Da troppo tempo ormai le nostre comunità etniche sono divenute lande desolate nelle quali è sempre più difficile riconoscere e ri-trovare le nostre radici  e le nostre Tradizioni di Popoli Europei. La Sovversione massonico-mondialista, attraverso l'immigrazione selvaggia, cerca di perseguire un vero e proprio tentativo di genocidio etno-culturale ai danni dei nostri Popoli, distruggendone le radici etno-culturali, promuovendo l'uniformizzazione egualitaria della mentalità ed omogeneizzando i costumi all'insegna dei valori edonistici, creando un vero e proprio meticciato, dove cresceranno solo i vuoti miti del capitalismo mondialista.

Per questo è stata costituita l’Associazione Culturale Identità e Tradizione.
identita_tradizione@yahoo.it

Identità e Tradizione, più che una normale associazione culturale, è un vero sodalizio di Patrioti Etnonazionalisti che si sono posti come compito, come dovere imperativo, quello di salvaguardare l'immenso patrimonio etnonazionale, culturale, storico e linguistico dei Popoli Europei dai tentativi di sradicamento e d'alienizzazione posti in essere dall'ideologia mondialista, americanofila e terzomondista. Scopo principale dell'Associazione Culturale Identità e Tradizione è quello di promuovere ogni attività di tipo culturale, sociale, linguistico, storico, tendente alla valorizzazione ed alla difesa delle Identità e delle Tradizioni  dei Popoli Europei  ed alla diffusione del Pensiero Etnonazionalista  e dell’Idea Völkisch.

Il Presidente della Associazione Culturale Identità e Tradizione
Silvano Lorenzoni

Il Segretario della Associazione Culturale Identità e Tradizione
Federico Prati

 
   
 

Geopolitica come Destino del Sangue e del Suolo

di Luca Lionello Rimbotti
Una semplice osservazione del pianeta terracqueo sul quale viviamo è in grado di verificare, sin da una prima occhiata, che esiste un monoblocco fatto di continuità e compattezza, situato centralmente rispetto alle derive: è la Terra di Mezzo, l'Heartland, il Cuore della Terra. Questo monoblocco è il grande spazio destinale dell'Eurasia, il macro-continente che corre dalle coste atlantiche del Portogallo sino alla Siberia orientale. E' il luogo degli accadimenti biologici e storici in cui si è manifestata la facies indoeuropea dalla quale, volenti o nolenti, tutti gli europei oggi discendono.
L'esatta percezione di una corrispondenza tra dispiegamento della vita associata, politica, e continuità del suolo dal quale essa prende vita è nozione moderna solo relativamente alla sua sistemazione teorica. Prima della modernità, l'associazione tra essere e essere-entro-uno-spazio delimitato era spontanea, irriflessa, naturale. Un segmento culturale che non abbisognava di alcuna teorizzazione, poiché era vita, era ovvia associazione tra il sangue di un popolo e la terra da cui quel sangue prende vita e alimento. La geopolitica in quanto scienza dell'appartenere ad uno spazio e tecnica per difenderlo è una nozione culturale primo-novecentesca, un ripensamento occasionato dall'allargamento degli orizzonti planetari, quella vocazione alla dismisura che, rinnegando l'aspetto politico del limes e quello psicologico della scala dimensionale, lungo i secoli dell'espansionismo europeo – e molto di più oggi - ha fatto perdere all'uomo occidentale la nozione del contatto tra azione e territorio.
La geopolitica è il tentativo di correggere l'allontanamento causato dalla spinta mercantile, che nel suo slancio individualistico generò la perdita del senso dello spazio, abbandonandosi solo a quello del tempo, da comprimere e da ottimizzare.
Le politiche imperialiste che sono andate per qualche secolo a caccia di spazio planetario, ingurgitato ma mai digerito, compromisero quell'asse psicologico interno all'uomo civilizzato che è la simmetria fra provenienza e destinazione: cioè la sana percezione che l'allontanamento dall'origine, dalla casa, quando si verifica, deve essere in ogni caso una conquista e non una perdita. Il cosmopolita ha creato l'abbattimento delle barriere psicologiche atte a definire lo spazio, dilatando l'Altrove nell'Ovunque e perdendo l'Origine: e quindi causando il taglio di una radice vitale, prima di tutto psicologica. Lo sradicamento dell'uomo globalizzato è un guasto operato soprattutto nella psiche. L'errare migratorio del “cittadino del mondo” si è risolto in un tradimento prima culturale e poi effettivo della percezione della terra. L'erranza, ideologica prima ancora che reale e fisica, crea indisponibilità al luogo, disconoscenza di un combaciare di uomo e suolo. Ci si considera a casa dappertutto, e quindi da nessuna parte. E si è nulla ovunque. E' una visione impolitica, solo economica, questa, è una disintegrazione degli spazi e dei metri culturali di giudizio, una loro vanificazione come concetti legati alla realtà della disposizione geografica e di quella mentale.
Poiché lo spazio, al contrario, è soprattutto integrazione: tra individuo, prossimo, luogo della permanenza e terreno sul quale crescono i frutti delle opere. E' una relazione che intercorre tra l'uomo e la sua intelligenza che, come sempre nell'apprendere e nel sapere, chiede ogni volta delimitazioni, precisazioni, com-prensione: cioè, come dice la parola, divisione del proprio dall'altrui, dell'entro dal fuori, del sopra dal sotto. L'intellettuale snazionalizzato vive la sua a-politìa – il suo essere apolide, privo di città in cui essere se stesso, privo di mura psicologiche all'interno delle quali coltivare identità – come fosse un segno di libera sovranità, non riuscendo a comprendere le implicazioni che, al contrario, rendono la sua fluttuante ubiquità precisamente un non-essere: fantasma retorico, il cosmopolita è un orpello inessenziale alla vita dei popoli, ne costituisce anzi l'esatta antitesi.
Chi invece riesce a contenere la vertigine spaziale e a mantenere intatto il legame tra luogo di provenienza e luogo di destinazione è il popolo semplice. Gli emigranti italiani di inizio Novecento, come talvolta le masse terzomondiste oggi inurbate in Occidente, mostrano di trattenere una volontà di terra che è ignota al cosmopolita. Di qui i vincoli sempre potenti tra il povero emigrato e la memoria della sua terra-patria, le sue culture della terra, i suoi istinti memoriali pre-culturali: la cucina, ad esempio, che è sempre stato un umile mezzo di protezione identitaria altamente simbolico per le popolazioni private della patria fatta di terra, ma ancora in possesso della patria interiore. Si dice, a questo proposito, che ad esempio in Francia il cus-cus negli ultimi anni abbia soppiantato la cucina mediterranea come piatto nazionale: ciò è potuto accadere perché gli immigrati maghrebini hanno avuto un senso della terra più forte dei francesi metropolitani, e ne hanno potuto imporre, così, un simbolo evidente come quello della tradizione alimentare. Il cus-cus, quando mangiato in Francia o in Italia dai nordafricani, per dire, è spirito della terra fatto materia, che si prolunga negli spazi, ricreando le naturali leggi di una geopolitica della psiche.
Lo sradicato dagli insediamenti dell'Atlante sahariano alla banlieu parigina che apre una macelleria islamica o un ristorante di piatti maghrebini impone una sottaciuta, atavica e inconscia legge della terra. Egli è un evidente messaggero della insopprimibile energia che deriva dal suolo: i prodotti della terra su cui si è nati, elevati al rango di ultimo segno di appartenenza culturale, sono un argomento geopolitico di straordinaria vitalità, allo stesso modo della politica di potenza di un grande Stato nazionale. Sono segnali che ci mostrano una volontà di vita, una capacità di dinamismo e un'aderenza anche materiale ai bisogni necessari nati nell'origine, che derivano da un sangue non ancora corrotto dalle sovrastrutture ideologiche cosmopolite, quelle artefatte impalcature che un giorno inventarono l'uomo universale, quel fiore reciso che è l'individuo globalizzato.
Vorremmo infatti che si considerasse la geopolitica, oltre che la manifestazione delle necessità invariabili che regolano la collocazione di un popolo in un territorio, anche e soprattutto il suo vincolo interiore con gli spazi limitati della nascita e della provenienza: una concezione “ulisside” dell'essere che, anche quando sottoposta al distacco, veicola la necessità dell'andare ma custodendo la nostalgia dolorosa del ritornare che è vita, magnete culturale, fonte di capacità di giudizio altrimenti soffocata dall'indifferenza per la diversità dei luoghi e dal nulla esistenziale.
Geopolitica è innanzi tutto legge di vita, qualcosa che è regolato da un fluire delle cose che non è a disposizione del libero arbitrio individuale. “Gettati” nella vita da una nascita da loro stessi non voluta, affidata all'inesplicabile, gli uomini si connotano per un sigillo di appartenenza che è allo stesso modo non scelto, ma subìto, così come si subisce il tratto fisiognomico che ci connota, così come si subisce l'identità dei genitori non scelti o del trovarsi alla nascita qui anziché là. Questa è la legge del nomos, anzi, proprio alla maniera di Carl Schmitt, del nomos della terra.
Poiché nomos è essenzialmente legge – i greci definivano l'a-nomos come l'empio, il fuori limite, il precluso alla con-vivenza – ma legge della terra che sovranamente dispone i destini. Quando si nasce in un popolo che abita una terra, si esibisce un crisma, uno stigma, un segno di provenienza ovunque ci si rechi: né è possibile sottrarsene, senza allo stesso tempo vedere decaduto il proprio status di uomo differenziato dal proprio esclusivo legame sociale. E si rammenti che il nomos è non solo la legge che regola queste disposizioni della differenza dell'identità entro la differenza dei luoghi, ma è anche capacità di abitare il suolo.
Non si hanno ordine e legge dentro di noi se si è incapaci di renderli operanti nel mondo fuori di noi. Dice Massimo Cacciari, in Geofilosofia dell'Europa, laddove riprende i significati arcaici del vivere lo spazio di terra come spazio esistenziale, che il nomos si vincola al némein, che è appunto non solo l'afferrare e lo spartire la terra secondo i bisogni del vivere associato, ma anche il saperla abitare.
Questo sentimento dell'afferrare la terra è stato decisivo nella storia dell'Europa, ne costituisce un segno distintivo quale elemento di cultura superiore, fatta di popolo e non di astrazioni d'intelletto vagante. Esso ci conduce nel senso di volere, e volere fortemente, quel destino subìto e trovato già bell'e fatto alla nascita, di cui dicevamo. E proviene dalla capacità inconscia, e viva nei popoli che sono rimasti psicologicamente fedeli al suolo della nascita, di trattenere l'idea di terra-madre come proprio volto immutabile dinanzi al mondo mutevole. Afferrare la terra propria e condurla dentro di sé ovunque si vada è un permanere se stessi ben più grande che non lo sfaldato smarrimento di quanti, pur rimanendo fisicamente sulla loro terra, non ne riconoscano più i suoni e gli accordi di armonia: come di quei francesi – rimanendo all'esempio fatto sopra – che si trovino ad apprezzare di più il cus-cus che non i maccheroni. Essi, così facendo, irrompono in uno spazio culturale che li trova estranei, migranti apatrìdi, scollati dalle ascendenze e ormai incapaci delle discendenze. Essi non riconoscono più le madri, negano e non avvertono più un sangue fatto ormai di terra abbandonata, isterilita, devastata. Il cuore di chi abbandona la terra dentro di sé è un cuore freddo, secco, inetto a percepire i sussurri e i sussulti del sempiterno genius loci, il luogo umido e fecondo da cui salgono le culture vigorose e si inerpicano le frondose ricchezze dell'identità.
Seguire le leggi della città è il più alto titolo dell'uomo, secondo la cultura greca. E la città è essenzialmente collocazione storica e biologica su un territorio, l'innesto dell'uomo su un suolo che è quello, non un altro a piacere. La legge non la si sceglie. E questo suolo da cui scaturisce la legge ha i suoi diritti, le sue necessità, le sue aggregazioni e le sue repulsioni, che sono immutabili nel tempo. I problemi politici e sociali di un popolo dislocato in una certa posizione geografica sono i medesimi dall'antichità ad oggi. Ad esempio, la posizione continentale della Russia odierna impone la medesima politica, la medesima economia, la medesima ecologia del tempo degli zar; la posizione insulare del Giappone gravita sugli stessi versanti e chiede le medesime soluzioni strategiche e politico-economiche oggi come all'epoca Meiji. Le invarianti geopolitiche sono assai più tenaci delle variabili storiche. Ma anche il popolo è il medesimo, anch'esso, se inserito in uno spazio creativo e non distruttivo, non varie nelle esigenze vitali e nelle domande di fondo relative alla sicurezza: prima delle irruzioni etno-mondialiste di oggi, ovunque i popoli erano della stessa sostanza bio-storica di mille anni fa, cosicché l'Europa del XX secolo era, antropologicamente, la medesima dell'anno Mille.
Se infatti il nomos della terra è fondamentalmente un intreccio dinamico di atavismi, risultando come esito di Ordine e di Radice, questi elementi condizionano il territorio alla stessa maniera di chi quel territorio coabita. Poiché nelle armonie geopolitiche, popolo e suolo sono di fatto indistinguibili. Quella che una volta era la lotta per gli spazi, semplice risvolto dell'eterna lotta per la vita su scala comunitaria, quindi naturale legge d'ordine tra gruppi omogenei, oggi si è mutata nella lotta tra un progetto che vuole disintegrare e una resistenza, soprattutto presente nell'inconscio dei popoli, che non vuole farsi disintegrare. L'era globale segna il limite delle possibilità di dimensionare la politica sulle evidenze della terra, cioè sulla geografia. La sovversione mondialista è anche una sovversione della geografia, oltre che della storia e della legge d'ordine che con un lavoro di secoli aveva creato le appartenenze. Nella polverizzazione dello spazio, ottenuta attraverso le concentrazioni metropolitane di masse servili derubate della terra, accade di vedere il capolavoro di una modernità che non riconosce più i fondamenti umani dell'esistenza. I creatori di meccanismi sociali artificiali sanno che il loro dominio infernale sarà perpetuo il giorno in cui non verrà più riconosciuta alcuna legge: né quella del sangue, né quella del suolo, né quella dell'ordine, né quella dello spazio. Per questo il mercato, e soprattutto la finanza che lavora con una materia incorporea, virtuale, inesistente, il denaro telematico, non sanno nulla dello spazio e del territorio. Il mercato e la finanza mondiale sono ubiqui e quale elemento nutritivo concepiscono solo l'etere, l'abbattimento dei limiti al cui riparo si erano da sempre consolidate le identità. Senza l'identità nata sul suolo da un sangue comune che ha coscienza di sé, si apre lo spazio incontrollato del grande Nulla, e questo irrompe nelle coscienze e nella vita quotidiana di ognuno di noi con la demenza universale che ovunque, come un moloch reso pazzo dalla vertigine dello smisurato, impone la violenza di tutti i rimescolamenti in un Caos universale.

