Irving: quando la storia diventa «verità di Stato»

È ammissibile che uno storico sia trattenuto in arresto tre mesi e poi condannato a tre anni di reclusione per i risultati del suo lavoro di ricerca? Anni fa un altro storico, Robert Faurisson, è stato privato della cattedra universitaria per lo stesso motivo. La ritrattazione di Irving, probabilmente motivata dalla speranza di potersi ricongiungere alla moglie malata, mi ha ricordato Galileo che a sua differenza è riuscito però a farla franca.
Tempi meno duri quelli?
Sinceramente riesce difficile immaginare che un provvedimento come questo possa incoraggiare la libera ricerca. Almeno in Occidente non vedo vocazioni al martirio, ma al pecorismo. Si può essere in disaccordo con uno storico, si possono contestare i suoi metodi di ricerca, ma metterlo in catene per il suo lavoro è aberrante.
Provvedimenti di questo tipo dovrebbero suscitare generale indignazione. Forse non siamo mai stati tanto lontani dallo spirito di Voltaire, dal suo: «Non sono d'accordo con quello che dici, ma mi batterò fino all'ultimo perché tu possa farlo».

Giovanni Luigi Manco,

Caro Manco, il negazionismo, di cui Robert Faurisson è stato uno dei maggiori rappresentanti, è un reato in Francia sin dall'approvazione della legge Gayssot nel 1990. In un articolo pubblicato qualche giorno fa dal Financial Times, Christopher Caldwell ricorda che leggi analoghe esistono da allora in Germania, Svizzera, Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Lituania, Polonia e Slovacchia. Quasi tutte sono state approvate da governi che volevano dare un segnale di particolare sensibilità alle comunità ebraiche e fare un implicito atto di contrizione per le passate colpe antisemite dei loro lontani predecessori, soprattutto durante la Seconda guerra mondiale. David Irving ha avuto la cattiva sorte di finire proprio nelle mani del Paese che era costretto a dare prova, in questo esercizio, di un particolare zelo. L'Austria fu sul banco degli imputati negli anni Ottanta quando il suo presidente, Kurt Waldheim, venne accusato di avere preso parte, come ufficiale della Wehrmacht, a razzie antiebraiche in Jugoslavia. E vi tornò negli anni Novanta quando il partito di Jörg Haider, grazie a un considerevole successo elettorale, divenne il partner della Democrazia cristiana austriaca nel governo presieduto dal cancelliere Schüssel. Haider non è, strettamente parlando, un negazionista, ma ha spesso rivendicato i meriti del regime di Hitler e ha trattato la questione ebraica con una certa noncuranza. Censurata dai suoi partner europei e collocata per alcuni mesi in una sorta di purgatorio diplomatico, l'Austria, per riscattarsi, è diventata in queste faccende più realista del re. Irving, nel processo di Vienna, era semplicemente l'occasione per dimostrare che il Paese si era ravveduto e si sarebbe comportato d'ora in poi con esemplare correttezza. Ciò che è accaduto mi conferma nella convinzione che i «giorni della memoria», decretati negli ultimi anni da alcuni Parlamenti nazionali, abbiano prodotti risultati ed effetti che i loro promotori, probabilmente, non avevano previsto. Il primo risultato fu quello di elevare una verità storica (il genocidio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale) al rango di «verità di Stato». Inevitabilmente alcuni gruppi di pressione pretendono ora che il diniego di quella verità sia trattato alla stregua di un reato. E offrono così a qualche malizioso musulmano il diritto di affermare che anche l'Europa ha un Maometto di cui è vietato parlare male. Il secondo risultato è stato quello di scatenare una micidiale corsa alla memoria. Se il ricordo dell'Olocausto è iscritto nei calendari ufficiali degli Stati europei, perché altri popoli e altri eventi non dovrebbero avere la stessa distinzione? Perché dimenticare il genocidio degli armeni, la falcidie della popolazione ucraina durante la collettivizzazione della terra, la persecuzione degli italiani in Istria, il commercio degli schiavi, le stragi delle potenze coloniali in Africa, le popolazioni civili massacrate dai bombardamenti alleati durante la Seconda guerra mondiale, i quindici milioni di tedeschi espulsi dalle loro terre dopo la fine del conflitto? Tutti chiedono una fetta di memoria e pretendono di piantarvi sopra la loro bandiera. E tutti pretenderanno prima o poi che qualsiasi critica alla loro verità riceva una punizione esemplare. Spero che l'assurdità del caso Irving contribuisca a suscitare qualche ripensamento sull'utilità di attribuire ai Parlamenti e ai giudici il governo della storia.

Corriere della sera, 25 febbraio 2006

 
   
 

Olocausto: dilettanti a convegno
Effepi, pp. 184, Euro 20,00

In questo libro, che rappresenta in un certo qual modo il seguito di Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, completo il quadro panoramico della cialtroneria olocaustica e antirevisionistica italiana esaminando gli ultimi contributi dei nostri gazzettieri alla campagna diffamatoria suddetta e le "scoperte" dei nostri "storici". Come al solito, il lettore onesto attenderà invano che questi inetti polemisti salariati rispondano ai miei argomenti. Consapevoli della loro nullità in campo storico e della loro
impotenza sul piano argomentativo, ma essendo i lacchè della sacra vulgata resistenzialista e antifascista, a costoro non resta che tacere o inveire furiosamente. Tuttavia le menzogne e le ingiurie non dimostrano nulla; anzi, una cosa la dimostrano: la bassezza e la pochezza intellettuale e morale di chi le proferisce.

Carlo Mattogno
Presentazione
Parte I Il dilettantismo antirevisionistico in Italia
Olocausto: dilettanti a convegno
Enzo Collotti - Bruno Mantelli - Giorgio Nebbia - Marina Rossi - Liliana Piccioti Fargion
Un sacro custode dell'ortodossia antifascista: Francesco Germinario
Uno sprovveduto difensore d'ufficio di Florent Brayard: Rudy Leonelli
Parte II Auschwitz: "esperti" e "testimoni oculari"
Frediano Sessi esperto di Auschwitz - Marcello Pezzetti, "esperto mondiale" di Auschwitz - Destinazione Auschwitz: una favola multimediale - Una testimone dell'ultima ora: Elisa Springer - Un altro testimone dell'ultima ora: Shlomo Venezia
Appendice

********

prefazione:

Da qualche anno in Italia è in atto un rigurgito della incessante campagna propagandistica antirevisionistica promossa da gazzettieri di basso livello e da storici improvvisati che, dopo aver infuriato in varie riviste, è giunta all'apice - incredibile dictu! - in un libro, L'irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo (Bompiani, Milano 1998), scritto da tale Valentina Pisanty, notoria specialista in... Cappuccetto Rosso!

Per quanto mi riguarda, quando mi è parso che la misura fosse colma e che questa genìa di caudatari avesse abbondantemente superato i limiti della decenza, ho cominciato a rintuzzare sistematicamente questa campagna diffamatoria, prima con il saggio Olocausto: dilettanti allo sbaraglio (Ed. di Ar, 1996), indi con una pronta risposta alle ciarle della Pisanty, L'"irritante questione" delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad. Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty (Graphos, Genova 1998).

Dopo questa risposta, la nostra esperta in fiabe, che prima aveva imperversato in trasmissioni radio e su riviste, ha ritenuto più prudente tacere ed è scomparsa completamente dalla scena. Saggia decisione!

Ciò ovviamente non impedisce ai suoi diligenti scolaretti di continuare a propinare rimasticature delle presunte strategie ingannatrici revisionistiche da costei presuntamente disvelate - in realtà raffinate tecniche di impostura messe in atto proprio da santoni e santine dell'Olocausto contro il revisionismo, a cominciare da Valentina Pisanty, come ho dimostrato ad abundantiam nell'opera summenzionata.

In questo libro, che rappresenta in un certo qual modo il seguito di Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, completo il quadro panoramico della cialtroneria olocaustica e antirevisionistica italiana esaminando gli ultimi contributi dei nostri gazzettieri alla campagna diffamatoria suddetta e le "scoperte" dei nostri "storici". Come al solito, il lettore onesto attenderà invano che questi inetti polemisti salariati rispondano ai miei argomenti.

Che cosa mai potrebbero controbattere sul piano argomentativo questi dilettanti che, nel migliore dei casi, hanno conoscenze olocaustiche di terza o di quarta mano? Consapevoli della loro nullità in campo storico e della loro impotenza sul piano argomentativo, ma essendo i lacchè della sacra vulgata resistenzialista e antifascista, a costoro non resta che tacere o inveire furiosamente. Tuttavia le menzogne e le ingiurie non dimostrano nulla; anzi, una cosa la dimostrano: la bassezza e la pochezza intellettuale e morale di chi le proferisce...

Carlo Mattogno.

*****
dal testo:

Olocausto: dilettanti a convegno
Il 10 dicembre 1993 la Fondazione Micheletti di Brescia ha organizzato un convegno sul tema Il nazismo oggi. Sterminio e
negazionismo, al quale hanno partecipato i massimi esperti italiani del settore e i cui atti sono stati pubblicati nel numero 9 di Studi bresciani. Quaderni della Fondazione Micheletti nel novembre 1996. Gli organizzatori del convegno hanno reso un grande servigio alla causa della verità e hanno compiuto un'opera meritoria consentendo a cotanti luminari di esibire pubblicamente tutto il loro mediocre dilettantismo, tutta la loro ignoranza storica e tutta la loro arrogante malafede, in una parola, tutta la loro nullità intellettuale e morale; costoro hanno offerto al lettore un eloquente panorama della deprimente desolazione in cui versano, soprattutto in Italia, gli studi olocaustici, valorizzando proporzionalmente - a contrario - gli studi revisionistici.

Il convegno in questione, sebbene abbia cercato di imbellettarsi con qualche pizzico di cipria storiografica, covava una finalità fin troppo chiaramente propagandistica: si trattava di tentare in qualche modo di dare una veste scientifica alla fittizia equivalenza propagandistica tra revisionismo e nazismo, e la sua pretestuosità scientifica appare già nel programma: Il nazismo oggi. Sterminio e negazionismo. Partendo dunque dal falso presupposto aprioristico che il "negazionismo" (come i lacchè della cultura ufficiale chiamano il revisionismo storico) sia solo una forma di nazismo, i relatori dovevano "dimostrare" questo stesso presupposto e farlo apparire come "conclusione" di un argomentare "scientifico". Niente di nuovo. La solita tattica propagandistica calunniatrice dove l'accusa di nazismo lanciata al revisionismo serve soltanto ad eludere le problematiche storico-tecniche da esso sollevate e a posare un pudico velo sull'impotenza storiografica degli olocaustisti.

Il risultato è stato inevitabilmente penoso. La pubblicazione non merita una critica approfondita, sia per la pochezza degli argomenti esposti, sia perché di alcuni dilettanti-relatori mi sono già occupato a fondo altrove[1]. Mi limiterò dunque a segnalare le nuove scempiaggini dei nostri luminari per quanto riguarda specificamente il revisionismo, tralasciando i contri-buti di contorno che servono unicamente a corroborare l'ossessione monomaniacale che ha costituito l'anima del convegno, come quello di Rinaldo Bontempi (Il neonazismo in Europa, pp.20-32,) e quello di Pier Paolo Poggio (Il negazionismo alla francese, pp.151-168), autore anche del lungo saggio che appare nella "Parte Seconda" del quaderno in questione (Nazismo e revisionismo, pp.171-286), il cui unico pregio è la lunghezza (un ottimo riempitivo per rendere più voluminosa la pubblicazione).
Enzo Collotti

Tralascio anche lo scialbo contributo di Enzo Collotti (I neonazisti rileggono la storia del nazismo, pp.5-19), la cui patetica risposta a Robert Faurisson è rimasta esemplare e da cui il pover'uomo è rimasto, non dico scottato, ma letteralmente ustionato[2]. A tale proposito mi limito a segnalare un paio di spropositi in cui egli, a causa della sue conoscenze olocausti- che raccogliticce, ha avuto la disavventura di incappare. Come prove a sostegno dei suoi argomenti antifaurissoniani, Collotti presenta alcune fotografie. Una reca la seguente didascalia:

«Un soldato americano osserva un forno crematorio di Auschwitz, nel quale sono ancora visibili le ossa e le ceneri delle vittime dei nazisti»[3].

Come ho già rilevato altrove[4], l'impianto ritratto nella fotografia è un forno Kori mobile riscaldato con olio combustibile, ma ad Auschwitz furono installati soltanto forni Topf fissi riscaldati con coke. Lo svarione è aggravato dal fatto che Collotti avrebbe dovuto almeno sapere che il campo di Auschwitz fu liberato dai Sovietici, non già dagli Americani!

La didascalia di un'altra fotografia recita:

«Primo piano di una stufa che veniva usata per riempire di vapori mortali la camera a gas del campo di concentramento di Strutthof»[5].

Il pover'uomo ha fornito in tal modo un brillante saggio della sua abissale ignoranza dell'argomento. Premesso che nel cam-po di Natzweiler-Struthof, secondo la tesi ufficiale, furono eseguite (pochissime) gasazioni impiegando esclusivamente il Cyanogas (calciocianammide)[6] e il fosgene[7], lo sproposito di Col- lotti si può spiegare soltanto con la confusione con il campo di Stutthof, la cui camera di disinfestazione a Zyklon B (e presunta camera a gas omicida) era sì equipaggiata con un impianto che un profano chiamerebbe appunto "stufa", ma esso serviva soltanto a riscaldare l'aria del locale, i fumi essendo scaricati al di sopra del soffitto tramite un apposito camino.

[1] Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico. Edizioni di Ar, 1996. Dei dilettanti italiani mi sono occupato alle pp. 217-265.[2] Enzo Collotti risponde a Robert Faurisson, in: "Storia illustrata", n. 262, settembre 1979, pp. 19-29.
[3] Idem, p. 27.
[4] Intervista sull'Olocausto, Edizioni di Ar, 1995, p. 53.
[5] Enzo Collotti risponde a Robert Faurisson, art. cit., p. 23.
[6] Vedi ciò che ho rilevato al riguardo in: Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 34.
[7] Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. Eine Dokumentation. Herausgegeben von Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückerl u.a. S. Fischer Verlag, Frankfurt/Main, 1983, pp. 276-277; Enzyklopädie des Holocaust. Herausgegeben von Eberhard Jäckel, Peter Longrich, Julius H. Schoeps, Argon Verlag, Berlin, 1993, II, p. 993.

