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Non rinuncio a mia dedizione a verita' e liberta' accademica
Gerusalemme, 12 feb. (Adnkronos)
Ariel Toaff 12/2/2007-"Non rinuncero' alla mia dedizione alla verita' e alla liberta' accademica, anche se il mondo mi crocifiggera'", ha affermato lo storico Ariel Toaff, in un'intervista pubblicata oggi sul sito del quotidiano israeliano Haaretz e realizzata a Roma alla vigilia del suo ritorno oggi in Israele, dove e' stato convocato dalla sua universita' di Bar Ilan a Tel Aviv per spiegare la sua ricerca. "Ho cercato di mostrare che anche il mondo ebraico dell'epoca era violento, fra l'altro perche' era colpito dalla violenza cristiana", ha affermato il professore dell'universita' israeliana, al centro delle polemiche per il contestato libro "Pasqua di sangue" appena pubblicato in Italia. "Naturalmente - dice Toaff- non affermo che il giudaismo condoni l'omicidio. Ma all'interno del giudaismo askenazita vi erano gruppi estremisti che avrebbero potuto commettere un tale atto e giustificarlo".
"Ho trovato che vi erano dichiarazioni e parte delle testimonianze che non facevano parte della cultura cristiana dei giudici, e che non avrebbero potuto essere inventate o aggiunte da loro. Erano componenti che apparivano in preghiere conosciute del libro di preghiere (ebraico)", afferma lo storico, difendendo la sua analisi di testimonianze rese sotto tortura nell'ambito di processi medioevali contro ebrei accusati di aver usato sangue umano nei riti religiosi pasquali. |
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La storia imbavagliata
Antonio Giuliano
Poche storie. Tra crimini negati, genocidi taciuti, libri messi al bando, oggi gli storici hanno il loro bel da fare. Perché «historia testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae est» (La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita) diceva Cicerone nel suo De oratore. Ma forse il filosofo latino si illudeva. Di quale storia parlava? Di certo non quella divulgata da qualche manuale scolastico piegato a fini ideologici e tanto meno a quella raccontata dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad… Cicerone pensava probabilmente a un ramo nobile del sapere, affidato a studiosi competenti e scrupolosi. Oggi, però, è ancora ascoltata la voce degli storici di professione? Che cosa pensano costoro delle recenti tesi negazioniste sulla Shoah o del caso Toaff? Come li spiegano in relazione al diritto della libertà di ricerca e di opinione? Se ne discute oggi a Teramo nel convegno organizzato dall'ateneo abruzzese su "La storia imbavagliata", cui intervengono fra gli altri Adolfo Pepe, Angelo D'Orsi, Alessandro Barbero, Enrico Fasana, Domenico Losurdo, Claudio Moffa, Emanuela Irace. L'evento, che si conclude domani, ha per oggetto di studio particolare il Medio Oriente e l'Olocausto.
«Bisogna distinguere innanzitutto tra un uso pubblico e un abuso politico della storia - afferma Angelo D'Orsi, docente di Storia delle dottrine politiche all'Università di Torino - Anche se c'è il rischio di banalizzazioni, la storia esca dai luoghi deputati, l'università o i centri di ricerca: è un diritto di tutti conoscerla. Negli ultimi anni però gli storici sono stati espulsi dal dibattito pubblico e rimpiazzati da politici o giornalisti. La storia viene sempre più usata come un grande supermercato in cui prendere solo ciò che fa comodo. Nel caso di Ahmadinejad l'estremismo e l'abuso politico arrivano all'invenzione...». Sulle contromisure D'Orsi è netto: «Non credo che la risposta ai negazionisti sia la via giudiziaria. Sebbene vi sia questa tendenza in Europa, ritengo che vadano affrontati in ambito scientifico». Concorda Domenico Losurdo, docente di Storia della filosofia ad Urbino: «Pur criticando nettamente le posizioni di uno storico negazionista della Shoah come David Irving, condanno la prigione che gli è stata imposta. Non è il tribunale il luogo in cui si accerta la verità storica». Secondo Losurdo la prospettiva è più ampia: «Io parlerei di negazionismi. Accanto all'infamia dei tentativi di negare l'orrore della soluzione finale, non dimentichiamo quelli negli Stati Uniti sulla decimazione dei pellerossa o sulla schiavitù dei neri. Oppure in Europa la tragica vicenda degli Armeni, agli inizi del Novecento, forse il primo esempio di genocidio». Quanto al negazionismo di Amhadinejhad: «Il suo e quello di altri personaggi del mondo arabo è un tentativo infelice e maldestro di richiamare l'attenzione sulla situazione palestinese. Stiamo però attenti - aggiunge Losurdo - a non passare dal giusto risarcimento morale che chiedono le vittime, gli ebrei o gli armeni, ad una politica della colpa. Penso in passato all'Unione Sovietica che aveva subito i crimini del nazismo, ma accusava di anti-sovietismo quelli che criticavano l'invasione cecoslovacca. Il credito che aveva acquisito come vittima cercava di usarlo per giustificare politiche da condannare: vale oggi per tutti i paesi del mondo, compreso Israele».