 
   
 

Guerra dell'istinto e socialismo aristocratico

di Luca Lionello Rimbotti
Dal marxismo al mito nazionale-popolare. In questo arco, che corre dall'impossibile al possibile, si racchiude gran parte della ventura politica di un ideale che è la chiave di volta della modernità: l'immissione delle masse nelle istituzioni borghesi, fino a decomporle, e la loro elevazione al rango di soggetto politico decisionista. Il marxismo, inteso nel senso di analisi degli antagonismi e "scienza" del mutamento sociale, ancora poteva veicolare credibili metodologie analitiche, se non fosse stato che il suo dogmatismo acritico gli impedì di leggere la realtà in tutte le sue manifestazioni, previste e imprevedibili, e non solo in alcune di esse. La trascuratezza marxiana nel vagliare variabili essenziali dei rapporti sociali di forza e delle strutture interne delle classi, condusse ad un fallimento di portata giacobina: molto sangue per nulla. Da allora in poi, la rivoluzione fu possibile solo un passo oltre il marxismo. E spesso, contro di esso. Qualcosa che i migliori osservatori, già a cavallo tra Ottocento e Novecento, non mancarono di rilevare. Per dirne una, la cecità marxiana di fronte alle logiche irrazionali dell'appartenenza, la sua incapacità di valutare e dare peso sociopolitico alle determinanti dell'immaginale o a conferire valore di potenziale rivoluzionario ai patrimoni tradizionali, fu tale che molti intellettuali di prima grandezza finirono con l'emanciparsi da una "scientificità" irrealistica e imboccarono le nuove strade della sintesi tra conservatorismo e rivoluzione: da Sombart a Sorel a Michels, da Labriola fino a Croce e Gentile. Tutti, in qualche modo, "verticalizzarono" le concezioni del cambiamento sociale e si avviarono, ognuno per suo conto, su quel terreno elitario e differenzialista sul quale già Stirner e Nietzsche avevano inciso i loro fecondi paradossi, indicando la via di tutti gli impensati superamenti della palude egualitaria. Da quel momento, la sparizione sostanziale del marxismo dalle dottrine politiche praticabili fu un fatto compiuto: e la storia del bolscevismo, anziché una smentita, in virtù della sua fredda incapacità di promuovere la dittatura del proletariato e di sostenere per l'appunto il peso del mutamento politico e sociale, ne è invece la più sonante conferma. In Psicologia politica, Gustave Le Bon scrisse che "il carattere primordiale del socialismo è un odio intenso contro tutte le superiorità…e costituisce una sorta di forza mistica, che sarebbe in grado di ovviare alle iniquità della sorte". Questo collettivismo programmato a tavolino da qualcuno che non aveva mai messo piede in una fabbrica né vissuto in prima persona le contraddizioni sociali reali, non patì mai un declino di propagazione a causa della propria assurdità, ma, esattamente al contrario, poté promuoversi come alternativo al capitalismo proprio in virtù del suo anti-marxiano tasso di nuova "religiosità" sociale. Oltre alla prospettiva di togliere ai ricchi – ovviamente eccitante per ogni sorta di povero – il marxismo ebbe slancio finché seppe auto- promuoversi come struttura del mutamento e cardine di una nuova distribuzione del potere, incentrata su un'utopia inarrivabile ma altamente mobilitatoria. Incapace di sopportare la stabilità e di creare da sé medesimo nuove spinte di oltranzismo, il comunismo è morto di vecchiaia nel giro di brevi decenni, sordo e muto dinnanzi al mondo che cambiava senza la sua partecipazione, in una sorta di parodia atea e quanto mai effimera dell'anti- Chiesa. Simile al cristianesimo nella promozione utopistica di una società dei giusti, il marxismo è spiombato come un cadavere impagliato perché sprovvisto, diversamente dalla Chiesa cattolica, di vere élites e di veri capi. Nel campo della "religiosità" politica e della mistica della rivoluzione, che è l'unico in grado di aggregare masse in alternativa al sistema della cooptazione capitalistica che muove il circuito produzione-consumo, dobbiamo dunque liquidare Marx e suoi discepoli di ieri come di oggi, e inquadrare altre realtà. Esiste un metodo di propulsione dell'attivismo politico, che ha già dimostrato in passato di sapersi gestire nello stesso odierno milieu politico-economico del capitalismo maturo: il mito politico. Esso è "un complesso di immagini capaci di evocare con la forza dell'istinto tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra ingaggiata dal socialismo contro la società moderna". Questa frase di Georges Sorel – che va adattata all'attuale, nel senso di non attribuire ruolo alcuno al defunto socialismo storico, dando invece ampio credito ad un socialismo di popolo ancora da forgiare – la possiamo incastonare in quell'unico quadro dell'antagonismo, che oggi è possibile rintracciare solo tra frange e marginalità ancora allo stadio di diffusa impoliticità. Periferie ideologiche, che cercano di assegnare rinnovata volontà politica alle scoordinate ma potenzialmente virulenti sacche di refrattarietà al metodo di dominio liberistico. Stando alle parole di Sorel, oggi noi dobbiamo sostituire il termine "socialismo" con quello di "istinto". Oggi nessun referente politico, nessun polo politico permette di riversare la carica di ribellismo sulle spalle di un soggetto credibile: non ci sono partiti, sindacati, organismi in grado di gestire neppure l'ombra di un progetto rivoluzionario o semplicemente alternativo. Oggi il rovesciamento deve essere pensato risollevando gli "istinti" soreliani di magnetismo sociale e di volontà di cambiamento del sistema, partendo magari dalle micro-realtà territoriali della vita sociale quotidiana. La nuova ideologia dell'avvenire registra la riduzione dei residui brandelli marxistici in altrettanti volani dell'economicismo, così da rendere vana, anzi nociva, una riattualizzazione dell'equivoco storico che per lungo tempo ha impedito alle masse di percepire correttamente il "progressismo" come un battistrada dell'ideologia industrialista. La nuova ideologia dell'avvenire ha ormai compreso che la catena di ferro che lega tra loro timocrazia e oclocrazia – cioè i ricchi e la plebe – è stata forgiata attraverso la borghesizzazione universale e il sopruso produttivistico. Per ottenere questo risultato, ai popoli sono state tolte la cultura e la cultura politica. Si osserva il sovvertimento della storia europea, nel vedere come il sovrano e il popolino, un tempo coalizzati contro la nobiltà e i ceti medi, si saldino oggi ad un borghesismo ridotto a individualismo di massa. In luogo di quelle antiche dinamiche sociali, legate al tradizionalismo dello Stato dei ceti – non necessariamente sistema dell'ingiustizia, ma tendenzialmente sistema della differenza - la borghesia cosmopolita, notoriamente priva ormai di capacità politiche rivoluzionarie o anche solo innovative e appiattita sui codici utilitaristici, è divenuta classe universale. I due rami borghesi, quello oligarchico dei tecnocrati e quello "democratico" delle masse consumatrici, impediscono ogni procedimento di lettura politica dei fatti, ogni progetto di superamento e ogni capacità di sintesi politica. Noi vogliamo, una volta di più, ricordare i fallimenti piramidali di quelle dottrine che, antistoricamente e intellettualisticamente, avevano preteso di anticipare i fatti con le teorie, la storia con i dogmi pensati a tavolino. Il fallimento delle palingenesi puritan-comunistiche non è che il segno della loro inefficienza e dell'efficienza, invece, del realismo gestito dalle classi economiche, facenti parte della medesima famiglia ideologica, come dimostra la loro convivenza strutturale nel sistema americano. Il paradiso in terra della società degli eguali è stato sveltamente sostituito dal paradiso in terra della società dei ricchi: ma i protagonisti sono gli stessi, e i trozkijsti che hanno fallito a Mosca hanno trionfato a New York. Quello che una volta Rousseau imputava ai regimi aristocratici, oggi è imputabile al regime "democratico" nato dalle sue stesse elucubrazioni egualitarie: "Rousseau volle far valere il fatto che un manipolo di potenti e di ricchi troneggi al culmine della società umana e al vertice della felicità, mentre la massa striscia sprofondata nel buio e nella miseria: tutto ciò era solo conseguenza di un principio d'autorità", scrisse Michels, aggiungendo: "la democrazia eliminò così poco la miseria che, nella prima metà del secolo, proprio là dove la democrazia dominava nel modo più ampio e illimitato, come in Inghilterra e in Belgio, la miseria del proletariato di fabbrica raggiunse il più alto grado". Dunque la "democrazia" borghese liberale, dopo guerre e rivoluzioni, alla metà dell'Ottocento aveva raggiunto lo stesso risultato dell'ancient regime: una feroce ingiustizia sociale. Basta sostituire il Belgio con l'America e la "democrazia" ottocentesca con quella dell'odierno tecnopolio e otteniamo un quadro del presente: sono le due facce di una medesima realtà. Utopismo comunistico e lobbismo usurario lavorano da buoni due secoli a braccetto, e ogni volta ripropongono geneticamente lo stesso risultato: lo sfruttamento economico e lo sfaldamento coscienziale. E tutti, nondimeno, comprendiamo che non è in gioco il principio dell'autorità, ma la gestione dell'autorità da parte dei nemici eterni della politica, repressa nel nome della retorica apocalittica ebraico-calvinista circa il primato dell'economia su ogni altro aspetto della vita associata. In questo modo, le strutture dell'appartenenza culturale tornano ad essere fondamentali proprio nel senso soreliano di un risveglio delle riserve di energia promotrice nascosta tra le maglie del rimosso mitico ed immaginale. Sorel rappresenta oggi più di sempre il punto di congiunzione tra la modernità delle teorie sociali dinamiche e aggressive e l'impalpabile potenza evocatrice che talune matrici tradizionali – ad esempio, il neo- nazionalismo – continuano a mantenere nei ristretti ambiti del tradizionalismo rivoluzionario. La "borghesia conquistatrice" si è finalmente conquistata il diritto a sparire dai cicli attivi della storia, in virtù della propria partecipazione al disegno di espropriazione dei popoli dalla loro cultura nel nome dell'universalismo globalizzatore. Essa è seguita a ruota dagli intellettuali progressisti, che hanno come unico ideale residuo quello di assomigliare sempre più alle oligarchie economiche. Le frange neo-marxiste tenute fuori dal gioco del liberismo egualitario dovrebbero tenerne conto. La materia di cui era fatta la cultura politica del sorelismo è chiara: un procedimento di maturità politica che seppe condurre a concorde punto di vista rivoluzionario tutto un fianco dello schieramento antiborghese, tipicamente rappresentato dalla linea francese che va da Proudhon a Blanqui a Lagardelle, da Péguy fino a Doriot e a Drieu La Rochelle. Riproporre dunque una "patristica" del rivoluzionarismo a-marxista? Il socialismo aristocratico, più che nei libri e nelle idee, è nei fatti, è nella storia, è nella composizione del gene politico europeo. La rivoluzione culturale che vogliamo forgiare, nell'attesa che sorga una credibile classe politica in grado di assumerne i caratteri fondanti, si abbevera essenzialmente alla refrattarietà nei confronti del sistema usurocratico. La mobilitazione di questi ambienti, e la liberazione di alcuni di essi dai complessi storici costruiti su di loro come gabbie incapacitanti – ad esempio, l'anti-fascismo scolastico – sono l'anticamera di un radicalismo basato sulla mistica dell'eroismo e del sublime. Senza il "socialismo dei migliori", voce moderna dell'appartenenza, la strada si libera definitivamente per la vittoria finale dei mercantilisti, su tutto il pianeta. In un tempo di rinascite fondamentaliste, in cui alcune religioni – non la cristiana, ormai troppo "occidentalizzata" e "atlantizzata" - sembrano volersi attrezzare per contrastare il livellamento universale e l'esportazione violenta della "democrazia" da parte dei padroni della ricchezza, la resurrezione dei simboli popolari della partecipazione politica indica l'unica strada percorribile. E' quella della ripresa dell'iniziativa politica per mano delle nazioni. E' quella della rinascita di ogni singolo popolo come centro di resistenza culturale, sociale e politica all'aggressione etno-pluralista e globalizzatrice. Il livellamento universale gestito concordemente dalle destre e dalle sinistre economiche ha il suo unico nemico nella possibilità di suscitare il risveglio dell'istinto soreliano dell'appartenenza che sta dormendo nei popoli. La nazione popolare che esprime aristocrazie del coraggio è in grado – essa sola, in questi tempi, e molto meglio degli effimeri fanatismi religiosi - di portare guerra di sani istinti di vita a coloro che sono abituati a condurre guerre di morte e distruzione

 
   
 

