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Massimo Trifirò
Il doge di Lepanto 7 ottobre 1571 La battaglia navale che ha cambiato la Storia
Nepturanus, pagg.96, € 15,00
Con "Il doge di Lepanto" Massimo Trifirò offre un esempio rilevante di letteratura che coniuga rigore documentale, introspezione psicologica e rievocazione epica. Il volume si distingue per l'originalità dell'impianto narrativo e per la qualità dell'indagine storiografica che lo sostiene, collocandosi in una posizione intermedia tra la biografia romanzata e il saggio di taglio divulgativo, ma condotto con attenzione metodologica. L'autore, forte di una solida formazione politologica e di una comprovata versatilità letteraria, sceglie di concentrare l'intero racconto sulla figura di Sebastiano Venier, doge della Serenissima ed eroe della battaglia di Lepanto, proponendone un ritratto tanto umano quanto emblematico.
La costruzione del protagonista è fondata su una tensione narrativa che ne esalta l'umanità e la determinazione, senza indulgere né nell'agiografia né nella semplificazione. Venier, che alla data dello scontro ha settantacinque anni, viene restituito nella sua dimensione più autentica: quella di un uomo ruvido e pragmatico, consapevole del peso delle proprie responsabilità in uno snodo cruciale della storia europea. Trifirò ne coglie con finezza le sfumature caratteriali, calando il lettore nella coscienza del doge attraverso una narrazione riflessiva, ambientata nel crepuscolo della sua vita. Tale scelta consente di collocare l'evento bellico entro una cornice di memoria e di giudizio morale, enfatizzandone le implicazioni non solo strategiche, ma anche culturali e civili.
La battaglia di Lepanto, combattuta il 7 ottobre 1571, viene raccontata non come semplice evento bellico, ma come momento paradigmatico di resistenza dell'identità europea dinanzi all'espansione ottomana nel Mediterraneo. Trifirò si attiene con scrupolo ai dati storici, ricostruendo l'alleanza della Lega Santa, promossa da papa Pio V e guidata da don Giovanni d'Austria, a cui presero parte le forze marittime della Repubblica di Venezia, della Spagna e dello Stato Pontificio, tra gli altri. L'autore ripercorre l'organizzazione logistica, la diplomazia interstatale, le tensioni tra i membri della coalizione e le dinamiche interne ai vari comandi, offrendo un affresco composito ma sempre lucido. Gli elementi storicamente accertati sono trattati con rispetto filologico, evitando tanto il sensazionalismo quanto la mitizzazione retorica, e vengono integrati con inserti di fiction letteraria calibrati e funzionali all'approfondimento tematico.
La scrittura mostra uno stile denso e curato, in cui la solennità del registro si accompagna a passaggi di intensa forza evocativa. Particolarmente efficace risulta l'impiego del linguaggio dialogico nei pensieri interiori del doge, dove la riflessione politica si intreccia a una meditazione sull'Europa come spazio fragile e disgregato, incapace — ieri come oggi — di unire le proprie forze di fronte a una minaccia comune. Il celebre detto veneziano "È necessità, et non si può far di manco", che ricorre come leitmotiv, assurge così a cifra etica della narrazione, sintetizzando l'idea che l'azione risoluta, ancorché imperfetta, sia talvolta l'unica opzione quando la civiltà viene messa a repentaglio.
Di rilievo anche la scelta di non tematizzare in modo manicheo il conflitto tra cristianità e Islam, bensì di rispettare la complessità dell'avversario. Trifirò non cede alla tentazione di demonizzare l'Impero Ottomano, ma piuttosto insiste sul valore universale dell'incontro-scontro tra visioni del mondo, delineando uno scenario in cui la guerra appare tanto necessaria quanto tragica. È un approccio che rende giustizia alla multidimensionalità dell'evento e che testimonia la maturità intellettuale dell'autore.
Dal punto di vista metodologico, il libro si avvale di fonti storiche solide e di una bibliografia implicita ma attendibile. Sebbene privo di apparato critico tradizionale, il testo evidenzia una conoscenza approfondita delle cronache coeve, della storiografia moderna e degli studi di geopolitica mediterranea. L'accurata descrizione delle galere, delle manovre tattiche, dell'armamento e delle condizioni di navigazione nel XVI secolo si affianca alla ricostruzione dello spirito dell'epoca, con riferimenti puntuali al clima politico-religioso e ai personaggi che ne furono protagonisti, da Marcantonio Colonna a Ali Pascià, da Andrea Doria a Cervantes.
"Il doge di Lepanto", dunque, non è un semplice romanzo storico né un trattato accademico, ma un ibrido colto e riuscito, capace di stimolare il dibattito storiografico e al tempo stesso di coinvolgere un pubblico colto e attento. Massimo Trifirò conferma con questo volume la propria statura di intellettuale e narratore, consegnando ai lettori un lavoro che, nel solco della grande tradizione civile e letteraria italiana, merita di essere letto.
La Redazione
4 agosto 2025 |