 
   
 

Niente rogo per il libro maledetto
di Giordano Bruno Guerri

«Agli storici è concesso un potere che persino agli dei è negato: cambiare ciò che, è già accaduto». Così scrive David Irving intendendo che lo storico può cambiare le interpretazioni del passato fino ad allora credute vere. Ha ragione, ma con qualche distinguo importante. Lo storico è il tecnico specializzato al quale la società affida il compito di illuminare il passato, a patto che rispetti il «comune sentire» della società e del tempo in cui vive. Insomma, ha il potere di decidere la storia ufficiale solo chi rappresenta il pensiero medio ufficiale. Se quel pensiero è diviso -- mettiamo -- in destra e sinistra, ci sarà una storiografia media e ufficiale di destra e una media e ufficiale di sinistra.In mezzo, qualcuno cercherà di conciliare le due interpretazioni, dando la media dei medi, ma con risultato incerto, perché la verità davvero non sta sempre nel mezzo. Poi, a un certo punto, arrivano i portatori di un pensiero storiografico nuovo, originale e ridocumentato: sono i cosiddetti «revisionisti», storici innovatori che chiudono un'epoca e ne aprono un'altra.Come Renzo De Felice, per citare il più noto da noi. Anche loro, però, sono soltanto avanguardie di quello che è destinato a diventare il pensiero medio, a breve, perché se la società e i tempi non fossero maturi per il cambiamento, le loro teorie, non avrebbero avuto abbastanza capacità di penetrazione.

Il problema, con Irving, è questo. Si tratta di un innovatore o del fazioso rappresentante di una destra estrema? Riassumiamo la sua vicenda, che da anni si aggira sul giornali e nel dibattiti storiografici di tutto il mondo.Inglese di 62 anni, figlio di un ufficiale della Royal Navy che abbandonò in povertà la famiglia, studente mal arrivato alla laurea, emigrante e operaio in Germania (da qui la sua ottima conoscenza del tedesco), nel 1963, poco più che ventenne, pubblicò Apocalisse a Dresda, un saggio che accusava la Gran Bretagna di olocausto per il bombardamento che nel febbraio del 1945 fece 200 mila inutili vittime, per lo più profughi, e distrusse un patrimonio artistico immenso. Il libro, molto documentato e ancor meglio scritto, ebbe un successo mondiale.Quel volume gli aprì molti cassetti degli eredi di militari, funzionari, piccoli e grandi gerarchi nazisti, e nel 1977 Irving poté pubblicare Hitlers War, che affrontava il problema con un taglio completamente diverso da quello della storiografia ufficiale, ovvero quella dei vincitori. Fece scandalo soprattutto come l'autore si poneva rispetto all'Olocausto.Per la storiografia ufficiale la Verità era già stata scritta; per i revisionisti occorreva riesaminare in modo meno predeterminato le vicende del nazismo; per i cosiddetti «negazionisti», infine, l'Olocausto e i campi di sterminio sono un'invenzione della propaganda americana ed ebraica.Irving si pose a metà fra revisionisti e negazionisti, sostenendo che Hitler non aveva mai progettato lo stermino degli ebrei, e che «ne rimase all'oscuro fino al 1943»; che la sua intenzione era trasferirli in massa nel Madagascar; che non si trova (ed è vero) un solo ordine scritto del Führer sulla «soluzione finale»; che casomai l'iniziativa fu presa a sua insaputa da altri, soprattutto nelle SS; che i campi di sterminio erano in realtà durissimi campi di lavoro e che solo con l'aggravarsi della situazione bellica si procedette a uccisioni ingiustificate; che la maggior parte degli ebrei e degli zingari morirono per malattie e stenti. Insomma, viene negata l'intenzionalità del genocidio.

Irving, oltretutto, non nasconde il suo razzismo: cantava filastrocche antisemite alla sua bambina e dice:

«Se fossi un ebreo, non mi chiederei tanto chi abbia premuto II grilletto, ma perché». Quando la studiosa americana Deborah Lipstadt lo definì, in un libro, «bugiardo» e «negatore dell'Olocausto» fu lui -- nel 1999 -- a volere un processo clamoroso denunciandola per diffamazione.Alla fine di marzo del 2000 il giudice inglese incaricato del caso, Charles Gray, decise che Irving è un «razzista antisemita», un «negatore dell'Olocausto» e un «filonazista», condannandolo a un risarcimento di sei miliardi. Dal punto di vista storiografico, l'accusa più grave è quella di avere negato l'esistenza di qualcosa che invece esistito.

Persino fra i tradizionalisti furono pochi gli storici che se la sentirono di andare a testimoniare contro Irving. Poco dopo la sentenza Eric J. Hobsbawm, osannato storico inglese di formazione marxista, sorprendendo tutti in una lectio magistralis all'Università di Torino, se la prese più con gli storici tradizionali che con Irving, accusandoli di ribattere in modo ozioso
e rituale alle teorie e ai documenti del suo compatriota.Benché convinto dell'Olocausto, Hobsbawm sostenne che gli studiosi come Irving devono essere prima di tutto letti, poi scientificamente controllati, infine altrimenti contestati, perché ai libri di storia si risponde con i libri di storia. Nel 1998, due anni prima della sentenza, scrissi sui Giornale un articolo in polemica con Piero Buscaroli. Sostenevo -- con molte argomentazioni -- che, ordine firmato o no, la portata dello sterminio fu tale da rendere impensabile che la «soluzione finale» non fosse voluta da Hitler o tentata a sua insaputa. E che tutto il pensiero nazista conduceva a quello.Il fatto stesso che ora senta il bisogno di mettere le mani avanti, e in qualche modo di giustificarmi, per le idee che ho espresso e che esprimerò in questo nuovo articolo, è rivelatore del clima culturale allineato e inquisitoriale regnante anche in Italia e per iI quale l'opera di Irving deve essere rigettata in blocco, senza neanche valutarla. E il caso di parlane, invece, visto che finalmente è uscito anche da noi Hitlers War.

La guerra di Hitler nasce dalla fusione di Hitlers War (1977) e The War Path (1979), che lo stesso Irving unificò in un solo volume e che aggiorna di continuo. nel 1997 la Mondadori, editore italiano di altri suoi saggi, comprò i diritti del libro. Poi rinunciò a pubblicano perdendo l'anticipo versato. Poteva farlo; infatti lo stesso Irving lamenta soltanto che la decisione gli venne comunicata due anni dopo, ritardando così la ricerca di un nuovo editore. sintomatico che lo studioso inglese sia dovuto passare dal marchio el più grande editore italIano a quello di una casa editrice piccolissima e di una Destra che con il Polo ha poco o nulla a che fare, il Settimo Sigillo di Roma. Le dobbiamo essere grati per aver messo a disposizione degli italiani un libro importante, se non altro per le discussioni che ha sollevato. Invece non c'è molto da rallegrarsi, per la cultura del Paese, che tutte le altre case editrici abbiano rifiutato o neanche preso in considerazione un saggio che -- quali che siano le opinioni dell'autore -- contiene una quantità impressionante di documenti inediti e sicuramente autentici. Né che La guerra di Hitler (pagg. 1.000, euro 60, tel. 06/39722155), pubblicato alla fine del 2001, sia statoaccolto dalla stampa con un silenzio assoluto quanto prudente. Ciò detto, sarebbe stato meglio se Settimo Sigillo avesse pubblicato anche le note invece di spiegare, nella Presentazione, che sono quasi inutili al lettore non specializzato e che le si può trovare in un sito Internet: anche se di poca utilità pratica, danno la percezione esatta di un immenso e minuzioso lavoro di ricerca che illustra il volume molto meglio delle tante foto di Hitler, gerarchi e militari in versione simpatica e sorridente.

Veniamo ai contenuti. La guerra di Hitler intende dichiaratamente mostrare come la Seconda Guerra Mondiale fu vista da Berlino. Irving tiene conto sia dell'elemento ideologico di partenza, che determinava le scelte del Führer, sia di quanto influivano in quelle scelte i risultati delle campagne di guerra. E un taglio storiografico utile, di cui fa uso anche la scuola revisionista tedesca.

Un secondo elemento che differenzia il Volume dall'usuale storiografia è che non si tratta di una storia scritta dai vincitori. Non ci sono quindi pregiudizi e giudizi moralistici, come la superiorità del sistema democratico rispetto a quello nazista o viceversa. Di conseguenza sia gli storici sia i lettori comuni -- completamente immersi nelle convinzioni dei vincitori -- hanno l'immediata e inevitabile sensazione che il saggio contenga fondamentali errori di base, ma non è vero. Facciamo un esempio dei nostri giorni: il conflitto fra integralismo islamico e occidente democratico è inconciliabile, perché entrambi i contendenti sono sinceramente convinti di essere nel giusto. Io, storico nato e vissuto nella cultura occidentale, sono convinto che la difesa dei valori della libertà, della democrazia, della parità fra donna e uomo sia più importante della difesa dei precetti del Corano; dunque ho approvato i bombardamenti sull'Afghanistan senza curarmi molto siamo in guerra -- di valutare e giustificare storicamente l'ideologia del nemico. Se invece dovessi scrivere un saggio sulle ribellioni degli arabi durante il periodo coloniale, sarebbe mio dovere riuscire anche a pensare come un musulmano.Irving fa proprio questo, e gli riesce particolarmente bene per il suo evidente filonazismo.Forse è ancora meno obiettivo dei suoi contestatori, ma svolge un lavoro necessario che -- depurato degli eccessi -- dovrebbe essere utile soprattutto agli storici di parte avversa.

Prendiamo a esempio un aspetto molto «urtante» della Guerra di Hitler. Irving, cadendo in palesi eccessi di simpatia, si sforza di dimostrare -- e lo ammette da subito -- che la figura umana del Führer era lontana da quella de! pazzo, depravato e criminale tramandata dai vincitori. E una delle ragioni dell'ostracismo cui sono stati sottoposti Irving e la sua opera.Pagina dopo pagina, dal volume trapela la volontà di mettere in discussione, sempre attraverso documenti inediti, l'immagine di Hitler demone e incarnazione del male assoluto. Non si tratta più soltanto del risibile (e assai irriso) luogo comune nostalgicopopolare per cui Hitler non era poi così cattivo, visto che amava i cani ed era vegetariano.Irving documenta un Führer attento alle esigenze dei suoi collaboratori in una cameraderie sincera; che si preoccupa e si attiva per un aviatore qualsiasi, in pericolo per il maltempo; che censura i film hollywoodiani ma ama Shirley Temple.

Le responsabilità del Führer non diminuiscono per questo, ma qualsiasi studioso del nazismo sa che in Hitler -- anche nella quotidiana gestione del potere -- c'erano singolari tratti di dolcezza, delicatezze d'animo che potevano coesistere con la durezza di un uomo capace di dare ogni giorno ordini che avrebbero portato alla morte decine di migliaia di individui, tedeschi e nemici. Ma la politica e l'ideologia dominanti non vogliono sia infranto il tabù di un Hitler esclusivamente malvagio e spietato. È un atteggiamento che non fa bene alla storiografia, gli storici lo sanno, anche se lasciano prevalere la prudenza di chi tiene alla cattedra, al rassicurante tran-tran della carriera universitaria e ai vantaggi che ne derivano.

Il saggio di Irving riporta anche, con minore vigore bibliografico, i principali dati acquisiti dalla storiografia sulla guerra e sul perché della condotta tedesca: la volontà di creare uno «spazio vitale» a Est che permettesse la grandezza germanica a danno dell'Unione Sovietica; il binomio ideologico di marca prussiana, antico di trecent'anni, che fonda l'identità nazionale sulla comunità di sangue e terra; l'incompatibilità antitetica con la «non razza» ebraica che secondo i nazisti non poteva avere un'identità di popolo in quanto legata dalla religione e non da quel binomio; la visione biologistico-darwiniana dello sviluppo delle società umane; la certezza di trovare un accordo con la Gran Bretagna, durante gli anni della guerra, per l'impossibilità di credere a un'unione sincera e durevole fra modello di sviluppo capitalistico occidentale e modello bolscevico.
Fu questa la ragione che indusse Hitler a ritenere possibile la salvezza della Germania anche nella consapevolezza della sconfitta: gli inglesi erano entrati in guerra per salvaguardare l'integrità territoriale della Polonia e non avrebbero potuto permettere (così ragionava il Führer) al bolscevichi di sostituirsi alla Germania nell'espansione territoriale. Hitler pensava che fosse solo la determinazione di Churchill a impedire un accordo anglotedesco al quale il Führer credeva al punto di entrare in contrasto con i suoi collaboratori più stretti, i quali avrebbero preferito concentrare le forze contro la Gran Bretagna -- in particolare l'ammiraglio Doenitz insisteva con la tesi della guerra sottomarina totale -- invece di impiegarne tante contro l'Urss. Hitler riteneva anche possibile che, nella marcia dei due schieramenti convergenti su Berlino, l'opposta visione dell'ordine da instaurare dopo la guerra portasse gli alleati a uno scontro del quale la Germania avrebbe in qualche modo beneficiato. La fedeltà di Hitler all'ideale che aveva affascinato il popolo tedesco non cessò mai, fra suggestioni, scaramanzie, tremori fisici avanzanti e perdita di lucidità politica.Il Führer continuò a credere al mito del Terzo Reich con cui aveva sollevato le disastrose sorti del Paese violentato dalla pace di Versailles. All'opposto, era certo che la resa avrebbe privato il popolo tedesco dell'autonomia e compromesso la stessa unità territoriale germanica. Da qui la volontà di combattere fino all'ultimo uomo.