DARWINISMO ETNICO E PROTEZIONE DELLA VITA

Luca Lionello Rimbotti
Quello occidentale è un sistema conservatore fondato sulla sovversione. In questa devastante contraddizione consiste il segreto della sua forza ma, fortunatamente, anche della sua più o meno prossima rovina. Il modello oggi egemone si pone essenzialmente come scoria de-ideologizzata, in quanto concepisce il liberalismo non come ideologia, appunto, oppure come ideal-tipo, come idea-forza, ma come metodo primario della convivenza, qualcosa di oscuramente pre-politico, affidato agli spontaneismi dell'interesse e comunque svincolato da legami sia sociali che immaginali, sia tradizionali che bio-storici. Ma, per dar luogo a questo sbriciolamento della politica, conseguenza prima dell'abbattimento dell'ideologia, si è dovuto necessariamente costruire un mondo di necessità coatte ed utopistiche - la libertà, l'individualismo, il profitto economico: situazioni oggettive elevate a dogmi di convivenza - in base alle quali dare un fondamento falsamente realistico alla sua pratica. L'odio e la diffidenza liberali per qualunque cosa ricordi patrimoni ulteriori, legati al plurale - la nazione, la stirpe, la memoria collettiva, la tradizione, il popolo…- sono la spia del suo malessere, la rivelazione che la nascita del liberalismo coincide col manifestarsi di una malattia, una distorsione storica, frutto a sua volta di un'ideologia rovesciata.
Bisogna per un attimo rammentare che il moderno liberalismo liberista e cosmopolita non è affatto un derivato del nazional-liberalismo ottocentesco, che molto spesso è stato in Europa la matrice prima del nazionalismo, bensì un derivato della vaga e indecifrabile nozione illuminista di cittadino e di essere umano: due artifici pensati a tavolino, necessari a quei concetti di neutralismo e di astensione che sono il segreto conservatore del Sistema mondiale globalizzato.
All'individuo, infatti, si propongono come modi d'essere esemplari la neutralità di fronte a tutte le grandi scelte esistenziali, politiche, filosofiche, in modo che al singolo sfugga ogni nesso tra sé e tutto il resto, e rimanga attiva soltanto la sfera dell'interesse immediato. Questo significa che il liberismo è soprattutto insegnamento all'astensione e alla renitenza di fronte alle scelte. Privato di Weltanschauung, il cittadino astratto è pronto per svolgere i due ruoli essenziali del capitalismo: produttore e consumatore, venendo necessariamente allontanato da ogni altra presa di posizione, ignaro di ogni altro coinvolgimento ad altri e superiori livelli.
Questo è il nocciolo della de-ideologizzazione liberal e il cuore della progettazione sociale depotenziata e minimalista. Estinzione della politica, quindi, ma anche, come logico portato, estinzione della società: ed ecco il germe rovinoso, di cui dicevamo essere portatore il modello capitalista globale, votato fin dall'inizio, per vizio d'origine, alla sua catastrofe. In quanto negatore della società, il liberalismo getta i fondamenti della sua liquidazione, che avverrà proprio per mano di ciò che egli non può riconoscere: i valori condivisi dall'appartenenza.
Il problema, infatti, di cosa fare di fronte al dilagare, solo apparentemente inarrestabile, della necrosi liberal, non è un problema di tenuta conservatrice di ciò che resta di inerte, ma un problema di rilancio rivoluzionario di ciò che è potenziale vivo e non ancora sfigurato dall'erosione mondialista, e che quindi giace intatto: l'ancestrale identità di popolo.
Essa è una realtà ancora potentemente presente nei sostrati bio-storici. Non dobbiamo lasciarci ingannare dalle apparenze. Le riserve identitarie profonde dei popoli sono le ultime ad entrare nel gioco. Esse, per la loro stessa natura, languono e perseverano occultamente nel gene riposto della comunità etnica, e solo in presenza di un attacco biologico diretto, vengono allo scoperto per fare dei propri caratteri naturali, come in ogni organismo vivente, un elemento reagente al pericolo.
Questo attacco, appena agli inizi col programmato processo immigratorio, è ancora lungi dall'aver toccato il nervo sensibile. Oggi, a differenza di altre epoche, il pensiero segue gli eventi, anziché anticiparli. Anche ciò che noi stessi chiamiamo progetto mondialista, in realtà non è l'esito di una meditazione o di una volontà, ma solo il risultato del lavoro di una macchina: un pensiero liberal è esistito due o tre secoli fa. Oggi non esiste alcun pensiero liberal - a dispetto delle varianti propagandistiche neo-cons, teo-cons o quant'altro - poiché ciò che sta marciando a tappe forzate è un meccanismo, un sistema, il cui progetto si colloca nella fase di avvio, quindi in un remoto passato, e non in quest'epoca di pieno dispiegamento delle conseguenze. Vogliamo dire che, neppure ai vertici della sovversione finanziaria, si ha qualcosa di simile a un pensiero sulla sovversione. La congiura mondiale non pensa ormai più se stessa, semplicemente si attua. Le massonerie e le centrali pianificatrici non contano più da un pezzo. Contano i consigli di amministrazione. E questi non programmano la sovversione, semplicemente la eseguono eseguendo i loro programmi finanziari e produttivi. La mostruosità di ciò che ci governa consiste per l'appunto in questa sua mancanza di una testa qualsivoglia. Il disfacimento dei valori e l'annientamento delle riserve identitarie dei popoli, non hanno già più nulla del progetto: si tratta essenzialmente di macchine in movimento, di programmi in esecuzione, e ciò conferma ciò che dicevamo, relativamente all'essere quello presente un modello conservatore. Poiché sta semplicemente eseguendo se stesso, con macchinale e ottusa ripetitività e accelerazione. La direzione opposta a questo moto è la rivoluzione dei sostrati etnici ancora latenti. L'unica vera rivoluzione. E l'unico socialismo ancora pensabile. Qualcosa che, a differenza delle rivoluzioni francese, russa o industriale - in fondo, semplici fasi di assestamento di un sistema già attivo in precedenza - si presenta con i caratteri della vera rivoluzione autenticamente demolitoria di un ordine e autenticamente tesa a erigere un ordine opposto. Il problema del che fare? investe direttamente il sovvertimento dei sovvertitori. Un'operazione che appare, a ben guardare, per la prima volta nella nostra storia, poiché impegna l'essenza dell'esistere, impegna anzi l'esistere stesso nella sua radice. La rivoluzione del futuro ha infatti il suo elemento scatenante proprio nella volontà di garantire le basi della vita, della sopravvivenza, direttamente minacciata da un Sistema mondiale che sta portando rapidamente alla morte i popoli in quanto tali.
I vecchi rivoluzionari marxisti, e i loro tardi epigoni borghesi che per decenni hanno prodotto cattiva letteratura rivoluzionaria basandosi sui concetti, non si sono mai avveduti del grave errore di procedere per mere sintesi di pensiero: essi volevano abbattere un ordine semplicemente pensandone, immaginandone, fantasticandone uno diverso. Una forzatura utopistica dello scientismo e dello sperimentalismo sociale, che ha portato, come si è visto, alle più cocenti delusioni sul piano dei fatti storici. Noi "inattuali" abbiamo, al contrario, la ventura di voler procedere per fatti. L'assalto alla vita di un popolo è un fatto. Noi non possiamo pensare a rovesciamenti sociali, se non dopo aver effettuato quelli politici, ideologici ma, prima di tutto, dopo aver ristabilito l'ordine delle appartenenze secondo la grande categoria storica e antropologica dell'ethnos, unica struttura naturale che sia in sé politica, senza alcun bisogno di svolgere in proposito teorie innovative. Essa è data, e data una volta per tutte. Ma questi rovesciamenti ancora racchiusi da un futuro possibile non potranno esser frutto di un pensiero, di una dottrina, di un'ipotesi. Essi potranno soltanto esser frutto di una realtà. Per la prima volta nell'evo moderno, vediamo popoli posti davanti alla prospettiva di soccombere fisicamente in quanto tali, per mano del capitalismo internazionale e delle sue armi etnopluralista e finanziaria.
Tutte le illusioni legate a un progressismo indolore e liberatorio, che a far data dal secolo XIX si proclamava naturalmente emancipatorio delle masse arretrate, sono nel frattempo crollate una dopo l'altra, sotto il peso della schiacciante evidenza dei fatti. A credere nel progresso apportato dagli strateghi della Quinta Strada sono rimasti gli speculatori internazionali e i loro fantocci massmediatici. I popoli, selvaggiamente derubati dell'anima e delle risorse, cominciano a ricredersi, nonostante il terrorismo psicologico e le propagande minatorie. E i dubbi, in espansivo irraggiamento nelle piattaforme popolari europee, circa ad esempio la bontà dell'Europa unita sotto i simboli della tecnocrazia del profitto, sono la spia che il meccanismo progressista inizia a dar cenni di inceppamento, in maniera probabilmente irreversibile. L'idea utopistica elaborata da generazioni di intellettuali liberali e democratici, secondo cui l'avanzata del progresso politico avrebbe comportato automaticamente l'allargamento della libertà personale e l'aumento di cultura, si è dimostrata del tutto infondata. E' accaduto piuttosto il contrario. Si è visto che l'aumento di democrazia nominale ha coinciso con la dotazione di forme di libertà inutilizzabili, persino inesistenti, speso semplici slogan di cui popoli e individui non sanno cosa fare. Si tratta, infatti, per lo più di una libertà circoscritta alle possibilità date dal Sistema liberale, e messe in condizioni di non poter oltrepassare il recinto delle scelte obbligate, tanto quanto in un qualsiasi regime totalitario manifesto.
Insieme alla libertà di regredire a situazioni di primitiva lotta per la sopravvivenza sociale entro società disarticolate in violenti tassi di competitività e private di meccanismi solidali, il cittadino investito dal progressismo ha ottenuto una drammatica perdita di cultura in senso generale. Il progressismo non reca cultura, come pensavano gli ottimisti, ma, al contrario, degradanti forme di incultura. I popoli fatti segno alle attenzioni liberali hanno ben presto e in maniera crescente smarrito memorie millenarie, saperi acquisiti lungo secolari catene generazionali, hanno visto sbriciolarsi costumi, abitudini, stili, conoscenze e certezze collettive: in una parola, hanno perduto la loro cultura e, con essa, la loro insostituibile specificità, e quindi ogni capacità di elaborare modelli di crescita autonoma. Tutte cose sostituite, come si sa, dal quel superficiale coacervo di gerghi di base, di comportamenti massificati e di obbligazioni consumistiche che fanno parte del bagaglio distruttivo di ogni liberal-democrazia.
Il "trasferimento delle ideologie dal Primo al Terzo Mondo", preconizzato ad esempio da Karl Bracher negli anni ottanta del Novecento, non si è compiuto. Il Terzo Mondo ha soltanto assorbito qua e là teorie di importazione, semplicemente imposte con la forza e con il ricatto: qualche scheggia di marxismo all'epoca della guerra fredda, tonnellate di liberismo attualmente. Ma, nell'uno come nell'altro caso, sono state assorbite ingenuamente - quando non subite passivamente - solo nella speranza di farne strumenti di crescita materiale, l'illusione del benessere democratico, oppure di liberazione nazionale. Mai un'ideologia europea, già soppressa in patria, si è vista ripotenziarsi autonomamente nel Terzo Mondo. Le ideologie, come risposta di lotta al mondo della conservazione economicista borghese, sono nate e morte in Europa e non hanno lasciato erede alcuno. I fondamentalismi religiosi levantini, al riguardo, confermano, proprio in quanto vuoti di ideologia politica e pregni unicamente di aggressività spontaneista, la mancanza di un nesso tra ideologia e Terzo Mondo. In questo senso, il disegno, teorizzato da tempo da De Benoist, di un'alleanza strategica tra Europa e Terzo Mondo, al fine di fronteggiare l'espansionismo liberale occidentale, non potrà aver luogo a procedere, fino a quando si avrà la conferma dell'abbandono europeo dell'ideologia come mezzo di forza politica propria: il che non può che causare, di conseguenza, l'abbandono definitivo del Terzo Mondo a se stesso e quindi ai suoi atavismi impolitici, ottimamente sfruttabili da Washington e dalla sua corte di servi liberal e post-comunisti come terreni di conquista.
"Progresso come libertà e progresso come potenza", diceva Robert Nisbet: né l'una né l'altra cosa si sono verificate. Il progresso gestito in nome del profitto multinazionale ha invece prodotto illibertà, coazione allo sfruttamento e totale impotenza di individui e popoli di fronte al potere mondiale, come mai prima nel corso della storia.
Tuttavia, esiste un'ideologia che non è sopprimibile dalla guerra occidentale alla politica. Essa è l'ideologia primaria e primordiale della vita, della volontà di sopravvivenza dei popoli, qualcosa che non può essere sradicato e affogato nella palude liberista, senza che prima non si assista a vicende cataclismiche. La distruttività del liberalismo, la sua naturale propensione alla decomposizione dei popoli, non può avere che un reagente, la volontà di vita, individuale e collettiva: come accade che chiunque, anche la più mansueta delle persone, di fronte all'aggressione di un assassino trovi in sé lo scatto di un'energia latente insospettata, e predisposta a difesa istintiva della propria vita, così i popoli conoscono la via della reazione vitale, di fronte a minacce che si spingano fino oltre la soglia della disintegrazione del Noi comunitario. Si tratta solo di tenere deste queste riserve, di sollecitarle e ravvivarle. E certo non è lavoro da poco.
Henri Bergson propose a suo tempo, come in una sorta di riequilibrio nei confronti del darwinismo sociale imperante ad inizio Novecento, la sua idea mistica e insieme rivoluzionaria di "evoluzione creatrice": essa avrebbe dovuto rompere il circuito progresso-reazione - sul cui binario correvano allora e corrono ancora oggi tanto il liberalismo, quanto la "sinistra" progressista - e avviare un procedimento di convivenza e interazione tra valori della tradizione e valori dell'innovazione, tra necessità conservatrici e necessità rivoluzionarie, così da soddisfare la duplice esigenza dell'individuo e dei popoli di proteggere l'identità ma, al tempo stesso, di inserirsi armonicamente nell'epoca tecnologica e della socialità avanzata. Questi spunti ebbero, come noto, un loro peso su tentativi storici di rovesciamento tanto del capitalismo cosmopolita quanto del democraticismo comunista internazionalista. Si tratta di un enorme e dirompente patrimonio ideologico che è ancora in attesa che suoi nuovi eredi ne rivendichino finalmente il possesso.
Oggi il compito di quanti intendono disegnare un futuro possibile a uomini e masse, a individui e popoli, si spinge oltre, fino a riconsiderare che l'ingiurioso assalto liberale alle identità è giunto a coinvolgere sfere talmente intime di sostanza vitale, che sono tali da reinnestare proprio frammenti di darwinismo nei comportamenti esasperati dei popoli e delle minoranze minacciate. Non più un darwinismo sociale, stavolta, ma un darwinismo etnico. Una forma post-moderna di lotta dei diseredati ha la possibilità di affacciarsi come alternativa ultima, come ultima possibilità data a quanti, negando il processo di disintegrazione del comunitarismo nazionale, intendono fare appello all'ultimo istinto ancora vivo, prima che subentri la morte spirituale e fisica di ogni aggregazione politica e identitaria sancita dal tempo.
Questo permette di dissolvere il pericoloso binomio liberal-democratico progresso-reazione, che minaccia la vita col ricatto dello sviluppo, e libera le energie ancora vive di culture etniche oggi sull'orlo della rovina, quelle europee in primis. La lotta dei popoli che vogliano sopravvivere alla minaccia mondialista non può trarre energia che dai patrimoni atavici, che da soli, quando liberati e trasformati in energia politica, forniscono le armi della contrapposizione attiva. Tanto il liberalismo quanto il riformismo socialcomunista occidentale hanno da sempre sottovalutato le riserve irrazionalistiche, immaginali, simboliche dei popoli, le hanno diffamate e irrise. Ma proprio in esse giacciono le possibilità ancora inespresse di forzare gli eventi per costruire solidi antagonismi. E' in questi nessi che la rivoluzione politica si lega alla conservazione identitaria, e il tradizionalismo lavora fianco a fianco con l'innovazione e il cambiamento, ottenendo nei fatti ciò che intellettuali anteveggenti proclamarono nella teoria come rivoluzione conservatrice.
Soltanto da posizioni siffatte è oggi possibile scorgere la portata del pericolo planetario e organizzare le energie atte al fronteggiamento. Liberalismo e democraticismo di "sinistra" non solo sono estranei ai popoli, ma ne costituiscono la più grave delle minacce. "Essi - scriveva Moeller van den Bruck settant'anni fa - cercano solo i vantaggi del proprio presente. La loro ultima idea è diretta alla grande Internazionale in cui vengono del tutto ignorate le differenze di lingue, di razze e di culture: si dovrebbe essere governati come un unico popolo di una famiglia fatta di fratelli selezionati dalle intelligenze di tutti i paesi, i quali assommerebbero in sé le prerogative morali del mondo nella sua globalità. Essi piegano la nazionalità a questo internazionalismo, e per fare ciò si servono anche del nazionalismo".
Queste parole, a tanta distanza, aspettano ancora che qualche evento le trasformi in programma politico o, meglio ancora, in insurrezione di masse. In un'epoca in cui si assiste a regimi che crollano sotto la flebile spinta di processioni o semplici assembramenti al lume di candeline, in un'epoca di "rivoluzioni" soffici, fiorite e colorate, quasi "psichedeliche" (abbiamo avuto una "rivoluzione" dei garofani, una "rivoluzione" arancione, etc.), si è autorizzati a credere che masse energizzate da nuove ideologie della mobilitazione aggressiva avrebbero qualche titolo per presentarsi come credibili. Se le prime sono state certamente pilotate e gestite da centrali finanziarie occidentaliste, le seconde potrebbero essere animate e armate da spinte di eguale e contraria efficacia, come l'istinto vitale di popoli non ancora completamente corrotti. Ancora una sorta di finale resa di conti del sangue contro l'oro? Forse, ma senza certi romanticismi né certe retoriche del passato, bensì con la consapevolezza nietzscheana che sono in gioco i destini finali di nuove élites che attendono di esprimersi fuoriuscendo dal ventre ancora fecondo di popoli, che si vogliono sterilizzare con la violenza occulta e quella palese.
Noi vediamo che, ancora oggi, la resistenza al liberalismo mondialista proviene dalle più lontane province dell'impero economicista, e allo stesso modo dalle più profonde pieghe dell'Europa eterna. Non tutti sono disposti, come l'Ucraina o l'Afghanistan, a farsi giocare per il piatto di lenticchie liberali. Dal fellah mediorientale abbiamo esempi di fiera opposizione. La nostra Europa, pur nella sua catastrofe spirituale, sa anch'essa fornire segnali. In ciò che rappresenta, ad esempio, la ribellione del contadino bretone (Francia docet) alle letali seduzioni dei banchieri di Maastricht, si ha la riprova che esistono ancora, qua e là, resistenti nuclei della contrapposizione che attendono soltanto di essere liberati dalle loro catene. Rafforzare dal basso queste culture antagoniste, ognuna nella propria specificità di valore etnico, storico e politico diverso, nell'attesa che eventi rivoluzionari causati dalla stessa globalizzazione li mutino da passive resistenze in attive fasi di sovvertimento dei sovvertitori, è il lavoro da farsi in ogni attimo di questa lunga stagione di eclissi politica.

