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di Geraldina Colotti
«Se volgessi lo sguardo sulla pietra/ levigata dai secoli di acqua errante/ sapresti che è così, semplicemente: pietra e acqua/ la materia in cui ardono/ l'illusione, la speranza».
All'istituto Cervantes di Roma, Pablo Armando Fernandez, 79 anni, figura fra le più significative della letteratura cubana, legge versi tratti dalla raccolta Acque erranti (edizioni della sabbia). Cinquanta poesie che scandiscono cinquant'anni di attività poetica e cinquant'anni di Cuba. Fernandez, scrittore prolifico e pluripremiato, autore di saggi e opere teatrali, parla dell'unico suo romanzo tradotto in italiano, Isole isole (Jaca Book), risponde alle domande del pubblico. Poi, dopo l'incontro, alzerà un calice di vino alla sopravvivenza del manifesto e accetterà di rispondere alle nostre domande.
Nelle sue opere traspare l'esperienza di un doppio esilio: quello vissuto a New York ai tempi del dittatore Batista e quello seguito all'ostracismo politico di cui è stato oggetto a Cuba per un periodo. Come ha vissuto quei momenti?
Sono nato nel 1930 in un grande latifondo, proprietà di una compagnia statunitense dello zucchero, a Delicias. Un'isola nell'isola, un coacervo di identità, specchio della realtà composita del paese. Alla scuola della Compagnia imparavo l'inglese al mattino e lo spagnolo al pomeriggio. Nel '45 sono andato a New York, un esilio dapprima volontario, poi politico quando ho appoggiato la lotta di Fidel contro la dittatura di Batista. A New York ho scritto le mie prime raccolte poetiche. Avevo 17 anni. Scrivevo in inglese dei poemi in prosa, ma siccome per me la poesia è il verso, chiamavo quel che scrivevo «gesti». Fu Manila Hartman, una mia amica, a spiegarmi cosa stavo facendo. Fu lei a consigliarmi i classici che mi hanno formato: Dante, Cervantes, Shakespeare, Goethe. E quattro autori europei fondamentali che mi hanno fornito un ordine nella letteratura e nella vita: Joyce, Proust, Kafka e Thomas Mann. Joyce mi dava la parola, Proust la memoria, Kafka il senso dell'assurdo e Mann la continuità. Ho anche letto i principali testi religiosi. Per Manila ho scritto un poema, Distanze, in spagnolo.
Un testo in cui è forte il riferimento alla «cubanìa», la cubanità.
Sentivo il bisogno di restituirmi a Cuba, di tornare a casa, ritrovare amici e paesaggio, ma siccome pensavo parlavo e sognavo in inglese dovevo recuperare il castigliano. Ho cercato di ritrovarmi come cubano, e non potevo farlo in quella lingua. Inizialmente la mia scrittura ha risentito dell'influenza modernista nordamericana degli anni 40-50, del surrealismo francese, di Neruda. Nei versi di Vallejo ho ritrovato la mia stessa nostalgia per il luogo d'origine, il recupero dei sentimenti e delle idee attraverso la lingua. Nel '53 ho pubblicato il mio primo libro di poesia all'Avana, un libro in cui cerco tracce di quell'identità dispersa. In quello stesso anno Fidel Castro iniziò la lotta contro il tiranno Batista, io però rientrai a New York.
Molte poesie esprimono il rammarico, il senso di colpa, per non aver partecipato alle azioni che hanno cambiato il corso della storia.
Prima del '59 non sono stato presente fisicamente, ma lo sono stato col pensiero. Nel 1958 ho scritto un poema drammatico, Le armi sono di ferro, che è stato messo in scena nel Salone degli atti del Movimento 26 di luglio. Il denaro ricavato dallo spettacolo è stato inviato alla Sierra Maestra, ero legato alla rivoluzione. Nell'aprile del '59, Fidel castro fece un viaggio a New York, con lui c'erano dei cari amici, quella che è sempre rimasta la mia famiglia universale. Fra loro c'era lo scrittore Guillermo Cabrera Infante, che mi convinse a rientrare a Cuba: rimani a Cuba per fare con me il supplemento letterario del quotidiano Revolucion, mi ha detto. E non me ne sono più andato. Revolucion era il quotidiano del Movimento 26 Luglio di Fidel Castro, direttore Carlos Franqui. L'inserto culturale si chiamava Lunes, un settimanale diretto da Cabrera Infante, che veniva pubblicato tutti i lunedì. Lo abbiamo mandato avanti tra il 1959 e il 1961. Lunes venne chiuso nel '61 e poco dopo Revolucion venne sostituito da Granma, organo ufficiale del Pcc.
