Senz’anima. Intervista con Massimo Fini Stampa E-mail

Senz’anima. Intervista con Massimo Fini

a cura di Francesco Algisi

 

fini_Senzanima  Massimo Fini, scrittore e giornalista, lavora per Il Fatto Quotidiano e Il Gazzettino di Venezia. Dirige il mensile La Voce del Ribelle, periodico totalmente autogestito (pubblicato in versione sia cartacea sia telematica). È autore di numerosi libri di successo, ancora oggi ristampati. Tra i più recenti, editi da Marsilio, ricordiamo: Il denaro. ‘Sterco del demonio’ (1998), Di(zion)ario erotico. Manuale contro la donna a favore della femmina (2000), Nietzsche. L'apolide dell'esistenza (2000), Il vizio oscuro dell'Occidente (2002), Sudditi. Manifesto contro la democrazia (2004), Il ribelle. Dalla A alla Z (2006), Ragazzo. Storia di una vecchiaia (2008), Il Dio Thoth (2009).

  L’ultimo libro di Massimo Fini si intitola Senz’anima. Italia. 1980-2010 (Chiarelettere, pagg.496, Euro 15,00) ed è in libreria da poche settimane. Di questa nuova pubblicazione abbiamo parlato con l’Autore.

  Dottor Fini, Senz’anima si apre con un articolo del 1983 su Milano Due e si chiude con un capitolo intitolato Sociologia di Berlusconi. Il Cavaliere, insieme con Bettino Craxi, è il personaggio più citato nel volume…

  Mi rendo conto che le allusioni al Cavaliere nel libro possano sembrare eccessive: il fatto è che l’uomo ha una presenza sulla scena quasi totale da almeno sedici anni. Quindi, non si può far finta che non esista. Inoltre, egli esprime abbastanza bene ciò che noi siamo diventati nel bene o nel male (secondo me, nel male): è un sintomo dei mutamenti avvenuti nella nostra popolazione. Quando, nell’ultimo capitolo, scrivo che Berlusconi è un uomo privo di radici, tradizioni, cultura, ideologia, dico una cosa che può essere riferita al popolo italiano. In questo senso, lo prendo come simbolo di quella che chiamo ipermodernità. Comunque, Berlusconi è il personaggio più citato nella seconda parte del libro, che tratta la storia politica italiana degli ultimi trent’anni. Invece, nella prima parte (dedicata ai cambiamenti antropologici, sociologici ed etici avvenuti nel popolo italiano) non è quasi mai citato.

  Nell’articolo «L’Indipendente»: l’occasione mancata, emerge il suo rimpianto per la fine di quell’esperienza giornalistica. Come mai il quotidiano L’Indipendente, dopo il passaggio di Vittorio Feltri al Giornale nel 1994, andò piano piano diminuendo le vendite fino a chiudere?

  Innanzi tutto, perché Feltri era fondamentale in quella storia. Pur avendo uno spettro molto ampio di opinionisti, L’Indipendente si identificava col suo direttore, che si era inventato appunto il “feltrismo”. In più, Feltri si portò al Giornale tutti gli opinionisti - tranne me, che non ci volli andare - e tutti i quadri. Quindi, L’Indipendente rimase completamente scoperto. L’editore, inoltre, ebbe la dabbenaggine di farsi suggerire da Feltri il nome del nuovo direttore: evidentemente Vittorio gli indicò il peggiore che potesse immaginare. Poi, più in profondo, la stagione della cosiddetta “rivoluzione italiana” si stava esaurendo: il passaggio di Feltri dall’Indipendente al Giornale (e quindi al berlusconismo) segnò l’inizio della restaurazione (cioè la fine del biennio abbastanza straordinario 1992-1994) e, dal punto di vista personale, la separazione da un collega molto amato e ammirato. Berlusconi, insomma, ci ha divisi irrimediabilmente.

  Lei scrive, nell’articolo Pecorella und Amodio, di aver collaborato con il Giornale di Feltri nel gennaio 1994, ricostruendo la storia della “comica e drammatica ascesa e caduta di Bruno Tassan Din”. Più avanti, aggiunge di aver capito che quel quotidiano non era fatto per lei. Questo significa che inizialmente seguì Feltri al Giornale?

  No. Io sono stato l’unico editorialista – tra l’altro, ero dopo Feltri l’editorialista di punta – a non passare al Giornale. Ho scritto però qualche articolo sporadico qua e là per il Giornale e successivamente anche per Libero: erano pezzi che solo Feltri, le cui qualità professionali non si discutono, ha avuto il coraggio di pubblicare. Si è trattato, comunque, di collaborazioni assolutamente episodiche.