 
   
 

Teoria tradizionale delle razze: Julius Evola

di Silvano Lorenzoni
Avendo menzionato il fatto che la razza è un fatto non solo biologico ma anche e soprattutto metabiologico, è il caso di dare un'idea estremamente schematica della teoria tradizionale delle razze, che diverrà della massima importanza per quel che segue di questo libro, in particolare i Capp. 1 e 3 della III parte.
Questa teoria (1), il cui sviluppo è dovuto quasi esclusivamente a Julius Evola, è basata sull'assegnazione di caratteri razziali propri a ognuna delle tre componenti che, tradizionalmente, costituiscono il 'composto umano': corpo, anima e spirito (2). Il corpo viene a essere la manifestazione tangibile e visibile dell'individuo - umano e non-umano -, mentre lo spirito ne è il 'pricipio informatore' metafisico, posto fuori dal tempo, che ne dirige la prassi e il pensiero in senso anagogico o catagogico. L'anima, o psiche, "è connessa a ogni forma vitale così come a ogni forma percettiva e a ogni passionalità. Con le sue diramazioni inconsce stabilisce la connessione fra spirito e corpo" (3). Essa, come il corpo, è peritura, ed è il fattore determinante per lo stile della persona - per il modo in cui essa affronta ogni compito, ma senza alcun riferimento al valore etico del compito stesso. "Gli uomini sono diversi non solo nel corpo ma anche nell'anima e nello spirito ... la dottrina della razza deve articolarsi in tre gradi " (4). Quindi: c'è una razza del corpo, una dell'anima e una dello spirito, ognuna delle quali è suscettibile di classificazione, e questo Julius Evola lo ha affrontato nella sua Sintesi di dottrina della razza, mentre una versione semplificata fu da egli esposta in un suo libretto didattico, Indirizzi per un'educazione razziale (5). Per quel che riguarda le razze del corpo e dell'anima, Julius Evola si appoggiava ai lavori degli antropologi seri dei suoi tempi - in particolare modo Hans F. K. Günther, un autore sul quale si avrà occasione di ritornare nella III parte, e Ludwig Ferdinand Clauss (6) -, che però si occupavano essenzialmente delle differenze esistenti fra i diversi tipi umani riscontrabili in Europa o al massimo nel Medio Oriente. Egli invece propose, in via del tutto indipendente, una classificazione delle razze dello spirito - in riguardo il lettore è riferito ai testi originali.
Per quel che riguarda il nostro assunto, di fondamentale importanza è che "l'un elemento cerca di trovare, nello spazio libero che le leggi dell'elemento a esso immediatamente inferiore gli lasciano, una espressione massimamente conforme (...) non semplice riflesso, ma azione a suo modo creativa, plasmatrice, determinante" (7). In altre parole, le razze dell'anima e dello spirito che intervengono in ogni composto umano abbisognano di un 'supporto adeguato' a livello immediatamente inferiore. Ben difficilmente una razza dello spirito di 'prima qualità' potrà tovare spazio accanto a un'anima che non le sia strumento adeguato per manifestarsi; e lo stesso dicasi per la razza dell'anima rispetto a quella del corpo.
Questo tipo di considerazioni danno adito anche ad altri sviluppi, adombrati dallo stesso Julius Evola, che sono gravidi di conseguenze per le problematiche qui sotto esame. "Una idea, dato che agisca con sufficiente intensità e continuità in un determinato clima storico e in una data collettività finisce con il dare luogo a una 'razza dell'anima' e, con il persistere dell'azione, fa apparire nelle generazioni che immediatamente seguono un tipo fisico comune nuovo da considerarsi ... una razza nuova" (8). Cioé: il cambiamento nella 'qualità psichica' di una determinata popolazione può innescare cambiamenti anche morfologici. Questo ragionamento, portato alle sue ultime conseguenze, adombra un possibile effetto a catena. In una popolazione nella quale lo spirito, magari per qualche imperscrutabile ragione, si sia spento o capovolto, si produrranno prima fenomeni degenerativi di tipo psicologico che poi, alla lunga, non mancheranno di rifletttersi anche nel soma (su di questo argomento si riverrà nella III parte).

(1) Di questa teoria, un riassunto molto schematico è dato da Silvio Waldner, La deformazione della natura, Edizioni di Ar, Padova, 1997.
(2) Sulla dottrina tradizionale del composto umano cfr. Julius Evola, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Mediterranee, Roma, 1971 e anche Sintesi di dottrina della razza, Ar, Padova, 1994 (originale 1941). Un sunto di questa dottrina è dato anche da Silvano Lorenzoni, Chronos, saggio sulla metafisica del tempo, Carpe Librum, Nove, 2001.
(3) Julius Evola, Sintesi, cit.
(4) Julius Evola, Sintesi, cit.
(5) Julius Evola, Indirizzi per un'educazione razziale, Conte, Napoli, 1941.
(6) Ludwig Ferdinand Clauss, Rasse und Seele, Lehmann, München, 1941.
(7) Julius Evola, Sintesi, cit.
(8) Julius Evola, Sintesi, cit.

Il presente saggio costituisce il paragrafo 1, capitolo 1 del libro di S. Lorenzoni Involuzione. Il selvaggio come decaduto, di prossima pubblicazione da parte delle Edizioni Ghénos di Ferrara.

 
   
 

