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Nicolai Lilin
Putin atto secondo Come lo Zar si è ripreso la scena internazionale
Piemme, pagg.144, € 18,90
In "Putin atto secondo. Come lo Zar si è ripreso la scena internazionale", Nicolai Lilin, scrittore russo naturalizzato italiano, si propone di "decifrare" Putin e la Russia senza ricorrere ai filtri emotivi, morali e politici che condizionerebbero il giudizio europeo. Il libro nasce in un contesto di forte polarizzazione del dibattito pubblico sulla guerra russo-ucraina e sul ruolo internazionale della Federazione Russa, e ambisce a offrire una lettura alternativa delle dinamiche che hanno consentito a Mosca di tornare, nonostante sanzioni e isolamento diplomatico, al centro del sistema internazionale. È in questa cornice che il testo va valutato, tenendo distinti il valore analitico delle sue argomentazioni, la solidità delle fonti implicite e la coerenza interna dell'impianto interpretativo.
L'opera si sviluppa attorno a una tesi di fondo chiaramente enunciata: per comprendere l'azione politica di Vladimir Putin è necessario abbandonare la prospettiva individualistica tipica del liberalismo occidentale e riconoscere la centralità del concetto di destino collettivo, inteso come intreccio inscindibile tra il leader e la storia del Paese che governa. Lilin insiste più volte su questo nodo concettuale, che costituisce la chiave di volta dell'intero libro, sostenendo che la leadership putiniana non possa essere letta né come semplice espressione di autoritarismo personale né come anomalia storica, ma come risposta a un lungo ciclo di umiliazione geopolitica, instabilità interna e perdita di sovranità sperimentato dalla Russia negli anni successivi al crollo dell'Unione Sovietica. In questo senso, il "secondo atto" evocato nel titolo allude non tanto a una svolta improvvisa quanto a una fase di consolidamento e rilancio di una strategia di lungo periodo, orientata al recupero di status, influenza e autonomia decisionale nello spazio internazionale.
Uno degli aspetti più rilevanti del volume è l'attenzione dedicata alla dimensione storica e simbolica del potere russo. Lilin richiama frequentemente elementi della tradizione politica imperiale e sovietica, non per suggerire una continuità meccanica, ma per evidenziare come alcune costanti culturali – il rapporto con il territorio, la percezione della minaccia esterna, il ruolo dello Stato come garante dell'ordine – abbiano attraversato epoche differenti, adattandosi a contesti mutati. L'immagine dello "zar", utilizzata nel sottotitolo, va letta in questa prospettiva come metafora funzionale, non come categoria analitica rigida: Putin viene presentato come un leader che ha saputo riattivare un immaginario di potenza e stabilità profondamente radicato nella coscienza collettiva russa, traducendolo in pratiche politiche contemporanee. Tale operazione, secondo l'autore, spiegherebbe in larga parte il consenso interno di cui il presidente russo continua a godere, consenso che Lilin invita a non liquidare come mero prodotto della repressione o della propaganda, pur senza negare l'esistenza di entrambe.
Nel delineare il ritorno di Putin sulla scena internazionale, il libro dedica ampio spazio all'analisi delle dinamiche geopolitiche globali, con particolare riferimento al rapporto tra Russia e Occidente. Lilin interpreta l'allargamento della Nato verso est, le politiche di vicinato dell'Unione Europea e il sostegno occidentale a processi di trasformazione politica nello spazio post-sovietico come fattori percepiti da Mosca non solo come minacce strategiche, ma come violazioni di un equilibrio implicito costruito nel periodo immediatamente successivo alla fine della Guerra fredda. Pur evitando una ricostruzione dettagliata delle singole fasi negoziali e delle controversie giuridiche, l'autore insiste sulla dimensione percettiva della sicurezza, sostenendo che l'errore principale delle potenze occidentali sia stato quello di sottovalutare il peso della memoria storica russa e la centralità della profondità strategica nella dottrina di Mosca. Questa impostazione, sebbene non originale nel panorama degli studi di relazioni internazionali, viene proposta con una chiarezza divulgativa che la rende accessibile a un pubblico non specialistico.