E torniamo all'Olocausto. Che ci fu. Ma che è impossibile definire scientificamente, in assenza di documentazione non a caso in parte distrutta, e forse in parte contraffatta, dai nazisti. Ho già detto che, secondo Irving, Hitler si sarebbe accontentato della deportazione degli ebrei in Madagascar e che si decise allo sterminio nel 1943, quando l'eccessivo numero di prigionieri di tutti gli eserciti, unito ai deportati ebrei e all'andamento critico della guerra, non consentiva più di nutrire -- per quanto poco -- tante bocche non tedesche. Irving giustifica la decisione con il problema di garantire almeno la sopravvivenza della Germania. Con questa teoria, per paradosso, smentisce prima di tutti se stesso, dopo aver cosi ben spiegato la logica ideologicoreligiosa di Hitler: il nazismo e la sua dottrina consentivano a un grande popolo dal grande passato di ergersi a giudice, con diritto di vita e di morte sugli altri popoli, pur di realizzare i suoi alti destini.

Tutto ciò appare immorale, ripugnante, ingiustificabile e incomprensibile, ma almeno gli storici dovrebbero poter entrare nella concretezza, vastità e profondità di un credo laico, antindividualista e razzista terribilmente vivido nello spirito del XX secolo. Irving considera questo aspetto, ma purtroppo il suo filonazismo e i suoi eccessi finiscono per renderne il lavoro controproducente e per colpire il sano revisionismo storiografico -- che dovrebbe significare assenza totale di giudizi di valore e di giudizi storici conclusi -- alimentando polemiche che vanno oltre la storia. Irving sottopone così a facili attacchi uno studio che -- come espressione di dissenso al dogma delle chiese politiche e storiografiche -- invita anche la coscienza civile del nostro Paese a fare i conti con la storia.

Per esempio cominciando a prepararsi all'idea che De Felice, per quanto meritevole, non ha scoperto, capito e scritto tutto del fascismo; che quello degli italiani non fu solo consenso, ma per lo più entusiasmo; che non c'è da vergognarsene, anche perché il trionfo del fascismo ha radici antiche e molto lontane da noi; che un bilancio davvero corretto dei meriti e dei demeriti del regime non è stato ancora fatto; che Mussolini -- la cui reale e immensa fascinazione su uomini e masse deve essere ancora seriamente studiata -- ebbe una straordinaria visione dello Stato, infinitamente superiore a quella dei suoi connazionali; che gli italiani si batterono poco o nulla perla propria libertà, perché della loro libertà importava loro poco o nulla; che non vale dire «se Mussolini non avesse fatto la guerra», perché nel 1940 gli italiani la volevano con la stessa furbizia e per gli stessi motivi imperialistici del duce; che la combattemmo spesso male e molto spesso con una durezza e una crudeltà che è piacevole fingere di ignorare, ma che sarebbe meglio riconoscere.

Forse qualcuno mi darà del fascista, con articoli fragili quanto la sua autonomia di pensiero, la sua onestà intellettuale o le sue conoscenze in materia. Sappia sin da ora che non riceverà querele, non perché io sia fascista, ma perché lui è un deficiente: «Persona totalmente o parzialmente minorata nella sua attività intellettuale»
(Treccani).

IL GIORNALE, martedì 19 febbraio 2002

 
   
 

Gli ultimi eroi
di Gian Franco Spotti

C'è uno spettro che si aggira per l'Europa, del quale pochi si accorgono ed alla cui esistenza pochi credono, il suo nome è : POLIZIA DEL PENSIERO.
Un termine che rievoca i periodi bui dell'Inquisizione, della caccia alle streghe e dei roghi di eretici, blasfemi e atei. Uomini e donne sacrificati nel corso della Storia da un potere temporale in nome del mantenimento di un sistema che non permetteva dissensi o proteste. Oggi questo periodo è ritornato in auge, anche se vestito con gli abiti della Democrazia e col patentino dei diritti umani nel nome del politicamente corretto, dell'antirazzismo e dell'antisemitismo. I primi a farne le spese e a pagare in prima persona sono una categoria di persone, sparse geograficamente un pò ovunque, di varie età, culture e professioni; vengono chiamati: REVISIONISTI. Storici, ricercatori e scrittori che dissentono (cioè non sono in sintonia, non condividono o non accettano) la versione dei fatti che la Storia, scritta dai vincitori, ci ha raccontato negli ultimi 60 anni a proposito delle cause e degli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale. Criticare la Storia non è facile, in particolare dopo che scuole, libri di testo, giornali, televisioni, storici di regime e cinema, da oltre mezzo secolo e con un incessante martellamento, ci impongono di credere chi sono i buoni e chi i cattivi. Un'operazione ben fatta e ben riuscita che ha dato i suoi frutti devastanti e ignobili a più di una generazione nei quattro angoli del pianeta ma con un particolare occhio di riguardo al continente europeo. La Storia, in particolare quella più vicina a noi e che ha potuto essere immortalata per la prima volta con mezzi moderni prima inesistenti, si presta ad essere rivisitata perchè a scriverla è sempre la parte vincitrice e dominante, la quale ha tutto l'interesse ad occultare scomode verità a suo sfavore per trarne vantaggi politici ed economici. Di ciò si è abusato abbondantemente ed inverosimilmente prima e durante l'ultimo conflitto mondiale. Questi fu un conflitto chiave dal cui esito sarebbe nato un nuovo ordine mondiale da difendere a tutti i costi anche con la menzogna, la mistificazione, la faziosità ed un lavaggio del cervello su scala mondiale che non avrebbe potuto o dovuto, in teoria, dare adito a nessun tipo di revisionismo. Non che nel dopoguerra non esistessero persone in grado di dire come erano andate le cose, ma l'esito del conflitto, le distruzioni e i lutti relegavano le rivendicazioni storiche in secondo piano, privilegiando l'omertà, l'adeguamento al nuovo corso e l'assuefazione ai nuovi sistemi e padroni, dando inizio, in milioni di persone, ad una vera e propria fase di oblio che non fu risparmiata nemmeno alle generazioni nate dopo. I tentativi fatti da alcuni storici e scrittori negli anni 50 e 60, per quanto onesti e coraggiosi, non trovarono l'ascolto o il seguito che avrebbero meritato. In quel periodo gli archivi storici erano ancora ben sigillati e coperti dal segreto di stato, mentre la storeografia ufficiale era dominante e schiacciante a tutti i livelli. Gli anni passavano e, mentre ci si allontanava sempre più da quel periodo, se ne esaminavano gli avvenimenti con più distacco e razionalità e pian piano si fece strada in molte persone la sensazione, ma spesso anche un fortissimo sospetto, che le cose fossero andate diversamente o che comunque molti episodi avessero avuto un origine ed uno svolgimento diversi da come erano stati raccontati. Mancavano tuttavia prove tangibili e riscontri affidabili. A partire dalla seconda metà degli anni 70, il revisionismo storico conosce una forte accelerazione e col trascorrere degli anni, fino ai giorni nostri, un aumento della qualità ed un moltiplicarsi di fonti nuove ed inesauribili. Il periodo chiave fu negli anni 90, quando, dopo la caduta del muro di Berlino, diversi archivi furono aperti e consultabili in molte capitali e città minori dell'Est Europeo, ivi compresa l'Unione Sovietica. Gli sforzi, le ricerche e le perizie dei revisionisti si moltiplicarono e ne uscì un mosaico di rivelazioni e scoperte assolutamente esplosive e sensazionali. Nel contempo però aumentava la repressione giudiziaria e la persecuzione poliziesca nei loro confronti, arrivando a livelli assurdi ed inconcepibili per paesi democratici (aggressioni fisiche, denunce, processi, incarcerazioni, condanne pecuniarie, blocco e sequestro dei beni, perdita del lavoro, diffamazione a mezzo stampa). Questo succedeva e succede tuttora nei paesi europei dove più forte è l'ondata revisionista (Francia, Germania, Svizzera e Austria, ma a questi se ne sono recentemente aggiunti altri), i cui legislatori si sono presi la briga di riunirsi attorno ad un tavolo in fretta e furia e far approvare a tempo di record leggi liberticide miranti a tappare la bocca e a condannare chi avesse divulgato o espresso pubblicamente o per iscritto tesi che contrastavano la versione ufficiale di alcuni aspetti della Seconda Guerra Mondiale, come le cause ed i responsabili di quest'ultima, gli stermini nei lager, il processo di Norimberga, l'Operazione Barbarossa e tutto quanto fosse legato al quadro politico-militare dell'epoca. Oggi, nel 21° secolo, la caccia alle streghe si è inasprita ed uno dei risultati partoriti è il mandato di cattura europeo, un vero e proprio abominio che, di fatto, sancisce la fine del diritto di parola, opinione e stampa (su alcuni temi) incluso in tutte le costituzioni nazionali europee. Tale legge è fatta per colpire il revisionismo in quei paesi (come l'Italia) dove non esistono leggi liberticide mirate e facilitare l'estradizione dei revisionisti verso quei paesi dove il loro operato è considerato un reato e là giudicarli in base alla giurisprudenza del paese giudicante. Solo menti malate e perverse, nemiche della libertà e dei popoli in genere, potevano creare un mostro giuridico simile. E' evidente che impedire il libero dibattito storico, basandosi sulla documentazione d'archivio, diventa prioritario e a questo punto non si può fare a meno di pensare che non è l'opinione differente da colpire ma la verità che questa implica, la sovversione dei Dogmi storici, la riscrittura della Storia, e, sopratutto, dover riconoscere l'innocenza di chi è stato condannato dalla Storia e dai suoi Tribunali per atrocità mai commesse, la cui ammissione, in alcuni casi, fu estorta con la tortura e l'inganno.

I revisionisti, per la loro perspicacia, per i loro ideali e per la loro missione, possono oggi essere considerati GLI ULTIMI EROI, in un mondo piatto dove gli eroi latitano da troppo tempo, dove la paura e la codardia hanno preso il posto del coraggio, dove tutto diventa mercantile, dove tutto è lecito nel nome del profitto, dove onore e ideali sono stati sostituiti da tradimento e vigliaccheria, dove i media sono asserviti ai poteri forti, dove i governi sono servi e vassalli dei burattinai che hanno dettato il nuovo ordine mondiale post-bellico, dove la Giustizia si è fusa con l'Ingiustizia in un orrido gioco incestuoso, dove il disonesto è rispettato e l'onesto deriso, dove la volgarità e la maleducazione sono degli esempi da seguire. Noi dobbiamo essere grati a queste persone, sostenerle, non temere le scomode verità da loro riportate a galla, dovremmo fare loro un monumento ed intitolare loro delle vie cittadine, in omaggio allo sforzo immane che hanno compiuto e che stanno compiendo, ai rischi che stanno correndo, ai processi che stanno subendo e alle condanne che stanno scontando ed inflitte dai soloni della democrazia e dei diritti umani, per restituire a tutti noi quella verità che ci è stata violentemente nascosta, che ci compete di diritto, per ridare dignità e riabilitare quelle persone accusate di ogni infamia e che hanno pagato con la vita per massacri e delitti mai commessi. Questi EROI non hanno alle spalle lobby politiche o finanziarie, non sono ricchi miliardari, non sono pericolosi terroristi, sono persone come tutti noi, di cui non si parla quasi mai o troppo raramente (e quando succede, sempre in negativo falsificando addirittura i loro scopi). molti di loro hanno avuto vita e famiglia distrutte, alcuni sono in carcere in attesa di processo, altri in esilio con un mandato di cattura internazionale sulle spalle, altri ancora sono nel mirino della Polizia del Pensiero periodicamente. E tutto questo per che cosa? per sostenere, prove alla mano, versioni storiche non in linea con quelle dei vincitori! Non sembra fantascienza? o la trama di un film orwelliano ? Purtroppo è la realtà in cui viviamo e vivono queste persone, nella quale non si deve pensare troppo altrimenti veniamo messi in castigo dai Maestri Inquisitori. Non lasciamo sole queste persone, non permettiamo che il loro lavoro sia stato inutile, leggiamo i loro libri, affrontiamo gli argomenti scomodi, parliamone con più persone possibili, chiediamo a gran voce e sempre più numerosi un confronto pubblico e trasparente dal cui risultato ognuno di noi trarrà le proprie conclusioni con serenità e senza l'ombra del ricatto e delle minacce.

