questi dieci anni lo conferma. Lo stesso vale per il Kossovo. Forse non ne siete al corrente, ma il governo della provincia autonoma del Kossovo e della Metohoija, nel 1998 e 1999 - cioè durante la guerra, e sino a che coloro che avevano posto in essere l'aggressione non hanno installato i loro mercenari al potere - era costituito da Serbi, Albanesi, Musulmani, Turchi, Gorani, Rom e Egiziani. I Serbi erano una minoranza in tale governo. Come può la nozione secondo cui esistevano discriminazioni nazionali conciliarsi con tali fatti?
Similmente, la nostra delegazione a Rambouillet era composta da rappresentanti di tutte queste etnie differenti. Come si concilia ciò con l'imputazione di discriminazioni nei confronti di nostri cittadini? Sapete che nel 1998, dopo dieci anni di pace assoluta in Kossovo - dieci anni nel corso dei quali nessuno fu ucciso, dieci anni nel corso dei quali nessuno fu arrestato, durante i quali decine di giornali stampati in albanese potevano essere acquistati in qualsiasi angolo di strada, quando l'istruzione elementare e secondaria veniva impartita in albanese - quando, dopo dieci anni, il terrorismo esplose, organizzato dai servizi segreti stranieri un po' dappertutto in Europa tra gli esiliati della mafia albanese, noi costituimmo delle forze locali di polizia nei villaggi albanesi, i cui cittadini sceglievano i propri poliziotti, poliziotti armati, e tutti di etnia albanese.
Nel 1998, i terroristi albanesi hanno ucciso più Albanesi che Serbi. Giova altresì rimarcare prima di tutt oche in tutte le strutture statali, così come in seno al partito socialista al governo, le proporzioni tra i membri di diverse etnie corrispondeva molto da vicino alle percentuali relative alla composizione etnica dei nostri cittadini [cosa che certo non si può dire per le amministrazioni pubbliche italiane o americane]- vi si contavano Serbi, Albanesi. Turchi, Ungheresi, Ruteni, Rumeni, Bulgari e anche tutti gli altri. Quale di questi gruppi avrebbe potuto essere in grado di presentare e perseguire un programma di discriminazione nazionale, religiosa o razziale, quale quello che ci viene qui rimproverato?
Questi due "capi di accusa", concernenti la Croatia e la Bosnia, sono stati proposti con un solo fine, annegare le accuse concernenti il Kossovo, dato che il semplice fatto di parlare del Kossovo significherebbe affrontare apertamente tutta la questione del terrorismo - per non parlare del fatto che è assolutamente chiaro che in Croatia ed in Bosnia abbiamo operato in favore della pace, non della guerra. Abbiamo assistito i nostri oriundi e profughi per aiutarli a sopravvivere e devitare che diventassero vittime di un genocidio. Molte volte abbiamo dichiarato pubblicamente, e io stesso l'ho confermato, che noi chiedevamo soltanto la libertà e la pace per il nostro popolo in territori in cui viveva da secoli, senza che ciò dovesse avvenire a detrimento di qualsiasi altro popolo.
L'esempio della Repubblica Federale di Jugoslavia e delle sue eccellenti relazioni inter-etniche durante tutto il periodo dei conflitti, prova tutto ciò in maniera eclatante. Nel corso del conflitto in Bosnia, nessun musulmano fu cacciato dalla Serbia. Nel corso del conflitto in Croatia, nessun Croato o cattolico fu cacciato dalla Serbia. Meglio ancora, nel corso della crisi bosniaca, - consultate se non ci credete i rapporti dell'UNHCR - più di 70.000 profughi musulmani hanno trovato rifugio in Serbia. Quale naziona, quali persone andrebbero a decine di migliaia a cercare rifugio presso coloro che li hanno aggrediti?
Sapete che vi sono più musulmani in Serbia che in Bosnia-Erzegovina? I musulmani di Bosnia-Erzegovina sono stati spinti verso il disastro, di modo che queste forze esterne, potessero presentarsi come come sostenitrici dei musulmani, e mascherare la loro responsabilità nella morte di molte più persone - e si tratta qui di milioni di musulmani - in virtù dei loro interessi, che sono di globalizzare il pianeta ed instaurare un nuovo colonialismo.
In particolare, non posso capire come qualcuno possa osare parlare implicitamente del Kossovo come se si trattasse di qualcosa che si situa al di fuori della Serbia. Il Kossovo è la Serbia, e il Kossovo resterà serbo, ma la terribile situazione che conoscono oggi il Kossov e la Metohija continuerà sino a che tali due regioni saranno sottoposte ad un'occupazione sanguinosa e illegale. Illegale perché è stata resa possibile dalle violazioni alla risoluzione 1244 dell'ONU e del Consiglio di Sicurezza. Questa risoluzione prevede la presenza di forze di pace delle Nazioni Unite. Tuttavia, le forze che occupano il Kossovo sono forze armate della NATO che hanno violato ogni delega e direttiva dell'ONU ivi compreso permettendo che proseguissero gli atti di barbarie noti a tutti perpetrati dai terroristi albanesi.
Migliaia di Serbi e altri residenti non-albanesi del Kossovo sono stati rapiti ed uccisi, decine di migliaia di abitazioni serbe sono state incendiate, più di un centinaio di chiese sono state incendiate e distrutte, e tutto ciò sotto l'egida di forze internazionali che sarebbero venute a garantire la sicurezza di tutti.