  Alcuni lustri or sono, sul settimanale Il Borghese, uscì un articolo (ricco, tra l’altro, di alcuni aneddoti molto divertenti) in cui lei riassumeva la storia della sua collaborazione con Feltri. Perché non lo ha inserito in questa raccolta?

  Questa non è una raccolta di articoli apparentemente migliori, bensì il tentativo di raccontare - attraverso la mia esperienza giornalistica e i miei articoli - una storia d’Italia degli ultimi trent’anni. Ho dovuto fare, per così dire, un’opera di montaggio, scegliendo anche pezzi magari meno belli ma che si legassero l’un l’altro. In questa selezione, alcuni pezzi anche carini sono stati sacrificati ad altri meno belli ma più congeniali al racconto complessivo. Questo deriva proprio dal fatto che – come scrivo nell’Introduzione – Senz’anima, a differenza del Conformista (che pubblicai nel 1990), è il tentativo di raccontare una storia attraverso articoli che offrono una continuità di racconto. Dal 1980 al 2010, ho scritto – credo – migliaia di pezzi: bisognava a un certo punto sacrificarne moltissimi, anche buoni. È stata un’operazione dolorosa, ma necessaria. Quel pezzo era molto aneddotico e divertente: dice qualcosa sul carattere di Vittorio, ma non è fondamentale.

  Visto che si parla di Feltri, Il Giornale del I giugno scorso – a proposito del sanguinoso assalto israeliano contro la nave turca “Mavi Marmara” - apriva con questo titolo a tutta pagina: Israele ha fatto bene a sparare. Che cosa pensa di questo modo di fare “informazione”?

  È il giornalismo di Feltri, molto provocatorio, molto violento, totalmente schierato, tipico dei tempi di oggi. Il Feltri di oggi è cambiato molto rispetto al 1992: allora era un anarchico di destra, ma con le mani assolutamente libere. Oggi, anche per motivi editoriali, le spara sempre più grosse. Inoltre, la battaglia fra i due opposti schieramenti (berluscones e anti-berluscones) ha favorito la  degenerazione del giornalismo italiano nel suo complesso, producendo un giornalismo molto drogato ed eccessivo. Il fatto che lo dica io – che sono considerato un polemista – è abbastanza sorprendente.

  Tra le “Stroncature” riportate nel volume, quella relativa a Giampaolo Pansa risale al 1992. Pansa, negli ultimi anni, si è ampiamente dedicato alla ricostruzione della storia dei crimini compiuti dai partigiani alla fine della Seconda guerra mondiale. Se dovesse aggiornare quell’articolo, il suo giudizio complessivo muterebbe?

  No. È troppo facile scrivere quelle cose oggi che il vento è cambiato. Il povero Giorgio Pisanò le scrisse per trent’anni e tutti gli davano del fascista (Pansa compreso). Doveva scriverle vent’anni fa. Il tempo in cui scrivi conta.

  In alcuni articoli, lei parla del Fascismo in maniera – tutto sommato - positiva. Scrive che, durante il Ventennio, vennero commessi degli errori culminati nella sconfitta bellica, aggiungendo però che il Regime aveva un’idea di fondo intelligente e fece anche cose buone.

  Ormai si va solo per “mali assoluti”. Considerare il Fascismo sbrigativamente come “male assoluto” (come fece Gianfranco Fini qualche anno fa) è ridicolo. Il Fascismo aveva un’idea di Stato e di Nazione che cercò di realizzare con una certa coerenza. Nella storia del Ventennio, inoltre, vi sono aspetti estremamente positivi (insieme con altri negativi che conosciamo tutti). Quando si fa un parallelo fra Mussolini e Berlusconi, si compie un torto nei confronti del primo. I fascisti avevano in testa delle idee, mentre il Cavaliere ha in mente solo il suo auto-potenziamento: sono due cose molto diverse.

  All’inizio degli anni Novanta, lei salutava con favore la comparsa della Lega sulla scena politica italiana. Oggi che cosa pensa del movimento di Bossi?

  In quel periodo, studiavo la Lega con molto interesse. Appariva finalmente, dopo vent’anni di consociativismo, una forza di opposizione. Fu l’apparizione della Lega, tra l’altro, a permettere le inchieste della magistratura. In precedenza, se i magistrati avessero osato fare inchieste di quel genere, sarebbero stati spediti in sedi lontanissime. La Lega successivamente è stata innocuizzata e imprigionata da uno strano fatto.