I Veneti preromani nel contesto europeo

di Silvano Lorenzoni
'Veneti' ce ne furono non solo nell'Adriatico settentrionale ma anche in Armorica (Bretagna), sulle Alpi (Lago di Costanza), alla foce della Vistola (Prussia occidentale), nel Lazio e anche in Asia Minore, ma gli unici sul conto dei quali si sappia qualcosa - per quanto poco - di storicamente fondato sono i veneti del Veneto. - Quanto alla presunta origine microasiatica dei veneti - essi sarebbero venuti dalla Paflagonia guidati da certo Antenore, troiano, dopo la caduta di Troia proprio come i romani sarebbero arrivati nel Lazio da Troia guidati da Enea, secondo l'Eneide di Virgilio - si tratta di un'invenzione lanciata inizialmente da Plinio, che a sua volta faceva riferimento a Catone, poi continuata da Livio in un clima di esaltazione politica della grandezza di Roma.
Come dappertutto in Europa, e non solo, la genesi delle diverse nazioni e culture, quali grosso modo sono riconoscibili ancora adesso, risale alla dominazione del continente da parte di signori indoeuropei che si imposero su popolazioni paleoeuropee non certo tutte uguali. Dal punto di vista culturale ed etnico il Veneto arcaico - fino, grosso modo, al secolo XI - apparteneva all'ecumene centroeuropeo, del quale la Padania viene a essere il meridione. Il tipo umano predominante era ed è quello alpino (cioé: il tipo alpino della razza bianca o europide), che non è quello mediterraneo e neppur quello nordico o quello balcanico. Esso assomiglia piuttosto a quello prevalente nel Baltico e, in generale, nell'Europa Nord-orientale, e anche le lingue pre-venete/pre-indoeuropee parlate nel II millennio dovevano essere di tipo finnico-uralico. Incomincio perciò con dare un'idea di quali potessero essere le caratteristiche del Veneto pre-veneto. - Sia fatto l'appunto che fin dai tempi preistorici le genti alpine ebbero come caratteristica la laboriosità, la serietà nell'impegno preso e l'ingegno tecnico; e questo si riflette nei tempi moderni quando le zone trainanti dal punto di vista economico (economia reale, non virtuale all'americana) sono quelle dove c'è un forte elemento alpino: quindi la Padania, l'Austria, la Germania meridionale, la Francia centrale. Anche in Spagna, le zone più forti in questo senso, tipo la Catalogna, rivelano un'importante presenza genetica alpina. Viceversa, gli alpini, di massima, furono genti chiuse, poco aggressive e anche poco portate alla cultura astratta e alla creazione artistica brillante. Non a caso i razziologi dell'anteguerra tendevano a dimostrare una scarsa stima per le genti alpine - salvo vedersi costretti a contraddirsi spesso, obbligati dall'evidenza.
Gli abitanti pre-veneti della pianura veneta furono i cosiddetti euganei, sul conto dei quali non si sa praticamente niente, mentre le zone montagnose erano abitate dai reti, che si estendevano in tutto il Tirolo fino alla Baviera meridionale. Queste due popolazioni dovevano essere virtualmente identiche e si dice che con il sopraggiungere dgli indoeuropei gli euganei siano fuggiti e si siano attestati sulle montagne assieme ai reti. È invece molto più probabile che la stragrande maggioranza degli euganei siano rimasti dov'erano e abbiano continuato la loro vita come vassalli dei veneti indoeuropei dei quali, un poco alla volta, essi adottarono la lingua. I reti continuarono ad avere un'esistenza politicamente indipendente per molto tempo - fino al I secolo, e dal punto di vista culturale anche dopo. In riguardo, su di loro ci sono delle informazioni, che ci lasciano intravvedere come dovettero essere anche gli euganei.
Già nei secoli XVIII - XI nel Veneto c'era un'importante industria del bronzo, che veniva importato grezzo dal Trentino e lavorato localmente in diversi luoghi. A quei tempi venivano già fatti i bronzetti votivi tipicamente veneti che si continuarono a fare anche dopo l'avvento degli indoeuropei - non a caso, nel Veneto, gli ex-voto furono sempre di bronzo e non di ceramica come nel resto dello spazio geografico italico. L'industria del bronzo continuò a essere, anche in tempi romani, particolarmente importante nel Veneto: le cosiddette situle, vasi di bronzo ornati di scene quotidiane, di contro agli stili geometrici in vigore in quasi tutto il resto dell'Europa, incominciano a essere prodotte nel VI secolo e rappresentano una continuazione ed evoluzione di un artigianato del bronzo già in pieno rigoglio agli inizi del II millennio. Già in tempi preindoeuropei, è chiaro, c'era una florida attività artigianale e commerciale.
I reti, lo si è già detto, ci danno un'idea di come potesse essere il Veneto pre-indoeuropeo nel suo insieme. Dopo l'arrivo dei veneti, fra reti e veneti ci fu un nteressante intercambio culturale. I reti (e quindi probabilmente gli euganei) utilizzavano la tecnica architettonica di fabbricare case semiinterrate usando blocchi di pietra (se ne trovano resti in tutta l'Europa alpina), adottate anche dai veneti. In margine alle zone indoeuropeizzate, i reti - che erano veneti pre-veneti - continuarono ad avere una fiorente società ancora in tempi romani. Valpolicella, nel I secolo, era ancora un centro retico e centro retico era stata Verona prima della sua celtizzazione, come lo fu Trento. I reti, oltre a ottimi contadini e artigiani, costituivano società fortemente organizzate dove vivo era il senso della proprietà, della casa e della famiglia: qui si intravvedono molte delle qualità che distinguevano i veneti fino a tempi molto recenti. Già molto presto i reti avevano adottato l'alfabeto etrusco e rimangono alcune iscrizioni, di epoca romana. Si tratta di una lingua non indoeuropea, non ancora decifrata (lo si è già detto, probabilmente di tipo uralico). È stato detto che essa presenta affinità con il ligure; ma l'unica affinità di cui si possa essere sicuri è che ambedue erano lingue non-indoeuropee (il ligure era una lingua mediterranea, di tipo, se vogliamo 'etruscoide'). - Dal lato religioso, i reti avevano l'abitudine di accendere grandi fuochi cultuali e i veneti indoeuropei sembra abbiano mutuato queste abitudini. In Lessinia, zona di forte presenza retica, ancora circa un secolo fa si accendevano verso il Solstizio d'inverno dei grandi falò sulle cime dei monti, e i carboni che ne risultavano servivano a proteggere contro il fulmine. A questi fuochi erano anche legate pratiche divinatorie. Fra dicembre e gennaio si bruciavano sterpi per 'aiutare' il Sole nel processo stagionale dell'allungamento delle ore di luce.
Altra fenomenologia arcaica pre-indoeuropea è quella architetturale dei castellieri, grandi costruzioni di pietra a secco e di terra battuta in cima a certe colline, difese da fossati. Fino a tempi romani, in Istria e in Dalmazia, furono luoghi fortificati e di abitazione, ma ne esistevano anche in Tirolo, orientati secondo criteri astrologici, e nella pianura, fino al Garda e oltre (quindi identità, in tempi pre-indoeuropei, fra le genti della montagna e della pianura veneta). C'è chi ha voluto vedere nei castellieri un'influenza mediterranea - né la cosa è impossibile, visto che le genti mediterranee erano dei grandi costruttori in pietra, ma questo è ancora da dimostrarsi.
Il Veneto indoeuropeo esordisce con l'insediamento dei veneti nei secoli XI - X. Si trattava di indoeuropei di ceppo italico, come testimonia la loro lingua, molto simile al latino e della quale incominciano a trovarsi documenti a partire dal secolo VI, scritti in alfabeto veneto, derivato dall'etrusco chiusino (di massima, come sempre e dappertutto, si tratta di iscrizioni funerarie). Dei veneti si è anche detto che fossero celti o protocelti, ma si tratta di un fatto ambiguo, in quanto ancora alla fine del II millennio la distinzione fra celti e italici non era del tutto chiara. Tratto celtico, ma anche italico (si ricordi il particolare rapporto fra Numa Pompilio e la ninfa Egeria) è l'importanza religiosa data alle fonti e agli spiriti acquatici, su di cui si riverrà anche più avanti, e che fu caratteristica anche dei veneti (il ricordo delle anguane, spiriti acquatici, era vivo nelle popolazione veneta ancora meno di un secolo fa). I templi veneti erano quasi sempre vicini a fonti o a corsi d'acqua; e libagioni d'acqua erano offerte ai loro dei.
Come tutti gli indoeuropei, anche i veneti costruivano in legno. Le genti mediterranee erano state grandi costruttori in pietra, quelle centroeuropee usavano, a quanto sembra, tecniche miste. Non a caso tutte le città venete - principalissime Padova ed Este, ma anche Vicenza, Montebelluna, Oderzo, Treviso, ecc. - furono città di legno delle quali sono rintracciabili soltanto le fondamenta.
La vitalità e l'intraprendenza indoeuropea portò a un fiorire culturale e commerciale che nel veneto antico era stato meno dinamico. L'alto Adriatico, crocevia fra l'Europa settentrionale e orientale e il mondo etrusco e greco e poi romano, divenne un centro artigianale e un crocevia commerciale di tutto rispetto. Attraverso il Veneto passava la via dell'ambra, proveniente dal Baltico, ma si commerciava anche in sale, vino, metalli grezzi e lavorati, ceramica (il Veneto, fin da llora, fu terra di grandi ceramisti) e in cavalli, i cavalli veneti essendo fra i migliori d'Europa - i veneti furono grandi allevatori di cavalli (tratto, questo, fortemente indoeuropeo). Già nel secolo VII c'era una moneta veneta, l'aes rude, sostituita nel secolo III dalla dracma venetica di tipo massaliota e poi, nel I secolo, dalla monetazione romana.
Per quel che riguarda il lato religioso, le informazioni che abbiamo sono scarse. Come dappertutto in Europa - e anche in Asia - lo stabilirsi delle aristocrazie dominanti indoeuropee portò a sincretismi religiosi per cui la religione uranica dei dominatori convisse e acquistò caratteristiche delle religioni dei paleoeuropei sottomessi. Se per il mondo greco molti studi sono stati fatti e, entro ragionevoli limiti, si è riusciti a districare fra ciò che c'era di ellenico e di pre-ellenico nella religione greca, nel resto dell'Europa le cose si presentano molto meno chiare; e quale fosse la religiosità delle popolazioni pre-indoeuropee non-mediterranee è quasi sconosciuto. Aggiungiamo che, specificamente nel Veneto, i luoghi di culto dovevano essere solo eccezionalmente dei templi veri e propri, e generalmente recinti sacri posti nella prossimità delle fonti - comunque, si trattava sempre di strutture in legno delle quali adesso sono riconoscibili soltanto i tracciati. La prossimità delle fonti, se ne è già parlato, potrebbe essere un carattere indoeuropeo, di tipo italo-celtico.
Non c'è dubbio che i veneti dovevano avere una struttura religiosa non dissimile da quella paleoromana, improntata dalla tripartizione indoeuropea (Juppiter, Mars, Quirinus). Ma notizie in riguardo non ne rimangono. I lasciti archeologici puntano invece, con ogni probabilità, essenzialmente alla religione popolare del substrato pre-indoeuropeo della popolazione (come, del resto, è il caso anche in tutta l'area italica, dove però la fabbricazione di templi e di aree cultuali in pietra, per non parlare di una abbondante documentazione scritta, permise agli studiosi contemporanei di farsi un'idea migliore di quali relazioni intercorressero fra fra le diverse stratificazioni religiose).
Prettamente indoeuropeo - anzi, identico a certe pratiche comuni in Lituania fino alla fine del Medioevo - è il sacrificio del cavallo, che poi veniva sepolto sotto tumuli artificiali di terra - diversi scheletri di cavalli sono stati trovati sotto tumuli del genere in terra veneta. Tendenzialmente indoeuropeo potrebbe essere il fatto che le tombe trovate sono prevalentemente a cremazione e poche quelle a inumazione, probabilmente di servi. Anche se sia indoeuropei che paleoeuropei usavano l'una e l'altra pratica funeraria, la prevalenza della cremazione potrebbe indicare una predominanza indoeuropea.
Per il resto, quanto ci è dato di sapere sulle pratiche cultuali nel Veneto pre-romano suggerisce che si tratti in massima parte, come già detto, di sopravvivenze pre-indoeuropee - 'euganee' - e magari anche di influenze mediterranee o di sincretismi a esse legati. La dea più conosciuta del culto veneto preromano era Reitia (radice veneta rekt = tedesco richten = raddrizzare), anticamente Pora, dea del guado o del passaggio, verosimilmente verso le regioni dell'Oltretomba (tratto essenzialmente pre-indoeuropeo). I suoi principali santuari furono a Este e a Vicenza, dove essa aveva l'attributo di sanante e facilitava le guarigioni e i parti. Nei siti dei suoi luoghi di culto sono stati trovati un numero grandissimo di ex-voto, dalle cui iscrizioni si può dedurre che devote a Reitia erano soprattutto le donne. L'aspetto religioso di Reitia sembra coincidere, sia per quel che riguarda la sua attività che per il tipo di culto che le si rendeva, con quello di Esculapio, anch'esso un dio vicino agli umani e verosimilmente di origine pre-indoeuropea. Ad Abano si venerava un non meglio identificato Apono e a Lagole (in Cadore), la tricefala Trumusiate (o Icate), forse affine all'infernale Ecate pre-ellenica: qui, forse, ha da vedersi un influsso mediterraneo. Stranamente, in tempi romani, Trumusiate divenne Apollo.
Storicamente, i veneti gravitarono sempre nell'orbita di Roma, che era un alleato naturale per affrontare gli attacchi dei galli della Padania occidentale e meridionale e contro i quali sia i veneti che i romani si dovettero difendere per secoli. Né si escludono affinità naturali di tipo culturale e linguistico, per cui i veneti, anch'essi italici, si sentivano più vicini ai romani che ai celti. Nel I secolo il Veneto passò, in modo più o meno indolore, a formare parte dell'Impero Romano. Buona parte dei caduti nella battaglia della foresta di Teutoburgo furono veneti.

Bibliografia essenziale: Giulia Fogolari, I veneti, in AA.VV., Antiche genti d'Italia, De Luca, Roma, 1994; Giorgio Chelidonio, Le feste e le tradizioni del fuoco in Lessinia, edizione della Comunità montana della Lessinia, Verona, 1999; Giulio Romano, Archeoastronomia italiana, CLEUP, Padova, 1992; Raffaele Mambella e Lucia Sanesi Mastrocinque, Le Venezie, itinerari archeologici, Newton Compton, Roma, 1988; Roberto Guerra, Antiche popolazioni dell'Italia preromana, Aries, Padova, 1999; Jean Haudry, Gli indoeuropei, Ar, Padova, 2001; Hans F. K. Günther, Tipologia razziale dell'Europa, Ghenos, Ferrara, 2003; Marija Gimbutas, Die Balten, Herbig, München, 1982.

 
   
 

Richard Walter Darré

Richard Walter Darré, ministro nazionalsocialista per l'agricoltura e per l'Alimentazione dal 1939 al 1942 e Presidente della Lega dei contadini tedeschi, non fu solo l'uomo del "Blut und Boden", sangue e suolo. Fu anche l'organizzatore di una ideologia agraria radicale che può essere considerata a tutti gli effetti una sorta di manifesto "verde", una premessa a problemi ecologici che diverranno patrimonio ed appannaggio di partiti moderi e democratici.
Nato a Belgrano, in Argentina, nel 1895, figlio di un commerciante tedesco Darré è convinto che l'ambiente americano risulti mortificante per la formazione della personalità. Più tardi, a conferma di questa idea, che l'ambiente e la terra esercitino una influenza fondamentale. per lo sviluppo dei carattere scriverà: "In un fanciullo, allevato nello spirito terribilmente freddo degli ambienti americani è impossibile risvegliare la comprensione delle leggende e dei racconti tedeschi. E' una situazione senza via d'uscita, inconcludente. Chiunque è vissuto laggiù sa a quale monotonia e a quale mancanza di colore venga esposta sin dall'origine della sua evoluzione l'anima di un bambino" . Durante il Reich guglielmino partecipa alla guerra come ufficiale ed intanto unisce alla formazione tecnico - scientifica ,si diploma ingegnere agronomo e coloniale, la lettura dei classici del nazionalismo tedesco: Paul de Lagarde, Treitschke, Houston Stewart Chamberlain. L'agricoltura concepita in funzione anticapitalista Nonostante il Darré sia stato definito a più riprese visionario, mistico, romantico o idealista incapace, è certo che seppe infondere alla storia di quegli anni un corso ed un rilievo notevole, a causa di teorie davvero rivoluzionarie e concependo l'agricoltura in funzione anticapitalista. Con il suo scritto più rappresentativo, Neuadel aus Blut un Boden, auspicava la riorganizzazione della Germania sulla base di corporazioni rurali e celebrava le virtù contadine come baluardo di resistenza di fronte alla desolante desertificazione che l'urbanizzazione e l'industrializzazione, sempre più violentemente, stavano effettuando nei confronti del mondo agricolo. Intrise di tematiche Volkisch e Bundisch queste concezioni diverranno rivendicazione dello stretto legame esistente tra contadino e suolo, tra comunità, stirpe e terra in cui la stessa etnia si sviluppa e trova identità. Proprio per questo rivoluzionario radicalismo agrario il quale porrà le premesse di un movimento ecologista militante e non avidamente intellettualistico, Darré diventerà il capo della importante Lega degli Agricoltori e della Bauerverein (Lega dei Contadini) e potrà influenzare, attraverso il peso di questi voti, le elezioni del 1932 in cui avranno affermazione i nazionalsocialisti. Anche se la morte del Darré, avvenuta nel 1953, svelerà un doloroso fallimento, possiamo dire che la Germania nazista fu l'unico paese a tentare di avviare, una seria e profonda politica agraria che fosse svincolata dagli interessi plutocratici e capitalisti. Già prima del nazismo Feder, ad esempio, o Strasser desideravano un capitale non speculativo ma "creativo e produttivo", un socialismo autoritario che modernizzasse lo stato e avviasse le piccole aziende agricole ad una produttività autonoma e sicura.
La ridistribuzione della terra Darré rivendica la "contadinità" e il diritto all'autodeterminazione del popolo tedesco senza cui non può esserci libertà.
Nel suo desiderio di ridistribuzione della terra, che avverrà ad esempio col reinsediamento dei coloni tedeschi nei territori polacchi, si ispirava alla figura del piccolo proprietario inglese come aveva fatto lo stesso Von Thunen, economista tedesco, proponendo un latifondo distribuito tra i contadini e riscattato mediante lavoro. Allo stesso modello si ispireranno Herbert Backe, successore di Darré al ministero dell'Agricoltura, ed il sovietico Chayanov.
Il ruralismo darreiano, insomma, si fondava su elementi piuttosto variegati ma su tutti c'era l'idea di una agricoltura che doveva osservare il rispetto per il suolo concepito come veicolo di trasmissione della vita della comunità, quindi sacro, e che doveva essere indipendente economicamente dalle tendenze centralizzatrici e soffocanti dello stato industriale.
I movimenti ecologisti oggi percorrono le stesse strade.
Dal neonato RNS (Reichnahrstand, Corporazione Alimentare Nazionale) Darré attacco il prussianesimo e lo sfruttamento capitalistico della terra, sostenendo l'utilizzo di impianti a gas metano e di piccoli trattori.
Nel 1934 fece varare una legge per le operazioni di rimboschimento proponendo nuove forestazioni e la formazione di parchi naturali. Inoltre non si dovevano tagliare alberi per favorire la nascita di centri agricoli e veniva chiesto il rispetto delle proporzioni per piante decidue e sempreverdi.
Si pensi che quando alcuni agronomi inglesi visitarono la Germania nel dopoguerra, rimasero stupiti nel constatare il valore innovativo delle tecniche agricole adottate dalla Germania nazista: aratri a disco, spruzzatori, concimi misti di torba e letame, macchinari avanzati per la setacciatura delle sementi.
I movimenti ecologisti oggi percorrono le stesse strade: il pericolo dell'estinzione delle specie animali, la distruttiva urbanizzazione delle terre coltivabili, il dissesto idrogeologico, l'intensa tecnologia che svende l'ambiente al "dio danaro", la carenza di norme sociali di fronte alla esasperazione moderna del concetto di lavoro.
Di questi problemi, sin dal 1934, Darré fece degli slogan politici e dei motivi di lotta. Fino alla morte scrisse ricerche riguardanti l'erosione dei suolo, o a proposito dei pericoli insiti nei fertilizzanti artificiali e sulla necessità di conservare la biomassa per arrivare all'agricoltura organica.
Il "ritorno alla natura" era un esigenza sentita profondamente dai movimenti giovanili tedeschi precedenti il nazismo.
Darré avversava la tecnologia in quanto distruttrice delle antiche tradizioni popolari e sviluppatrice di forme di vita dominate dal mercato e dallo sfruttamento.
L'industrialismo, la città, vista come sede di un nomadismo e di una cultura cosmopolita, erano frutto di una concezione estranea allo spirito del popolo tedesco, che mirava solo all'utilizzo dei popoli e delle materie prime in funzione del danaro.
Il legame indissolubile tra sangue e suolo Darré ottenne nel settembre 1933 la promulgazione del Reichserbhofgesetz, la legge sull'istituzione del bene agricolo ereditario per i contadini di puro sangue tedesco per sottolineare ancora di più il legarne indissolubile tra sangue e suolo.
Teneva bene a mente l'insegnamento di Gottfried Benn: " ... poiché io sono cresciuto in campagna e accanto ai greggi, so ancora cos'è la patria".
"Metropoli, industrialismo, intellettualismo, tutte le ombre che il secolo ha proiettato sul mio pensiero ... tutto, tutta questa vita angustiata sprofonda in certi momenti, e sola rimane la pianura, la vasta pianura, le stagioni, la terra, parole semplici: popolo".
Darrè era, dunque, per un ritorno alla natura come soluzione alternativa agli effetti negativi della modernizzazione.
Venne destituito da ministro dell'Agricoltura nel 1942. Iniziò allora il periodo più doloroso della sua vita tra problemi di salute, fallimenti personali e processi intentati dalla "giustizia dei vincitori".
I suoi temi di ruralizzazione, di autarchia,di decentramento e di razzismo inteso eugeneticamente e come difesa dell'identità culturale lo avevano fatto divenire il "Fuhrer dei contadini tedeschi" .
Ma forse proprio l'antiurbanesimo gli risultò fatale. Il regime nazista, nonostante la forma agricola e tradizionalista che voleva mostrare, si diresse verso una politica imperialista e moderna testimoniata dalla estrema importanza che in esso aveva assunto l'industria bellica.
Nonostante le inimicizie con Bormann, con Goering, con Himmler il Darré riuscì a divenire il capo di un "nazionalsocialismo verde" che vedeva nella riforma agraria la politica di base per una vera indipendenza dal capitalismo e dall'influenza americana e anglosassone.
Il populismo contadino di Darré, la volontà di strutture corporative e sindacalizzate come il Reichnahrstand erano in contrapposizione con lo spirito accentratore del Reich.
Egli era contrario alla politica imperialista del Fuhrer poiché sapeva che essa rischiava di portare alla rovina e alla scomparsa i contadini tedeschi.
Il piano di formare una nuova nobiltà di popolo sarebbe naufragato, sconfitto irrimediabilmente dall'espansionismo hitleriano.
La speranza di una Santa Alleanza tra Contadino, Sangue e Suolo non poteva scaturire da una politica di dominio e di guerra totale.
Ma, coerentemente, preferì allontanarsi dallo Stato troppo industriale che non garantiva la libertà dei contadini piuttosto che lo spirito di "sangue e suolo".
Le parole di P. Schultze Nauynburg, a conclusione, si riagganciano a quella che doveva essere l'etica darreiana di radicalismo agrario come resistenza alle angosce generate dall'estremismo rnodernizzante: " Verrà un giorno in cui si riconoscerà che l'uomo non vive unicamente di tecnica e di cavalli - vapore. Oltre a ciò vi sono altri beni che l'uomo non può né vuole perdere.
Bisognerà imparare a limitarsi e non privarsi di tutto il resto per progredire in questo solo campo. Se l'uomo realizzasse tutto quello che gli permettono le possibilità della sua tecnologia, arriverebbe allora a comprendere che la vita su questa Terra sfigurata, vita resa troppo automatica e troppo impersonale, non varrebbe più la pena di essere vissuta.
Vedrebbe che, sfruttando tutto quello che la Terra può dare, noi la distruggeremmo e questo cataclisma ci distruggerebbe a nostra volta.
Che ciascuno di noi vegli, nei limiti delle proprie forze, affinché il cambiamento di rotta intervenga prima che sia irrimediabilmente troppo tardi!".