Ed oggi, dopo elezioni pilotate e manipolate, questi nuovi, decorativi parlamentari serbi del Kossovo vengono in aereo da Belgrado per fare il loro lavoro di deputati sotto scorta militare all'interno di questo preteso parlamento!
Questa situazione durerà tanto a lungo quanto a lungo durerà l'occupazione. Una situazione delle stesso tipo, sotto l'occupazione turca, è durata cinquecento anni. Questa non durerà altrettanto, e, dall'istante in cui sarà cessata, il Kossovo ripasserà totalmente sotto il controllo serbo, e qui non parliamo solo del Kossovo, ma dell'intera Serbia, perché anche la Serbia non tarderà ad essere nuovamente governata da patrioti. Saranno parimenti dei patrioti che prenderanno la direzione di altri paesi, prendendo il posto di questi governi fantoccio portati al potere in vista dell'instaurazione di un nuovo colonialismo mondialista.
Ritengo che tutto ciò che abbiamo sentito oggi, e che è in totale contraddizione con la verità, abbia mostrato a che punto tali "accuse" siano fallaci. Non posso concepirle che come una manifestazione di irritazione, ed una vendetta per il fiasco subito dalla NATO nel suo progetto di occupare militarmente la Jugoslavia. Posso dirvi che sono fiero di aver comandato le forze armate jugoslave che hanno tenuto fronte alla NATO, perché ciò ha mostrato che un paese, anche un piccolo paese, animato da una forte volontà di difendere la libertà delle nazioni e dei popoli, può ottenere risultati. Sono cui come capro espiatorio ed a titolo di punizione per esserci drizzati contro il pericolo della peggiore tirannia che abbia mai minacciato l'umanità.
Ciò che in sostanza si può tirare dalle accuse che mi vengono mosse non è che la bile e il fiele di una guerra mediatica di dieci anni mirante a diabolizzare al tempo stesso la Serbia e il popolo serbo, così come il loro governo, me stesso e persino la mia famiglia. Di fatto la guerra mediatica ha preceduto la guerra combattuta, e, conformemente al suo obbiettivo, a convinto l'opinione pubblica del fatto che fossimo dei porci, senza neppure tenere conto che nessun elemento abbiamo mai fornito che potesse giustificare un tale trattamento.
Avete tutti letto come, il 6 Aprile 1992, l'Unione Europea ha riconosciuto la Bosnia-Erzegovina, sotto l'influenza del ministro tedesco degli Esteri dell'epoca, Hans Dietrich Genscher e di altri politici europei... In tal modo questi uomini politici hanno scatenato una serie di eventi che hanno visto schierati contro di noi anche nazioni, come inglesi e francesi, a fianco dei quali abbiamo combattuto nel corso di due guerre mondiali.
Ho già trattato della mia relazione con questo tribunale. Che importa che il giudice Robinson pretenda che le mie relazioni con questo tribunale non hanno alcuna conseguenza per voi? Di conseguenza, ciò che state per fare è ciò per cui siete pagati, e io non posso che dirvi che ogni argomento utilizzato al fine di vedere "raggruppare" le accuse è infondato, non sta in piedi, non è corretto e non può essere plausibilmente giustificato in alcun modo. Tale argomenti sono infondati quanto lo sono le accuse, e non dubito che voi farete come meglio vi piacerà, la cosa non mi riguarda.
Ho sollevato vari argomenti contro l'idea sollevata dal pubblico ministero. Tutto ciò che vi si aggiunge, e ciò diventerà sempre più evidente mano mano che il processo andrà avanti, mostra che tutto questo affare si regge su piedi d'argilla e proviene unicamente dal fiele della guerra mediatica, e non da fatti reali, e soprattutto da fatti che possano avere una qualsiasi rilevanza legale. Il vocabolario e la struttora di tutti i loro argomenti è della stessa pasta di ciò che abbiamo visto o sentito nei volantini politici degli aggressori o nei media globalizzati, il che non prova che una cosa, ovvero che tutto ciò è farina dello stesso mulino, e non proviene da nessun altra parte.
Se fossi in voi, personalmente, e quale che sia la vostra qualità, che io come ben sapete contesto radicalmente, lascerei perdere un tale programma. Vogliono mettere il Kossovo da parte unicamente perché apre questioni di collaborazione con il terrorismo internazionale, aspetti che mal si accordano con la politica ufficiale dell'attuale amministrazione americana. In questo momento, vengono falsificati fatti storici in nome delle esigenze propagandistiche di tale linea politica, ed è qualcosa che neppure questo tribunale illegale dovrebbe abbassarsi a permettere».
[Sulla questione della difesa di Milosevic nel processo e sul mancato rispetto della sua privacy]
«Sono stato informato, nell'intervallo, che, senza che ne fossi reso edotto, mi avete nominato alcuni difensori la cui assistenza non ho richiesto. Avreste in particolare interpretato il mio consenso a ricevere la visita di certe persone come una richiesta di nominare degli avvocati. Ho precisato a verbale che non auspico che chiunque mi faccia visita ed abbia una laurea in legge debba essere da me nominato difensore. E considero che sarebbe inammissibile soffrire restrizioni nelle visite delle persone che desiderano vedermi, secondo le regole che voi stessi avete stabilito, dato che altre persone nel medesimo vostro carcere hanno pure la facoltà di ricevere tali visite.