  Quale?

  Alle elezioni del 1994, che avrebbero dovuto sancire la nascita della Seconda Repubblica, gli italiani votarono a forte maggioranza Silvio Berlusconi, cioè uno dei principali sodali di Bettino Craxi, ritenuto, a torto o a ragione (secondo me, molto più a ragione), l’emblema della Prima Repubblica. Non si capisce bene che cosa avessero (e abbiano ancora oggi) in testa gli italiani. Essendo successo questo, la Lega ha dovuto per forza conglobarsi con Berlusconi, il quale ne rappresenta in realtà l’esatto contrario.

  In che senso?

  La Lega è localista, Berlusconi è globalista; la Lega era fortemente antiamericana, Berlusconi è più americano degli americani. Quindi, tutta una serie di connotati leghisti è scomparsa. Dovendo accentuare ciò che di diverso rimane nel  movimento di Bossi rispetto al Pdl, anche il concetto di identità, che è uno dei portati forti dell’esperienza leghista, si è trasformato in xenofobia. Nel 1992-1994, invece, la mitica Padania era di chi ci viveva e ci lavorava: non si guardava certo se uno fosse nato in Lombardia o a Canicattì.

  Rimane il cavallo di battaglia del “federalismo”…

  Si tratta però di un’idea ben diversa da quella primigenia delle tre macroregioni, che era molto intelligente e - non a caso -, nei primi anni Novanta, veniva osteggiata da tutti. Il federalismo che, in qualche modo, la Lega riuscirà a ottenere probabilmente risulterà dannoso, perché moltiplicherà le spese e le nomenclature.

  Poco fa diceva che Berlusconi è “più americano degli americani”. Non pensa, però, che gli attacchi mediatici e un certo accanimento della magistratura nei confronti del Cavaliere possano essere collegati alla politica filorussa del presidente del Consiglio?

  Io a queste ipotesi non credo affatto. Già all’epoca di Tangentopoli vi fu chi disse che le inchieste della magistratura sarebbero state volute e incoraggiate dagli americani: è assurdo, visto che Mani Pulite contribuì a eliminare tutti i partiti fortemente atlantisti. I guai giudiziari di Berlusconi, invece, non riguardano fatti di oggi, bensì reati che il Cavaliere ha compiuto in altri tempi.

  I giornali e le televisioni di Murdoch, però, nell’ultimo anno e mezzo hanno dato ampio risalto a vicende che appartengono alla sfera privata del presidente del Consiglio…

  Secondo me, il presidente del Consiglio, come ogni cittadino, ha diritto di condurre la propria vita privata come meglio crede, a patto però che la stessa non si traduca in fatti penalmente rilevanti. La vita privata di Berlusconi dovrebbe essere assolutamente esclusa da ogni discussione politica. Se ciò non avviene, dipende dal fatto che in Italia abbiamo una sinistra idiota, che si accanisce sulle stupidaggini e su fatti assolutamente irrilevanti e lascia perdere le cose gravi (che sono note): il controllo di buona parte del sistema televisivo, il conflitto di interessi e i reati estremamente gravi che Berlusconi ha compiuto e per i quali pretende di non essere giudicato.

  Nella “stroncatura” di Fabrizio Cicchitto, lei scrive che la loggia P2 “non era un’organizzazione criminale ma una frammassoneria di stracciaculi che vi cercavano protezione e scorciatoie indebite”.

  Lo era, eccezion fatta naturalmente per il gruppo dirigente (Gelli, Ortolani, Calvi e Tassan Din). Gli altri erano i soliti italiani che cercavano protezione in una qualche frammassoneria, in quel caso la P2. Quindi erano, appunto, degli stracciaculi.

  Scorrendo i nomi dei membri della loggia di Licio Gelli, si notano personalità importanti della finanza, del giornalismo, delle forze armate, ecc.

  La presenza di uomini delle Forze armate era senza dubbio inquietante. In linea di massima, però, l’adesione alla P2 da parte dei giornalisti, imprenditori e altri fa parte del costume italiano di costituirsi in lobby, in frammassonerie: è un fenomeno presente ancora oggi, forse più di allora, anche se non si chiama P2. Daniele Luttazzi – l’unica vera vittima del famoso “editto bulgaro” – mi ha detto che nella Rai, oltre alle normali divisioni fra destra e sinistra, ci sono consorterie interne che fanno blocco e ti escludono. Noi abbiamo una mentalità feudale: dobbiamo avere sempre qualcuno che ci “protegga”.

