Ribelli e borghesi. Intervista con Franco Milanesi Stampa E-mail

Ribelli e borghesi. Intervista con Franco Milanesi

a cura di Francesco Algisi

 

milanesi_ribelli  Franco Milanesi (Torino, 1956) è laureato in Filosofia ed è dottore di ricerca in Studi Politici presso l’Università di Torino. Studioso delle espressioni del comunismo eretico europeo tra le due guerre, ha pubblicato su diverse riviste storiche e filosofiche alcuni saggi sulla storia del PCd’I, sul dissenso comunista e sulla politica militante. È autore dei seguenti volumi: Dietro la lavagna (Giraldi, 2008), una raccolta di brevi scritti sulla scuola; Militanti. Un’antropologia politica del Novecento (Punto Rosso, 2010); Ribelli e borghesi. Nazionalbolscevismo e rivoluzione conservatrice. 1914-1933 (Aracne, 2011).

  Prof. Milanesi, come si può definire il nazionalismo concepito dai nazionalbolscevichi?

  È un nazionalismo strettamente coniugato con il classismo. I due elementi non sono disgiunti. Ma anche il concetto di nazione ha tratti originali che lo differenziano dal nazionalismo di destra; non è infatti composto tanto da elementi spirituali, mistici o da un’impalpabile tradizione depositata nel linguaggio, quanto da dati materiali e  storici. La nazione è incarnata nella concretezza di vita del popolo, dei ceti subalterni, del proletariato. Sono infatti questi strati che mantengono un radicamento con la terra e anche con il passato di tradizione che in essa storicamente depositato. Sul piano del conflitto politico, Carl Schmitt, nella Teoria del partigiano, ha osservato come questa doppia forma di inimicizia – lotta di classe e difesa dell’ideale nazionale – sia un dispositivo di eccezionale potenziamento di una parte in conflitto con un’altra, come dimostrano i casi di Stalin e Mao, molto spregiudicati nel coniugare l’esaltazione della nazione con i conflitti di classe agiti dal proletariato.

  Che rapporto sussiste tra il nazionalbolscevismo e il socialismo prussiano teorizzato da Oswald Spengler?

  È un rapporto molto stretto. Spengler attiva e sviluppa molti temi che saranno ripresi dal nazionalbolscevismo. Innanzi tutto, è evidente, il legame tra socialismo e ideali nazionali. Ma non solo. Il concetto di Gestalt, di forma, la morfologia politica, è ampiamente presente in Spengler, lo ritroviamo in Jünger e, meno sviluppato, in Nieksich.  Inoltre il tipo umano sbozzato nelle teorie spengleriane è riprodotto nella figura del militante politico comunista di Niekisch: sobrio, avvezzo al dolore, prossimo al tragico, pervaso da un senso quasi “oceanico” della storia e del compito che il soggetto deve e può svolgere in essa, oscillante (e qui, nuovamente, l’influsso di Nietzsche) tra l’orgogliosa autonomia di sé e la dissoluzione nel tutto. Tratti analoghi mi sembra si possano scorgere anche nella specificità del loro antisemitismo, ovviamente nella critica radicale al liberalismo e in alcune prese di distanza dal nazismo. Una delle differenze più evidenti, invece, sta nella curvatura tutta politica, cioè orientata alla prassi trasformativa, del nazionalbolscevismo, almeno nella sua prima fase. Non si deve mai dimenticare che gran parte degli scritti di Niekisch, fino al ’33, sono opere “militanti” che muovono da una lettura puntuale della fase e che devono servire a orientare strategicamente il popolo contro gli avversari politici, interni ed esterni. Inoltre va rilavato che tra il grande disegno di filosofia della storia delineato ne Il tramonto dell’Occidente e la cornice filosofica di Niekisch, più approssimativa, vi sono non marginali differenze.

  Si può coniugare la lotta di classe con il nazionalismo (1)?

  Certo, non è una coniugazione immediata. Sul piano teorico, il comunismo è intrinsecamente  internazionalista e antinazionalista. Di fatto però, le lotte di liberazione di classe si sono intrecciate a lotte di liberazione nazionale, per l’evidente motivo che il potere capitalistico e le strutture borghesi hanno esercitato espansionismo politico ed economico, dominio, controllo su vasti territori del mondo. Se noi osserviamo le parole d’ordine dei movimenti antimperialistici novecenteschi – ma non meno la loro prassi politica - notiamo una forte commistione di motivi di tipo nazionalista (lotta contro ogni minaccia all’identità culturale, tendenza a sovrapporre e confondere il concetto di popolo con quello di nazione, enfatizzazione e criminalizzazione della “diversità” nazionale e non solo politica dell’aggressore) a temi di carattere sociale e classista. Si pensi, facendo riferimento a passaggi storici a noi cronologicamente prossimi, alle lotte del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana, ai baschi contro il centralismo castigliano, agli irlandesi contro gli inglesi. Ma numerosi sono i casi che si potrebbero ricordare.