"Rinascita", 1 dicembre 2005

 
   
 

Veritatem dies aperit. Il tempo rivela la verità (Tertulliano)

Sono quasi duemila anni da quando Quinto Settimio Florenzio Tertulliano annotava la macroscopica realtà circa il lento ma inevitabile revisionismo che porta, su un piatto d'argento, la verità. Anche quelle furbescamente nascoste. Infatti, tra scoperte archeologiche, vecchi messali, documenti segreti, lasciti e altro, viene sempre alla luce quanto non fu mai rivelato dalle fonti interessate che avevano sigillato documentazioni scottanti e segrete. Però ,una legge vigente (negli USA e in Gran Bretagna) permette di visionare il materiale top secret , dopo 50 o 60 anni trascorsi dalla data di emissione. Così anche la vulgata attuale su buoni e cattivi cambia musica. Una delle ultime chicche  è apparsa in un articolo su "Il Giornale" del 13 novembre scorso sotto il titolo: Londra, le SS torturate nella "Gabbia". Vediamo di che si tratta. In tre belle palazzine d'epoca, site in quel di Londra, dal mese di luglio 1940 al settembre 1948 - dicesi millenovecentoquarantotto - esisteva uno dei più segreti Centri dell'MI 5 (Servizio Segreto Militare) inglese.In esso era funzionante The London Cage , ovvero il Centro Interrogazioni Speciali, noto come la "Gabbia". In essa furono rinchiusi oltre tremila prigionieri tedeschi, in gran parte appartenenti alle SS. Quivi erano picchiati, torturati, privati del sonno e del cibo, minacciati di orrende mutilazioni chirurgiche, di elettroshock, nonchè di morte se non avessero parlato. A capo di queste procedure era un certo Tenente Colonnello Alexander Scotland.Naturalmente la Croce Rossa Internazionale ignorava sia il sito che il trattamento usato sui prigionieri di guerra. Questa terribile situazione continuò, come su citato, anche dopo la fine delle ostilità.Infatti vennero imprigionati in quella "Gabbia" anche dei  civili tedeschi (catturati durante l'occupazione "alleata" della Germania) che fecero conoscenza di quella terrificante struttura. Nel 1950, il Ministero degli Esteri di Sua Maestà, per evitare di rendere nota la pubblicazione di questa lesiva pagina di Storia, insistette affinchè tutta la documentazione esistente venisse distrutta.
Nonostante ciò, cominciarono ad affiorare testimonianze di alcuni sopravvissuti.Tra queste, vide la luce la particolareggiata relazione dell'ex Hauptsturmfuehrer delle SS Fritz Knoechlein circa le torture subite.Il giornale inglese The Guardian conferma che mentre si verificavano questi aberranti comportamenti - ben noti agli Stati Maggiori Militari inglesi - il Foreign Office preferì mettere la cosa a tacere.Anche quando gli inglesi misero a morte - per impiccagione - un prigioniero che decise di confessare il falso pur di mettere fine alle torture.Come fecero molti altri prigionieri che imploravano la morte a fronte di tali sofferenze.
L'articolo termina con queste parole:Ora tutti i macabri misteri  della "Gabbia di Londra" sono svelati.Tutti?
"The Guardian" sostiene che il Ministero della Difesa (inglese) continua a mantenere segreti molti altri documenti scottanti.
Torniamo ai nostri giorni.Che Guantanamo sia, attualmente, una filiale della "Gabbia" di allora?
Ai posteri l'ardua sentenza - tenendo a mente che questa "loro" libertà è sempre a senso unico.Prosit.
Luciano Fabris
tratto da "Nuovo Fronte" dicembre 2005

 
   
 

JAWAD SHERBAF / ROBERT FAURISSON

 
Robert Faurisson dopo l'aggressione a Vichy
il 17 settembre 1989 da parte dei "Sons of the
memory of the Jews" (Figli della memoria ebraica)
 

Con le sue recenti dichiarazioni sul "mito dell'Olocausto", il presidente iraniano ha impresso un nuovo impulso allo sviluppo del revisionismo storico. Questo impulso è testimoniato dal seguente scambio di corrispondenza tra il direttore generale dell'Istituto di scienze politiche Neda di Teheran ed il Francese Robert Faurisson.

Dr Jawad Sharbaf, direttore generale dell'Istituto di scienze politiche Neda (Teheran) al professor Robert Faurisson, 19 dicembre 2005

Signor Professore,
Colgo questa occasione per esprimere, a Lei ed a tutti i revisionisti, il profondo rincrescimento che desta nell'Istituto di scienze politiche Neda la risoluzione dell'ONU relativa alla "Giornata dell'Olocausto" [1° novembre 2005]. Le recenti osservazioni del Presidente Mahmoud Ahmadinejad che mettono in dubbio l'"Olocausto" hanno creato una situazione favorevole al revisionismo. Al presente noi riteniamo che indubbiamente il Presidente farà tutto ciò che è in suo potere se Lei prenderà contatto con lui e chiederà la sua assistenza per l'organizzazione di una Conferenza internazionale sul revisionismo. Nel caso in cui, a tal proposito, Lei avesse bisogno del nostro aiuto, non esiti a prendere contatto con noi. I nostri migliori auguri La accompagnino.

Dr Jawad Sharbaf, direttore generale dell'Istituto di scienze politiche Neda

Professor Robert Faurisson al Dottor Jawad Sharbaf, 26 dicembre 2005

Signor Direttore generale,
La ringrazio vivamente per il Suo messaggio e per la Sua proposta concernente l'organizzazione di una conferenza internazionale revisionista. Nel novembre 2000, avevo avuto l'onore di essere ricevuto a Teheran per una settimana su invito di un ufficio del governo iraniano. In quell'occasione avevo fatto la conoscenza del Suo istituto dove mi avevano accolto il Dottor Soroush-Nejad ed un gruppo di professori; uno di questi ultimi stava allora terminando la traduzione in persiano del mio Mémoire en défense contre ceux qui m'accusent de falsifier l'histoire (1980) ("Memoria a difesa contro coloro che mi accusano di falsificare la storia" - N.d.T.). In questi ultimi cinque anni, nel corso dei quali abbiamo mantenuto dei contatti, ho potuto constatare che i responsabili politici del Suo paese esitavano a denunciare la menzogna del preteso "Olocausto" degli ebrei, una menzogna le cui devastazioni che esso esercita da più di mezzo secolo, in particolare a spese del popolo palestinese, sono un disastro che si aggrava di anno in anno. Io speravo che un giorno un alto responsabile politico avesse il coraggio di dire di fronte al mondo che l'"Olocausto" non è che una leggenda o un mito. L'8 dicembre 2005 - una data che rimarrà nella storia - il presidente del Suo paese, Mahmoud Ahmadinejad, - un nome che resterà impresso nella storia - ha osato formulare dei dubbi sulla realtà storica del preteso "Olocausto". Il 12 dicembre, egli ne ha parlato come di un "mito". Egli ha, per di più, preso la difesa del diritto dei revisionisti ad esprimersi liberamente. Il 22 dicembre, in Egitto, il capo spirituale dei Fratelli musulmani, Mohamed Mehdi Akef, ha utilizzato a sua volta la parola "mito" ma non senza ritrattare in parte alcuni giorni dopo, tanto questo mito è potente e capace di intimidire. Il 23 dicembre, un'autorità iraniana, Mohamed-Ali Ramin, responsabile della Società per la difesa dei diritti delle minoranze musulmane in Occidente, ha dichiarato che il vostro presidente auspica che i governi europei permettano ai loro universitari di pubblicare liberamente i risultati delle loro ricerche sull'"Olocausto". Il 1° novembre ultimo scorso, all'unanimità e senza votazione, i rappresentanti delle 191 nazioni che costituiscono l'ONU hanno adottato un progetto di risoluzione israeliano che proclama il 27 gennaio "Giornata internazionale di commemorazione in memoria dellevittime dell'Olocausto". Inoltre, questo testo "respinge qualsiasi negazione dell'Olocausto in quanto avvenimento storico, sia tale negazione totale o parziale". Sono così presi di mira tutti coloro che, come i revisionisti, esigono un riesame delle prove e delle testimonianze su cui si fonda la tesi del preteso "Olocausto" degli ebrei. Essenzialmente i sostenitori di questa tesi affermano che, durante la seconda guerra mondiale, i Tedeschi 1) avrebbero condotto una politica di sterminio fisico degli ebrei; 2) avrebbero messo a punto ed utilizzato dei grandi mattatoi umani chiamati camere a gas (da non confondere con i forni crematori che, essi, non avevano nulla di criminale) e 3) avrebbero provocato, con questo e con altri mezzi, la morte di sei milioni di ebrei. Il progetto di risoluzione israeliano è stato adottato con un abile raggiro che ho descritto in un testo di cui Lei ha preso visione e che ho intitolato "L'ONU met le révisionnisme au ban de l'humanité" ("L'ONU mette il revisionismo al bando dell'umanità" - N.d.T.).

L'accusa mossa dagli ebrei al popolo tedesco costituisce una calunnia. Segnato dal segno di Caino, questo popolo non ha avuto finora altra risorsa che quella di sprofondare nella contrizione per un crimine che non ha mai commesso. A sessant'anni dalla guerra, la Germania è sempre in stato di soggezione e non ha ancora avutodiritto ad un trattato di pace. I dirigenti tedeschi (ed austriaci) non cessano di chiedere scusa e di versare colossali «riparazioni» finanziarie alle organizzazioni ebraiche o sioniste nonché alloStato di Israele. Da sessant'anni, questi dirigenti vivono nell'assillante paura di provocare la collera degli ebrei; perciò li si vede reprimere nei loro paesi qualsiasi avvisaglia di revisionismo storico. In Germania, in Austria ma anche in molti altri paesi d'Europa, gli ebrei hanno finito per ottenere l'adozione di leggi speciali destinate a proteggere da qualsiasi contestazione la loro versione della storia della seconda guerra mondiale.

L'impostura dell'"Olocausto" è la spada e lo scudo dello Stato ebraico; essa ne è l'arma numero uno. Essa permette agli ebrei ed ai sionisti di mettere sotto accusa il mondo intero: in primo luogo la Germania del III Reich che avrebbe commesso un crimine abominevole e senza precedenti, poi il resto del mondo che l'avrebbe lasciata commettere questo stesso crimine. Gli estremisti ebrei ed i sionisti hanno incominciato ad accusare di complicità in "crimine contro l'umanità" Churchill, Roosevelt, Truman, Stalin, De Gaulle, Papa Pio XII, il Comitato internazionale della Croce Rossa, nonché tutti i paesi che hanno preso parte alla seconda guerra mondiale e persino tutti i paesi neutrali a cominciare dalla Svizzera. Tutti sono accusati d'essere stati indifferenti alla tragedia e di aver lasciato sterminare il popolo ebraico!

È così che prendendo oggi posizione contro la menzogna dell'"Olocausto", l'Iran si trova a difendere non solo la Palestina ed il mondo arabo-musulmano, ma anche tutta una parte del genere umano contro una gigantesca impresa di diffamazione, ricatto ed estorsione.

Lei mi fa sapere che, grazie al presidente Ahmadinejad, si offre finalmente l'occasione di progettare una conferenza internazionale sul revisionismo. Lei sa sicuramente che i revisionisti si apprestavano a tenere una conferenza a Beirut, dal 31 marzo al 2 aprile 2001. Ma le pressioni israeliane ed americane si erano fatte allora così minacciose che Rafik Hariri, primo ministro libanese, aveva dovuto proibirci di tenere la tale conferenza. Noi saremmo dunque lieti di volgerci oggi verso il presidente Ahmadinejad e di sollecitare il suo aiuto per tenere una conferenza nel vostro paese. Eppure, tenuto conto delle circostanze, questo progetto ci appare purtroppo irrealizzabile al presente. Mi permetta, La prego, di spiegarLe il perché. Attualmente i principali revisionisti, che, nel 2001 avrebbero partecipato alla conferenza di Beirut, si trovano o in carcere, o in esilio, o in una situazione precaria che impedisce loro di varcare qualsiasi frontiera e di passare per un qualsiasi aeroporto internazionale.

Prendiamo il drammatico caso di Ernst Zündel. Sposato con un'Americana e residente pacificamente nello stato del Tennessee, egli è stato arrestato davanti al proprio domicilio il 5 febbraio 2003 e gettato in prigione con un pretesto menzognero. Poi, è stato consegnato al Canada dove, per più di due anni è marcito in un carcere di massima sicurezza in condizioni degradanti. Infine, è stato consegnato dal Canada alla Germania dove è oggi in carcere a Mannheim, in attesa di un processo per revisionismo. In Canada, come in Germania, i revisionisti sono privati del diritto di difendersi. In quei paesi, quando un uomo è accusato di revisionismo e si ritrova davanti ad un tribunale, il giudice inizia, secondo la prassi, facendogli prestare giuramento di dire la verità. Ma se, nel minuto che segue, l'accusato dice per esempio: "Io affermo che le pretese camere a gas naziste non sono esistite perché la verità - che io mi faccio forte di dimostrare - è che non sono potute esistere", il giudice lo interrompe immediatamente. Il giudice canadese gli dirà: "Davanti a questo tribunale speciale [battezzato 'Tribunale canadese dei diritti della persona'] l'argomentazione verità non è un mezzo di difesa" ('Truth is no defence'). Quanto al giudice tedesco, egli gli dirà: "Lei non ha il diritto di contestare ciò che è di 'notorietà pubblica' ('offenkundig')". Così né il revisionista in questione né i suoi avvocati potranno presentare una difesa nel merito. In Canada, il giudice Pierre Blais, che presiedeva da solo, senza giuria e senza possibilità di appello, questo tribunale speciale è arrivato ad interrogare, a carico di Ernst Zündel, dei testimoni anonimi a porte chiuse. Poi a Mannheim, il presidente del tribunale ha ricusato successivamente i quattro avvocati che Ernst Zündel si era scelto, e ciò perché li sospettava di revisionismo.

Sempre negli Stati Uniti, vicino Chicago, il Tedesco Germar Rudolf è stato rapito con lo stesso stile, strappato alla moglie americana ed al loro bambino e consegnato alla Germania; egli è in carcere a Stoccarda.

Il Belga Siegfried Verbeke è stato arrestato all'aeroporto di Amsterdam e consegnato dall'Olanda alla Germania; egli è in carcere a Heidelberg.

Lo storico britannico David Irving è stato arrestato mentre era in trasferta in Austria ed ora è in carcere a Vienna.

Queste quattro persone incorrono in una pena di svariati anni di carcere salvo forse David Irving se, come fa capire il suo avvocato, ritratta, esprime il suo pentimento e si appella all'indulgenza del tribunale.

Altri revisionisti sono in carcere in Germania o in Austria, in particolare l'avvocato Manfred Roeder, l'ex-preside Ernst G. Kögel ed il chimico Wolfgang Fröhlich.

La Germania è diventata la "Guantanamo" d'Israele per il tramite di una sorta di mafia giuridico-poliziesca che, negli Stati Uniti e in Canada, se la prende con i revisionisti (e con certi arabo-musulmani) nel quadro, assai comodo, della "lotta contro il terrorismo".

In Svizzera sono recentemente usciti di prigione, ma potrebbero ritornarci, i revisionisti Gaston-Armand Amaudruz (84 anni) e René- Louis Berclaz. Importanti revisionisti vivono in esilio ed in condizioni difficili. Mi asterrei dal rivelare i loro nomi nonché i nomi dei paesi in cui essi hanno trovato rifugio.