La sola cosa che ho detto, è che auspico che le persone che desiderino rendermi visita abbiano la possibilità di farlo. Punto e basta.
Secondariamente, ho appreso che avete installato una telecamera ad infrarossi nella mia cella. Le autorità carcerarie mi hanno informato che se hanno potuto spegnere la luce abituale nella mia cella, è perché è stata rimossa la telecamera precedentemente presente, ma sono stato informato che la telecamera ad infrarossi cui un vostro rappresentante ha fatto allusione in pubblico è tuttora presente. Chiedo che sia tolta»
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Il Mondialismo
di Maurizio Lattanzio
Tratto da "Avanguardia" n.77
marzo 1992 &endash
Cas. Postale 170, 91100 Trapani
"Il mondo si divide in tre categorie di persone: un piccolissimo numero che produce gli avvenimenti; un gruppo un poco più numeroso che vigila alla loro esecuzione e ne segue il compimento, e infine, una stragrande maggioranza che non conosce mai ciò che si è prodotto in realtà".
Il termine 'mondialismo' si riferisce ad una concezione politico-culturale di cui si fanno portatori e diffusori potenti gruppi tecnocratico-plutocratici occulti o, quanto meno, 'defilati', non esposti alle luci dei 'riflettori' &endash; cioè dei mass-media sapientemente manovrati &endash; che 'illuminano' la grande ribalta politica internazionale. Costoro operano tramite istituzioni parimenti occulte o, se si preferisce, semi-pubbliche (Trilateral Commision, Bildeberg Group, Council on Foreign Relations, Pilgrims Society, sistema bancario internazionale ecc.), con l'obiettivo di giungere alla realizzazione di un progetto che prevede l'instaurazione di un unico Governo Mondiale, depositario del potere economico, politico, culturale e religioso. Le articolazioni strutturali di un simile progetto &endash; già in via di attuazione, si pensi solo al M.E.C. &endash; sono fondate sulla integrazione dei grandi insiemi (USA &endash; in posizione preminente &endash; Europa Occidentale, Giappone, Russia e relativi "satelliti", Cina Popolare, Terzo Mondo), che saranno sottoposti al dominio dei tecnocrati funzionari dell'apparato di potere plutocratico installato nei consigli di amministrazione delle banche e delle multinazionali. Sono le strutture operative del comando oligarchico dal quale l'Alta Finanza internazionale pianifica e concretizza l'asservimento dei popoli mediante i diabolici meccanismi della Grande Usura.(1)
La manifesta aspirazione a fare dell'ordine di valori di cui si è portatori il centro di gravità di un processo di unificazione mondiale, è stata sempre caratteristica costante di ogni forma tradizionale, di ogni religione e, più ampiamente, di ogni movimento di Idee ispirato ai valori della tradizione. E' la 'ordinato ad unum', l'universalità &endash; cioè il progetto di integrazione dei popoli nel quadro di un ordine gerarchico a contenuto etico-spirituale, modellato sui valori dell'Essere e culminante nella dimensione metafisica o Unità Principale. Ciò avviene all'interno di differenziate e organiche forme tradizionali conformi alle vocazioni spirituali e alle conformazioni etiche delle diverse comunità umane.
Il mondialismo, invece, è la 'scimmia' dell'universalità; è la contraffazione antitradizionale delle idealità universali che hanno omogeneamente permeato le costruzioni politiche ed hanno ispirato le vicende storiche delle Civiltà tradizionali. L'universalità è un sistema di gerarchi ontologiche che configurano un ordine piramidale 'ascendente' lungo un asse 'cosmico' verticale, mentre il mondialismo, al contrario, è la materializzazione e la decomposizione internazionalistica in senso 'orizzontale' dell'idea-forma universalistica. E' la 'reductio ad unum', un processo dissolutivo 'discendente', il cui tratto distintivo è il riduzionismo, cioè la degradazione dell'umanità ad una poltiglia indifferenziata, secondo i perversi ritmi scanditi da condizionanti e alienanti dinamiche massificatorie. Punto d'arrivo è la serie degli individui-robot che ripetono demenzialmente uno stesso tipo dalle bestiali caratteristiche di tesaurizzatore, trafficante e consumatore di cose materiali. Questo obiettivo 'tattico' è perseguito dall'oligarchia mondialista in funzione di una strategia di dominio planetario. Religione e politica, nazione e razza, cultura e costume, diventeranno puri nomi carenti di qualsivoglia contenuto; rappresentazioni 'multicolori' da immettere nei mercantili e cosmopoliti circuiti della società mondiale dello 'spettacolo'; allucinazioni collettive che surrogano la realtà, estraendo da ogni organico rapporto di interazione con il mondo interiore dell'uomo, il quale, del resto, dovrà essere ed è sostituito da una 'scatola vuota' riempita, anzi, meglio: 'ingozzata' dai falsi bisogni &endash; ci sono anche idioti che le chiamano 'aspirazioni'(sic!) &endash; indotti dall'alienazione consumistica a fini di conservazione e di potenziamento del sistema capitalistico internazionale. Ridotto il valore ad interesse, l'individuo diventa schiavo della ricchezza e, conseguentemente, di coloro che la 'creano', la controllano e se ne servono con diabolica perizia.