  Come si pone Niekisch rispetto alla tradizione comunista e al marxismo (2)?

  Niekisch si definisce comunista ma è molto critico verso il marxismo (che per altro non conosce a fondo) di cui rigetta l’esaurimento teorico nella “critica dell’economia politica”. In altre parole, per Nieksich, Marx e i marxisti condividono dell’avversario di classe la riduzione dell’umano a “economia”, cioè lavoro, produzione, circolazione di beni, consumo, interesse. La classe, nel marxismo, è un derivato oggettivo dei rapporti sociali di produzione. Mentre per Niekisch essa assomma elementi antropologici più che economici, è una qualità dell’umano che si contrappone in tutto e per tutto, nel caso del proletariato, all’antropologia del borghese. Da questo punto di vista Niekisch ha buon gioco a segnalare i rischi di un tipo umano – il proletario delle teorie marxiane - che assomiglia ad un “borghese mancato” perché ne condivide i valori, pur senza avere accesso alla stessa quantità di beni. Questo proletario, appiattito sui motivi delle lotte economico-distributive, vorrebbe dire al borghese di “alzarsi per poter prendere il suo posto”. Qui opera evidentemente il concetto nietzschiano (un autore che Niekisch conosce a fondo) di “risentimento”. Il marxismo inoltre ha un profilo apertamente internazionalista che per Niekisch riproduce l’ideologia universalistica borghese.

  Lei scrive che alla rivoluzione sovietica guardavano “con attenzione sia i nazionalrivoluzionari di destra sia i nazionalbolscevichi” (3). Come si spiega questo fatto?

  Innanzi tutto perché nel bolscevico come “figura umana” i nazionalisti di destra e di sinistra vedono la trasposizione in politica del milite delle trincee. Il soldato delle trincee è, nella sostanza, l’antitesi del borghese ottocentesco. Esposto alla morte, anti-individualista e cameratesco, indifferente al denaro, alla sicurezza e alle comodità, disposto al sacrifico per gli ideali della nazione. Questa tipologia, secondo molti nazionalisti tedeschi, la si ritrova nell’élite comunista che guida le masse rivoluzionarie. Il secondo, più evidente motivo, è in ordine all’antiliberalismo e all’anticapitalismo di un certo nazionalismo tedesco, congiunto con l’esaltazione völkisch che omologa il proletariato di fabbrica al contadino. In Russia la rivoluzione come spinta unitaria di operai e contadini ha portato al governo, secondo questa lettura, le stesse forze che in Germania si ribellano al dominio del capitale internazionale e della borghesia.

  La sintesi nazionalbolscevica trovava un modello compiuto nell’Urss staliniana?

  In gran parte sì. Questo per un ulteriore motivo di grande interesse. Stalin rappresenta ai loro occhi la compiuta realizzazione di nazionalismo e classismo. Ha portato i ceti popolari al governo, ha respinto le armate straniere, ha rafforzato a tal fine il senso di appartenenza alla terra, al suolo, alla tradizione della “propria” storia. Inoltre, va rilevato, ha svolto con coerenza un piano di assoluto dominio del politico sull’economico, come è evidenziato dalla pianificazione e dal rigidissimo dirigismo dell’élite politica.

  Che cosa si intende con l’espressione “volontarismo prometeico bolscevico” (4)?

  Attiene al rapporto con la tecnica. C’è in realtà, su questo punto, una certa differenza tra Jünger e Niekisch. Nel primo la nuova forma dell’Operaio, cioè del soldato-lavoratore, corrisponde all’adeguamento pieno dell’uomo al tempo della tecnica dispiegata. In Niekisch il rapporto con la tecnica si sviluppa diversamente in due momenti della sua biografia politica. All’inizio egli esalta il mondo contadino come una realtà pre-tecnica, panica, in cui uomo e natura rappresentano due essenze incontaminate. Un mondo investito dalla potenza distruttiva del capitalismo e dell’industrialismo. Ma la realizzazione del comunismo in URSS attraverso l’industrializzazione forzata e l’economia di piano non lascia indifferente Niekisch che vi intravvede un possibile “uso” politico della tecnica. Da ciò l’ammirazione per la coniugazione di realismo, tecnicismo, razionalismo pianificatore dei sovietici e di Stalin in particolare.

  C’è qualche affinità tra il nazionalbolscevismo e la sinistra nazionalsocialista di Strasser (5)?

