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Omar Chessa - Antonello Nasone
La critica del moderno in Carl Schmitt
Inschibboleth, pagg.172, € 20,00
Il volume di Omar Chessa e Antonello Nasone, "La critica del moderno in Carl Schmitt", interroga Carl Schmitt non come semplice autore del canone novecentesco del pensiero politico, né come figura riducibile alle ben note e drammatiche compromissioni biografiche, ma come intelligenza teorica che ha saputo cogliere, con straordinaria lucidità e con altrettanta radicalità, le linee di frattura interne al progetto moderno. Il libro prende sul serio l'auto-rappresentazione schmittiana dell'"Epimeteo cristiano" che, nel dopoguerra, chiede di essere pensato come puro pensiero, e ne fa il punto di avvio per una ricostruzione rigorosa e criticamente orientata della sua critica al moderno.
Il lavoro nasce da una lunga consuetudine seminariale e dialogica, e questo tratto si riflette positivamente nella struttura argomentativa del testo, che procede per stratificazioni concettuali e per ritorni meditati sui nodi essenziali dell'opera schmittiana, evitando l'andamento manualistico e l'esposizione per tesi isolate. Chessa e Nasone mostrano una conoscenza approfondita e filologicamente solida dell'intero arco della produzione di Schmitt, dalle opere giovanili di diritto costituzionale e di teoria dello Stato fino agli scritti più tardi di carattere storico-teologico, senza trascurare le lettere, i diari e i testi minori, sempre utilizzati con prudenza ermeneutica e mai come scorciatoie interpretative. L'assunto di fondo è che la critica della modernità non costituisca in Schmitt un tema occasionale o reattivo, bensì la cifra unitaria di un pensiero che si misura costantemente con il processo di secolarizzazione, con la neutralizzazione del politico e con la trasformazione delle categorie giuridiche tradizionali sotto la pressione dell'economicismo e del tecnicismo.
Uno dei meriti maggiori del volume risiede nella capacità di restituire la complessità interna della posizione schmittiana, sottraendola a letture semplificanti che la riducono a una nostalgica apologia dell'ordine premoderno o a una mera reazione antimoderna. Gli autori insistono, con argomenti convincenti, sul carattere intrinsecamente moderno della critica schmittiana, che nasce all'interno delle aporie del costituzionalismo liberale e ne assume fino in fondo le categorie, per poi mostrarne le contraddizioni. In questo senso, la modernità non è per Schmitt un semplice avversario esterno, ma il terreno stesso del conflitto teorico, lo spazio in cui si manifesta la crisi della forma politica statuale e della sovranità decisionale. La lettura proposta evita accuratamente ogni schematismo oppositivo tra "antico" e "moderno", preferendo mettere in luce le ambivalenze e le tensioni che attraversano il concetto stesso di moderno nella tradizione europea.
Particolarmente riuscita è l'analisi della relazione tra secolarizzazione e teologia politica, tema centrale e spesso abusato negli studi schmittiani. Chessa e Nasone mostrano come la teologia politica non possa essere intesa né come semplice trasposizione di concetti teologici in ambito giuridico, né come residuo ideologico di un pensiero confessionale. Essa appare piuttosto come una chiave critica per comprendere il modo in cui la modernità, nel pretendere di espellere il trascendente dall'ordine politico, finisce per produrre nuove forme di assolutizzazione immanente, che si manifestano tanto nel mito della neutralità quanto nella pretesa di una razionalità puramente procedurale. La sovranità, nella celebre definizione schmittiana, emerge così come punto di resistenza alla dissoluzione decisionale, ma anche come sintomo di una crisi più profonda, che riguarda il fondamento stesso dell'ordine giuridico.