L'istituzione mondialista è occulta, o, se si preferisce, per dirla con Bordiot, "discreta". E' quindi necessario l'uso di una metodologia interpretativa storico-politico e sociologico-giuridica che miri alla individuazione di due oggetti o, meglio, di due 'aree' di indagine situate in dimensione diverse: quella dell'istituzionalità pubblica e quella dell'istituzionalità occulta. Queste due nozioni sono meri rilievi descrittivi; per quanto riguarda l'aspetto sostanziale, è più appropriato parlare, rispettivamente, di società "strumentalizzate" e di società "strumentalizzanti".
Il complesso istituzionale pubblico è il quadro di riferimento giuridico-costituzionale nel cui ambito si 'snoda' la vita politica 'ufficiale' delle nazioni (governi e parlamenti, partiti e sindacati, dichiarazioni politiche e prese di posizione diplomatiche, ecc.).
L'istituzionalità pubblica presenta dei profili e delle dinamiche esterne, apparenti, palesi, a volte addirittura 'appariscenti', che si articolano in una serie di atti e di fatti, i quali, ripresi, rilanciati e, soprattutto 'gonfiati' dai mass-media, servono alla fabbricazione delle opinioni che saranno poi 'propinate' come materia di 'dibattito', nel 'libero' confronto democratico, alle turbe di imbecilli che 'infestano' l'epoca contemporanea.
L'istituzionalità occulta o, per usare un eufemismo, 'ufficiosa', è il complesso degli organismi privati (consorterie ebraico-massoniche, Banca, Multinazionale, C.F.R., oligarchia tecno-burocratica nei paesi dell'Est ecc.) privi di qualsiasi rilievo giuridico-costituzionale, mediante i quali l'oligarchia matura le scelte funzionali alla realizzazione dell'obiettivo strategico ultimo: il raggiungimento del potere mondiale.
La corte degli stracci che cela l'esistenza e l'operatività della dimensione istituzionale occulta, è rappresentata dall'istituzionalità pubblica. Essa provvede all'esecuzione di decisioni e progetti adottati dall'oligarchia mondialista in ambienti esclusivi, ristretti, sottratti a qualunque forma di controllo popolare e in regime di assoluta irresponsabilità. Il complesso istituzionale occulto decide felpatamente al riparo da occhi indiscreti &endash; il complesso istituzionale pubblico esegue tra i grandi clamori e le scintillanti coreografie approntati dagli squallidi giullari dell'informazione del Sistema.
La dimensione occulta è il luogo politico, l'ambito di ricezione e lo spazio di aggregazione delle risultanti del processo di 'distillazione' e 'condensazione' verso l''alto sociale' dei soggetti, delle tendenze etiche e delle connotazioni psicologiche che caratterizzano in senso mercantile e materialistico la borghesia e il proletariato. Siamo di fronte a categorie economiche che, nel corso dell'esercizio della loro prassi di potere, non possono esimersi dal subire un processo di 'decantazione' che proietti ai vertici delle 'loro' società &endash; rispettivamente, all'ovest come all'est &endash; l'oligarchia tecno-plutocratica e l'oligarchia tecno-burocratica. Esse &endash; data l'identità del 'materiale' umano da cui sono formate, dalle premesse ideologiche illuministiche da cui muovono e dall'azione di collegamento 'omogeneizzante' sviluppata dalle componenti tecnocratiche, comuni ai due sistemi &endash; sono quindi destinate alla fatale convergenza mondialista.
Dunque da non sottovalutare gli impulsi alla interazione &endash; l'istituzionalità pubblica li definisce "pacifica cooperazione internazionale" &endash; indotti nei due "massimi sistemi" contemporanei dalle tecnocrazie operanti al loro interno, allo scopo di pervenire a una gestione unitaria, su scala mondiale, dei meccanismi di produzione, al di sopra delle distinzioni politiche e al di fuori dei vincoli di sovranità degli stati nazionali.
Ma quali sono le origini storiche-culturali del mondialismo? A quali referenti culturali di fondo va ricondotto questo fenomeno sovversivo operante ormai da secoli?
Universo religioso-culturali dell'ebraismo e massoneria &endash; le cui vicende storiche si intrecciano inscindibilmente con quelle dell'ebraismo, il quale, alla fine, ne farà un suo prezioso strumento &endash; sono la cornice teorica nella quale inquadrare il fenomeno mondialista.
In origine alla Massoneria è un'organizzazione iniziatico-spirituale, espressione, relativa al piano delle forme storiche, procedente dalla dimensione informale nella quale si situa la Tradizione Primordiale.
Rispetto ad essa, la Massoneria rappresenta una Via di partecipazione basata sull'analogia simbolica esistente tra i 'gradi' ontologici della realizzazione spirituale e l'arte della costruzione degli edifici, cioè la "muratoria". Si tratta della "massoneria operativa", formata da adepti: i massoni, i quali svolgono un'attività materiale inerente alla costruzione di edifici e, forse, di templi e cattedrali le cui linee architettoniche esprimono una simbologia metafisico-tradizionale. Di qui l'intima connessione tra massoneria operativa e corporazioni medioevali.
"La costruzione materiale &endash; scrive Julius Evola(2) &endash; divenne cioè una semplice allegoria per un'opera creativa interna e segreta; il tempio esteriore fu simbolo per quello interno; la pietra grezza da squadrare era la comune individualità umana, da rettificare affinché fosse qualificata per l''opus transformationis', cioè per un superamento della caducità umana e per l'acquisizione di un sapere e di una libertà superiore, i gradi di tale realizzazione corrispondendo a quelli originari della vera gerarchia della 'massoneria operativa', e non ancora 'speculativa'".
