Piombo contro la giustizia. Intervista con Achille Melchionda Stampa E-mail

Piombo contro la giustizia. Intervista con Achille Melchionda

a cura di Francesco Algisi

 

melchionda_piombo  Achille Melchionda, avvocato penalista, insegna Deontologia forense nelle scuole di specializzazione dell’Università di Bologna e di Parma e Nozioni di procedura penale nel corso di Giornalismo di Bologna; già docente di Procedura penale e di Psichiatria forense nell’Università di Bologna e collaboratore del quotidiano Il Resto del Carlino, è autore di numerosi scritti di diritto e di procedura penale. Presso l’Editrice Pendragon ha recentemente pubblicato il volume Piombo contro la giustizia (pagg.362, Euro 16,00), dedicato all’assassinio del sostituto procuratore di Roma Mario Amato (23 giugno 1980).

  Avv. Melchionda, l’assassinio di Mario Amato faceva parte di un disegno politico, ancorché criminale, o fu una “vendetta” contro un presunto “persecutore”?

  Accreditare i terroristi, in generale, i neo-fascisti dei N.A.R., in particolare, di essere dotati di “un disegno politico”, ossia di un programma rivoluzionario idealistico per un miglior futuro della nostra Patria, sarebbe considerarli intellettuali lucidi e pensatori accorti, anziché brutali distruttori, assassini spietati e spesso improvvisati, non a caso a stretto contatto di gomito con la bieca “banda della Magliana”, quali in effetti erano. Di siffatta incapacità di pensiero e di elevati progetti costruttivi sono prova-provata le sconclusionate, aggrovigliate, allucinanti loro “rivendicazioni”, che avrebbero voluto e dovuto essere la spiegazione logica delle loro azioni, mentre erano accozzaglie di parole sconclusionate, insensate, incoerenti. L’arruffato contenuto del “NAR-chiarimento” dell’omicidio di Mario Amato è, al riguardo, un chiarissimo esemplare: Amato è stato ucciso semplicemente per dimostrare che è facile ammazzare, e chi non lo fa (i camerati neofascisti) non ha le palle; la “loro politica non ci interessa”. Amato un “persecutore”? No, neppure questo riconoscimento: si occupava dei “processi a carico dei Camerati”,  punto e basta. Un uomo che non ha mai assassinato, alle spalle, un suo simile è indegno di continuare a vivere una siffatta “squallida esistenza”!

  Lei scrive (pag. 95) che la vicenda dell'arresto di Paolo Signorelli (7 giugno 1979) "potrebbe descriversi come una vera e propria vigliaccata deontologica di quel magistrato"…

  L’arresto di Signorelli nell’ufficio di Mario Amato, ove si era presentato spontaneamente, sarebbe stato un atto deontologicamente riprovevole se ne fosse stata vera la versione del suo difensore, che lo ha descritto come una imprevedibile trappola, mascherata da disponibiltà ad una comparizione per fine difensivo. Alla richiesta del difensore il magistrato non poteva opporre un rifiuto, trattandosi di un diritto dell’imputato di presentarsi all’inquirente per esporre le sue ragioni. Come bene ha spiegato Mario Amato, l’errore imperdonabile fu quello commesso dal difensore, che non si era accorto che l’accusa contro Signorelli comportava l’obbligatorio ordine di cattura. Che il magistrato si sia comportato in modo irreprensibile (dunque, non vilmente come, per allontanare da sé l’inspiegabile suo errore, aveva cercato di fare credere il difensore di Signorelli) è dimostrato dal fatto che nessuna censura (meno che mai accusa di arresto illegittimo) è stata mossa contro il P.M. Amato.

  Nell'esposto (citato a pag.108 del libro) degli avvocati Cambi e Scucces contro Mario Amato, si alludeva alla "conclamata militanza politica" del magistrato. Tale accusa aveva un fondamento?

  Che Mario Amato non sia stato mai un magistrato attratto da posizioni ideologico-politiche di qualsiasi tipo o colore, in particolare di “sinistra”, risulta da quanto ho scritto a pag. 113: non soltanto lui stesso negò fermamente codesta insinuazione nei suoi lunghi colloqui con il C.S.M., ma nel corso del processo contro i suoi assassini fu documentalmente provato che non  aveva mai fatto parte della corrente di “magistratura democratica” (neppure il Giudice Antonio Alibrandi ha mai accennato una tale ipotesi).

