|
Da non musulmano (ma discendente di musulmani) io penso che faccia onore a un liberal-conservatore come lei la risposta che ha dato a una lettrice in questi termini: «Credo che anche i musulmani di Milano preferirebbero pregare in una decorosa moschea e mi auguro che il Comune ne tenga conto (il Vigorelli non può che essere un rimedio provvisorio) (...). E suppongo che neppure i musulmani sarebbero lieti di pregare "a prestito" (in edifici della Chiesa Cattolica ndr)».
Purtroppo, però, mi sembra che la sua posizione sia nettamente minoritaria in Italia, specie (ma non solo) fra le pubbliche amministrazioni di centrodestra. Per queste ultime (e ovviamente per chi le ha votate e i cui umori cercano di rappresentare) pare che una moschea sia più pericolosa di una centrale nucleare o più fastidiosa di una discarica. Pertanto, assistiamo a una grottesca farsa all'italiana, per cui si vieta ai musulmani con ogni pretestuoso cavillo possibile di costruirsi moschee o almeno decorose sale di preghiera e poi si levano acuti strilli se quelli si mettono a pregare sui marciapiedi. E non solo: i soliti benpensanti invocano addirittura il referendum popolare nel caso qualche amministrazione locale fosse tanto poco islamofoba da permettere la costruzione di una moschea. Ebbene, io non sono un costituzionalista, ma mi permetto di dire che l'uso di tale «arma» islamofoba lo trovo anticostituzionale.
Infatti l'art.20 della Costituzione italiana così recita: «Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione o istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività». Insomma, tradotto in volgare, pare che se il Comune non indice un referendum ogniqualvolta p.es. il sor Giggetto decide di aprire un'osteria o la sciura Pina un circolo femminile di golf, un eventuale referendum sulla costruzione di una moschea risulterebbe essere in contrasto con il sullodato articolo della Costituzione italiana.
Ritvan Shehi
Caro Shehi,
Tralascio le sue riflessioni costituzionali e vengo al punto che è all'origine della mia risposta e della sua lettera: il problema della costruzione di una moschea a Milano. Credo che sia necessaria per due ragioni.
Esiste in primo luogo una questione di umanità e di buon senso. Vivono oggi a Milano parecchie decine di migliaia di musulmani: 60.000 secondo la Comunità Religiosa Islamica Italiana (Co.Re.Is). In maggioranza hanno un permesso di soggiorno e un lavoro, hanno affittato un appartamento o una stanza, pagano le tasse. Se hanno una famiglia, i loro figli frequentano le scuole della città e parlano italiano molto meglio dei genitori. Molti desiderano avere la cittadinanza del Paese in cui hanno scelto di vivere e di lavorare.
Molti saranno italiani ed elettori nel giro di qualche anno. Parecchi diventeranno funzionari dello Stato o delle amministrazioni locali, militari, vigili urbani, poliziotti, carabinieri. La percentuale di coloro che frequentano le improvvisate moschee, sorte spontaneamente nei diversi quartieri della città, è modesta. Ma tutti sentono il bisogno di rivendicare la loro identità culturale e religiosa. Gli italiani dovrebbero sapere, per lunga esperienza, quale importanza la religione assuma fra le comunità immigrate come fattore di solidarietà. Credo che non sia né giusto né saggio privare i musulmani milanesi di un luogo di culto che abbia la dignità e il decoro di un tempio religioso. Esiste poi un aspetto della vicenda che concerne la città in cui questi musulmani hanno scelto di vivere. Milano è una grande città europea e, a giudicare dal modo in cui si è battuta per essere sede dell'Esposizione universale, non intende rinunciare a questa sua tradizionale collocazione internazionale. Ma la dimensione e le ambizioni la obbligano ad aggiornare continuamente il suo stile di vita, a cogliere prima di altre città i sintomi dei mutamenti sociali e demografici, a offrire servizi corrispondenti. Fra questi servizi, anche se l'espressione può sembrare troppo materialista, vi sono anche quelli religiosi. Milano non sarebbe grande città se non avesse, accanto alle sue antiche chiese cattoliche, i suoi templi protestanti e le sue sinagoghe. Non sarà grande città se non avrà una moschea.
Sul modo in cui realizzarla si può discutere. Anch'io credo che il referendum non sia necessario. Ma penso che il Comune debba individuare l'area, coinvolgere gli abitanti del quartiere o delle zone adiacenti, tenere conto delle loro esigenze, garantire spazi che evitino congestioni e affollamenti. Se molti milanesi temono l'uso che l'islamismo più radicale potrebbe fare della moschea, il Comune può tenere conto di questa preoccupazione chiedendo, in cambio della concessione del terreno, il diritto di rappresentanza nell'organo direttivo a cui spetterà l'amministrazione dell'istituzione religiosa e dei suoi edifici. Sono certo che a Palazzo Marino non manchino avvocati capaci di trovare la formula più adatta allo scopo.
Corriere della sera, Domenica 20 Luglio 2008 - Lettere al Corriere
|