Però, tra i sec. XVII e XVIII, la Massoneria subirà gli effetti di un processo degenerativo che la ridurrà ad organizzazione profana, ispirata a principi laici ed umanitari, che ne faranno la protagonista del secolo dell'illuminismo e la promotrice delle rivoluzioni borghesi dei secoli successivi. "Effettivamente &endash; scrive Claudio Mutti(3)- nel quadro del processo controiniziatico che vide organizzazioni regolari e tradizionali, o i loro residui, cadere in preda di influenze di segno opposto, anche molte logge massoniche subirono un'inversione di polarità e tradussero in termini individualistici, laici e democratici aspetti del diritto iniziatico, quali, ad esempio, i concetti di libertà, parità, fraternità." Nell'ambito di questa vicenda che, prima di essere storica, è metastorica, si inserisce la nascita della "massoneria speculativa", cioè della massoneria moderna di Rito Scozzese Antico e Accettato, importante espressione e supporto storico della Sovversione. Essa nasce a Londra il 24 giugno del 1717, giorno della festa di S. Giovanni Battista, patrono dei costruttori della città. In quel giorno, infatti, quattro logge: "Crown Alehouse", "Apple the Taverne", "Rummer and Grape" e "Goose and Gridirion Alehouse", decidono di unificarsi nella "Grande Loggia" di Londra, dalla quale si irradierà un vasto e rapido movimento di espansione che, nel giro di 10-15 anni, vedrà l'Europa punteggiata di logge massoniche.
La Massoneria speculativa ad indirizzo illuministico ed aconfessionale, diventerà il punto di aggregazione di filoni di pensiero ad orientamento umanitario e cosmopolita sparsi nell'Europa; essa ne farà i coefficienti di organizzazione, secondo i moduli di un abile sincretismo, di una ideologia laico-democratica ed egualitaria, il cui internazionalismo di fondo, negatore delle specificità, sarà la solida piattaforma su cui 'poggiare' la "Repubblica Universale" ispirata ai valori del deismo razionalista e vagheggiata &endash;tra gli altri- anche dal massone Giuseppe Mazzini.
Nel corso della storia l'ebraismo si infiltrerà massicciamente nelle logge massoniche, fino a farne sostanzialmente un suo strumento &endash;per altro conforme- di cui servirsi per l'attuazione dell'aspirazione ebraica all'egemonia mondiale.
Nel 1733(4), a Francoforte di Baviera, l'ebreo Mayer Amschel Rothschild &endash;fondatore della casa bancaria omonima- riunisce nella sua casa d'affari 12 alti esponenti del mondo bancario, finanziario e industriale per presentare loro lo schema di fondo di un piano di dominio mondiale. Rothschild affiderà al consanguineo Adam Weishaupt il compito di fornire un decisivo contributo al raggiungimento di questo obiettivo.
Nel 1776(5) nasce l'Ordine degli Illuminati o "Gesellschaft der Perfectibilisten", associazione di indirizzo gnostico-razionalista alla cui fondazione &endash;oltre a Weishaupt- concorreranno gli ebrei Wessely, Moses Mondelssohn, unitamente ai tre banchieri, parimenti giudei, Itzig, Friedlander e Mayer. Il programma(6) degli Illuminati contiene riferimenti teorici che costituiranno i cardini del pensiero radicaldemocratico successivo, specie marxista, e dell'ideologia che alimenterà I Protocolli dei Savi Anziani di Sion e il Patto Sinarchico (su cui ci soffermeremo in altra occasione). In questo programma si afferma la necessità dell'abolizione della proprietà privata e del diritto ereditario, del capovolgimento dell'ordine politico e sociale, della lotta contro le religioni, di rivoluzione permanente internazionale. Inoltre nel punto 20 si descrivono i lineamenti di un Unico Governo Mondiale, la cui direzione politica, nel punto 23, è riservata ad una classe dirigente tecnocratica (finanzieri, industriali, scienziati, economisti).
Nel 1782(7), al congresso massonico di Wilhlemsbad, l'Ordine degli Illuminati confluirà nella Massoneria che, di lì a pochi anni, ricoprirà un ruolo centrale nel sussulto eversivo del 1789, mentre nei secoli seguenti porterà a termine l'attacco decisivo all'ordine aristocratico europeo. Infatti l'assalto coordinato all'Europa aristocratica sarà messo a punto nel corso del Congresso Massonico Internazionale di Strasburgo nel 1847.
L'anno seguente &endash;il '1848' delle barricate tanto care all'oleografia risorgimentale- l'Europa vacillerà sotto i colpi della sovversione giudaico-massonica: da Parigi a Vienna, da Milano a Berlino, da Venezia a Madrid, da Roma a Napoli, le pretestuose parole d'ordine (indipendenza nazionale, costituzione liberale ecc.) e i metodi insurrezionali &endash; i cui sincronismi spaziali e temporali lasceranno chiaramente intuire un'unica regia &endash; non riusciranno a mascherare il vero obiettivo dell'attacco: lo Stato aristocratico-gerarchico e l'universo politico-ideale che le sorregge.