Resta il caso dei revisionisti che non sono né in carcere né in esilio. La loro esistenza non è davvero più invidiabile. La polizia non dà loro tregua, i tribunali li condannano. Per limitarsi alla Francia, Jean Plantin (perseguito a Lione), Vincent Reynouard (perseguito a Limoges) e Georges Theil (perseguito a Grenoble, a Limoges ed a Lione) sono incorsi o incorrono in varie condanne, ivi comprese pene detentive definitive. Il deputato europeo Bruno Gollnisch comparirà davanti al tribunale di Lione semplicemente per aver detto di auspicare che gli storici possano esprimersi liberamente sul problema dell'esistenza delle camere a gas naziste! Io stesso, dovrò comparire il 20 giugno 2006 davanti alla XVII sezione del tribunale penale di Parigi per aver concesso al canale televisivo iraniano "Sahar" un'intervista telefonica dal contenuto
revisionista; la querela è stata sporta a Parigi dal signor Dominique Baudis, presidente del Consiglio superiore degli
audiovisivi.

Fredrick Töben, cittadino australiano di origine tedesca, svolgeva la sua attività revisionista in Australia e su Internet. Di passaggio in Germania, volendo investigare alla fonte sulla repressione giudiziaria del revisionismo in quel paese, si è ritrovato in prigione. Di ritorno in Australia, egli si è visto infliggere un "gag order", vale a dire che è in linea di principio
ridotto al silenzio pena una condanna d'ufficio.

In Polonia, nella Repubblica Ceca ed in altri paesi d'Europa, dei revisionisti sono parimenti perseguiti e condannati.

In Svezia, Ahmed Rami conduce con indomito coraggio una lotta per l'Islam ed al contempo per il revisionismo, che gli è valsa di fargli conoscere il carcere.

In Germania, il numero delle pubblicazioni bruciate dalla polizia per revisionismo non è ufficialmente noto ma dovrebbe essere considerevole. Lo stesso accade in Canada.

Io non evocherò qui le interdizioni professionali d'ogni sorta in vari paesi nonché i drammi familiari ed i suicidi provocati dalla repressione. In Germania, a Monaco, il 25 aprile 1995, il revisionista Reinhold Elstner si è immolato dandosi fuoco per protestare, aveva scritto, contro "il Niagara di menzogne" riversato sul suo popolo. La grande stampa tedesca ha passato sotto silenzio il suo atto eroico e la polizia tedesca ha, eseguendo degli ordini, confiscato i mazzi di fiori deposti sul luogo del sacrificio e proceduto al fermo di coloro che, con quel gesto di compassione, testimoniavano la propria sofferenza. In Francia, gruppi armati ebraici praticano impunemente la violenza anche all'interno del Palazzo di Giustizia di Parigi. Personalmente dal 1978 al 1993 ho subito dieci aggressioni fisiche da parte di ebrei che non sono, per questo, mai stati giudicati. Se gli ebrei ed i sionisti fanno un tale uso della violenza fisica e della repressione giudiziaria, è perché, sul piano dell'argomentazione scientifica e storica, i revisionisti li hanno sconfitti in pieno. Il dramma degli ebrei e dei sionisti è che essi hanno mentito e che ciò è via via risaputo. Certi ebrei e persino certi Israeliani sembrano esserne consapevoli. In numero minimo, alcuni hanno avuto il coraggio di dichiarare il loro scetticismo rispetto alla realtà dell'"Olocausto" mentre altri si sono accontentati di denunciare "la religione dell'Olocausto", "l'industria dell'Olocausto" o lo "Shoah Business".

In conclusione io penso che, fino a nuovo ordine, una conferenza internazionale sia dunque purtroppo impossibile. Ma, d'accordo a questo riguardo con un'idea del Prof. Arthur Robert Butz, io direi che noi auspichiamo di vedere il presidente Ahmadinejad creare in Iran un centro internazionale di studi revisionisti il cui primo compito sarebbe quello di propagare le acquisizioni del revisionismo storico nel mondo arabo-musulmano per mezzo di Internet o con qualsiasi altro mezzo di comunicazione. Nell'attesa, noi chiediamo all'Iran di moltiplicare presso il mondo occidentale gli appelli in favore della liberazione dei nostri prigionieri di coscienza.

Ad ogni modo, per parte nostra, riteniamo che fintantoché negli Stati Uniti, in Canada, in quasi tutta l'Europa e fino in Australia, si utilizzeranno contro i revisionisti sia leggi che tribunali speciali, sia procedimenti polizieschi di basso profilo, sia l'orchestrazione mediatica al servizio di certi gruppi di pressione ebraici o sionisti, il mondo occidentale avrà meno che mai il diritto di infliggere al resto del mondo lezioni di diritto, di morale o di democrazia.

Voglia gradire, signor Direttore generale, i sensi della mia alta stima.

Robert Faurisson

 
   
 

A Limoges, sbrigativo processo contro il revisionista Georges Theil

Georges Theil (65 anni) è stato condannato questa mattina dal tribunale penale di Limoges ad una pena di sei mesi di reclusione e ad una valanga di altre pene per aver inviato, quest’anno, ad alcune persone una copia della sua testimonianza, Un cas d’insoumission / Comment on devient révisionniste (“Un caso d’inarrendevolezza / Come si diventa revisionista”). Questo opuscolo di 115 pagine era stato pubblicato nel 2002 con il nome di Gilbert Dubreuil e non era stato oggetto di nessun procedimento giudiziario.
 
Le altre pene sono le seguenti: 1) confisca di tutto ciò che era stato sequestrato presso il suo domicilio di Grenoble: computer, libri, documenti; 2) privazione per cinque anni del diritto di eleggibilità; 3) 30.000 euro di ammenda; 4) risarcimento dei danni con relativi interessi alle cinque parti civili: rispettivamente 7.000 euro + 1 euro + 1 euro + 1 000 euro (per la LICRA) + 1 000 euro (per un’associazione, comunista, di deportati); ciascuna parte civile si vede inoltre concedere 350 euro. Queste somme dovranno essere versate da G. Theil al momento della loro notifica da parte degli ufficiali giudiziari, dei quali si dovranno pagare parimenti le spese; 5) pubblicazione forzata (ed economicamente rovinosa) della sentenza sui giornali “Le Monde”, “Le Figaro”, “Le Populaire” e “L’Echo du Centre”.
 
Eric Delcroix, avvocato di G. Theil, ha interposto appello presso la corte d’appello di Limoges. La pena detentiva è quindi sospesa. Di tutti i processi a revisionisti da un quarto di secolo a questa parte, questo è stato, e di gran lunga, il più sbrigativo. L’udienza è iniziata alle 9.20; il tribunale si è ritirato alle 10.50, ed è rientrato in aula, già alle 11.20, per pronunciarvi la sentenza. La sua deliberazione non è durata dunque che 25 minuti, al massimo, il che non gli permetteva di prendere conoscenza dei documenti depositati nel fascicolo oggi, 7 ottobre, e, in particolare, di esaminare le sei pagine delle conclusioni, molto approfondite, dell’avvocato E. Delcroix.
 
Dalle 9.20 alle 10.50, ossia per un’ora e mezza, almeno otto persone hanno successivamente preso la parola.
 
Nei suoi diversi interventi il presidente si è mostrato particolarmente ostile. Ha pubblicamente elencato i beni dell’imputato, funzionario della pubblica amministrazione in pensione (“due appartamenti e due automobili, di cui una Mercedes”). Ha manifestato dei dubbi sull’appartenenza del padre di G. Theil alla Resistenza (un padre che, nel 1944, nel dipartimento della Corrèze, trovato in possesso di un revolver, è stato consegnato da soldati georgiani in uniforme tedesca a delle persone che lo hanno ucciso; a questo titolo, G. Theil percepisce una pensione). Il presidente ha in seguito insinuato che l’imputato avrebbe forse bisogno di una visita psichiatrica. Infine – e ciò è grave – il presidente ha letto solo l’inizio della lettera che l’imputato gli aveva indirizzato in sua difesa. In questa lettera, G. Theil spiegando in primo luogo in modo succinto il motivo della sua assenza dall’aula giudiziaria, poi rispondendo alle accuse del giudice istruttore e del pubblico ministero, illustrava in seguito la sua argomentazione nel merito. Egli indicava perché non potesse che mantenere la sua “contestazione” della sentenza di Norimberga e specificava: “Il mio avvocato potrà fornirLe maggiori precisazioni ed esempi”. Con ciò alludeva ad un documento di sei pagine che enumerava le stupefacenti “contestazioni” della sentenza di Norimberga, a proposito dello sterminio degli ebrei e delle camere a gas, da parte di quindici sommi esponenti della storia ortodossa; tra questi storici, G. Theil citava Léon Poliakov che riconosceva riguardo alla “campagna di sterminio degli ebrei”: “Non è rimasto, forse non è mai esistito nessun documento” (Bréviaire de la haine, Calmann-Lévy, 1974 [1951], pag. 171) (Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Einaudi, 1955 – N.d.T.). Egli citava anche altri autori tra cui Olga Wormser-Migot, Raul Hilberg, Michel de Boüard, Arno Mayer (“Le fonti per lo studio delle camere a gas sono al contempo rare e dubbie”), Philippe Burrin, Yehuda Bauer, Eric Conan e, soprattutto, Jean-Claude Pressac che, stufo di lottare, aveva finito per dichiarare che il dossier della storia ufficiale della deportazione è irrimediabilmente “putrefatto” perché contiene troppi elementi destinati alla “pattumiera della storia” (testo reso noto e riprodotto da Valérie Igounet, Histoire du négationnisme en France, Gallimard, 2000, pagg. 651-652). Su tutti questi punti, tanto importanti nel merito per la difesa, il presidente non ha fiatato.
 
Dopo il presidente, hanno successivamente preso la parola una parte civile, poi un’altra, poi l’avvocato di quest’ultima, poi l’avvocato della LICRA, poi l’avvocato dell’associazione di deportati e, infine, il procuratore. Quanto a E. Delcroix, egli ha parlato solo per 30 minuti, così articolati: 25 minuti sulla forma e 5 minuti sul merito. Egli non ha fornito che due esempi delle stupefacenti contestazioni ortodosse. Ricordando la sentenza del 26 aprile 1983, egli ha pensato bene di dire che la corte d’appello di Parigi aveva ritenuto che nei miei scritti sul “problema delle camere a gas” (sic) non vi fosse traccia di leggerezza, di negligenza, di deliberata ignoranza o di menzogna ma ha sfortunatamente omesso la spettacolare conclusione che ne avevano tratto allora i magistrati: “Il valore delle conclusioni difese dal Signor Faurisson dipende dunque dal solo giudizio degli esperti, degli storici e del pubblico», il che, nel francese d’uso quotidiano, significava che, vista la serietà del mio lavoro sulla questione, tutti dovevano avere il diritto di dire che queste camere a gas non sono mai esistite.
 
Il magistrato di Limoges che ha condannato G. Theil si chiama François Casassus-Buihlé; è nato in Normandia il 31 dicembre 1952. In un recente passato, si è reso ridicolo con la condanna, il 12 dicembre 2003, del revisionista Vincent Reynouard ad una pena di un anno di reclusione, di cui nove mesi con la condizionale. In appello, i suoi colleghi di Limoges hanno confermato il suo verdetto ma in cassazione la loro sentenza è stata annullata per un errore madornale: tutto quel bel mondo aveva confuso “crimini di guerra” (contestabili) con “crimini contro l’umanità” (dichiarati incontestabili). L’abbaglio era così grossolano che ci si sciacquava la bocca in proposito negli ambienti del palazzo di giustizia, a Parigi.
 
G. Theil sarà anche giudicato a Lione, il 29 novembre, per dichiarazioni revisioniste sulle camere a gas. Come al solito, non mancheranno, tra i revisionisti in pantofole, degli spiriti avveduti che gli rimprovereranno la sua temerarietà, la sua mancanza di “tattica”, di “strategia”, di “senso di responsabilità”, tutte qualità che, essi, per parte loro, ben inteso, hanno da vendere.
 
Quanto a me, mi congratulo con G. Theil per aver mostrato la più rara delle virtù: il coraggio, ed auspico che egli prosegua sulla strada che ha imboccato.
 
Robert Faurisson
7 ottobre 2005

 
   
 
AUSCHWITZ VENNE LIBERATA O SEMPLICEMENTE OCCUPATA DALL'ARMATA ROSSA?
di Germar Rudolf (2005)

