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Stefano Fabei
Studenti asiatici a convegno nella Roma di Mussolini 1933-1934 Prefazione di Franco Cardini
Mursia, pagg.276, € 18,00
Stefano Fabei, nel volume "Studenti asiatici a convegno nella Roma di Mussolini. 1933-1934", prende in esame i convegni degli studenti asiatici organizzati a Roma nel 1933 e nel 1934 e la successiva costituzione di una Confederazione studentesca, interpretandoli come momenti di condensazione di un più ampio tentativo del Regime di proporsi come interlocutore alternativo alle potenze coloniali occidentali nel dialogo con le élite intellettuali e giovanili dell'Asia. Attraverso un'indagine accurata e documentata, Fabei ricostruisce le premesse ideologiche, i protagonisti, le dinamiche e i limiti di questa iniziativa, restituendone la complessità. Il risultato è un contributo che arricchisce la riflessione sul fascismo come fenomeno non esclusivamente nazionale o europeo, ma inserito in una rete di relazioni transnazionali e di rappresentazioni reciproche che coinvolsero anche il mondo asiatico nel periodo interbellico.
L'autore si muove in un campo di studi che, per lungo tempo, ha privilegiato l'analisi delle politiche interne del Regime o delle sue imprese coloniali in Africa, trascurando le dimensioni culturali e diplomatiche rivolte verso l'Asia. Negli ultimi decenni, tuttavia, la storiografia ha iniziato a interrogarsi con maggiore attenzione sulle strategie di "apertura" del fascismo verso l'Oriente, sui rapporti con i movimenti nazionalisti asiatici e sul ruolo svolto dagli intellettuali italiani nella costruzione di un immaginario alternativo all'egemonia anglosassone e francese. In questo quadro, il testo si concentra su un'esperienza concreta, limitata nel tempo e nello spazio, che consente di osservare in atto le tensioni tra ideologia, politica e pratica culturale. Fabei evita accuratamente di presentare i convegni come un episodio isolato o marginale; al contrario, li inserisce in una rete di iniziative che comprende la fondazione dell'Istituto per il Medio e l'Estremo Oriente, l'attività di orientalisti di primo piano e l'attenzione del Regime per le questioni asiatiche in chiave geopolitica. Questa scelta metodologica consente di superare una visione episodica e di cogliere la coerenzadi un disegno politico-culturale più ampio.
L'autore dedica ampio spazio all'analisi delle premesse che resero possibile l'organizzazione dei convegni del 1933 e del 1934, mostrando come l'interesse del fascismo per l'Asia non fosse un'improvvisazione, ma affondasse le sue radici in una critica all'ordine internazionale uscito dalla Prima guerra mondiale e in una visione del mondo che si presentava come alternativa tanto al liberalismo occidentale quanto al bolscevismo sovietico. In questo quadro, l'Asia veniva rappresentata come un insieme di civiltà antiche, oppresse dal colonialismo europeo, ma potenzialmente capaci di una rinascita fondata sulla riscoperta delle proprie tradizioni e su una modernizzazione non omologante. L'autore ricostruisce con precisione il linguaggio politico e culturale attraverso cui il Regime cercò di accreditarsi come alleato naturale dei popoli asiatici in lotta per l'indipendenza, sottolineando come tale discorso fosse al tempo stesso critico verso l'imperialismo altrui e funzionale alle ambizioni italiane di prestigio e influenza.
Un altro aspetto centrale dell'analisi riguarda il ruolo svolto da alcune figure chiave della cultura italiana del tempo, in particolare Giovanni Gentile e Giuseppe Tucci. Gentile emerge come il garante filosofico di un universalismo spirituale che il fascismo cercò di declinare in senso politico, mentre Tucci appare come il mediatore privilegiato tra il mondo accademico italiano e le culture asiatiche, forte di una competenza scientifica riconosciuta a livello internazionale. L'autore mostra come l'Istituto per il Medio e l'Estremo Oriente fosse un luogo di produzione di saperi che, pur inseriti in un contesto autoritario, mantennero una loro autonomia relativa. I convegni degli studenti asiatici si collocarono all'interno di questo spazio ibrido, in cui interessi politici, ambizioni culturali e genuine curiosità intellettuali si intrecciarono in modo non sempre armonico. Fabei evidenzia come proprio questa ambiguità costituisca una chiave interpretativa fondamentale per comprendere la portata e i limiti dell'iniziativa.
Attraverso un'attenta analisi delle fonti disponibili, Fabei ricostruisce la provenienza, le aspettative e le posizioni de giovani asiatici, sottolineando la loro eterogeneità ideologica e culturale. Essi non costituivano un blocco monolitico, ma un insieme variegato di individui provenienti da contesti coloniali e semicoloniali diversi, portatori di progetti politici talvolta convergenti, talvolta divergenti. Il libro mostra come i convegni romani offrirono loro uno spazio di visibilità e di confronto, ma anche come essi seppero utilizzare tale spazio in modo autonomo, senza aderire automaticamente alla narrazione proposta dal regime. In questo senso, l'esperienza romana appare come un laboratorio di relazioni transnazionali in cui le asimmetrie di potere non annullavano del tutto la capacità di iniziativa degli attori asiatici.
Il nodo forse più delicato affrontato da Fabei riguarda il rapporto tra fascismo e anticolonialismo. L'autore tratta questo tema con particolare cautela, riconoscendo che il Regime seppe intercettare e in parte valorizzare il risentimento antioccidentale diffuso in molti ambienti asiatici; dall'altro, non perde mai di vista il fatto che l'Italia fascista rimase una potenza coloniale, animata da proprie ambizioni imperiali. I convegni degli studenti asiatici vengono così interpretati come un tentativo di costruire un discorso anticoloniale selettivo, diretto contro le potenze rivali, ma non necessariamente fondato su un rifiuto generale del colonialismo come sistema.
La scelta di concentrarsi sul biennio 1933-1934 si rivela metodologicamente efficace, poiché permette all'autore di analizzare in profondità un'esperienza breve ma intensa. Fabei non nasconde i limiti di questa delimitazione cronologica, ma li affronta esplicitamente, mostrando come la rapida conclusione dei convegni e il mutamento del contesto internazionale ne ridussero l'impatto nel medio periodo. L'irrigidimento ideologico del regime nella seconda metà degli anni Trenta, l'avvicinamento alla Germania nazionalsocialista e le successive scelte di politica estera contribuirono a marginalizzare iniziative di questo tipo. Tuttavia, proprio la loro brevità rende i convegni particolarmente interessanti come momento di transizione, in cui il fascismo sperimentò linguaggi e strategie che non avrebbero avuto pieno sviluppo.
Il libro, dunque, invita a considerare il fascismo come un fenomeno storicamente situato, capace di produrre discorsi e pratiche complesse, talvolta contraddittorie, ma sempre inserite in una rete di relazioni globali. Per queste ragioni, il volume merita attenzione nel contesto della ricerca storica contemporanea e costituisce una base solida per ulteriori studi su un terreno ancora in parte inesplorato.
La Redazione
9 febbraio 2026 |