Il talmud ha rappresentato il tessuto unificante e l'elemento di coesione che ha garantito all'ebraismo della Diaspora la conservazione della sua profonda identità religiosa, spirituale ed etico-culturale, a dispetto della sua dispersione nel mondo. In esso e nella cultura dell'ebraismo diasporico sono rintracciabili i più solidi riferimenti storici e religioso-culturali del fenomeno mondialista.
Originariamente la forma tradizionale ebraica si riconnette alla tradizione Primordiale, la cui origine metafisica e non-umana opererà un'indubbia azione disciplinatrice e rettificatrice nei confronti delle perverse e dissolventi tendenze presenti nel 'corpus' razziale ebraico. L'ebraismo, comunque, non si sottrarrà ad un processo di decadenza &endash; comune ad altre forme tradizionali e riferibile ad un periodo compreso tra l'VIII e il VI secolo a.C. &endash; che affonda le sue radici nel piano della metastoria, e che propizierà nell'ebraismo un'assunzione profana e materializzata dei principi dell'antica tradizione, soprattutto il tema dell'elezione divina del popolo ebraico. "Questo tema &endash; scrive Claudio Mutti(8) &endash; che nell'ebraismo antico era stato contenuto, bene o male, entro il quadro organico di una tradizione, subì, col degenerare della tradizione in un tradizionalismo residuale, un processo di materializzazione, dando luogo a un razzismo intransigente e ad un risentimento smisurato nei confronti dei non-ebrei. (…)…la fine politica degli ebrei, la loro dispersione, la loro condanna in quanto popolo deicida fecero scattare, come un'idea di rivalsa e una speranza di "revanche", la teoria di Israele quale popolo destinato al comando universale.
La volontà di dominio mondano, prodotta e giustificata dalla laicizzazione del tema biblico della scelta di Israele quale "popolo di Dio", si legò a un desiderio sfrenato di ricchezza materiale e a una pronunciata propensione per il mercato; e ciò, in parte, è senza dubbio da mettersi in relazione con la materializzazione di un altro motivo tradizionale: quello del 'Regno'." Il Talmud è la raccolta giurisprudenziale costituita dall'esegesi e dal commento rabbinico del Vecchio Testamento; la codificazione dei rabbini diventerà quindi la depositaria dell'identità cultural-razziale dell'ebraismo. Secondo l'ebreo Graetz, storico del giudaismo, "il Talmud è stato il simbolo che ha tenuto assieme i Giudei dispersi nei vari paesi, custodendo l'unità del giudaismo". Un altro ebreo, I.Epstein, scrive: "…ed è il Talmud che ha formato le dottrine religiose e morali del giudaismo odierno". Senz'altro interessante la considerazione di alcuni passi del Talmud: "Il Messia darà agli Ebrei il dominio del mondo, al quale serviranno e saranno sottoposti tutti i popoli"(9). Oppure: "Il Santissimo parlò così agli Israeliti: Voi mi avete riconosciuto come unico dominatore del mondo, e perciò io vi farò gli unici dominatori del mondo"(10). E, ancora: "Tutti i popoli verranno al monte del Signore e al Dio di Giacobbe e saranno soggiogati dagli Israeliti"(11).
L'etica talmudica, nel corso dei secoli, si sedimenterà nell'anima razziale del popolo ebraico, facendone il principale supporto antropologico delle forze dell'Antitradizione e il più efficace propagatore storico dei processi sovversivi che da essa si esprimono. L'idea-forma mercantile, concepita come condizione dell'anima, connotazione psicologica e 'status' interiore, troverà nel giudeo il riflesso storico più omogeneo e conforme. Ben presto, però, essa esprimerà un'ampia tendenza 'espansiva' che la condurrà a valicare i confini delimitati dall'unità etnica &endash; la razza ebraica &endash; postasi in origine quale sua condizione di manifestazione.
Dal punto di vista storico e culturale, questo 'straripamento' etico si renderà palese attraverso "…quella mercantilizzazione dell'esistenza &endash; scrive Franco Freda(12) &endash; che trovò, almeno in sette secoli di storia europea (effettualmente, data l'europeizzazione del mondo, oggi si può dire, purtroppo: della storia mondiale), nell'anima ebraica la sua matrice più frenetica e virulenta, e nell'ebreo il suo tipico, più incisivo e potente, veicolo d'infezione".
L'affermazione e la diffusione della mentalità giudeo-mercantile &endash; tramite le ideologie individualistiche e materialistiche &endash; anche tra i non-ebrei, rappresenterà una decisiva vittoria giudaica. L'ebraismo fornirà un contributo primario alla propagazione delle ideologi cosmopolite, ma, nello stesso tempo, custodirà gelosamente la propria identità razziale, culturale e nazionale, conscio del fatto che ciò gli avrebbe assicurato una fondamentale posizione di preminenza e di vantaggio nei confronti di popoli sradicati e di civiltà dissolte nella massificazione mondialista.
"Facciamo notare che noi Ebrei siamo una nazione singolare, della quale ogni ebreo è suddito incondizionatamente, quali che siano la sua residenza, il suo mestiere e la sua fede". (Luigi Brandeis del Tribunale Supremo degli Stati Uniti). Joseph Morris, rabbino londinese, autore dell'opera "Israele una Nazione", sostiene che "…Israele costituisce una grande nazione…Nessuna setta, né comunità religiosa avrebbe il diritto di portare tal nome…Negare la nazionalità ebraica equivarrebbe a negare l'esistenza degli Ebrei". O, ancora, Mosé Hess dall'opera "Roma e Gerusalemme": "Ogni ebreo appartiene alla propria razza e di conseguenza al giudaismo e non ha importanza alcuna che egli stesso e i suoi antenati abbiano rinnegato la propria fede religiosa".