 
   
 
Famiglia, tradizione, federalismo e immigrazione selvaggia
il 13 Marzo Silvio Waldner a Orzivecchi.

Continuano alla sala polifunzionale di via Matteotti le conferenze patrocinate dal Comune

Silvio Waldner scrittore, traduttore e autore di saggi ("Etnonazionalismo ultima trincea d’Europa", "La deformazione della natura", "Stati Uniti, Iberoamerica e Sudafrica"). Collaboratore de "la Padania" e' artefice della traduzione di diversi testi tra cui il libro "Tipologia razziale dell'Europa".
"Da troppo tempo ormai le nostre comunità etniche sono divenute lande desolate nelle quali è sempre più difficile riconoscere e ritrovare le nostre radici  e le nostre Tradizioni di Popoli Europei, l'immigrazione selvaggia, cerca di perseguire un vero e proprio tentativo di genocidio etno-culturale ai danni dei nostri Popoli, distruggendone le radici etno-culturali, promuovendo l'uniformizzazione egualitaria della mentalità ed omogeneizzando i costumi all'insegna dei valori edonistici, creando un vero e proprio meticciato, dove cresceranno solo i vuoti miti del capitalismo mondialista".
E' con la semplicita' e la forza di questo pensiero che Silvio Waldner parlera' Martedi' 13 marzo alle ore 20.30 presso la Sala polifuzionale della Scuola media di Orzivecchi. L'incontro, il terzo promosso dall'Associazione culturale "archiviostorico" e patrocinato dall'Amministrazione comunale di Orzivecchi, pone lo sguardo su una tematica importante ma poco nota al grande pubblico, l'Etnonazionalismo.
Abbiamo rivolto a Silvio Waldner alcune domande.

Che cos'e' l'etnonazionalismo?
L'etnonazionalismo è quella corrente di pensiero politico secondo la quale ogni organismo statale dovrebbe avere come soggetto una popolazione il più possibile omogenea dal punto di vista culturale, linguistico, religioso, genetico/razziale. Si tratta dello stato etnico, il quale per sua natura è l'unico che ha, a lunga scadenza, reali prospettive di stabilità. Antecedente immediato dellàidea etnonazionalista è il nazionalismo 'volkisch', che si sviluppò in Germania forse un secolo addietro.

Quali risposte puo' dare il pensiero etnonazionalista all'attuale visione mondialista?
La visione mondialista è la conseguenza ultima di un processo storico millenario sfociato nell'imporsi su scala planetaria il paradigma religioso monoteista. Nel pensiero mondialista non c'è posto per i popolo, dotati di una loro specifica fisionomia, ma solo per atomi umani mossi esclusivamente da pulsioni edonistiche. E nello stesso modo in cui etnie disparate sono state compresse entro confini innaturali per dare origine a 'popoli' artificiali, adesso si vorrebbe 'comprimere il mondo' per farne un comunitario scatolone dove staranno assembrati quegli atomi umani senza volto, senza razza, senza religione. E' il sogno sia del marxismo che del liberalcapitalismo. Una situazione del genere non può portare se non a disordine, guerre, odi etnici e razziali; perchè l'atomo umano sognato dagli utopisti ugualitaristi rimarrà sempre un'utopia. l'applicazione del mondialismo porterà soltanto a una scalata delle violenze, della povertà e della conflittualità. Vedi, per esempio, l'ex-Jugoslavia - ma anche l'Italia, fatta di due tronconi eterogenei messi assieme per forza e destinati, secondo la logica storica, a separarsi a lunga o a corta scadenza. Sotto condizioni etnonazionaliste questo tipo di problematiche non si darebbero.

Quali pericoli comporta una cosi' alta immigrazione per la nostra societa'?
Qui vorrei fare riferimento al mio libro 'La deformazione della natura' (Ar, Padova, 1997) e a quello di Silvano Lorenzoni 'Il selvaggio' (Ghenos, Ferrara, 2006). premesso che un'immigrazione disordinata e massiccia è sempre indesiderabile, bisogna distinguere fra un'immigrazione europea/europide e un'immigrazione extracomunitaria. Un'immigrazione europea, a lungo termine, non comporterebbe problemi, in quanto trattandosi di immigrati della nostra stessa cultura e formazione genetica, si tratta di un'immigrazione (per usare un termine abusato) a lunga o a corta scadenza 'integrabile'. diversa è l'immigrazione extracomunitaria, che prospetta due problematiche diverse e ambedue gravissime: (a) l'incistirsi ( > l'insediarsi coattivamente ) nelle nostre terre di una massa parassitaria e criminale (il crimine come forma estrema del parassitismo) che poi, dovutamente organizzata da elementi di sinistra, formerà bande di razzaitroi nei nostri territori, (b) il meticciato, incoraggiato dalle sinistre e da certo clero, con conseguente snaturamento della nostra popolazione e con diminuzione delle sue capacità di prestazione qiondi con terzomondializzazione delle nostre terre e con l'acuirsi - non con la diminuzione - dei problemi sociali a sfondo razziale - vedi 'La deformazione della natura'.

Il liberismo capitalista e' sinonimo di liberta' e benessere?
Il liberismo capitalista è sinonimo di opulenza per chi ha la vocazione dell'avvoltoio, non per chi lavora. La preeminenza del capitale sul lavoro stravolge le condizioni naturali dell'economia: non è più il lavoro che crea capitale ma il capitale che (dovrebbe) creare lavoro. lo speculatore finanziario diventa sempre più ricco mentre chi lavora si impoverisce. Adesso i grandi usurocrati dominano anche i governi e la sinistra, da Marx a questa parte, è sempre stata la stampella e lo sciacallo del grande capitale usurocratico per aggredire la classe media - cioé chi lavora - e suo strumento-principe, la feccia sociale. Un esempio perfetto è dato dall'attuale governo italiano: Prodi, impiegato degli usurocrati internazionali, si è impegnato a prosciugare per conto loro il lavoro e il risparmio degli italiani/dei padani mentre ad appoggiarlo con i loro suffragi perché possa rimanere lì a espletare questo lavoro ci pensano i parassiti e la feccia sociale.

Perche' si parla cosi' poco delle problematiche razziali?
Le problematiche razziali sono divenute tabù perché così fa comodo ai padroni del vapore, che sanno che da una popolazione dilacerata e in buona parte formata da maeticci ballerini e venali avrebbero relativamente poco da temere. L'obiettivo ultimo di quegli 'eletti' è il dominio glabale attraverso il monopolio del denaro. Un'industria sempre più meccanizzata e computerizzata produrrebbe quei beni che sarebbero destinati solo a loro, e quest'industria sarebbe mandata avanti da un numero limitato di tecnici. Fuori starebbe la gran massa dei reietti, ridotti a una misria quasi inimmaginabile - e per evitarsi ribellioni significative in questa massa, è per loro auspicabile che essa sia genetica il peggiore possibile.

Globalizzazione e omologazione hanno aspetti positivi?
L'omologazione/l'appiattimento assoluto dovrebbe essere chiaro che non ha e non può avere alcun aspetto positivo - e che comunque è un'utopia. Quanto alla globalizzazione - movimento di merci, capitali, masse umane in modo pandemico in tutto il pianeta - essa viene a essere un veicolo usato dal grande capitale e dal suo sciacallo marxista per portare avanti i suoi piani. Quindi neppure quella ha aspetti positivi. La politica delle frontiere chiuse, salvo che per traffici e movimenti di merci e prodotto o materie prime veramente necessari, è molto preferibile.

Quali soluzioni e' possibile intraprendere per fronteggiare il problema?
In questo momento, come si suol dire, il nemico ha 'il coltello per per il manico' ma ricordiamoci che l'ultima parola non è mai detta. Sta a noi, i migliori, a mantenere accesa la fiaccola e a essere pronti ad assumere l'iniziativa quando si presenterà l'occasione. Si stanno preparando rivolgimenti estremi (cfr. Silvano Lorenzoni 'Contro il monoteismo', Ghenos, Ferrara, 2006) - per esempio il prossimo calo nella produzione di idrocarburi. Inoltre la superpotenza americana che è il garante delle attuali tendenze - e quindi, fra l'altro, garante delle sinistre, per le quali esse professano odio, ma ogni comunista in cuor suo vorrebbe essere americano, a partire da Lenin. Caduta l'America, che ormai è un paese di colore, ogni possibilità rimarrà di nuovo aperta.
Introdurra' l'evento il dott. Francesco Algisi.
Per informazioni: tel. 320 3349 672 - 392 5063 067 - sito internet www.archiviostorico.info.
Gran.Ma.
da Paese Mio marzo 2007 pag.14

 
   
 
L'incolmabile fossato

Di Sergio Gozzoli - Numero 19 del 01/10/1984
Al di qua e al di là dell'Atlantico - Cento e un'America - Una società senz'anima - Il revanscismo dei proscritti - Da Kadesh a Stalingrado, da Saratoga alla Normandia - Ma quale Occidente? Il mortale veleno dell'equivoco - E' sul terreno del costume la battaglia decisiva.
Un Europeo, in qualunque città o borgata venga alla luce, apre gli occhi su di una realtà in cui presente e passato sono inestricabilmente frammisti.
Gran parte di quel che lo circonda è antico. Talora, antichissimo. Da Altamira a Kiev, da Cnosso a Stonehenge, l'ambiente nel quale egli si muove ha il respiro lungo dei secoli, quando non dei millenni. Può anche nascere e crescere nel quartiere più moderno della più moderna delle città, e tuttavia prima o poi — spesso ancora ragazzo — egli incontrerà fatalmente le testimonianze del «suo» passato.
Testimonianze non fossili, ma vive, componenti sostanziali del mondo nel quale è immerso e nel quale si forma.
Non è necessario che egli vada a cercare le stupende pitture rupestri del Paleolitico, né le misteriose costruzioni megalitiche dei templi maltesi o dei menhir di Corsica o Cornovaglia, e neppure il raffinato splendore dei monili scitici, etruschi o celtici: basta che egli si guardi attorno nel suo mondo di tutti i giorni. Il selciato dei vicoli, le statue del parco che circonda la villa rinascimentale, le torri rivestite d'edera, la facciata e le guglie della cattedrale, il castello diroccato, i fossati, i canali, i cippi confinari fra podere e podere, i ruderi delle mura cintoie della città, le fontane della piazza lastricata in pietra, le inferriate e i portoni dei palazzi patrizi, gli affreschi e gli intonaci nell'ombra perenne dei chiostri, il ponte medioevale, la colonna e l'arco romano, sono per lui presenze naturali, come il cielo, gli alberi, o i corsi d'acqua. I colori del mattone, della pietra, del marmo, sbrecciati o levigati dalle intemperie dei secoli, gli sono familiari quanto i colori dei boschi nel variare delle stagioni.
Qualunque sia il suo tipo di sensibilità, il suo grado di intelligenza, il suo livello di cultura, egli viene comunque — in qualche misura — penetrato e influenzato da tutto questo.
Che egli ne sia consapevole o meno, quella patina di nobiltà che il tempo ha deposto sulle cose che lo circondano plasma e segna i suoi modelli mentali, il suo carattere, il suo senso estetico.
Che egli lo voglia o no, l'antico vive in lui, ed indelebilmente gli sedimenta dentro, nei sensi e nello spirito, una qualche sorta di amore e di rispetto per il passato.

