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Peter Beinart
Essere ebrei dopo la distruzione di Gaza
Baldini+Castoldi, pagg.192, € 20,00
Peter Beinart — docente di Giornalismo e Scienze Politiche presso la City University of New York, editorialista per il New York Times e autore di una nota newsletter politica (The Beinart Notebook) — affronta con rigore intellettuale e audacia etica, in questo saggio breve ma densissimo, una questione oggi cruciale e per molti versi lacerante: la ridefinizione dell'identità ebraica contemporanea alla luce delle conseguenze morali e politiche dell'operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza avviata nel 2023.
L'assunto di partenza, che attraversa l'intera architettura teorica dell'opera, è che la coscienza collettiva ebraica moderna si sia consolidata, soprattutto nel contesto occidentale post-Shoah, attorno a una narrazione vittimistica pressoché esclusiva. Secondo Beinart, tale narrazione, pur fondata su eventi storici reali e traumatici, ha contribuito a oscurare aspetti essenziali della tradizione etico-religiosa ebraica, alimentando una visione unidimensionale della propria esperienza storica, che non contempla la possibilità della colpa e dell'abuso di potere. Il saggio, pertanto, non si limita a un'analisi geopolitica degli eventi più recenti, ma propone una radicale revisione ermeneutica del rapporto tra identità, memoria e sovranità.
Il testo si apre con una missiva rivolta idealmente a un amico divenuto estraneo, rappresentante simbolico di una comunità con cui l'autore si trova ormai in frattura. La scelta, tutt'altro che retorica, esplicita fin dalle prime righe il carattere dialogico e intra-comunitario dell'opera: non un'accusa esterna, bensì una richiesta interna di ripensamento. Beinart non si posiziona come osservatore neutrale, ma come soggetto eticamente e culturalmente coinvolto, che intende interrogare criticamente i presupposti dell'appartenenza ebraica nella contemporaneità.
Attraverso un'analisi serrata di fonti religiose, documenti storici e testimonianze recenti, l'autore mette in discussione il principio, ampiamente interiorizzato nelle comunità ebraiche della diaspora, secondo cui lo Stato di Israele rappresenterebbe un'estensione organica dell'identità ebraica e la sua tutela coinciderebbe con la sopravvivenza del popolo ebraico stesso. Beinart contesta tale equazione e ne denuncia le implicazioni etico-politiche, in particolare quando essa viene utilizzata per giustificare, o quantomeno minimizzare, l'impiego sistematico della forza contro una popolazione civile soggetta a occupazione e deprivazione.
La Striscia di Gaza, epicentro del conflitto più recente, è qui letta come luogo-simbolo dell'inversione del paradigma vittimario: un territorio in cui, sostiene Beinart, le categorie teologiche, i riferimenti testuali e i codici linguistici della tradizione ebraica sono stati mobilitati per legittimare forme di violenza che contraddicono i fondamenti etici del giudaismo. L'autore richiama, tra gli altri, il libro di Ester e la festività di Purim come esempi emblematici di narrazioni religiose che, se non interrogate criticamente, rischiano di diventare veicoli di autoassoluzione collettiva.
Di particolare rilievo è l'analisi della retorica della sicurezza, che Beinart decostruisce mostrando come la giustificazione delle operazioni militari sulla base della difesa nazionale tenda a svuotare di significato la questione dei diritti umani fondamentali. L'autore si sofferma sul concetto di "scudi umani" e sulla percezione strategica di Gaza come spazio sacrificale, in cui la distruzione civile viene accettata — o normalizzata — come effetto collaterale. Beinart contrappone a tale visione una lettura dei valori ebraici centrata sull'inviolabilità della vita umana e sulla responsabilità collettiva nei confronti dell'altro, a prescindere dalla sua appartenenza etnica o religiosa.
Il capitolo sull'antisemitismo affronta con estrema cautela e precisione concettuale un nodo particolarmente sensibile del dibattito contemporaneo: la distinzione necessaria tra critica alla politica israeliana e odio antiebraico. Beinart, richiamandosi agli studi di David Feldman, denuncia l'uso strumentale dell'accusa di antisemitismo come meccanismo di delegittimazione del dissenso, soprattutto nei confronti di attivisti e accademici che si esprimono a favore dei diritti palestinesi. L'autore evidenzia, dati alla mano, come negli Stati Uniti siano gli studenti filopalestinesi a essere più frequentemente oggetto di intimidazioni, marginalizzazioni e ritorsioni disciplinari, in un contesto in cui il dibattito è sempre più polarizzato e ideologicamente vincolato.
Al centro della proposta di Beinart si staglia una visione etica e relazionale dell'identità: non più fondata sulla supremazia, né sulla separatezza, ma sulla coesistenza interdipendente. La pace, afferma, non può essere pensata come assenza di minaccia, bensì come reciprocità di diritti. L'identità ebraica, in tale prospettiva, non si dissolve con la critica allo Stato, ma si riplasma all'interno di un orizzonte post-nazionale e post-esclusivo, in cui la responsabilità morale verso i palestinesi diventa parte costitutiva dell'autodefinizione ebraica contemporanea.
Nonostante la relativa brevità (meno di 200 pagine), il testo si presenta denso di riferimenti, ben documentato e sostenuto da un impianto critico solido, capace di tenere insieme riflessione teologica, analisi politica e testimonianza autobiografica. Non si tratta, va detto, di un trattato sistematico, né di un'esegesi esaustiva del conflitto israelo-palestinese: l'obiettivo è più ristretto, ma non per questo meno ambizioso — contribuire, da dentro la tradizione ebraica, a un rinnovamento etico e discorsivo della sua narrazione pubblica.
Sul piano del ricevimento, il saggio ha suscitato un dibattito significativo all'interno degli ambienti accademici e intellettuali ebraici statunitensi. Il "Financial Times" lo ha definito "uno dei testi più morali e rischiosi apparsi dopo il 7 ottobre 2023" (FT, febbraio 2025), mentre "The Guardian" ha sottolineato la "trasformazione radicale" dell'autore, passato dall'essere editorialista liberal filosionista a figura di spicco di un ebraismo post-nazionale critico (The Guardian, gennaio 2025).
Pur non privo di limiti — in particolare nella relativa mancanza di un approfondimento storico-geopolitico sistematico — il testo colpisce per la coerenza dell'impianto etico, la profondità delle fonti e il coraggio di proporre un'alternativa alla retorica identitaria dominante. In un momento storico in cui il conflitto israelo-palestinese ha raggiunto livelli di violenza reciproca senza precedenti, Beinart richiama all'urgenza di una responsabilità comune, non come scelta politica contingente, ma come vocazione morale permanente.
La Redazione
23 luglio 2025 |