Nel libro per il quale Elie Wiesel è maggiormente famoso, vale a dire Notte (edizione tascabile della Bantam, 1960), che è una lettura raccomandata in molte scuole pubbliche da una parte all'altra del mondo, Wiesel dipinge un'immagine orripilante della vita ad Auschwitz dall'Aprile del 1944 al Gennaio del 1945, quando egli era lì. Sebbene molte centinaia di migliaia di ebrei vennero presuntamente gassati lì durante questo periodo, Wiesel non fa menzione in nessuna parte del suo libro di gassazioni o di camere a gas, come Jurgen Graf e Robert Faurisson ci hanno fatto notare (vedi la tavola compilata da J. Graf alla fine del testo di R. Faurisson, "Witnesses to the Gas Chambers of Auschwitz", in: G. Rudolf (editore), Dissecting the Holocaust, seconda edizione, Theses & Dissertations Press, Chicago, IL, 2003, p.144, www.vho.org/GB/Books/dth/fndwitness.html   ). Egli afferma tuttavia di aver visto fiamme dai camini del crematorio e di aver visto il dr. Mengele che indossava un monocolo. Entrambe le affermazioni sono chiaramente menzogne, poiché i forni crematori di Auschwitz, riscaldati con coke, non potevano produrre fiamme che passassero attraverso 15 metri di canna fumaria e 30 metri di camino (vedi Carlo Mattogno, "Flames and Smoke from the Chimneys of Crematoria", The Revisionist 2 (1), 2004, pp.73-78, www.vho.org/tr/2004/1/Mattogno73-78.html ). Quando i russi stavano per invadere Auschwitz nel Gennaio del 1945, sia Elie che suo padre "scelsero" di andare ad Ovest con i "nazisti" e le SS in ritirata, piuttosto che essere "liberati" dal più grande alleato dell'America. Essi avrebbero potuto parlare di Auschwitz al mondo intero nel giro di pochi giorni-ma, sia Elie che suo padre, come pure innumerevoli migliaia di altri ebrei, scelsero invece di viaggiare verso Ovest con i "nazisti" a piedi, di notte e nel mezzo di uno degli inverni più freddi, e di continuare quindi a lavorare per la difesa del Reich. In effetti, essi scelsero di collaborare. Alcune delle esatte parole di Wiesel in Notte sono (p.78): "La scelta stava nelle nostre mani. Per una volta potevamo essere noi a decidere il nostro destino. Entrambi potevamo rimanere nell'ospedale, dove potevo, grazie al mio dottore, farlo entrare [il padre] come paziente o infermiere. Oppure potevamo seguire gli altri. 'Bene, che facciamo, padre?' Egli stava in silenzio. 'Sfolliamo insieme agli altri', gli dissi." Il racconto di Elie a questo proposito è avvalorato da altri resoconti di "sopravvissuti", incluso quello di Primo Levi. Nel libro di Levi "Sopravvivenza ad Auschwitz", abbiamo le sue parole per il 17 Gennaio del 1945: "Non era una questione di ragionamento: anch'io avrei seguito probabilmente l'istinto del gregge se non mi fossi sentito così debole: la paura è supremamente contagiosa, e il suo effetto immediato è di indurre una persona a cercare di fuggire." Ma qui si sta parlando di fuggire con i "nazisti"-e non "nazisti" che erano semplice truppa ma presuntamente il peggio del peggio. Qui si sta parlando di fuggire con gli stessi "nazisti" che avevano presuntamente effettuato il più grande sterminio immaginabile di ebrei ed altri nell'intera storia dell'universo. Qui si sta parlando di fuggire con persone che avevano presuntamente eseguito l'omicidio giornaliero di migliaia di persone per diversi anni. Ma, secondo le sue stesse parole, egli sarebbe nondimeno andato via con loro, se non fosse stato che non si sentiva bene quel giorno; egli si sentiva debole. La "paura" che lo sopraffaceva era chiaramente paura dei russi e non dei "nazisti"; non esiste menzione della paura di quello che i "nazisti" e le SS avrebbero potuto fare quando gli sfollati sarebbero entrati nella foresta o qualche tempo dopo. Le scelte che vennero compiute in quel luogo nel Gennaio del 1945 sono enormemente importanti. Nell'intera storia della sofferenza ebraica per mano dei gentili quale momento avrebbe potuto essere più drammatico di questo momento prezioso in cui gli ebrei potevano scegliere tra, da un lato, la liberazione per mano dei sovietici con la possibilità di raccontare a tutto il mondo della malvagità "nazista", e di contribuire alla sua sconfitta -e l'altra scelta di andare con gli sterminatori "nazisti", e di continuare a lavorare per loro, aiutandoli a preservare il loro regime malvagio? Nella grande maggioranza dei casi, essi scelsero di andare con i "nazisti". La gravosa scelta fa venire in mente l'Amleto di Shakespeare: "Rimanere, o non rimanere; questo è il problema": rimanere ed essere liberati dalle truppe sovietiche e rischiare le loro cinghie e i loro fucili per poter raccontare al mondo intero dell'indegno "nazista"- o portare braccia e piedi contro un mare di freddo e oscurità per collaborare con lo stesso indegno "nazista"? Oh quale angoscia - questo è il punto cruciale! Così la coscienza ci fa tutti codardi. Così quale fu il risultato finale?-Qui sembra che possa andar bene un rullo di tamburo in sottofondo, nel momento in cui Vanna White viene sul palcoscenico con la busta sigillata e la risposta per il grande enigma. La busta viene aperta e la scelta è - il tamburo rulla di nuovo - secondo lo stesso Levi, 800 scelsero di rimanere ad Auschwitz, ma 20.000 scelsero di andare via e di collaborare con gli sterminatori "nazisti". Wow! Quale sorpresa - già! Noi vediamo la stessa deliberata collaborazione pro-"nazi" nei sopravvissuti della Lista di Schindler. Secondo la loro storia ben conosciuta, quando i russi stavano per invadere Plaszow, appena trenta miglia sulla strada ad Est di Auschwitz nel Novembre del 1944, Schindler e più di un migliaio di ebrei scelsero di andare ad Ovest con i "nazisti" in ritirata piuttosto che restare indietro ed essere "liberati" dai sovietici. Qualcuno passò persino le successive settimane ad Auschwitz-e nessuno venne gassato, neppure nel film. La mistificazione ha certamente avuto il suo tempo. Se ci fosse stato qualsivoglia genere di sterminio di ebrei ad Auschwitz, gli ebrei di Cracovia e di Plaszow lo avrebbero certamente saputo. Tutti gli ebrei che si diressero ad Ovest in realtà hanno anche negato l'Olocausto, sia pure solo con le loro mani e i loro piedi. Gli ebrei stessi sono stati i primi veri negatori dell'Olocausto, ed è tempo che abbiano tutto il credito che meritano. L'analisi piuttosto semplice dei racconti dei sopravvissuti dell'Olocausto che ho dato qui è una confutazione facile da comprendere della mistificazione, in generale. Io esorto tutti i lettori a riesaminare i resoconti dei sopravvissuti per proprio conto, ma criticamente e sistematicamente. Internet, con motori di ricerca come Google, permette a chiunque di analizzare testualmente migliaia di resoconti di sopravvissuti onde trovare i punti deboli più rilevanti del genere di cui ho trattato. Basta cercare parole chiave come "evacuation" o combinazioni di parole come "holocaust survivor Auschwitz".

Un messaggio implicito

C'è un messaggio implicito ma anche taciuto nel revisionismo dell'Olocausto, un messaggio che dovremmo esplicitare perché tale messaggio è così scioccante da costituire attualmente un ostacolo rilevante per il nostro lavoro in generale, e perciò dobbiamo affrontarlo. Quando diciamo che la storia dell'Olocausto non è vera, io credo che stiamo anche dicendo che c'è qualcosa di seriamente sbagliato negli Stati Uniti d'America. La maggior parte degli americani crede fermamente che l'America è ancora di gran lunga la società più meravigliosa, più vicina alla perfezione sotto ogni punto di vista che il mondo abbia mai visto. Se l'Olocausto non è vero, allora ci deve essere qualcosa di profondamente sbagliato negli Stati Uniti perché la storia divulgata è abbracciata quasi universalmente dai media, dalla stampa, e dalle istituzioni in generale. Poiché l'America è così meravigliosa, i revisionisti devono pertanto avere torto - così funziona la pseudo logica

Il vero Olocausto

Donne e bambini giapponesi e tedeschi vennero uccisi dagli Stati Uniti nel modo più orribile che si possa immaginare-arrostendoli vivi. Se i nazisti avessero ucciso delle persone nelle camere a gas, un tale metodo sarebbe stato comunque - seppur criminale - più umano e indolore e persino più civilizzato a paragone di quello che gli americani fecero davvero, persino quando, negli ultimi mesi di guerra, non c'era serio pericolo per gli Stati Uniti. Fino ad oggi in America, non c'è ancora alcun senso di vergogna o alcuna traccia di scuse. Per favore: non siate fuorviati dal falso argomento che furono i tedeschi che iniziarono il bombardamento di obbiettivi civili e perciò non hanno nulla da lamentarsi. Fu l'Inghilterra che iniziò il bombardamento deliberato di obbiettivi civili già nel Maggio del 1940, a cui la Germania, dopo molte esitazioni, rispose con la stessa moneta nel Settembre del 1940. Il bombardamento giapponese di Pearl Harbor-che all'epoca non era parte degli Stati Uniti ma una semplice colonia! - era chiaramente finalizzato solo ad obbiettivi militari senza alcuna responsabilità da parte delle donne e dei bambini di Hiroshima o Nagasaki o  Tokyo o di ogni altra città giapponese. (Vedi "Poison Gas Uber Alles", di Friedrich Paul Berg, The Revisionist, 1 (1), 2003, pp.37-47,  www.vho.org/tr/2003/1/Berg37-47.html  )

Quando i detenuti dei vari campi di concentramento andarono ad Ovest con le forze armate tedesche all'inizio del 1945- alcuni di loro forzatamente, altri volontariamente - molti di loro morirono in quelle che oggi vengono chiamate "marce della morte". Quello che oggi viene dimenticato, tuttavia, è il fatto che milioni di civili tedeschi vennero parimenti coinvolti in "marce della morte" durante quei mesi. L'irrompente Armata Rossa compì un'autentica devastazione nell'Europa orientale. I suoi effettivi deportarono e/o sterminarono senza pietà tutti i collaboratori veri o sospettati, inclusi molti detenuti dei campi di concentramento tedeschi, la maggior parte dei quali aveva, dopotutto, aiutato lo sforzo bellico della Germania. Raggiungendo le zone orientali della Germania, quasi tutti i soldati dell'Armata Rossa parteciparono a stupri di massa, a saccheggi, a furti, e uccisioni di tutto ciò che potevano trovare. In conclusione, più di due milioni di tedeschi persero le loro vite durante quegli eventi e le marce della morte che ne conseguirono (vedi A.M. de Zayas, Terribile Revenge. Ethnic Cleansing of East European Germans, 1944-1950,
www.vho.org/store/UK/bresult.php?ID=120  ; Antony Beevor, The Fall of Berlin 1945, www.vho.org/store/UK/bresult.php?ID=134 ). Perciò, la maggior parte delle vittime delle "marce della morte" non furono vittime delle SS, ma furono vittime del caos della soccombente Germania, provocato dall'invasione dell'Armata Rossa ad Est e dai bombardamenti a tappeto degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Così, davvero Auschwitz venne liberata dall'Armata Rossa? Poteva qualcuno essere liberato da quell'esercito? La risposta è, naturalmente, NO. Auschwitz venne occupata dall'Armata Rossa, come tutti gli altri campi. Come vennero occupate l'Ucraina, la Polonia, la Cecoslovacchia, l'Ungheria, la Romania, l'Estonia, la Lituania, la Lettonia, e la Bulgaria. Il regime duro delle SS nei campi e delle forze di occupazione tedesca nella maggior parte di questi paesi venne rimpiazzato dal terrore dell'Armata Rossa, che era molto peggio di qualunque cosa i tedeschi avessero fatto. Tutti sapevano quello che li stava aspettando, così milioni di ucraini e di civili degli stati baltici cercarono di spostarsi ad Ovest con i tedeschi in ritirata sin dal 1943. I detenuti di Auschwitz non si comportarono in modo differente. Essi, parimenti, sapevano quello che li attendeva, e così la maggior parte di coloro cui fu data l'opportunità di scegliere se andar via con i tedeschi o di rimanere, scelse di andar via con i tedeschi piuttosto che essere terrorizzata dai sovietici. Questo è anche provato dal fatto che innumerevoli migliaia di quei detenuti di Auschwitz che andarono ad Ovest con i tedeschi sopravvissero alla guerra e possono raccontare oggi la loro storia talvolta abbastanza contorta. E' stato affermato che c'era almeno un milione di tali sopravvissuti dell'Olocausto nel 2000. Calcolando a ritroso fino al 1945 devono esservi stati almeno cinque milioni di tali sopravvissuti a quell'epoca. Controlla le cifre! (vedi G. Rudolf, "Holocaust Victims: A Statistical Analysis", in G. Rudolf (editore), Dissecting the Holocaust, seconda edizione, Theses & Dissertation Press, Chicago, IL, 2003, pp.209-211, www.vho.org/GB/Books/dth/fndstats.html  )

Anche il governo britannico sapeva cosa attendeva quelli che sarebbero stati "liberati" dai sovietici. Il 29 Febbraio del 1944, il ministero inglese dell'informazione mandò il seguente dispaccio all'alto clero inglese e alla BBC:

"Signore, Mi è stato ordinato dal Ministero di inviarvi la seguente lettera circolare: E' sovente dovere del cittadino e del pio cristiano di chiudere un occhio sulle caratteristiche di coloro che sono associati con noi. Ma viene il tempo in cui tali caratteristiche, mentre rimangono negate in pubblico, devono essere prese in considerazione quando è richiesta un'azione da parte nostra. Noi conosciamo i metodi di governo impiegati dal dittatore bolscevico nella Russia stessa grazie, per esempio, agli scritti e ai discorsi dello stesso Primo Ministro durante gli ultimi venti anni. Noi sappiamo come l'Armata Rossa si è comportata in Polonia nel 1920 e in Finlandia, Estonia, Lettonia, Galizia e Bessarabia solo recentemente. Dobbiamo, perciò, tener conto di come l'Armata Rossa certamente si comporterà quando invaderà l'Europa centrale. A meno che non vengano prese delle precauzioni, gli orrori ovviamente inevitabili che ne risulteranno, provocheranno una tensione inopportuna sulla pubblica opinione di questo paese. Noi non possiamo cambiare i bolscevichi ma possiamo fare del nostro meglio per salvare loro - e noi - dalle conseguenze dei loro atti. Le rivelazioni del passato quarto di secolo renderanno le semplici smentite poco convincenti. La sola alternativa alle smentite è distrarre l'attenzione pubblica dall'intero argomento.L'esperienza ha mostrato che la migliore distrazione è la propaganda nera diretta contro il nemico. Sfortunatamente il pubblico non è più influenzabile come nei giorni della "fabbrica di cadaveri", dei "bambini belgi mutilati" e dei "canadesi crocifissi".La Vostra cooperazione è perciò vivamente richiesta per distrarre l'attenzione pubblica dalle azioni dell'Armata Rossa mediante il vostro incondizionato appoggio alle accuse contro i tedeschi e i giapponesi che sono state e che saranno messe in circolazione dal Ministero. La Vostra espressione di fede in tali accuse potranno convincere altri. Io sono, Signore, vostro servo devoto.(Firmato) H. Hewet, ASSISTENTE SEGRETARIO. Il Ministero non può entrare in corrispondenza di alcun genere riguardo a questa comunicazione che deve solo essere resa nota a persone responsabili." (Fonte: Edward J. Rozek, Allied Wartime Diplomacy, John Wiley & Sons, New  York 1958, pp.209f.; Rozek fornisce come propria fonte: Polonia, Official Government Documents, Vol. LVI, Doc.78) Quello che si dispiegò negli anni successivi fu esattamente questo: propaganda nera per nascondere i crimini contro l'umanità commessi non solo dall'Armata Rossa ma anche dagli alleati occidentali.La vera liberazione di Auschwitz - una liberazione dalle distorsioni, dalle esagerazioni, dalle menzogne, e dalla censura legale - deve ancora venire.