  Perché la polizia e i giornalisti - come si legge a pag. 121 - ritennero credibile la rivendicazione di Prima Linea riguardo all'omicidio di Maurizio Arnesano, guardia di P. S., e non quella, autentica, dei NAR?

  Probabilmente la rivendicazione di Prima Linea conteneva qualche dettaglio più apparentemente attendibile. Non a caso, infatti, in un primo tempo le indagini furono affidate al P.M. Dr. Sica che si occupava del terrorismo “rosso” (pag. 134). A quei tempi – come si evince anche da altri analoghi episodi – inevitabilmente ciascun gruppo terroristico si vantava di essere autore di azioni particolarmente eclatanti ed impressionanti, quindi aventi caratteristiche di forte impatto mediatico e di esemplarità propagandistica.

  Lei osserva (pag. 141) che la detenzione di Alessandro Alibrandi era stata "innegabilmente ingiusta". Ciò poteva essere visto come prova del presunto accanimento persecutorio del dottor Amato verso i NAR?

  “Innegablmente ingiusto”, l’arresto di Alibrandi, perché il suo alibi, accertato nel corso delle indagini, si era poi dimostrato pienamente attendibile. Come possono evitarsi iniziative giudiziarie non sempre ineccepibili (alla luce delle successive emergenze) quando i primi indizi appaiono convincenti? Alibrandi era stato riconosciuto con sicurezza da un testimone presente al fatto. Dunque l’arresto non era un consapevole “accanimento”. Stessa situazione della quale è stato “vittima” Pietro Valpreda, “riconosciuto”  nel portatore della ”borsa nera”, per la strage di Piazza Fontana, dal tassista Cornelio Rolandi (pag. 11).

  A pag. 168 lei definisce l'appuntato Francesco Evangelista, detto "Serpico", un "eroico poliziotto", mentre a pag. 183 scrive a proposito del dott. Amato: "Un eroe? No. Semplicemente un uomo pulito, onesto, corretto". Come deve essere interpretata questa disparità di giudizio riguardo a due vittime della violenza dei NAR?

  “Eroico poliziotto” Serpico per tutta una serie di coraggiosi comportamenti a rischio anche della vita. “Eroico” ad esempio per la colluttazione col rapinatore, in ospedale, non ostante la frattura della colonna vertebrale ancora sostenuta da busto ortopedico (pag. 166). Non “eroe” Mario Amato per la sua personalità schiva da comportamenti appariscenti, tutto famiglia e lavoro. Volendo, più “eroe” di quasi tutte le vittime del terrorismo di quegli anni, perché non ha deflettuto un solo minuto dalla sia pur difficile e pericolosa sua attività di indagine, ancorché consapevole di essere nel mirino dei terroristi “neri”. Ma si sarebbe rifiutato di sentirsi qualificare come “eroe” solo per essersi attenuto al suo dovere. Non gli ho attribuito una siffatta qualifica proprio per rispettarne la memoria di uomo semplice e modesto.

  Perché, secondo lei, il dott. Amato, sebbene risultasse oggettivamente in pericolo a causa delle delicate indagini che stava conducendo, non venne dotato di una scorta e di un'auto di servizio blindata (cfr. pag. 218)?

  Non me ne voglia se “provocatoriamente” (non certamente nei suoi confronti) rispondo alla sua domanda con una mia domanda: perché non è stata ridata una scorta a Marco Biagi, ancorché l’abbia affannosamente ed insistentemente richiesta, dopo un primo periodo di concessione? Vero che erano trascorsi quasi tre anni dall’assassinio di Massimo D’Antona che lo aveva preceduto nella medesima carica, ma vero anche che di recente Biagi aveva avuto sentore di una ripresa delle ostilità nei suoi confronti. Col risultato, che io considero repellente, che, ad assassinio avvenuto, chi non aveva accolto le sue richieste si è limitato a definirlo non una vittima, purtroppo preannunciata, ma un fastidioso rompicoglioni!

 

11 novembre 2010

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