L'internazionalismo finanziario, accompagnato e 'coperto' dagli alibi ideologici e dalla parole d'ordine pacifiste e umanitarie, sarà un corrosivo fermento cosmopolita che aprirà continuamente varchi alla marcia, apparentemente inarrestabile, del progetto relativo all'"One World", cioè al livellamento e all'unificazione mondialista degli uomini e dei popoli ridotti a segatura senza identità, senza rango, senza razza, in una parola: senza senso.
"Non esiste &endash; scrive Jean Izoulet(13), professore di filosofia al Collège de France &endash; che un solo problema sulla terra, ed è il problema di Israele. Problema delle due facce, di cui la faccia interna è il laicismo (rapporti tra scienza e fede) e la faccia esterna, l'internazionalismo (rapporti tra patria e umanità). Laicismo e internazionalismo sono le due facce del giudaismo".
Il denaro diventerà strumento di attuazione ed elemento di mediazione del rapporto di schiavitù che lega gli individui &endash; ormai sradicati &endash; all'oligarchia giudeo-plutocratica; l'individuo schiavo del denaro è automaticamente schiavo degli usurai che detengono il monopolio dell'emissione della moneta e della distribuzione del credito. "Dallo stato caotico dell'economia il genio ebraico sviluppò il sistema del capitalismo organizzato, grazie allo strumento più efficace: il sistema bancario(14)…" L'egemonia ebraica nelle banche e nelle istituzioni finanziarie configurerà i coefficienti di organizzazione di una struttura mercantile internazionale; il pianeta sarà concepito come un immenso mercato che faccia da premessa per la realizzazione di un progetto di unificazione mondiale che, partendo dal piano economico, investirà via via il piano sociale, politico, culturale, religioso.
"Per questa oligarchia il Tempio sarà uno solo, per tutto il mondo cosmico abitato dall'uomo. E si edificherà, nel segreto dei conciliabili bancari, nella Banca del Mondo, centro di emissione dove la cabala degli iniziati trasformerà la carta in oro. Là celebreranno il rito della inversione di tutti i valori. Il prodotto che diventa niente; ed il niente di uno straccio di carta che diventa valore, oro. Affinché il lavoro produca miseria e la miseria intellettuale dei parassiti si trasformi nel controllo di tutte le ricchezze del mondo"(15).
Questi accenni vogliono essere un introduzione e un contributo alla delineazione dello schema culturale di fondo nel quale la fenomenologia mondialista, che nelle istituzioni e nelle strutture del capitalismo internazionale trova le sue più importanti articolazioni organizzative. La comprensione della 'cultura' del mondialismo è la premessa indispensabile per conferire spessore alla conseguente concreta azione di smascheramento basata sulla puntuale denuncia di nomi, atti e fatti che, altrimenti, se non ricondotti alla logica profonda che li sottende, perderebbero la loro efficacia 'dimostrativa'.
La battaglia culturale del sodalizio-comunità nel quale radichiamo la nostra identità sovraindividuale, potrà essere condivisa o respinta, ma, ciò che è certo e che più conta, ad essa non potrà essere disconosciuta una inoppugnabile qualificazione culturale ed un indubbio rigore scientifico.
NOTE
1) Vedi Giacinto Auriti "L'ordinamento internazionale del sistema monetario", Marino Solfanelli editore, Chieti, 1987;
2) Julius Evola "Ricognizioni", Ed. Mediterranee, Roma, 1974;
3) Claudio Mutti "Stalin, Trotzsky e l'Alta finanza", Quaderni del Veltro, Ferrara, 1974;
4) Vedi Nesta H. Webster "World revolution, the plot against Civilisation", Briston P.Co. Devon, 1971, 6 ed., pag. 32;
5) Vedi Olivia Maria O'Grady "The beasts of the Apocalypse", O'Gray Publications, Benicia USA 1959, pag.118;
6) Vedi Williams Guy Carr, "Pawn in the game", St. George Press, Glendale USA 1970, 7 ed., pagg. 26-31;
7) Vedi Nesta H. Webster "Secret Societies and subeversive Mouvements", Britons Publishing, 8 ed. Londra 1964, pagg. 233-234;
8) Claudio Mutti, "Ebraicità ed ebraismo &endash; I Protocolli dei Savi Anziani di Sion", Ed. Ar, Padova, 1976;
9) Tal. Bab. Trat. Schalb., fol. 120, c.l. e Shanedrin, fol. 88 c. 2; fol. 99 c.l.;
10) Chenga, fol. 3, 3;
11) Commento ad Isaia, fol. 4 c.2;
12) F.G.Freda, "I Protocolli", op.cit.;
13) Cit. in Yann Moncomble, "La Trilaterale et les secrets du mondialisme", Ed. Faits et documents, Paris, 1980;
14) "L'ebreo americano", 10 settembre 1920;
15) "La rivolta del Popolo", citato in Carlo A. Rroncioni, "Il Potere Occulto", Ed. Sentinella d'Italia, Monfalcone 1974.