Diversamente dall'Europeo, un americano cresce in un ambiente del tutto «moderno». Quel che immediatamente si offre ai suoi occhi e al suo cervello sono la geometrica ripetitività di edifici informi, il brulicare di autoveicoli per strade che sembrano tutte uguali, lo squallore monotono del cemento e della plastica, la petulante volgarità policroma delle insegne pubblicitarie.
Anche l'Europeo, certo, riceve oggi fra le prime impressioni ed esperienze di vita la luce fredda del neon, i colori chiassosi della plastica e delle vernici, l'insensata violenza di musiche sincopate a tutto volume.
Ma la differenza sta nel fatto che il giovane americano, crescendo, non conosce altro che questo. L'asfalto e il cemento, il vetro e l'alluminio, la plastica e il neon gli appaiono realtà del tutto «naturali».
Col tempo, poi, egli apprenderà certamente a riconoscere la natura autentica: incontrerà i fiumi e le foreste, le rocce e le praterie, le montagne e gli oceani — la cui età si misura in miliardi di anni. Qualcuno anzi, nei casi più fortunati, può persino nascervi a stretto contatto. Ma intorno a lui, fra quel che fu prodotto dalla mano dell'uomo, di «antico» non vi è nulla. La stragrande maggioranza degli edifici, nel forsennato ritmo consumistico che «ricicla» ogni cosa a brevissimo termine, è di costruzione recente o recentissima.
Del resto, poco più di tre secoli fa, sull'intero territorio nordamericano al di sopra del Nuovo Messico spagnolo, non v'era una sola strada selciata o lastricata, né un solo edificio in pietra. Così, l'Americano ignora ogni diretta esperienza dell'antico. Al massimo, egli potrà incontrare qualcosa di «vecchio», nella sordida decrepitezza di alcuni slums delle megalopoli, o in qualche centro di provincia della costa orientale. Vecchio di qualche generazione, vecchio di cent'anni, forse — nel caso di qualche raro edificio — di duecento. Questo è il limite del «suo» passato.
Non a caso, nella scuola americana la storia antica non viene praticamente studiata. Se ne dà la colpa all'impronta tipicamente pragmatistica della cultura americana, che incentra sulla praticità dell'utile immediato ogni risorsa ed ogni energia. Sta però di fatto che il pragmatismo è genericamente anglosassone — e semmai inglese prima ancora che americano — e tuttavia la scuola inglese insegna la storia antica ben più seriamente.
La verità è che, ad un Americano, tutto ciò che è antico appare estraneo, incomprensibile e, in qualche modo, ostile.
Questo non significa che un Americano non possa sentire il fascino del passato, fino a soffrirne la mancanza in una sorta di provincialistico complesso. Ma si tratta in quel caso di un capriccio intellettuale, di un «prodotto» culturale consentito soltanto a chi abbia ricevuto una educazione di tipo umanistico e di livello superiore; e il «passato» che egli può amare è allora quello dei musei, dei trattati di storia, dei testi di letteratura. Fatte salve le eccezioni di alcuni grandi spiriti, nessun americano — anche se colto — potrà mai comprendere e amare il passato nella vita, il passato come persistente presenza, come memoria propria, come radice e linfa viventi nel suo presente.
In fondo, l'Americano è inconsapevolmente portato a nutrire diffidenza e disprezzo per il passato, per la semplicissima ragione che egli non possiede un passato.
Tra i molteplici fattori — genetici e ambientali — che concorrono alla formazione di quel profondo nucleo interiore che « fa» la psicologia di un uomo, fra l'Americano e l'Europeo v'è una seconda differenza capitale.
Un Europeo cresce e si plasma in un ambiente sostanzialmente omogeneo.
Se prescindiamo dalle eccezioni rappresentate da alcune metropoli o città portuali — soprattutto in Inghilterra, Francia e Olanda — dove vivono grosse comunità di negri, mulatti, nordafricani e asiatici, nella massima parte del continente l'Europeo vive in mezzo a gente simile a lui.
Quand'anche si tratti di gente che non parla la sua lingua o il suo dialetto — come nelle zone minerarie o industriali a forte immigrazione di lavoratori stranieri — sono uomini e donne che non differiscono da lui in modo sostanziale, né per colore della pelle e tratti somatici, né per indole e inclinazioni. Saranno più o meno biondi, più o meno bruni, più o meno compassati o passionali, ma non sono più diversi di quanto non lo siano, entro i confini della stessa nazione, un alsaziano da un marsigliese, un bavarese da un prussiano, un friulano da un romagnolo. Le grandi divisioni culturali, come quelle linguistiche e religiose, sono a confini abbastanza netti, e a vasti compartimenti stagni. In genere, un cattolico vive in un'area cattolica, un luterano in una regione luterana, un anglicano in un paese anglicano.
Non mancano, certo, zone e paesi dove culture diverse convivono frammiste o a stretto contatto, così da costituire inevitabile fonte di malessere, di intolleranza e di scontro: cattolici e protestanti in Irlanda del Nord, Fiamminghi e Valloni francofoni in Belgio, Croati cattolici e Serbi ortodossi in Jugoslavia. Si tratta però di situazioni tutto sommato marginali: nel complesso, la visione che un Europeo riceve della sua comunità e del suo mondo è quella di qualcosa di compatto e antropologicamente uniforme, a matrice genetica e civile fondamentalmente unitaria.
Le ragioni di disagio, malcontento e disadattamento — e quindi di tensione o ribellismo — sono di ordine individuale, o economico, o politico, non certo di ordine razziale o culturale.
I legami quindi che l'Europeo contrae e stabilisce con la sua comunità — quantomeno quelli più elementarmente esistenziali — sono di tipo naturale: egli accetta con facilità il suo vicino perché gli assomiglia, e ne accetta con naturalezza limiti e difetti perché assomigliano ai suoi; i primi compagni di gioco potrebbero essere suoi fratelli o cugini, e la ragazza che corteggerà non ha una psicologia tanto dissimile da quella di sua sorella.
L'integrazione fra le diverse componenti sociali avviene in genere in modo spontaneo — nella scuola, in chiesa, sulla piazza, al bar, in treno, allo stadio, nell'esercito — senza conoscere grossi steccati o resistenze, se non quelli posti dalla fisiologica dialettica della vita consociata presso qualsiasi popolo da che mondo è mondo. Le inclinazioni, gli interessi, le passioni, gli usi, le mode sono comuni, o largamente condivisi.
Questa sostanziale omogeneità, questa naturalezza di integrazione, questa comunanza di caratteri e di abitudini che fin dall'infanzia l'Europeo trova nella sua vita di relazione, e che generalmente esprimono le inclinazioni sue e delle generazioni che lo hanno preceduto — naturalmente simili — fanno sì che egli, più o meno consciamente, abbia della società una concezione «organica», quasi naturalistica. Potrà anche sentire estraneo e ostile lo Stato — e tanto più quanto più lo Stato, nel farsi complesso e astratto, si allontana da questa organicità sociobiologica — ma il legame con la sua comunità «naturale», famiglia, campanile, popolo, è fortemente avvertito e vissuto, non solo nelle campagne e in provincia, ma a tutt'oggi anche nella maggior parte delle città della vecchia Europa.
L'Americano, al contrario, nasce in una «società» eterogenea, ibrida e multiforme.
Se la maggioranza relativa degli abitanti degli USA è costituita ancor oggi da indoeuropei, essi non rappresentano il risultato di un evento migratorio unico e compatto, né di un flusso continuo di origine unitaria: gruppi diversi per lingua, ceppo, estrazione sociale e credo religioso giunsero ad ondate successive, in tempi e condizioni diverse, sbarcando in luoghi diversi e lontani fra loro. Prima puritani e quaccheri al Nord, anglicani e cattolici al Sud, provenienti in entrambi i casi dall'Inghilterra, ma divisi da mortale odio politico e religioso, nonché da radicali differenze civili e sociali; poi scozzesi e irlandesi, olandesi che si aggiungevano al piccolo nucleo originario dei fondatori di New York (1), francesi della Louisiana — che sarebbero in seguito stati incorporati nell'Unione, come gli spagnoli della Florida e dell'Ovest; quindi, a milioni, schiavi negri dall'Africa, e, a migliaia, rivoluzionari, massoni e «liberi pensatori» da tutt'Europa; più tardi, alla spicciolata, tedeschi, scandinavi, italiani, slavi balcanici e dell'Est, levantini, cinesi e giapponesi; infine ebrei, greci, ancora italiani, e, più recentemente, profughi d'oltrecortina, e milioni di meticci centroamericani e messicani di lingua spagnola — i cosiddetti «ispanici», anche se sangue spagnolo spesso non ne han per niente. A completare il quadro sul piano del puro folklore, van citati i pochi Pellerossa, superstiti del genocidio subito durante i secoli scorsi.
Fusione e integrazione di questi gruppi furono talvolta facili, altre volte difficili. In taluni casi vennero ottenute solo con la più spietata delle violenze, in altri non avvennero mai del tutto. Alcuni di questi gruppi persero presto tutte le connotazioni nazionali originarie, altri le conservano ancora oggi dopo quattro, cinque, sei generazioni.
Le differenze di razza, di religione, di cultura creano sacche e compartimenti stagni. Ma non si tratta mai, come in altri Paesi multirazziali — India, URSS, Sud Africa — di grosse sacche e grossi compartimenti geograficamente ben delimitati: i loro confini dividono non gli Stati, le contee o i distretti, ma le città e i quartieri, talvolta i marciapiedi opposti della stessa strada. Ed essi non convivono l'uno accanto all'altro, ma piuttosto si sovrappongono l'uno sull'altro, coincidendo in tutto o in parte con un diverso status culturale ed economico.
Dai banchi di scuola agli uffici di collocamento, dalle relazioni sessuali alle carriere pubbliche, dai contatti interpersonali alle stratificazioni sociali, tutto subisce la pesante influenza dell'appartenenza all'uno o all'altro gruppo; e i rapporti son difficili e tesi, carichi di una incontenibile potenzialità di ricorrente violenza.
Se la molteplicità delle Chiese, delle confessioni, delle sette, ha condotto gradualmente ad una fondamentale tolleranza religiosa, essa concorre però pesantemente a frammentare e polverizzare la cultura e la psicologia nazionale.
Non vi è una America, ve ne sono cento.
Il tanto vantato patriottismo degli Americani non è fondato — se non per il nucleo di ceppo yankee che costituisce ormai una minoranza — sul «senso nazionale», ma sull'attaccamento ad un elevato tenore di vita materiale, o, al massimo, sull'orgogliosa coscienza di appartenere al Paese più ricco e potente della Terra: l'attaccamento dell'azionista alla sua prospera S.p.a.
E le tanto vantate «libertà» americane — di cui in realtà si avvale soprattutto l'oligarchia finanziaria per prevaricare sulle classi inferiori e sullo stesso Stato — sono solo espressione della pratica necessità, oltre che di illudere le masse, di lasciare spazio all'individuo per diluire forza e peso dei gruppi — veri e propri corpi sociali separati — che tendono di per sé a crearsi spazi autonomi crescenti.
Il gioco politico di formazione del potere — per quanto pilotato dal vertice oligarchico che manipola la pubblica opinione attraverso il controllo dei mass-media — non può non tenere conto di questa frammentazione, che si esprime nei più svariati gruppi di pressione: la lobby ebraica, le masse negre, gli omosessuali organizzati (più del 10% dell'elettorato, secondo l'autorevolissimo politologo Theodore White), le femministe, gli italo-americani, gli irlandesi, gli ispanici, e così via. Ognuno di questi gruppi ha cultura, tradizioni, psicologia, passioni e interessi diversi e contrastanti, irriducibili a qualunque omogeneizzazione e a qualunque naturale solidarismo.
A sopperire allora alla mancanza di coesione razziale e culturale, per ovvie ragioni di sopravvivenza nazionale deve intervenire lo Stato ad imporla surrettiziamente e coercitivamente. Non solo quindi la proprietà, la sicurezza personale, il mondo del lavoro, il commercio, la morale, devono essere tutelati e regolati da leggi, ma persino il diritto di accesso ad un bar o ad un autobus, di iscrizione ad una scuola, di assunzione in un ufficio.
In qualsiasi Paese del mondo, fino a non molto tempo fa, la vita sociale era fondata assai più su tradizioni che su leggi scritte: l'educazione, il reciproco rispetto, i rapporti fra i sessi e fra le generazioni, la dignità personale ed il generale civismo dipendevano assai più dal costume che dal dettato legale. Anzi, in quegli ambiti della umana convivenza che più propriamente attengono al livello di civiltà di un popolo, si poteva affermare che era il costume che produceva la legge.
In America, avviene l'opposto.
E se in molti altri Paesi le cose stanno oggi prendendo la stessa piega, è principalmente a causa della dilagante influenza dell'«americanismo» su tanta parte del globo.
Ma questo sostituirsi del formalismo legale alla naturalezza del costume fin negli angoli più riposti della problematica esistenziale, questa continua necessità da parte della legge di intervenire ad imporre, mediare, negoziare, bilanciare, per garantire un minimo di coesione sociale in assenza di uno spontaneo solidarismo e di una naturale omogeneità antropologica fra i cittadini, crea reti e viluppi di norme, regole e disposizioni ditale complessità ed oscurità interpretativa, che il cittadino non ha altra scelta che quella di affidarsi a degli esperti.
Non è più una società per uomini, ma per legulei.
Leggi semplici e chiare, essenziali, promananti dal costume, danno al cittadino un senso «giuridico» dello Stato che ben si appaia al suo naturale senso organico della società; mentre leggi troppo numerose, sottili, complesse e astruse danno al cittadino un senso «causidico» del consorzio civile. La società appare allora un luogo dove tutto è conflittualità, contenzioso, negoziazione, mediazione, e composizione formalistica dei problemi.
In tale burocratizzazione della vita in ogni suo aspetto, l'Americano è condotto a concepire non solo lo Stato, ma la stessa società elementare, come qualcosa di artificioso, di astrattamente «razionalizzato», di freddamente contrattuale — senza legame alcuno con le profonde componenti affettive della sua natura di uomo.