Il conflitto russo-ucraino rappresenta inevitabilmente uno dei nuclei tematici più delicati del volume. Lilin affronta la questione evitando, almeno sul piano formale, toni celebrativi o giustificazionisti, ma adottando un registro interpretativo che privilegia la logica degli interessi e delle sfere di influenza rispetto a quella dei valori normativi. L'Ucraina viene descritta come uno spazio di frizione geopolitica, segnato da profonde divisioni storiche, linguistiche e identitarie, e inserito in una competizione tra potenze che ne avrebbe progressivamente ridotto l'autonomia decisionale. In questa cornice, l'azione russa è presentata come parte di una strategia difensiva-offensiva volta a impedire l'integrazione definitiva di Kiev nel sistema euro-atlantico. Tale lettura, pur fondata su categorie analitiche note, solleva interrogativi rilevanti sul rischio di una riduzione strutturalista del conflitto, che tende a marginalizzare le dinamiche interne ucraine e la soggettività politica della società coinvolta.
Viene riservata attenzione anche ai mutamenti dell'ordine internazionale e al progressivo indebolimento dell'egemonia occidentale. Lilin colloca il "ritorno" di Putin all'interno di un contesto multipolare emergente, caratterizzato dall'ascesa di attori come la Cina, dal rafforzamento dei Brics e dalla crescente difficoltà delle istituzioni multilaterali tradizionali a governare i conflitti globali. In questo scenario, la Russia viene rappresentata come un attore capace di sfruttare le contraddizioni del sistema, posizionandosi come interlocutore indispensabile in diverse crisi regionali e costruendo alleanze flessibili, spesso basate su interessi convergenti più che su affinità ideologiche. Il riferimento ai rapporti con Pechino e alle dinamiche interne al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contribuisce a delineare un quadro in cui Mosca appare meno isolata di quanto suggeriscano alcune narrazioni mediatiche europee.
Particolarmente interessante è la riflessione sul ruolo degli Stati Uniti e sulle conseguenze dell'elezione di Donald Trump per gli equilibri internazionali, così come presentata nel libro. Lilin interpreta quella fase come un momento di discontinuità nella politica estera statunitense, segnato da una minore prevedibilità e da un atteggiamento più transazionale nei confronti degli alleati tradizionali. Secondo l'autore, questa trasformazione avrebbe aperto spazi di manovra per la Russia, consentendo a Putin di rientrare nel gioco diplomatico globale nonostante le sanzioni e le tensioni accumulate. Pur riconoscendo il carattere contingente di tali dinamiche, il testo suggerisce che la capacità russa di adattarsi rapidamente ai cambiamenti del contesto internazionale costituisca uno dei principali punti di forza della leadership putiniana.
L'Europa è descritta come un attore diviso, spesso privo di una visione strategica autonoma e condizionato da una crescente russofobia alimentata da fattori storici, politici e mediatici. Lilin critica apertamente l'approccio europeo alla sicurezza, in particolare l'enfasi sull'aumento delle spese militari e la difficoltà di articolare una politica estera comune coerente. L'Unione Europea appare nel libro come un soggetto reattivo più che propositivo, incapace di elaborare una strategia di lungo periodo nei confronti della Russia che vada oltre la logica sanzionatoria. Questa analisi, pur cogliendo alcune fragilità reali del progetto europeo, tende tuttavia a semplificare la pluralità delle posizioni interne all'Unione e a sottovalutare i vincoli politici e istituzionali che ne limitano l'azione.
Nel complesso, "Putin atto secondo" mette in discussione narrazioni semplificate e sollecita una maggiore attenzione alle dimensioni storiche, culturali e strategiche della politica internazionale russa. Al tempo stesso, il libro mostra limiti evidenti sul piano dell'equilibrio analitico, in particolare quando tende a minimizzare il peso delle responsabilità russe nei conflitti in corso o a ridurre la complessità delle società coinvolte a mere pedine di un gioco tra potenze. La sua utilità maggiore risiede forse proprio nella tensione che genera: tra interpretazione e contestazione, tra comprensione e dissenso, tra il bisogno di spiegare e il rischio di giustificare.
La Redazione
31 gennaio 2026 |