Germar Rudolf
Chicago, 27 Gennaio 2005.

http://www.vho.org/store/UK/bresult.php?COMBO_LANG=ENG
 
Chi è Germar Rudolf
 
Estratto dall'articolo di Carlo Mattogno "Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti" in rete:
http://www.vho.org/aaargh/ital/archimatto/articoli/storici.html 
Vedi anche http://vho.org/aaargh/ital/ital.html

Germar Rudolf è stato la colonna portante dell'editoria e della storiografia revisionstica dell'ultimo decennio, editore delle due riviste revisionistiche più importanti a livello mondiale, "The Revisionist" e "Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung", che hanno pubblicato molti articoli di alto livello, editore e autore di numerosi studi scientifici sia in inglese sia in tedesco. Menziono per tutti due classici come "Dissecting the Holocaust" (612 pagine) e "Lectures on the Holocaust" (566 pagine), vere e proprie enciclopedie del revisionismo. Tra l'altro, grazie a lui sono potuti apparire in tedesco e in inglese tre libri, su Majdanek, Stutthof e Treblinka, che ho scritto in collaborazione con Jürgen Graf, sei miei studi su Auschwitz e uno su Belzec. Le disavventure giudiziarie di Germar Rudolf sono cominciate in Germania, dove risiedeva, negli anni 1994-1995, con una sua condanna a 14 mesi di carcere per aver redatto tra il 1991 e il 1993 una perizia sugli aspetti chimici e tecnici delle presunte camere a gas di Auschwitz che gli era stata richiesta dai difensori del maggiore a riposo Ersnt Otto Remer. Nel 1994 apparve l'opera collettiva "Grundlagen zur Zeitgeschichte", curata da Germar Rudolf con lo pseudonimo di Ernst Gauss. La magistratura tedesca fece confiscare e distruggere tutte le copie del libro, sebbene due noti storici ne avessero attestato il valore scientifico. Germar Rudolf riparò in Inghilterra poco prima dell'inizio del processo. Lì fondò la casa editrice Castle Hill Publishers. Nel 1999 le pressioni esercitate dalla Germania lo costrinsero a lasciare il paese e a rifugiarsi negli Stati Uniti, dove chiese asilo politico. Ma l'Ufficio di immigrazione e naturalizzazione statunitense considerò la sua richiesta "frivola", perché la Germania non può (= non deve) essere un paese che attua persecuzioni politiche, e voleva estradarlo nel suo paese; egli però si appellò alla Corte Federale e rimase negli Stati Uniti in attesa della sua decisione. Nel frattempo in Germania subì una lunga serie di azioni legali contro i suoi "crimini di pensiero", culminate all'inizio del 2004 nel sequestro del suo patrimonio. Lo stesso anno si è sposato con una cittadina statunitense e nel febbraio 2005 ha avuto un figlio. Il 19 ottobre 2005 Germar Rudolf e sua moglie sono stati convocati dall'Ufficio immigrazione e naturalizzazione di Chicago, indi egli è stato arrestato. Il 14 novembre è stato estradato senza clamore in Germania dove sarà condannato - a quanto pare - ad una pena di almeno cinque anni di carcere.
 
Al momento Germar Rudolf è imprigionato ad Heidelberg. Per ulteriori informazioni su Rudolf e la sua persecuzione:
http://germarrudolf.com/
http://www.adelaideinstitute.org/Dissenters1/Rudolf/Rudolf.htm
http://www.vho.org/
Dal novembre 2006 Germar Rudof è detenuto ad Heidelberg. Per scrivergli:

Germar Rudolf
Oberer Fauler Pelz 1
D - 69117 Heidelberg
Germany

 
   
 

Anche italiani da Ahmadinejad il negazionista

Conferenza sull'Olocausto a Teheran, anche con la partecipazione di studiosi italiani. Lo conferma il ministero degli Esteri iraniano, che pure senza indicare nomi, annuncia la presenza lunedì e martedì prossimo nella capi-tale di 67 ricercatori, provenienti da trenta Paesi, tra cui Germania, Francia, Stati Uniti, Canada, Austria. E Italia. Nessuna indicazione è arrivata alla Farnesina, nè all'ambasciata di Roma nella Repubblica islamica. Fonti di Teheran indicano, però, almeno un partecipante dal nostro paese: Claudio Mutti. Neofascista già legato agli ambienti dell'ordinovista Franco Freda, convinto khomeinista e convertito alla fede musulmana nel '79, autore di «Il nazismo e l'islam» ('86), professore al Liceo classico, Mutti è oggi animatore delle Edizioni all'insegna del Veltro e frequentatore del Coordinamento politico progetto Eurasia, fortemente anti americano. Tra i suoi titoli recenti: «A Oriente di Roma e di Berlino: europei ed asiatici in lotta per l'ordine nuovo» (2003). Raggiunto al telefono nella sua casa di Parma, non ha però voluto confermare nè smentire la partecipazione alla Conferenza.
Da Palestrina, Roma, lo storico revisionista Carlo Mattogno, secondo cui lo studio dei forni crematori di Auschwitz-Birkenau confuterebbe l'uccisione di massa con l'uso del gas, spiega di essere stato contattato in via ufficiosa da alcuni organizzatori (non iraniani) del simposio, ma di aver declinato: «Per mia scelta da dieci anni non partecipo più a questo tipo di incontri».
Molto attivo nella preparazione della due giorni sulla Shoah a Teheran sembra sia stato l'Adelaide Institute australiano, fondato nel '94 con marcati intenti negazionisti e già costretto (nel 2002) dalla corte federale di Canberra a rimuovere dal sito web materiale considerato «insultante e offensivo» per gli ebrei, su segnalazione della Commissione australiana per i Diritti Umani e le Pari opportunità.
Su partecipanti e organizzatori Teheran, però, non intende per il momento fornire indicazioni precise. Già ad alcuni di loro, ha detto il vice ministro degli Esteri iraniano Manuchehr Mohaffimadi, i Paesi di provenienza «hanno ritirato il passaporto». Dunque, non saranno rilasciate liste ufficiali fino a lunedì, quando si aprirà «Discutere l'Olocausto: prospettiva internazionale».
Dall'ambasciatairaniana a Roma spiegano che l'organismo promotore, l'Istituto per gli studi politici e internazionali, ha ricevuto centinaia di testi di aspiranti partecipanti (il sito in inglese: http://www.ipis.ir/English/index.htm), provenienti anche dall'Italia. Alla fine è stata fatta una selezione, che comprende tesi negazioniste, ma anche articoli che confermano la Shoah (si sa che, tra gli altri, ha chiesto di essere ascoltato il presidente dell' Associazione dei sopravvissuti, Noah Flug, con una lettera da Gerusalemme indirizzata direttamente al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad).
«Più che sull'esistenza dell'Olocausto - precisano dall'ambasciata a Roma - il punto centrale della Conferenza sarà: per che i palestinesi devono pagare per un massacro compiuto dai tedeschi in Europa?». Un tema caro ad Ahmadinejad, che ha fortemente voluto l'incontro e che già in diverse occasioni ha definito la Shoah «una leggenda».

Alessandra Coppola
Corriere della sera 07 dicembre 2006 pagina 15

 
   
 

Sfida a Ostellino sul "negazionismo"

Egregio direttore,
nel fondo dell "Corriere" dell' 8 dicembre Piero Ostellino dà notizia del convegno che si terrà l'11 e il 12 dicembre a Teheran sulla storiografia olocaustica, definendolo "una patacca" e un'operazione propagandistica di Ahmadinejad.
Eppure si tratta della prima volta che le tesi cosiddette sterminazioniste e quelle cosiddette negazioniste possono direttamente confrontarsi: non dovrebbe essere una vergogna per l'"Occidente liberaldemocratico" tanto caro a Ostellino che questo avvenga nell'Iran degli ayatollah?
Non è il sale stesso della storiografia e della democrazia che tesi opposte vengano messe direttamente a confronto senza pregiudizi, ma nell'unico interesse della verità storica?
Che cosa ha fatto invece, che cosa fa l'"Occidente liberaldemocratico" nei confronti degli studiosi anticonformisti che mettono in dubbio la vulgata olocaustica? Tutto quello che sa fare è perseguitarli, arrestarli, picchiarli, costringerli all'esilio alla morte civile: è la sorte dei vari Faurisson, Irving, Graf, Rudolf, Amaudruz, Zundel, Berclaz, Berger e di chissà quanti altri.
Non si è sempre detto, non l'avete ripetuto anche voi (ipocritamente, a quanto pare) in occasione del caso Redeker, che le tesi storiografiche si contestano con altre tesi storiografiche, con argomenti più forti e non con la demonizzazione, l'ostracismo, il silenzio e la persecuzione?
E non sarebbe interesse di quanti sostengono le tesi comunemente accettate che quelle avverse potessero emergere compiutamente, in modo che la loro presunta debolezza argomentativa venisse dimostrata alla luce del sole?
Invece di solito quanti avversano il cosiddetto "negazionismo" non ne hanno mai letto una riga e rifuggono come la peste il confronto diretto con gli avversari, con la scusa, che anche lei utilizza, di non voler dare dignità a tesi scandalose.
Non si rende conto che questo invece ne favorisce proprio l'accreditamento? "Se hanno paura del confronto - ragiona il cittadino comune - vuol dire che non sono sicuri delle proprie argomentazioni".
Le ricordo che un libro che ha venduto 43 milioni di copie sostiene che l'intera civiltà cristiana, della quale fa parte anche Ostellino, si regge su una mostruosa truffa: ebbene, chi ha invocato la censura, l'arresto, l'esilio per Dan Brown? Nessuno, perché, non è vero? in Occidente vige la libertà di pensiero, di parola e di stampa. I vari Ostellino e Fallaci (pace all'anima sua) non sostengono forse che è questo a rappresentare la superiorità dell'Occidente sull'Islam? Ebbene, oggi è proprio l'Islam più integralista a darci una lezione di "democrazia".
Venendo allo specifico, Ostellino sostiene che i revisionisti non portano nessun argomento a favore delle proprie tesi. A chi conosce anche superficialmente il revisionismo olocaustico pare invece esattamente il contrario, e cioè che a essere drammaticamente privi di argomenti siano proprio i sostenitori della vulgata. Senza contare che l'onere della prova ("il tal fatto è avvenuto") spetta a chi ne sostiene le veridicità, non certo a chi la mette in dubbio! Ebbene, è proprio questo che fanno i revisionisti: negano che chi sostiene la vulgata (stabilita, Le ricordo, a Norimberga nel 1945-'46, nel corso di un processo che violò tutte le regole del diritto) ne possa dimostrare la fondatezza con prove che reggano una verifica scientifica.
Del resto è facile farne la controprova: Ostellino non deve far altro che rispondere alle dodici domande che il revisionista Jurgen Graf, costretto dalla democratica Svizzera all'esilio nel totalitario Iran, ha rivolto ai sostenitori della vulgata or sono più di dieci anni, senza, che io sappia, avere ancora ottenuto risposta.
Ostellino pubblichi queste domande sul "Corriere", con lo stesso risalto del suo odierno articolo di fondo, e le faccia seguire dalle sue argomentate risposte. Affronti poi un pubblico confronto con lo storico romano Carlo Mattogno. Così il dibattito, stia certo, si chiuderà.

Franco Damiani
docente di lettere al liceo scientifico "I. Newton" di Camposampiero (PD)
Via Gomiero, 8 35010 Villafranca Padovana (PD) e-mail: profdamiani@tiscali.it

1) Credete, poiché il comandante di Mauthausen Franz Ziereis l'ha confessato poco prima di morire, che da un milione a un milione e mezzo di persone siano state gassate nel castello di Hartheim presso Linz? Se sì, perché non lo crede più nessuno? Se no, perché credete voi dunque alla gassazione di un milione, un milione e mezzo di persone ad Auschwitz? Perché la confessione di Höss - di cui è provato che fu estorta sotto tortura e che riferiva di tre milioni di morti in un solo campo - dovrebbe essere più degna di fede di quella di Ziereis, di cui più nessuno parla da decenni?

2) Credete alle gassazioni di Dachau - delle quali un pannello attesta che non hanno mai avuto luogo - e di Buchenwald? Se sì, perché nessuno storico vi crede più da molto tempo? Se no, perché credete allora alle camere a gas di Auschwitz e di Treblinka? Quali prove dell'esistenza di queste camere a gas mancano nel caso delle camere a gas di Dachau e Buchenwald?

3) Credete che centinaia di migliaia di ebrei siano stati assassinati col vapore a Treblinka come si è preteso al processo di Norimberga nel dicembre 1945? Credete ai «mulini per uomini», nei quali milioni di ebrei sono stati uccisi con la corrente elettrica come lo crede Stefan Szende, dottore in filosofia? Credete che a Belzec 900.000 ebrei siano stati trasformati in sapone di marca RIF - Rein Judisches Fett [puro grasso ebraico] - come scrive Simon Wiesenthal? Credete alle fosse incandescenti del signor Elie Wiesel e ai vagoni con la calce viva del signor Jan Karski? Se sì, perché nessuno storico condivide più le vostre convinzioni su questi punti? Se no, perché credete dunque alle camere a gas? Perché rigettate un'assurdità per credere ad un'altra?

4) Come spiegate che per un solo assassinio a colpi di pistola si debba produrre al processo una perizia sull'arma del crimine e sui proiettili, mentre per nessuno dei processi sui campi di concentramento una perizia dell'arma del reato è stata ordinata, quando erano in causa milioni di morti?

5) Disegnate una camera a gas nazista nella quale degli ebrei sono stati assassinati per mezzo dello Zyklon e spiegatene il funzionamento.

