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Orazio Licandro
Il manoscritto ritrovato Politica, religione e diritto al tempo di Giustiniano
Carocci Editore, pagg.324, € 34,00
Il volume di Orazio Licandro, "Il manoscritto ritrovato. Politica, religione e diritto al tempo di Giustiniano", si colloca con autorevolezza nel crocevia degli studi sulla tarda antichità, proponendo una riflessione che intreccia filologia, storia del pensiero politico e analisi giuridica. Il punto di partenza è rappresentato da una scoperta erudita di straordinario rilievo, avvenuta nel XIX secolo: il rinvenimento, da parte di Angelo Mai, di un testo tardoantico conservato sotto forma di palinsesto nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Su questa base documentaria, Licandro costruisce un'indagine densa e articolata che mira a restituire la complessità culturale del VI secolo, momento cruciale nella storia dell'impero romano d'Oriente, segnato dalla figura di Giustiniano e dai suoi ambiziosi programmi di riforma.
L'autore si confronta con un testo dialogico in cui due interlocutori, Menas e Thomas, rappresentanti di un'élite amministrativa e intellettuale, discutono i fondamenti del potere politico, mettendo a confronto modelli teorici differenti, in particolare la Kallipolis platonica e il pensiero politico romano, incarnato nel "De re publica" di Cicerone. Questa scelta tematica consente a Licandro di esplorare una dimensione poco frequentata della cultura tardoantica, ossia la persistenza e la rielaborazione dei classici greci e latini in un contesto ormai profondamente trasformato dall'affermazione del cristianesimo e dalla ridefinizione delle strutture imperiali.
Il pregio principale del volume risiede nella capacità di integrare prospettive disciplinari diverse senza sacrificare la precisione analitica. La formazione di Licandro, che unisce competenze giuridiche, papirologiche e storico-filologiche, emerge chiaramente nella cura con cui vengono trattati i problemi testuali e nella sensibilità mostrata nei confronti delle implicazioni istituzionali del discorso politico. L'analisi del manoscritto offre un'esegesi puntuale del contenuto, ampliandosi fino a comprendere il contesto di produzione e di ricezione del testo e restituendo un quadro complesso della cultura della corte giustinianea.
Licandro dimostra come i burocrati-intellettuali di Costantinopoli non si limitassero a una ricezione passiva dei modelli antichi, ma li reinterpretassero attivamente alla luce delle esigenze contemporanee. In particolare, il confronto tra Platone e Cicerone diventa il terreno su cui si sviluppa una riflessione originale sulla natura del potere e sulla sua legittimazione. L'idea di una costituzione mista, già presente nella tradizione greco-romana, viene rielaborata in chiave cristiana, dando luogo a un modello politico che combina elementi monarchici, aristocratici e popolari.
In questo quadro, la figura del 'basileus' assume un ruolo centrale. Licandro sottolinea come il sovrano giustinianeo venga concepito non soltanto come detentore del potere politico, ma anche come figura investita di una missione religiosa. La legittimazione divina si affianca a quella popolare, configurando una forma di autorità che si presenta come sintesi di diverse tradizioni. Questo aspetto viene analizzato con particolare attenzione, evidenziando le tensioni e le ambiguità insite in un modello che cerca di conciliare principi teorici eterogenei.
L'autore evita di attribuire al testo un valore normativo eccessivo, riconoscendone piuttosto la dimensione speculativa e il carattere di elaborazione intellettuale. Allo stesso tempo, non ne sottovaluta l'importanza come testimonianza delle idee circolanti negli ambienti di potere. Questa posizione intermedia consente di evitare sia una lettura riduttivamente storicista, sia un approccio astrattamente teorico, favorendo una comprensione più articolata del documento.
Un altro elemento di interesse è rappresentato dall'analisi del rapporto tra politica e religione. Licandro mostra come nel VI secolo questi ambiti siano strettamente intrecciati, dando luogo a una concezione del potere che non può essere compresa senza tenere conto della dimensione teologica. Il riferimento alla "sinfonia" tra potere civile ed ecclesiastico, già noto nella tradizione bizantina, viene qui reinterpretato alla luce del dialogo tra Menas e Thomas, assumendo una valenza più ampia. L'idea di armonia tra le diverse componenti della società diventa il principio regolatore di un ordine politico che si vuole stabile e giusto.
Licandro dedica ampio spazio all'analisi delle riforme giustinianee, in particolare alla compilazione del diritto, che costituisce uno degli aspetti più significativi del regno. Il collegamento tra l'attività legislativa e la riflessione teorica emerge con chiarezza, mostrando come il diritto non sia soltanto uno strumento tecnico, ma anche un mezzo attraverso cui si esprime una visione complessiva della società. In questo senso, il manoscritto analizzato dall'autore appare come una sorta di laboratorio intellettuale in cui si elaborano le idee che stanno alla base dell'azione politica.
L'analisi filologica è sempre accompagnata da una riflessione critica sui limiti della documentazione, il che conferisce al lavoro una solidità particolarmente apprezzabile. L'autore dimostra inoltre una notevole capacità di dialogare con la bibliografia esistente, inserendo il proprio contributo in un dibattito scientifico ampio e articolato.
La Redazione 13 aprile 2026 |