Il volume dedica ampio spazio alla critica schmittiana del liberalismo. Gli autori chiariscono come il bersaglio polemico di Schmitt non sia tanto la libertà individuale in quanto tale, quanto piuttosto la riduzione della politica a tecnica di mediazione degli interessi e a regolazione neutrale dei conflitti. In questa prospettiva, la famosa opposizione tra decisione e discussione viene ricollocata nel suo contesto teorico originario, sottraendola a interpretazioni caricaturali che la leggono come rifiuto della deliberazione democratica. Chessa e Nasone mostrano come, per Schmitt, la discussione liberale perda senso quando viene privata di un orizzonte di valori sostantivi e si trasforma in procedura infinita, incapace di affrontare la dimensione del conflitto reale. La modernità liberale appare così segnata da una tendenza alla depoliticizzazione che, lungi dal eliminare il politico, ne produce forme latenti e potenzialmente più violente.
Di grande interesse è anche la ricostruzione del rapporto tra critica del moderno e concetto di storia. Gli autori insistono sul carattere anti-progressistico del pensiero schmittiano, che rifiuta l'idea di una storia orientata da un telos razionale e lineare. Tuttavia, essi evitano di assimilare questa posizione a un semplice irrazionalismo o a un fatalismo storico. Al contrario, la critica del progresso viene letta come una messa in questione delle narrazioni autocelebrative della modernità, incapaci di rendere conto delle discontinuità, delle catastrofi e delle decisioni che segnano il corso storico. In questo quadro, la figura dell'"Epimeteo cristiano" assume un significato teorico preciso: non la nostalgia per un passato perduto, ma la consapevolezza tragica di un tempo segnato dall'irrevocabilità delle scelte e dalla responsabilità nei confronti delle conseguenze non previste.
Un ulteriore elemento di pregio del volume è l'attenzione dedicata al lessico schmittiano e alla sua evoluzione nel tempo. Chessa e Nasone mostrano come termini quali "ordine", "nomos", "decisione", "eccezione" subiscano slittamenti semantici significativi, che riflettono i mutamenti del contesto storico e le trasformazioni interne del pensiero dell'autore. Questa sensibilità linguistica consente agli autori di evitare anacronismi interpretativi e di restituire la dinamica interna di un pensiero che non si lascia cristallizzare in formule statiche. In particolare, l'analisi del "Nomos della terra" viene utilizzata per mostrare come la critica del moderno si estenda alla dimensione geopolitica e alla crisi dell'ordine spaziale europeo, senza ridursi a una pura riflessione giuridica astratta.
Pur muovendosi entro un orientamento interpretativo complessivamente favorevole, il libro non elude le zone d'ombra del pensiero schmittiano né minimizza le sue implicazioni problematiche. Gli autori sono attenti a distinguere il piano dell'analisi teorica da quello del giudizio politico e morale. In questo senso, la loro lettura contribuisce a una normalizzazione critica di Schmitt all'interno del dibattito scientifico, sottraendolo sia alla mitizzazione sia alla rimozione.
Chessa e Nasone mostrano di conoscere a fondo le principali interpretazioni di Schmitt e di confrontarsi con esse in modo critico, senza appiattirsi su posizioni consolidate. Il confronto con autori come Löwith, Blumenberg o Koselleck, pur non essendo sempre esplicito, costituisce uno sfondo teorico costante, che arricchisce l'analisi senza appesantirla. La scelta di non indulgere in lunghe digressioni comparatistiche contribuisce alla coesione del discorso, mantenendo il focus sulla specificità della critica schmittiana del moderno.
Il volume offre, dunque, una lettura densa, problematica e attentamente argomentata di uno dei pensatori più interessanti del Novecento, restituendone la capacità di interrogare ancora il presente. Senza cedere a facili attualizzazioni, Chessa e Nasone mostrano come la critica schmittiana della modernità continui a porre questioni fondamentali sul destino dello Stato, sulla natura del politico e sui limiti del progetto liberale. Proprio in questa capacità di tenere insieme rigore storico e rilevanza teorica risiede il valore principale di un'opera che si impone come riferimento per gli studi schmittiani e, più in generale, per la riflessione sulla modernità giuridico-politica europea.
La Redazione
4 febbraio 2026 |