  Vi sono senza dubbio alcuni tratti comuni. La contrapposizione tra l’Io e il Noi del völkischer Idealismus di Otto Strasser si riproduce nella particolare forma di comunitarismo del nazionalbolscevismo. Ontologicamente il tutto prevale sulla parte, la comunità, il noi, sull’individuo. L’individualità trova il suo significato – e al limite il suo “sacrificio” – soltanto nel suo inserimento in un “sistema” superiore. Ma per Strasser questa totalità è la razza, per Nieksich la nazione, concretamente rappresentata nello Stato. Da questo punto di vista Niekisch è più prossimo alla tradizione del pensiero politico tedesco. Vi è indubbiamente una venatura antisemita in Niekisch, che lo porta ad omologare l’ebreo con il borghese, cioè con l’anonimo universalismo, con la Figur del mercante, dell’uomo dedito all’interesse economico privato. Ma non vi è alcuna concezione di una “razza inferiore” come nel nazionalsocialismo, anche in quello “di sinistra”.

  Citando W. Schivelbusch (6), lei riferisce che Niekisch contrapponeva il comunismo occidentale al bolscevismo orientale. Come va intesa questa contrapposizione?

  Si ritorna alla questione comunismo-marxismo. Per Niekisch il comunismo occidentale è intriso di marxismo teorico. Mentre nel leninismo, pur in continuità con le teorie marxiane, vi è il dominio della prassi, della volontà politica creatrice, evidenziato dalla capacità di attuare una “rivoluzione contro il Capitale”, cioè contro ogni attesismo e determinismo, tipici della cultura riformista e gradualista di origine marxista. Il comunismo bolscevico, poi, nell’idealizzazione compiuta da Niekisch, ha saputo unire le virtù operaie con quelle contadine, superando ogni principio di proprietà in nome della difesa e del rafforzamento della casa comune, russa e proletaria.

  Quali elementi negativi ravvisava Niekisch nel comunismo occidentale?

  Oltre a quelli poc’anzi citati, l’internazionalismo vacuo, la commistione con teorie riformiste e ovviamente l’assenza di un netto orientamento in senso nazionale.

  Quali erano le radici dell’orientalismo e dell’antioccidentalismo di Niekisch?

  Il suo odio per l’Occidente è articolato e ha vari motivi: Cattolicesimo, borghesia, economia sono i cardini della sua critica. Nell’Oriente egli intravvede una netta antitesi a tutto questo. Il suo progetto strategico è quello di unificare URSS e Germania in una grande entità etico-politica. Anche da questo punto di vista il suo nazionalismo si distanzia da quello fascista, chiuso nell’esaltazione di una presunta tradizione geopolitica. Niekisch inventa configurazioni del tutto nuove, fondate su assunti artificiali e politici, non sul “ripristino” di confini o di “essenze” storiche.

  In Italia si è registrato un tentativo di sintesi simile a quello nazionalbolscevico?

  Credo che nell’arditismo e in un certo fascismo di sinistra vi siano elementi sovrapponibili. Il periodo è lo stesso, identico il milieu reducista e la critica al capitalismo predatore. Simile l’esaltazione della politica come forza trasformatrice di tutto l’umano.

  A che cosa allude quando menziona le “teorie del dopoguerra che non furono né liberali, né sovietiche, né fasciste” (7)?

  Proprio al nazionalboscevismo che non è a mio parere omologabile dentro una di queste tradizionali “case” ideologiche. Non certo liberale, non vicino al comunismo sovietico, neppure fascista, da cui resta diviso da moltissimi tratti.

  Qual è il trait d’union tra gli autori studiati nel libro (von Salomon, Jünger e Niekisch)?

  Sul pieno personale, tra Niekisch e Jünger vi fu amicizia, reciproca stima e anche un periodo di collaborazione in alcune riviste. Von Salomon è un personaggio meno catalogabile, più solitario. I tre sono sicuramente legati da una Bildung nata sui campi di battaglia della seconda “guerra dei trent’anni” (1914-1945) che porta l’Europa in una condizione di incessante stato d’eccezione. Sono, pur in modo diverso, militari-militanti, la politica è per loro tutta declinata dentro le categorie amico/nemico. Sono ostili ai compromessi intellettuali e umani e pronti al rischio personale. In vario modo e per diversi motivi trascorrono parte della loro vita in carcere. Sono dissidenti, eretici congeniti, ribelli anche quando, come Jünger, scelgono un profilo diverso di impegno, più intellettuale, meno politico. Sono biografie estreme. Comunque li si valuti e li si giudichi sono intellettuali che rischiarono e pagarono in prima persona per le scelte fatte.

 

NOTE:

(1) Franco Milanesi, Ribelli e borghesi. Nazionalbolscevismo e rivoluzione conservatrice. 1914-1933, Aracne, 2011, pag.47

(2) Ivi, pag.107

(3) Ivi, pag.155

(4) Ivi, pag.172

(5) Ivi, pag.229

(6) Ivi, pag.240 nota 240

(7) Ivi, pag.35

 

27 luglio 2012

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