Il mago del Cremlino Stampa E-mail

Giuliano da Empoli

Il mago del Cremlino
Romanzo


Mondadori, pagg.240, € 19,00

 

daempoli mago  Questo avvincente romanzo di Giuliano da Empoli (docente di politica comparata a Sciences-Po) conduce il lettore alla scoperta dei meccanismi che regolano il potere nella Russia di Putin.

  Il protagonista è Vadim Baranov, consigliere dello Zar, "un uomo massiccio ma non atletico, quasi sempre vestito di scuro, con abiti di taglia leggermente sovrabbondante. Aveva un viso banale, forse un po' infantile, la pelle molto chiara, i capelli neri, liscissimi, con una pettinatura da prima comunione. In un video, girato a margine di qualche incontro ufficiale, lo si vedeva ridere, cosa rarissima, in Russia, dove un semplice sorriso è considerato sintomo di idiozia. Nell'insieme, non dava l'impressione di preoccuparsi più di tanto delle apparenze. Tratto curioso, se si pensa che il suo mestiere era proprio quello: disporre specchi in cerchio per trasformare una flebile fiammella in un incantesimo".

  Baranov esercitava una forte influenza sullo Zar, al cui servizio aveva trascorso tre lustri senza peraltro avere "un ruolo ben definito", contribuendo "all'edificazione del suo potere. Il mago del Cremlino, lo chiamavano, il nuovo Rasputin".

  Uomo "assai discreto", Baranov non si faceva vedere "in giro, e l'idea di poter concedere un'intervista neppure lo sfiorava. Un vezzo però lo coltivava. Ogni tanto scriveva qualcosa: un breve saggio che pubblicava su un'oscura rivista indipendente, uno studio di strategia militare rivolto ai vertici dell'esercito, perfino qualche racconto, nel quale dispiegava una vena paradossale nella migliore tradizione russa. Non li firmava mai con il suo nome, quei testi, ma li disseminava di allusioni che erano altrettante chiavi per interpretare il mondo nuovo scaturito dalle notti insonni del Cremlino. O almeno così credevano i cortigiani moscoviti e le cancellerie straniere, che facevano a gara nel decrittare le formule per lo più oscure delle quali Baranov si divertiva a costellare i suoi scritti".

  "Chi abita il Cremlino – scrive l'Autore - è padrone del tempo. Tutto cambia intorno alla fortezza, mentre al suo interno la vita sembra essersi fermata, scandita solo dai solenni rintocchi dell'orologio della torre Spasskaja e dai turni delle sentinelle della guardia presidenziale. Da secoli, chiunque varchi la soglia del gigantesco fossile che Ivan il Terribile ha voluto al centro di Mosca sente su di sé la mano di un potere senza limiti, abituato a sbriciolare i destini degli uomini con la facilità con la quale si accarezza la testa di un bambino. A cerchi concentrici, questa forza si espande per i viali della città conferendo a Mosca quell'aura di minaccia permanente che costituisce gran parte del suo fascino".

  L'Autore descrive l'arrivo di Putin ai vertici del potere russo, allorché dal Cremlino ormai "non promanava più che il fiato alcolico di un orso siberiano ingrassato e stanco, circondato da una piccola corte di famigli ricoperti di diamanti, sempre più spaventati di assistere al disfacimento dell'uomo al quale dovevano le loro fortune. Eltsin era diventato un peso. Non solo non era più in grado di proteggerli, ma rischiava di farli precipitare tutti nell'abisso".

  Dall'esterno si percepiva "che la morsa dell'autorità si era allentata. Mosca non era più la capitale dell'impero. Era diventata la metropoli dei cellulari che squillavano durante le rappresentazioni del Bol'šoj e dei fucili automatici che servivano a regolare i conti tra i mafiosi che imponevano la legge della giungla. A dettare il ritmo non era più il Cremlino, ma i soldi. E le Mercedes blindate degli oligarchi scorrazzavano per le strade del centro come, ai tempi degli zar, i cocchieri dei nobili si facevano largo tra i passanti a colpi di frusta. Nel frattempo la gente comune, il popolino remissivo di Mosca, se ne tornava a casa dopo il lavoro e non aveva più i soldi neppure per accendere il riscaldamento".

  All'inizio di agosto del 1999, Boris Eltsin "aveva designato un nuovo Primo ministro, sconosciuto ai più. La nomina di Vladimir Putin era stata accolta dallo scetticismo generale. Si trattava del quinto capo di governo che Eltsin cambiava in poco più di un anno. "Non vale neppure la pena di ratificare l'incarico" aveva dichiarato il presidente della Duma, "tanto tra due mesi arriverà qualcun altro." Putin chiaramente la vedeva in modo diverso. Sapeva di avere poche settimane per imprimere il suo marchio sull'opinione pubblica e non aveva intenzione di perdere tempo".

  "La guerra in Ucraina – si legge ancora nel testo - era come tutto il resto. Non l'avevo voluta io. Anzi, avevo manifestato con forza la mia opposizione. Ma poi, quando lo Zar l'aveva decisa, avevo fatto tutto ciò che era in mio potere per farla riuscire. Era stato così fin dal principio. Con le bombe di Mosca e con la guerra in Cecenia. Con l'arresto di Chodorkovskij e con la caduta di Boris. Nessuno di quegli eventi era stato voluto da me. Ma tutti avevano potuto contare sul mio indefesso contributo. Non sopportavo l'idea di perdere. Ed ero stato fortunato, avevo vinto sempre. Ora finalmente avevo ricevuto il premio che mi meritavo: una bambola sporca di terra e di calcinacci che possedeva un nome che non avrei conosciuto mai".