6) Dopo l'esecuzione di un condannato a morte in una camera a gas americana, quest'ultima deve essere accuratamente ventilata prima che un medico, dotato di un grembiule di protezione, di una maschera antigas e di guanti, possa penetrarvi. Secondo la confessione di Höss e le testimonianze oculari, i commando speciali di Auschwitz entravano nelle camere a gas sature di acido cianidrico immediatamente o dopo una mezz'ora dalla gassazione di 200 prigionieri, non solamente senza maschera antigas, ma con la sigaretta in bocca e maneggiavano i cadaveri contaminati senza esserne danneggiati. Com'era possibile?

7) Non un solo storico pretende che vi siano stati dei crematori nei due «campi di sterminio» menzionati sopra [Treblinka e Belzec], né a Sobibor né a Chelmno. Come hanno potuto i nazisti far sparire i cadaveri di 1,9 milioni di persone assassinate in questi quattro campi in modo tale che non ne sia rimasta la minima traccia?

8) Non abbiamo bisogno di testimonianze né di confessioni per sapere che gli americani hanno lanciato bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nell'agosto del 1945. Come può avvenire che non si disponga di una qualunque prova, altro che di testimonianze e di confessioni per un genocidio che ha fatto milioni di vittime nelle camere a gas - non un solo documento, non cadaveri, non l'arma del crimine, niente?

9) Dite il nome di un solo ebreo gassato e fornitene la prova - una prova che possa essere accettata da un tribunale giudicante secondo i principi del diritto comune in un normale processo criminale apolitico. Una prova! Una prova soltanto!

10) Il censimento dell'inizio del 1939 registrava in Unione Sovietica poco più di tre milioni di ebrei. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il Paese ha perduto - almeno - il 12 % della sua popolazione e la percentuale di perdite ebree è stata certamente superiore. Il 1· luglio 1990, il New York Post, citando esperti israeliani, constatava che più di 5 milioni di ebrei vivevano ancora in Unione Sovietica quando l'emigrazione massiccia era in atto da molto tempo. Poiché una simile crescita naturale non è possibile, a causa di un tasso di natalità molto basso, ci sarebbero dovuti essere statisticamente circa 3 milioni di ebrei «di troppo» in questo Paese prima dell'inizio dell'onda di emigrazione degli anni Sessanta. Può questo stato di cose spiegarsi altrimenti che col fatto che una grande parte degli ebrei polacchi e molti ebrei di altri paesi siano stati assorbiti dall'Unione Sovietica?

11) Siete pronti a chiedere la sospensione delle misure giudiziarie dirette contro i revisionisti? Siete favorevoli al libero dibattito e all'apertura completa degli archivi? Sareste pronto a discutere pubblicamente con un revisionista? Se no, perché? Non avete fiducia nel valore delle vostre argomentazioni?

12) Qualora vi fosse possibile accertare che le camere a gas non sono esistite, pensate che la scoperta dovrebbe essere tenuta nascosta o divulgata?

•••

LA MONTATURA DI TEHERAN
La conferenza sull'Olocausto e gli obiettivi dell'Iran
di Piero Ostellino

Lunedì e martedì si terrà a Teheran una «Conferenza sull'Olocausto» alla quale parteciperanno studiosi provenienti da 67 Paesi. Riferisce l'ambasciata iraniana a Roma che avranno spazio sia le tesi che negano sia quelle che riconoscono la Shoah. Si tratterebbe, dunque, di un convegno a carattere scientifico il cui obiettivo consisterebbe nel mettere a confronto tesi storiografiche diverse, ma ugualmente legittime, su uno dei momenti più drammatici della storia contemporanea. In realtà, la «Conferenza sull'Olocausto» di Teheran è un grossolano e tardivo tentativo di negare ciò che ha significato, per i diritti delle minoranze, la vittoria delle democrazie liberali sul nazifascismo (e i suoi alleati islamici) e una volgare versione del secolare antisemitismo.

Dalla stessa precisazione ufficiale traspare, infatti, in tutta evidenza quale sia la funzione della Conferenza: accreditare l'ipotesi che abbiano uguale dignità la storiografia sullo sterminio degli ebrei ad opera della Germania nazista e la pseudo-storiografia che lo nega, ne contesta il numero delle vittime, esclude le criminali modalità di esecuzione pianificata (le camere a gas) e interpreta il fenomeno come una semplice e non voluta conseguenza dello stato di prigionia (le morti per stenti). Lo sterminio «amministrativo» di massa degli ebrei non sarebbe stato — secondo le interpretazioni assolutorie dei negazionisti — il più grande crimine contro l'umanità, ma solo un fenomeno da valutare come altri orrori della storia.
La mistificazione non è nuova. È presa a prestito dagli argomenti, falsamente revisionistici, di uno studioso negazionista, Robert Faurisson. Che, per conferire dignità storiografica alle tesi negazioniste, ha arbitrariamente messo sullo stesso piano una verità appurata attraverso testimonianze e documentazioni incontrovertibili (la Shoah) e tesi minoritarie che, senza portare una sola prova a proprio sostegno, si limitano a cercare di smontare quelle dell'immensa storiografia sterminazionista allo scopo di sminuire il giudizio morale e politico, pressoché universale, sui crimini nazisti.

Non è, perciò, un caso che la pseudo-conferenza si tenga a Teheran, già teatro di un'esposizione di disegni satirici sulla Shoah nell'agosto di quest'anno. «Gli occidentali — ha detto il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad — hanno inventato il massacro degli ebrei», per giustificare l'esistenza di Israele. Che, invece, andrebbe distrutto e cancellato dalla mappa geografica del Medio Oriente. Le parole di Ahmadinejad hanno, infatti, un duplice obiettivo. Innanzi tutto, di ridurre il diritto di Israele alla propria esistenza a un «affare interno» dell'Occidente. Che, perciò, dovrebbe — secondo il presidente iraniano — mettere a disposizione degli ebrei un pezzo di terra negli Stati Uniti, o in Europa, in Canada, in Alaska. In secondo luogo, di attribuire alla propria intenzione di distruggere Israele il carattere di «difesa preventiva» da un attacco israeliano. L'Olocausto — secondo una nuova versione della «congiura ebraica» emersa negli anni Cinquanta — altro non sarebbe stato che la reazione «patriottica» dei nazisti alla dichiarazione di guerra alla Germania, all'avvento di Hitler al potere nel 1933, proclamata da parte dell'ebraismo mondiale.

In conclusione. La «Conferenza sull'Olocausto» di Teheran è un'operazione politica mascherata da avvenimento culturale, nel quadro della contrapposizione fra un certo mondo islamico, l'Occidente e Israele. Una patacca.

Corriere della sera, 08 dicembre 2006

 
   
 

LETTERA APERTA ALL’ON. LUCA ROMAGNOLI EUROPARLAMENTARE E SEGRETARIO NAZIONALE DELLA FIAMMA-TRICOLORE

Caro Romagnoli,
ti scrivo questa lettera perché la trasmissione MATRIX dell’11 Dicembre 2006, dove tu sei stato intervistato dal conduttore Mentana, mi ha lasciato completamente senza parole, direi allibito e raggelato.

Ho provato pena e vergogna per quelle risposte che hai dato, ma soprattutto per quelle che non hai dato. Ho voluto persino credere che quello non eri tu ma un tuo sosia. Illusione di breve durata!

Non mi aspettavo certo che tu entrassi in trasmissione con la camicia nera, il fez e salutando Mentana romanamente, ma che tu scendessi così in basso, elemosinando uno sdoganamento da parte dei poteri forti come quelli che il conduttore della trasmissione rappresenta, beh veramente non lo avrei creduto nemmeno se me lo avessero anticipato.

Già in una trasmissione su RAI3, condotta da un certo Floris (credo fosse Ballarò), alcuni mesi fa, in collegamento da Bruxelles, alla domanda: “ ma Lei Romagnoli è fascista? “, tu rispondesti: “ io sono missino “. Una risposta che non dice niente ma maschera la paura di pronunciare le proprie idee. Hai forse dimenticato chi erano e chi sono gli iscritti, i militanti e i simpatizzanti del MSI (quelli in buona fede)?

Riuscisti a recuperare qualche punto quando dichiarasti che non avevi elementi sufficienti per dare un giudizio sulle camere a gas naziste.

Improvvisamente l’11 Dicembre racconti che quella dichiarazione era stata estrapolata da un discorso più ampio e che, nonostante la tua richiesta, la redazione del giornale in questione (credo fosse il Corriere della Sera) non ti aveva consegnato la registrazione integrale dell’intervista.

Può anche darsi che le cose stiano così, essendo questo sistema utilizzato volentieri dai giornalisti faziosi (cioè la maggioranza), ma siccome sai benissimo quante menzogne ha raccontato la storiografia ufficiale sui più svariati avvenimenti, non era proprio il caso che tu corressi a giustificarti quando la tua dichiarazione, estrapolata o meno, non aveva alcun che di offensivo o di criminale.

Senza dimenticare, peraltro, che sulla questione delle camere a gas, la parola non spetta ai governi, ai politici o ai magistrati, ma agli storici ed ai ricercatori ai quali deve essere consentito un libero dibattito (come si fa su centinaia di altri argomenti, storici e non), senza la minaccia di leggi repressive ad hoc che tu ben conosci.

Il fatto che tu abbia giudicato la conferenza di Tehran “ patetica “ è un altro segnale di voluta equidistanza dettata dal timore.

Chi vuole reprimere queste discussioni è perché ha paura delle rivelazioni che ne derivano, senza peraltro poter opporre solide tesi o argomenti.

In questo senso avresti dovuto pronunciarti, ma forse in sede europea avevi paura delle reazioni dei clubs massonico-progressisti che vi si annidano e di quelle della Casa delle Libertà alla quale ti sei aggregato durante le ultime elezioni.

In tal caso tu usi due pesi e due misure, guidi un auto col freno a mano tirato perché non si possono predicare gli ideali ed i principi della Fiamma Tricolore ai convegni, alle cene e alle commemorazioni e poi, in sede europea e davanti ai media, mantenere un profilo basso, di concubinaggio, cambiando toni, pareri e giudizi solo per far piacere a coloro che ci sono ostili, legittimandoli senza alcun motivo.

Alla domanda di Mentana se tu saresti stato con quelli che deportavano gli ebrei o con quelli che li nascondevano hai risposto tirando fuori la storia di un signore ebreo, tale Cohen, che si arruolò volontario a 17 anni nella R.S.I., che il periodo dopo l’8 Settembre fu molto confuso e che tanti giovani fecero scelte dettate dall’entusiasmo giovanile o da nomi altisonanti come “Patria” ecc.

Insomma era tutto un gioco, un equivoco, una ragazzata!

La risposta da dare era che tu saresti stato dalla parte di coloro che combattevano gli invasori anglo-americani.

Hai pure aggiunto che sei nato nel 1961 e quindi non potevi essere preciso circa le scelte che avresti fatto se fosti stato un protagonista dell’epoca.

Ti rendevi conto di quello che stavi dicendo??

Ti sei sperticato nel sottolineare le tue doti di docente universitario di geografia, le persone che ti stimano e ti conoscono. Stavi quasi dando in televisione il tuo curriculum personale che nessuno ti ha chiesto e che non sei tenuto a dare.

La ciliegina sulla torta arriva quando tu, dietro precisa domanda di Mentana, affermi che la parte che ha vinto la guerra è quella giusta e che è stato un bene per l’Italia e per l’Europa.

Sono stato sull’orlo di lanciare una bestemmia (cosa che non ho mai fatto in vita mia) ma sono riuscito a trattenermi all’ultimo momento.

Spero che i nostri Caduti, quelli della parte “sbagliata” abbiano sentito le tue parole!

In data 14 Dicembre ti sei affrettato ad inviare un messaggio via e-mail indirizzato ai “ Cari Camerati “ giustificandoti che Mentana non ti aveva fatto terminare la frase e che tu intendevi che era meglio il modo nel quale era finito il conflitto per noi italiani piuttosto che essere divisi come la Germania con una parte sotto il giogo bolscevico.

Non dimenticare però che, se l’Unione Sovietica, ha ottenuto ciò che ha ottenuto, cioè far parte dei vincitori, vi è arrivata grazie al consistente aiuto economico, militare e in materie prime ricevuto dagli anglo-americani, ossia dagli amici di allora diventati poi nemici (o presunti tali).

Secondo te noi dovremmo ringraziare quelli che, a Yalta, non si fecero scrupoli di lasciare mezza Europa a Stalin? Coloro che hanno ingrassato uno dei più tremendi dittatori apparsi sulla terra?

E’ qui che la coerenza impone l’equidistanza da entrambi.

Nelle ultime elezioni politiche ho votato il tuo partito ma mai, dopo, ho provato un simile pentimento. Fino all’ultimo non volevo recarmi alle urne perché ritenevo l’entrata della Fiamma Tricolore nella Casa delle Libertà un qualcosa contro natura, di immorale e anti-etico. Mi fu spiegato che il motivo stava nella priorità nel dare un contributo per battere le sinistre e che, a parte questo, la Fiamma non aveva la forza di correre da sola e che quindi rischiava di chiudere i battenti. Beh guarda! Sarebbe stato il male minore perché, di solito, la nave non la si consegna al nemico ma la si affonda. Vedo però che tu hai preferito seguire l’esempio della Regia Marina a Malta.

Scomparirà il partito ma non le idee, non le persone, non le associazioni e non i circoli dove ci si ritrova, in attesa di tempi migliori.

Tuttavia, alla luce di quanto è successo, ho maturato la decisione di restituire la mia tessera N° 3574 alla Federazione di Parma. Non me ne vogliano gli altri Camerati di Parma e provincia, nonché il Segretario di Federazione. Continuerò, impegni famigliari e lavorativi permettendo a frequentarli, a partecipare a cene, assemblee e commemorazioni con lo stesso spirito e interesse di prima, ma non potrò mai più essere né un iscritto, né un elettore della Fiamma Tricolore.

Senza alcun rancore ti invio il mio più romano e cameratesco saluto (almeno quello posso permettermelo!).

Gian Franco SPOTTI
Strada Viazzola, 148 43019 SORAGNA (Parma) email: ilsagittario.inf@libero.it