Com'era l'atmosfera allora?
Lunes era uno dei supplementi letterari più importanti, come mi è stato detto recentemente anche alla biblioteca del Congresso degli Stati uniti, la Harvard university e anche quella dell'università di Comuna, in California. Si trattava di un supplemento letterario aperto che dava spazio anche a correnti poco ortodosse del marxismo, l'esistenzialismo di Sartre o il surealismo di Breton. E ogni settimana avevamo problemi: quando pubblicavamo Marx o gli scrittori russi, Dostoevsky per esempio o Gorky o Majakovskij gli anticomunisti ci attaccavano e quando pubblicavamo scrittori nordamericani, Hemingway, o i poeti della beat generation, i comunisti ci attaccavano. È stato un periodo molto difficile, ma meraviglioso. Abbiamo dedicato un numero completo di una edizione a Hemingway o alla letteratura africano-americana o a quella portoricana, un altro numero agli scrittori spagnoli in esilio e uno alla letteratura messicana. Ognuno era curato da scrittori importanti, Carlos Fuentes ha preparato quello dedicato al Messico, Juan Goytisolo il numero sugli scrittori in esilio, il cubano Umberto Reynal è stato a Portorico, io sono tornato a New York per parlare con gli scrittori africano-americani, tutti quelli degli anni '50. Abbiamo dedicato un numero al poeta turco Nazim Hikmeth, uno a Josè Marti, l'eroe cubano, l'altro a Picasso, al teatro contemporaneo a Cuba, un po' di tutto. Uno dei problemi di quel periodo è stato che il Partito comunista cubano, il Partito socialista popolare come si chiamava all'epoca, voleva controllare la cultura, imporre il realismo socialista sul realismo magico, la pittura figurativa sull'astrazione e lo stesso nella musica, è stata una lotta. Forrtunatamente Fidel Castro ha condannato quell'atteggiamento come settarismo, ma lo ha fatto nel '62 e già nel '61 avevano chiuso il supplemento letterario ed era anche scomparso un programma televisivo che facevo io, sempre di lunedì.
Cabrera Infante allora se ne andò a Londra, e a lei cosa accadde?
Fu un periodo molto buio per Cuba. Molti scrittori sono stati condannati come controrivoluzionari, o come «diversi». Attenzione, però, non sono stati arrestati o emarginati, come vorrebbe far credere la propaganda, sono rimasti a casa loro, hanno anche vinto dei premi dell'Unione degli scrittori e artisti di Cuba, e i loro libri sono stati pubblicati, però nel prologo veniva scritto che si trattava di controrivoluzionari. Poi nel corso degli anni questo è stato cancellato, ma io ho dovuto aspettare 15 anni per poter pubblicare un nuovo libro e non l'ho pubblicato a Cuba, ma in Spagna. Più che di linee politiche, si trattava di invidie, rancori che covavano nell'Unione degli scrittori, non nel governo di Cuba. Atteggiamenti che André Malraux descrive nella Condizione umana. E, per paradosso, proprio quel retroterra culturale così poco ortodosso che mi faceva sembrare diverso, mi ha consentito di resistere. Nei grandi classici di cui parlavo prima c'era l'antidoto per distinguere fra problemi di sostanza e piccinerie. A me e ad altri che non se ne sono andati da Cuba, rimproveravano di aver difeso i libri di Heberto Padilla, di Anton Arrufat, di Cesar Lopez, scrittori che sono stati maltrattati e in seguito hanno vinto premi nazionali di letteratura.
Molti fra quei censori settari, invece, sono andati via da Cuba. E voi in che modo avete cercato di modificare quella situazione?
Vivendo a Cuba, rimanendo lì. Sono rimasti a Cuba Cesar Lopez, Anton Arrufat, Miguel Barnet, Roberto Retamar . Miguel Barnet ha vinto un premio qui in Italia e ora è presidente dell'Unione degli scrittori. All'ultimo congresso degli scrittori, tutti hanno detto quello che pensavano o sentivano, le cose sono andate avanti nel nostro paese, nessuno viene perseguito per quello che pensa. La rivoluzione cubana è il primo gesto d'amore in cinque secoli di questo continente, un altissimo esempio di libertà, capace di rinascere ancora.
il manifesto del 31 dicembre 2008 pagina 08
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