  Lei non ha mai nascosto una certa ammirazione per la figura del mullah Omar e per il movimento dei talebani in Afghanistan...

  Nel contesto afghano, vanno considerati diversi fattori. In primo luogo, vi è il diritto (secondo me, elementare) di un popolo a opporsi a un’occupazione straniera comunque motivata. In Afghanistan, c’è stata un’occupazione militare violentissima: riconosco al popolo afghano, in questo caso capeggiato dai talebani, il diritto a costruirsi da sé la propria storia.

  Non sono solo i talebani, peraltro, a lottare contro l’occupazione in Afghanistan. Per esempio, ci sono i tagiki, storici avversari degli studenti coranici…

  Ormai è sorto un movimento di liberazione nazionale appoggiato dalla popolazione. Altrimenti non si spiegherebbe il fatto che la resistenza afghana riesce a controllare - come è ammesso da tutti - il settanta per cento del territorio. I talebani, comunque, erano espressione di tutta una serie di cose avvenute in Afghanistan ed erano la soluzione che gli afghani avevano trovato dopo aver sconfitto i sovietici. Gli uomini del mullah Omar riportarono la legge e l’ordine (sia pure una dura legge e un duro ordine) in quel Paese. Questo è fuori discussione. Nell’Afghanistan talebano si poteva girare tranquillamente anche di notte, come mi ha detto Gino Strada che ci ha vissuto. Questo fa parte della loro storia.

  All’Occidente, però, questa storia afghana non piaceva: si è quindi preteso di sostituirla con un’altra, estranea alla tradizione di quel popolo…

  E abbiamo finito per combinare disastri inenarrabili. Peggio di quello che fecero i sovietici, perché questi ultimi si limitavano a occupare un Paese, ma non pretendevano di cambiarne la socialità, i costumi, l’economia. Come ha affermato un personaggio insospettabile, Ashraf Ghani (il più occidentalizzante dei candidati alle elezioni-farsa tenutesi nell’agosto 2009), “nel 2001 eravamo poveri, ma avevamo una nostra integrità. Questa alluvione di dollari ha corrotto la nostra integrità e ci ha resi diffidenti gli uni con gli altri”.

  Se lo dice un medico afghano filo-occidentale…

  Più in profondità, comunque, c’è il fatto che, essendo io un antimodernista, vedo con favore l’unico movimento no-global che è apparso sulla faccia della terra. Questo non vuol dire naturalmente che noi dobbiamo seguire il mullah Omar e le leggi del VII-VIII secolo d. C.. Però, non dobbiamo nemmeno imporre la nostra visione del mondo a un popolo che ha storie vissute, concezioni della vita e della morte, legami familiari completamente diversi dai nostri. Bisogna anche riconoscere che il movimento talebano – che si è affermato perché aveva l’appoggio della popolazione - è sottoposto a una costante opera di disinformazione sui media occidentali.

  A che cosa si riferisce?

  Per esempio, nessuno ricorda mai questo fatto abbastanza clamoroso: nel 2000, il mullah Omar proibì la coltivazione del papavero da cui si ricava l’oppio. Se andiamo a vedere i diagrammi, notiamo che nel 2001 (cioè l’anno in cui rileva la decisione presa nel 2000) la produzione di oppio cadde quasi a zero. Oggi l’Afghanistan produce ed esporta il 93 per cento dell’oppio mondiale. Questi sono fatti: andrebbero almeno riconosciuti; poi, possiamo dare tutti i giudizi che vogliamo. Inoltre, in Afghanistan adesso uno dei grandi problemi è rappresentato dalla corruzione: quando governava il mullah Omar, invece, la corruzione era inesistente, perché i talebani tagliavano le mani ai corrotti (se questa misura venisse adottata in Italia, avremmo un Parlamento di moncherini). Non c’era la disoccupazione, perché i talebani avevano mantenuto l’economia di sussistenza grazie alle quale il loro Paese aveva vissuto; adesso, invece, la disoccupazione è enorme. I famigerati signori della guerra (Dostum, Hekmatyar, Ismail Khan e gli altri) - i quali da leggendari comandanti della resistenza anti-sovietica si erano trasformati in bande di assassini, taglieggiatori, stupratori che agivano in pieno arbitrio - erano stati cacciati dal Paese. Queste sono cose che i talebani hanno fatto e, secondo me, sono cose positive. Comunque, ripeto, spettava e spetta agli afghani scegliere i propri governanti.

 

2 giugno 2010

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