Ha fatto molto discutere in questi mesi Pasque di sangue, il libro dello storico Ariel Toaff, poi ritirato dal mercato per le accese reazioni. Alessandro Barbero, docente di Storia medievale presso l'Università del Piemonte Orientale a Vercelli, taglia corto: «Il libro di Toaff, giudicato con criteri scientifici, è sbagliato perché non riesce a dimostrare la sua tesi. Mi spaventano però quanti hanno detto che Toaff è un furfante e su quest'argomento non bisognava discutere. Ma gli storici professionisti, anche criticandolo, non si sono espressi così». Rimane un libro ritirato dal co mmercio in un paese libero... «È davvero un brutto episodio anche se è stato Toaff a deciderlo. Credo possa essere un caso di "storia imbavagliata" se pur molto diverso rispetto alle condanne per i negazionisti. Intravedo un rischio: che presto sia il legislatore a decidere se un libro di storia debba essere pubblicato». Barbero però ammette: «Penso ci sia stata troppa timidezza di noi storici su Toaff, anche per la difficoltà di difendere un libro che non funziona per il metodo non per il tema. E poi perché sul mondo ebraico siamo giustamente molto sensibili». E sul futuro: «I mass media non amplifichino posizioni provocatorie e palesemente assurde come sull'Olocausto. Poi non so, oggi, quanta attenzione ci sia alla storia nelle scuole: permane una dipendenza dalla politica. Anche se è un bene che si parli di più delle foibe ad esempio».
D'Orsi è più autocritico: «Come diceva Marc Bloch, la storia va difesa dai nemici esterni, i mestieranti, ma anche da quelli interni, gli storici pressappochisti. Il dovere di uno storico è lavorare per la verità: anche se si trovano documenti che non collimano con le proprie idee. Oggi gli storici sono poco considerati, ma mi preoccupa di più che non si percepisca la storia come un elemento essenziale per cementare la comunità».
Avvenire 18 aprile 2007 |
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I giudici gli hanno dato (a 93 anni) la possibilità di andare a lavorare
Priebke contestato dalla comunità ebraica
Un centinaio di giovani si sono radunati sotto casa dell'ex ufficiale nazista inneggiando slogan contro decisione del tribunale militare
ROMA - Circa cento persone, per la maggior parte giovani della Comunità ebraica, hanno protestato sotto casa di Herich Priebke, contro il provvedimento emesso il suo favore che gli consente di lasciare gli arresti domiciliari per andare a lavorare. Da sotto il palazzo si sono innalzati cori che esclamano «Assassino», «Hai ammazzato pure i bambini», «Hai sparato in testa alla gente legata». I ragazzi portano cartelloni con su scritto: «Tribunale militare vergogna»; «335 volte vergogna»; «Non dimentico le Fosse Ardeatine»; «I miei nonni sono reduci di Auschwitz io sono qui».
FUGA IN MOTORINO - Ma la manifestazione sotto casa non ha impedito a Priebke di andare a lavorare (a 93 anni) presso lo studio legale che lo ha assunto. L'autore della strage delle Fosse Ardeatine ha raggiunto in motorino il posto di lavoro per il suo primo giorno. L'ex ufficiale delle SS è uscito la mattina molto presto, eludendo così la folla di persone ed ha raggiunto via Panisperna a bordo di un motorino, guidato dal suo avvocato Paolo Giachini.
I giovani della Comunità ebraica si sono così spostati proprio davanti allo studio legale dell'avvocato Giachini in via Panisperna, dove l'ex capitano delle SS si è recato per il primo giorno di lavoro, a seguito del provvedimento del Tribunale militare che gli ha consentito di lasciare gli arresti domiciliari per andare a lavorare.
L'AVVOCATO: «E' ABITUATO» - «Priebke - ha spiagato il suo avvocato Giachini - è abituato, non si è meravigliato della protesta perchè sa che ci sono dei poteri forti che vorrebbero che la legge non fosse uguale anche per lui». «L'incontro che ho avuto con due dei manifestanti - ha aggiunto Giachini - è andato bene, sono due persone civili che hanno avuto dei morti in famiglia in quel periodo»
Corriere della sera, 18 giugno 2007
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