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Il dogma atlantista che pesa sull'Europa
di Danilo Zolo
La pretesa degli Stati Uniti di stringere la città di Vicenza nella morsa di una duplice base militare solleva in termini drammatici un tema di strategia politica globale troppo a lungo trascurato. Coinvolta non è soltanto la questione della "sovranità limitata" dello Stato italiano e della violazione della Costituzione italiana: Ederle, come Aviano, è già stata usata, e lo sarà sempre più per sostenere le guerre di aggressione delle armate statunitensi.
C'è un tema più generale sul quale riflettere: è il rapporto fra il processo di unificazione dell'Europa e la sua persistente dipendenza politica e militare dagli Stati Uniti. Caduto da tempo l'impero sovietico e dissolto il Patto di Varsavia, l'Europa continua a rannicchiarsi sotto l'ombrello nucleare e satellitare degli Stati Uniti, come se nulla fosse cambiato. Dogmaticamente fedele all'Alleanza atlantica, un tempo barriera difensiva nei confronti della minaccia nucleare sovietica, oggi l'Europa si attiene disciplinatamente alla strategia imperiale del new world order e della global security, varata dagli Stati Uniti nei primi anni '90 del secolo scorso. L'Europa unita ha oggi una popolazione che è più del doppio di quella statunitense ed è quattro volte quella del Giappone. È la prima potenza commerciale del mondo e il suo Prodotto interno lordo è pari a un quarto di quello mondiale. Ma sul piano politico e militare l'Europa è semplicemente la frontiera che separa l'emisfero occidentale dall'oriente asiatico e dal mondo islamico. L'Europa è un nano politico e militare, incapace di esercitare un ruolo autonomo in un contesto intemazionale sempre più instabile e turbolento: un mondo dove grandi potenze regionali come la Cina, l'India e la Russia stanno concordemente elaborando un disegno di riscatto dalla loro posizione subalterna all'impero atlantico.
Sono due gli indicatori empirici dell'assenza di autonomia dell'Europa: la trasformazione funzionale della Nato e la crescente pressione che gli Stati Uniti hanno esercitato in questi anni e continuano a esercitare nei confronti dell'area europea e mediterranea. L’Alleanza atlantica è stata trasformata da apparato difensivo in uno strumento militare offensivo. Il nuovo atlantismo si fonda su assunti strategici "globali": è l'espressione di una strategia proiettiva, espansiva, dinamica e flessibile, in grado di consentire interventi militari ben oltre i confini dell'area europea.
Il new strategic concept della Nato definisce in termini nuovi la nozione stessa di "sicurezza", e questa mutazione concettuale ha subito una rapida accelerazione dopo l'attentato alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001. La sicurezza coincide con la "guerra al terrorismo", che per lo più si esprime in comportamenti ostili contro una serie di paesi islamici definiti dagli Stati Uniti «Stati canaglia». Ma la Nato non intende limitarsi alla sola dimensione militare: si estende a comprendere la politica e l'economia, anche per meglio controllare in questo modo i paesi arabi del Mediterraneo e del Medio Oriente.
L’atlantismo contemporaneo è figlio di questa logica imperiale: la Nato viene utilizzata dagli Stati Uniti essenzialmente per tre finalità strategiche: anzitutto per accerchiare la Russia, arruolando nelle proprie fila un numero crescente di paesi dell'Est europeo da agganciare al baluardo atlantico della Turchia.
In particolare la guerra della Nato del marzo 1999 contro la Repubblica Federale Jugoslava ha perseguito un disegno di stabilizzazione dell'area euromediterranea e mediorientale sotto l'egemonia degli Stati Uniti. Essi sono riusciti a rimuovere l'ostacolo, rappresentato dalla Serbia e dal suo presidente Slobodan Milosevic, che contrastava il progetto di separazione dell'Europa centro-orientale dal mondo slavo-ortodosso, attraverso il controllo da parte della Nato dell'intera area che va dal Baltico all'Adriatico, al Mediterraneo centrale e orientale. In secondo luogo, la Nato è stata usata per scoraggiare i timidi tentativi dell'Europa di dotarsi di una struttura militare autonoma. Eventuali apparati militari europei - è stato decretato dagli Stati Uniti dopo la guerra per il Kosovo - saranno "separabili" dalla Nato, ma non potranno mai essere stabilmente "separati" dalla Nato.
Infine la Nato ha consentito agli Stati Uniti di tenere sotto il proprio presidio politico e militare l'intera area mediterranea, escludendone l'Europa. Si pensi alle basi militari statunitensi operanti in paesi mediterranei come il Marocco, l'Albania, la Grecia e la Turchia E si pensi all'espansione della presenza militare degli Stati Uniti in Italia - sono almeno 130 le istallazioni militari degli Stati Uniti sul nostro territorio - con o senza la copertura Nato, essendo l'Italia il paese mediterraneo per eccellenza, da usare come trampolino di lancio per le forze di "rapido spiegamento". E non va dimenticato che la conseguenza più concreta della "guerra umanitaria" contro la Serbia è stata, oltre alle stragi e alle devastazioni, la costruzione in Kosovo, nei pressi di Urosevac, di Camp Bondsteel, e cioè di una delle più grandi basi militari che gli Stati Uniti abbiano costruito dopo la guerra del Vietnam. Può ospitare circa cinquemila militari ed è stata realizzata a tempo di record su un altipiano artificiale, ottenuto spianando tre intere colline, un tempo coltivate a frumento.
Liberazione, 16 febbraio 2007, pag.1 |
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