Alla luce di queste radicali differenze — ben lontane del resto dall'essere le sole — trova chiara spiegazione il solco storico-morale che divide l'Europa dall'America: due civiltà, due visioni del mondo, due «stati dell'animo», non solo estranei e lontani, ma abissalmente antitetici.
Qui il senso delle radici, della continuità della vita individuale e sociale al di sopra delle singole generazioni; là l'esasperata percezione del presente, dell'«attuale», dell'up-to-date, come unica dimensione in cui calare i propri motivi esistenziali. Qui la concezione del domani come proiezione profonda del proprio passato, al quale si deve comunque qualcosa in termini morali ed in termini pratici; là, una smodata ansia di futuro immediato, senza obblighi morali verso eredità da difendere e da trasmettere. Qui un sedimentato senso estetico, un gusto fondamentalmente sobrio e luminoso, radicato nella classicità — più volte rivissuta e rinverdita — delle proprie origini civili; là una pacchianeria smargiassa, una totale mancanza di misura, un infantilismo estetico che si palesa nell'amore per la chiassosità cromatica e per l'arroganza dei suoni e dei volumi.
Qui la coscienza della individualità nazionale, della etnìa, e quindi della appartenenza ad una comunità, là un cosmopolitismo disancorato da ogni centralità sociale e da ogni vincolo interiore.
Qui la tenace sopravvivenza di aneliti al sacro e al trascendente, là, ormai consolidata, la «religione» del laicismo e del benessere materiale.
Qui persistenti e profonde riserve mentali nei confronti della speculazione finanziaria e dell'usura, là un culto fanatico per il successo economico, comunque raggiunto.
Qui un virile attaccamento alle proprie tradizioni (2), difese da una mal superabile diffidenza per tutto ciò che è estraneo e diverso; là una donnesca curiosità, una disponibilità ad accogliere, a fagocitare, a ridigerire qualunque apporto, qualunque eccentricità, qualunque «rifiuto» altrui.
Due mondi opposti dunque, due antinomici principi di civiltà.
E tuttavia, è largamente diffusa la convinzione che il Nuovo Mondo sia, in termini culturali, una «colonia» del Vecchio Mondo, che la matrice civile fondamentale sia comune, che l'America, in ultima analisi, sia «figlia» dell'Europa. Tale diffusa credenza nasce dal dato di fatto che tutti i valori, le idee religiose e i movimenti culturali che furono e sono alla base dell'american way of life — calvinistici, massonici, borghesi ed ebraici — vennero dall'Europa, portati da immigrati che dall'Europa provenivano; e poggia sull'opinione che l'«americanismo» rappresenti soltanto una fase di sviluppo ulteriore, favorito da ricchezza di spazi e di risorse, di queste idee e di questi movimenti nati tutti nel Vecchio Continente.
Si tratta, in verità, di un equivoco tutto da dissipare.
Infatti, è proprio ciò che apparentemente unisce i due mondi, quel che in realtà più a fondo li divide: poiché ciò che l'America ricevette dall'Europa negli ultimi tre secoli, facendolo proprio e fondandovi sopra la sua filosofia di vita (3), è esattamente tutto quello che, pur nato in Europa, l'Europa rifiutava e rigettava. Quello che doveva costituire l'anima stessa del «mondo americano», era proprio tutto ciò che la vecchia Europa «scartava», per una radicale inconciliabilità con la essenza profonda della sua anima civile e storica.
Dal settarismo puritano e quacchero allo spirito capitalistico e mercantilistico, dal «mondo dei Lumi» alla massoneria, dall'ottimismo razionalistico all'odio per il Trono e per l'Altare, dall'individualismo al cosmopolitismo, dalle prime banche internazionali ai fermenti rivoluzionari borghesi, si trattava di idee, tensioni e movimenti che erano sì nati in Europa, ma ai quali l'Europa poteva opporre — allora e ancora per secoli — forze ben più consistenti: i valori di una civiltà legata al sangue e alla terra, il vigore delle varie culture popolari, l'autorità morale delle Chiese, il tradizionalismo gerarchico, lo spirito ghibellino e la residua vitalità della nobiltà militare, l'istinto di conservazione del mondo contadino, il senso nazionale, gli antichi miti eroici, l'epopea cavalleresca, i monumenti letterari e artistici della Classicità, del Medioevo, del Rinascimento.
Non si può comprendere appieno la storia europea e mondiale del nostro secolo — con la apparizione dei movimenti fascisti e con gli interventi americani nei due grandi conflitti — se non ci si rende ben conto di questo: calvinismo, capitalismo bancario e industriale, razionalismo filosofico e illuminismo politico, Massoneria, Rivoluzione borghese, pur dopo grossi successi iniziali, furono sostanzialmente sconfitti — nel loro sogno di conquista totale dell'Europa — nel corso dei secoli XVII, XVIII e XIX. E se poterono continuare a coltivare questo loro sogno di vittoria finale, fu soltanto trasmigrando oltre Oceano.
Con l'anglicanesimo in Inghilterra, con le Chiese luterane in Germania e Scandinavia, con la Controriforma nei Paesi cattolici, chi vinceva era lo spirito nazionale e gerarchico, essenzialmente tradizionalista e quindi antiprogressista.
Con la Vandea, coi contadini tirolesi e veneti, coi Lazzaroni del Sud italiano, con le corporazioni germaniche, coi soldati delle armate austroungariche e prussiane, con la guerriglia della intera nazione spagnola, chi si batteva e vinceva era lo spirito popolare, fondamentalmente antiborghese assai più che antiaristocratico o antidinastico.
Coi movimenti romantici, con le filosofie irrazionalistiche, con l'epica letteraria e musicale, chi vinceva era una concezione spiritualista, sostanzialmente antiegualitaria, eroica e tiranneggiante: un anelito alla sacralità, contro ogni laicismo.
In Europa, l'età di Voltaire moriva, sorgeva il sole di Wagner e di Nietzsche.
Potrebbe mai, l'America, avere un Wagner o un Nietzsche? In verità, non ebbe neppure un Pound, giacché Pound le voltò le spalle per cercare in Europa la sua Patria.

Lo spirito di Voltaire però — con la sua carica di progressismo utopico, di razionalismo materializzante e di laicismo dissacratore — aveva traversato l'Atlantico.
Così tutte le forze che lo spirito di Voltaire ispirava e riassumeva, battute e disperse, o anche solo temporaneamente bloccate nella loro marcia verso il cuore delle società europee, trovarono uno sbocco naturale in Nordamerica, dove il vuoto d'ogni terreno storico-ereditario — e quindi d'ogni forza ostacolante — avrebbe loro consentito l'esplosione più libera e l'affermazione più totale. Accadde così che si andò rapidamente formando una società tutta fondata su valori e forze antitetici rispetto a quelli ancor dominanti o emergenti in Europa. Una società in cui il potere politico e culturale fu fin dall'inizio nelle mani dei maggiori detentori di capitali, e, in via immediatamente subordinata, di una classe borghese media — commercianti, industriali, professionisti, armatori, mercanti di schiavi, giuristi, giornalisti — di formazione calvinista, impastata di spirito illuministico, e fortemente infiltrata dalla massoneria.
Se qualcosa di ancora veramente «europeo» poteva germogliare in Nordamerica, era solo nelle colonie del Sud, dove l'impronta religiosa era in buona parte anglicana e cattolica, e dove l'elemento umano era di estrazione sociale assai diversa da quella dei coloni del Nord: militari, funzionari della Corona, piccoli nobili e gentiluomini di provincia, artigiani e, soprattutto, agricoltori. Per questi uomini, come per il contadino europeo ancor oggi, il legame con la propria terra andava oltre il mero significato economico, per attingere una dimensione esistenziale.
Era forse questa la differenza più radicale fra i coloni del Sud e quelli del Nord, dove l'agricoltore non era affatto un «contadino», ma un borghese (4) per il quale la terra era solo un «investimento» occasionale, un puro e semplice business senza implicazioni affettive.
Oggi ancora, mentre si parla comunemente di contadini francesi, tedeschi, olandesi o italiani, nessuno si sognerebbe di chiamare «contadini» gli agricoltori americani: essi sono infatti semplicemente uomini d'affari, o tecnici, o — banalmente — «operatori agricoli». Anche l'uomo della strada, digiuno d'ogni cultura storica o sociologica, sente che il termine «contadino» — con le sue profonde implicazioni di ordine umano, morale e civile — sarebbe del tutto inappropriato per l'Americano che vive sulla terra e della terra.
Le conseguenze storiche di queste elementari connotazioni culturali della società americana furono di portata incalcolabile. Non v'è alcun bisogno di scomodare Weber o Gramsci per cogliere tutta la preminente importanza dei fattori culturali e antropologici su quelli socioeconomici nel divenire di una società o di una civiltà: fu questa differenza culturale — che rendeva inconciliabili lo spirito «sudista» e quello «nordista» — a condannare gli Stati del Sud. Il fenomeno dello schiavismo — che del resto era stato alimentato per generazioni proprio dai mercanti di schiavi del Nord — e la stessa insofferenza del Sud nei confronti dello sfruttamento economico da parte degli stati industriali nordisti, non furono che pretesti o concause secondarie.
In verità, gli Stati del Sud non erano America: è questa, l'unica giustificazione «proporzionata» allo spaventoso macello rappresentato dalla Guerra di Secessione — che la storiografia americana chiama, più propriamente, «Civil War»: guerra civile.
Nella logica storica del conflitto secolare fra le due culture — il mondo vincente nella Vecchia Europa, e quello trasmigrato nel Nuovo Continente — il Nordamerica può essere visto come la base di riorganizzazione e di rivincita di tutte le forze ideologiche e politiche sconfitte in Europa.
In tale ottica, gli Stati del Sud dovevano essere spazzati via, come operazione preliminare alla «riconquista» del continente europeo: essi erano troppo tradizionali, troppo classicheggianti, troppo «europe».
Le ostilità contro il Vecchio Continente, del resto, si erano già aperte da tempo, sia in termini ideologici che militari, con la Rivoluzione antiinglese e con la Dichiarazione di Indipendenza: l'inconciliabilità dei due mondi, ed il rancoroso revanscismo dei proscritti e degli esuli, le rendevano inevitabili.
Esse continuarono con la «dottrina di Monroe», con la guerra contro la Spagna, con l'intervento americano nel primo e nel secondo conflitto mondiale; con la liquidazione — voluta dagli Stati Uniti — degli imperi coloniali inglese, francese, olandese, italiano, belga e portoghese; con la creazione — voluta dagli Stati Uniti — di una smisurata potenza russa a minaccia dell'Europa; con lo smembramento della Germania e la spartizione dell'intero continente, con la imposizione a tutti gli Stati dell'Ovest europeo di regimi a democrazia partitica, con la progressiva colonizzazione culturale, politica ed economica del Vecchio Mondo. E non è certamente ancora finita.
A questo punto, due considerazioni si impongono.
Prima: quanto più palese e scoperto si delineava l'espansionismo imperialistico americano — col genocidio dei Pellerossa, con la guerra contro il Messico, con lo sbarco a Cuba, con l'occupazione di Portorico e di Guam, con la conquista delle Marianne e delle Filippine, con l'annessione delle Hawaii e delle Samoa, col protettorato su Panama strappata alla Colombia — e tanto più altisonanti, ampollose e martellanti si facevano le professioni di democrazia e di anticolonialismo. E estremamente istruttivo — e anche divertente — seguire l'andamento parallelo fra le impennate delle due curve: quella delle azioni aggressive che costellano la linea di espansione americana, e quella della virulenza verbale e scritta delle campagne di propaganda umanitarista e progressista.
Seconda: tutti i singoli atti di forza — conflitti dichiarati e non, sbarchi di truppe, colpi di stato e sommosse fomentati da propri agenti, occupazioni e «protezioni» militari, con tutti gli intrighi e le macchinazioni atti a provocarli e prepararli propagandisticamente — non furono mai voluti e scatenati, come sarebbe naturale pensare, da ambienti ultranazionalisti e conservatori, ma sempre da uomini e movimenti noti per il loro zelo democratico ed il loro fanatico liberal-progressismo: Lincoln volle la guerra contro il Sud, Theodore Roosevelt lo sbarco a Cuba e l'occupazione delle Filippine e di Guam, Woodrow Wilson l'intervento nella Prima Guerra Mondiale, Franklin Delano Roosevelt nella Seconda, Harry Truman il lancio della prima atomica, John Kennedy la guerra del Vietnam.
Quello che a prima vista può apparire un paradosso, risulta invece, ad una attenta indagine storica, una regola ben precisa: ogni atto di aggressione, di espansione, di intromissione in affari altrui, di colonizzazione militare o economica, è sempre coperto dalla cortina fumogena e dalla formula mimetizzante del progressismo, dell'umanitarismo, della democrazia.
I plutocrati che governano gli U.S.A. — vero e proprio potere dinastico (5) occulto, operante dietro le quinte delle Presidenze e delle Amministrazioni ufficiali — hanno scoperto di poter curare assai meglio i propri affari travestendosi da idealisti e da filantropi. Mercanti di schiavi, predicavano l'abolizionismo; mercanti di cannoni, predicavano il pacifismo; mercanti di inquinamento e di missili, predicano oggi l'ecologismo e l'umanitarismo. La costruzione del Palazzo della Pace all'Aja, sovvenzionata all'inizio del secolo da Andrew Carnegie, magnate americano delle corazzature per navi da guerra, resta un monumento emblematico di questa doppiezza tipica dell'americanismo.
Una doppiezza sofisticata, che sa rinnovare le sue maschere, quando l'abuso le rende logore: oggi, la maschera di moda è quella dei «diritti umani», in nome dei quali il Potere americano — coi suoi cento tentacoli finanziari, ideologici, diplomatici e militari — si arroga il diritto di immischiarsi negli affari interni di qualsiasi Paese sul quale abbia appuntato le proprie mire.
Attraverso il Fondo Monetario Internazionale che il sistema controlla, attraverso le organizzazioni dell'ONU che sono sue emanazioni, attraverso sigle di comodo come Amnesty International e World Council of Churches (6), attraverso servizi segreti e forze militari delle alleanze che capeggia, questo Potere manda in bancarotta Paesi che aveva gonfiato di crediti perché fossero ricattabili, fa cadere governi che tentano un sogno di indipendenza, scatena rivoluzioni di palazzo e sommosse di piazza, provoca e accende conflitti, sovvenziona guerriglie: il tutto, dietro una sapiente e orchestrata campagna contro una qualche «violazione dei diritti umani» — e, naturalmente, all'ombra degli immortali principi democratici e progressisti della «ideologia americana».

Quasi 3300 anni fa — nel 1296 A.C. — a Kadesh sul fiume Oronte, in Siria, venne combattuta la prima grande battaglia storicamente ricostruibile nella sua dinamica e nelle sue fasi tattiche: da una parte l'esercito ittita guidato dal re Muwatallis, dall'altra l'armata egizia sotto il comando del Faraone in persona, il grande Ramsete II.
Nonostante le spudorate falsificazioni della storiografia ufficiale egizia, è oggi evidente che vinsero gli Ittiti: a stento, maledicendo al cospetto degli dèi la pusillanimità dei suoi ufficiali, il Faraone riuscì a scamparne illeso. E dovette sottoscrivere un trattato di pace — sorprendente per la «modernità» dei fini e dei contenuti — che in sostanza riconosceva la realtà della pot